TESTAMENT

Dark Roots Of Earth

2012 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANGELO LORENZO TENACE
22/08/2012
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

A quattro anni di distanza dal buon "The Formation Of Damnation", che ha sancito il sodalizio con la inarrestabile Nuclear Blast, che non è riuscito però a convincere proprio tutti i sostenitori, anche perchè rilasciato dopo un album mastodontico come "The Gathering" (se si esclude la raccolta di pezzi ri-registrati "First Strike Still Deadly"), che vedeva il ritorno sul mercato dopo un un lungo periodo di assenza per i Testament, dovuto a diversi problemi che oramai ogni fan del combo conosce come le prorie tasche, i nostri ritornano in pompa magna con questo "Dark Roots Of Earth", con alla batteria il mastodontico Gene "The Atomic Clock" Hoglan, che aveva collaborato in precedenza con la band su "Demonic", in sostituzione al defezionario Paul Bostaph. Il lavoro è accompagnato dallo splendido artwork ad opera del tedesco Eliran Kantor, (che ha collaborato con la band sulla precedente uscita) che ha illustrato degli adoratori che invocano lo spirito della terra, infuriato per come è stato trattato dall'uomo nei tempi tecnologici,  che condannerà l'umanità a l'oblio. L'album è stato prodotto dal leggendario Andy Sneap, che come al solito ha svolto un lavoro impeccabile sulla resa sonora, donando al disco un sound pulito, ma allo stesso tempo granitico, enfatizzando ogni aspetto della proposta. Se c'è un aspetto che esalta ogni sostenitore dei Testament, è la libertà compositiva che caratterizza ogni uscita, visto che a quasi 30 anni di onorata carriera hanno ben poco da dimostrare, andando costantemente a rimescolare le carte in tavola, pur rimanendo fedeli al loro marchio di fabbrica grazie alla perizia tecnica di ogni membro, senza contare che nonostante i vari cambi di line up che hanno minato molte fasi della loro illustre carriera, al microfono c'è sempre stato il gigantesco ed indistruttibile Chuck Billy, che rende riconoscibile ogni uscita grazie alla sua potente ugola, oltre al lavoro svolto dal chitarrista Eric Peterson in fase di songwriting, che è il vero mastermind della formazione. Quindi cosa bisogna aspettarsi dai Testament del 2012? Semplice non bisogna aspettarsi niente, soltanto la tangibile e sghignazzante certezza che nonostante l'evoluzione del sound in tutti questi anni, rilascino un album di qualità che faccia discutere come sempre sostenitori e detrattori. A darci il benvenuto in questa nuova uscita c'è la potentissima e coinvolgente "Rise Up", che è sancita da un veloce riff di chitarra, su cui si staglierà prima un rallentamento che funge un pò da introduzione al massacro, vista l'accellerazione che prenderà forma da li a poco, con un Chuck Billy, come del resto gli altri coprimari in uno stato di splendida forma, alternando parti più sostenute, ad accellerazioni improvvise, fino al coinvolgentissimo chorus, che possiamo garantire, alla luce dell'esibizione in quel Toritto al Total Metal Festival, fa sfracelli a non finire, grazie a quel incipit incendia folle che inneggia alla ribellione attraverso la guerra, senza parlare del grandissimo assolo posto quasi in chiusura, insomma un inizio al cardiopalma. Segue il brano che è stato scelto come singolo, "Native Blood" per cui è stato girato anche uno splendido video, che parla dei nativi americani, in particolar modo dell'etnia di Billy, i Pomo. Partendo in maniera adrenalinica ed abbastanza spinta, la traccia si snoda in maniera martellante, grazie anche al lavoro certosino svolto dal grande Hoglan, che riempie di sfaccettature il suo drum work, fino ai devastanti e melodici chorus, accompagnati addirittura da dei blast beat, che ad un primo ascolto potrebbero sembrare fuori luogo, ma che trovano la loro dimensione attraverso numerose altre iterazioni, dove il duo Peterson/Skolnick contribuisce a tessere grandi linee melodiche, in particolar modo nel rallentamento a poco più di metà durata dove duellano con dei meravigliosi solos, che non fanno altro che speziare ulteriormente questo secondo ed entusiasmante brano. Con un incipit più melodico, fatto di arpeggi in maniera sostenuta fa il suo ingresso la titletrack, che si snoda lenta e melodica, dove si possono udire, a livello vocale, reminescenze del melodico "The Ritual", ed un groove che potrebbe rimandare a "Low". Interessante la struttura, che crea tensione grazie alla melodia, fino ai chorus dove il groove regna prepotente, aumentando il coinvolgimento, facendo spazio ad un break condito da un granitico assolo che fa da catalizzatore ad una sezione terremotante pregna di adrenalina e solos come se piovesse, per poi riprendere le coordinate precedentemente battute fino al suo termine, in maniera sublime. Ma ecco una delle tracce migliori dell'album, che rimanda direttamente a "The Gathering", tanto è brutale e veloce, la devastante "True American Hate", che parte con un intro minaccioso, condito da dei tapping incrociati a livello chirarristico, per poi fare spazio alla furia più assoluta, che non accenna a compromessi o rallentamenti, con la presenza di blast beat e doppia cassa fino ai mostruosamente devastanti chorus, che sono coinvolgenti come non mai con quel "True American Hate! HATE!" che vi si stamperà in testa, alla pari di un mattone scagliatovi da un grattacielo, senza contare il solito e grandioso lavoro in fase solistica di Skolnick e Peterson che si contenderanno la traccia per quasi tutta la sua seconda parte, insomma, stiamo parlando di un pezzo che veramente merita di essere annoverato fra i migliori degli ultimi Testament, che narra dell'odio della gente di fronte alle "guerre di pace" attuate dagli Stati Uniti. Grazie ad un intro di basso di Greg Christian, veniamo accolti da "A Day In The Death", che rimanda in egual parte agli anni ottanta ed ai novanta, grazie al lavoro chitarristico che alterna groove e riff tipici del glorioso passato, con parecchi assoli ed un andamento che varia da fasi veloci e serrate ad altre molto cadenzate e sostenute, che fanno da apripista al claustrofobico chorus, fino alla parte centrale in cui il tutto diventa ancora più solenne, che farà spazio ad una sezione solistica di tutto rispetto, che occuperà gran parte della traccia, andandoci a mettere un indelebile segno della classe sopraffina che ha sempre caratterizzato i nostri. Tema su cui verte la traccia, sono i mezzi di propraganda, che controllano le masse, incatenandole ed imprigionandole. Si parlava di libertà compositiva all'inizio della recensione, ed ecco la massima espressione di questa espressione, "Cold Embrace" una lunghissima semi ballad, dove Billy da il meglio di sè stesso, narrando di una donna che è diventata una vampira, rimpiangendo la luce del sole, ed attendendo un alba che non arriverà mai. Si parte con un delicato arpeggio di chitarra contrastato da un superbamente melodico assolo di chitarra, fino all'ingresso della voce pulita di Chuck che si fregia di un'interpretazione molto naturale e sciolta, per poi fare spazio al suggestivo refrain, dove le chitarre ruggiscono forti, con una malinconia di fondo davvero ben riuscita. A metà brano poi c'è un apertura dove da protagonista c'è una lunga ed entusiasmante parte strumentale, dove tutto vive in armonia, come un ruscello che lentamente sfocia nel mare, ovvero verso la chiusura del brano dove il tutto diventa più sentito ed evocativo, niente da dire, un altra delle tracce che colpisce più nel segno. Di tutt'altra pasta è fatta la terremotante "Man Kills Mankind", dove si respirano decisamente atmosfere molto old school, che procede in maniera incalzante e serrata dove il lavoro di Hoglan è molto variegato e stupefacente, che va a collocarsi perfettamente con i riff sciorinati dal duo chitarristico. Infatti potremmo parlare di uno dei momenti più diretti dell'album, tutto ciò almeno fino a quando non ci sarà un rallentamento dissonante che farà da catalizzatore alla sezione strumentale che si snoderà poco dopo metà traccia, dove è inutile ribadire la classe solistica delle due asce. Ulteriore fiore all'occhiello sono i chorus, come sempre coinvolgenti, che smuoverebbero anche il più passivo dei metal head. A seguire c'è l'episodio più strutturato dell'album, l'anch'esso lungo "Throne Of Thorns" che prende vita da un tetro arpeggio di chitarra, ingranando lentamente, fino ad un esplosione molto groove, con un riffing schiaccia sassi, in maniera decisamente incalzante e mozzafiato, forte dei chorus decisamente epici ed evocativi, con un Billy molto melodico e trascina folle. Decisamente ottima anche l'apertura melodica verso metà durata, con un refrain sognante ed epico, che siamo sicuri farà faville live, dove c'è addirittura una parte parlata che farà da trampolino all'assolo probabilmente migliore dell'album, tanto è ben congegnato e melodico, con quel velo di oscurità che non guasta mai, variando in continuazione ed andando a mettere un marchio indelebile nell'ascoltatore, che sarà quasi inebriato da tanta classe solistica ad opera di Alex Skolnick. A chiudere l'album c'è la schiaccia sassi "Last Stand For Indipendence", che parte in maniera decisamente diretta, con un riff veramente adrenalinico, che per potenza potrebbe eguagliare un carro armato alla carica, come del resto l'andamento di tutta la traccia, che non lascia un minimo di respiro, nemmeno al cambio di registro verso metà durata, dove continuano a venir ditribuiti riff al fulmicotone, senza escludere la solita bravura degli altri coprimari, che al break posto giusto nel mezzo lasceranno un pò di respiro all'ascoltatore, attraverso aperture melodiche ed assoli mozzafiato, dove di nuovo si mette in luce il mostruoso Hoglan, che stende un tappeto sonoro davvero terremotante e distruttivo, insomma stiamo parlando di un altro episodio decisamente riuscito, che va a chiudere in maniera perfetta un ottimo album. Insomma avrete capito tutti che quando si parla dei Testament, è difficile dire che non sappiano fare il loro lavoro, che in questo caso è decisamente entusiasmante e ben strutturato. Infatti ci troviamo di fronte ad una bella varietà nella tracklist che non stanca minimamente e che in questo caso soprattutto, thrash metal non vuol dire soltanto, velocità e rabbia, ma anche saper coinvolgere e creare brani accattivanti da portare on stage per infiammare gli animi di migliaia di metallari. Ovviamente se facessimo un paragone con gli album del passato perderebbe qualche punto, ma di questi tempi diciamo davvero, perchè vivere nel passato al di là delle band che hanno abbandonato la causa ed hanno virato verso altri generi? I Testament nonostante la loro voglia di reinventarsi hanno saputo sempre mantenere uno standard qualitativo decisamente ottimo ed efficace, di cui soltanto i fan più oltranzisti si ostinano a non riconoscerne i meriti. Se proprio dovessimo fare un paragone, diremmo che con questo nuovo parto la band ha riassunto in parte la sua carriera, pur senza dimenticare uno sguardo verso il futuro andando ad osare ancora, nonostante i tanti anni di attività. Un disco veramente piacevole che farà la gioia di ogni thrasher senza il paraocchi e che farà discutere tutta l'altra frangia che si nutre di critiche senza obiettività. A seconda dei gusti, potrebbe essere il disco thrash dell'anno alla pari con The Electric Age dei coetanei Overkill. Ai posteri l'ardua sentenza!


1) Rise Up
2) Native Blood 
3) Dark Roots Of Earth
4) True American Hate
5) A Day In The Death
6) Cold Embrace
7) Man Kills Mankind
8) Throne Of Thorns 
9) Last Stand For Indipendence

correlati