TESSERACT

Sonder

2018 - Kscope

A CURA DI
ALESSANDRO GARGAGLIA
12/11/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

I TesseracT sono un gruppo britannico che, album dopo album, hanno riscosso sempre maggiore successo e ora godono di un posto tra i grandi del Progressive Metal contemporaneo, dopo aver preso parte ed aver contribuito nel 2010 a quella rivoluzione sonora che prende il nome di "Djent". Il Primo "One", del 2011, aveva già dimostrato infatti che i ragazzi avessero le idee chiare; una volta aver imparato la lezione dei Meshuggah sulle ritmiche sincopate e sul tipico suono chitarristico che ha rappresentato poi un vero e proprio marchio caratteristico del genere in questione, si danno da fare sul fatto di personalità e su una ricerca di un suono che fosse comunque unico e inconfondibile, nonostante la già citata provenienza. Si era capito subito che i TesseracT non erano un gruppo che sarebbe rimasto nell'innominato, e che non si sarebbero limitati a suonare Metalcore con delle chitarre a 7 corde ed ora, di fatto, ci resta di loro un'inconfondibile immersione sonora dentro profondissimi oceani di suoni Ambient che ci portano in dimensioni cosmiche a noi sconosciute, con quello che ormai è diventato forse uno dei loro marchi di fabbrica; l'arpeggio di leggerissime note di chitarra ultra effettata con delay e riverbero, che quasi trasformano lo strumento rendendolo un eco lontanissimo che fluttua nello spazio, arrivando dolcemente alle nostre orecchie in modo rarefatto, effetto del vuoto cosmico nel quale si espande. Dopo due grandi capolavori, quali "Altered State" e "Polaris", i TesseracT tornano nella scena ben tre anni dopo l'ultimo album, con un quinto lavoro: "Sonder". Parto dal presupposto che il gruppo non ha davvero più niente da dimostrare, hanno avuto il privilegio di potersi sedere comodi e tirar fuori qualcosa senza dover accontentare nessun tipo di esigenza. Il loro passato ci ha mostrato questo magnifico dualismo tra suoni dolci, linee vocali sognanti, talvolta quasi Pop, e tra invece chitarre e basso distorti, drumming teso e talvolta qualche scream degno di nota, insomma tra un lato chiaro e luminoso, e uno più oscuro. Possiamo parlare anche in termini più musicali, a livello di generi che si incontrano, tra Ambient, Metal e Pop, volendo indicare quest'ultimo solo in realtà per far intendere alcune scelte melodico/vocali, o alcune strutturazioni di un paio di brani, per il resto, siamo invece ben lontani da una qualsiasi linearità o semplicità musicale tipiche del Pop. Questi due aspetti della musica si fondono insieme caratterizzando a livello di originalità l'intero sound del gruppo, che fin dal primo album hanno dimostrato una grande abilità nel tirar fuori dei groove decisamente accattivanti, contestualizzati in questa sorta di ambiente cosmico che ci accompagna in ogni momento dell'ascolto. In "Sonder" sappiamo di aspettarci un gruppo ormai totalmente maturo, cosa già vista in "Polaris", un gruppo cosciente di sé e del proprio impatto nel panorama del Metal contemporaneo, un gruppo che pero' si spera abbia ancora molto da dire, e che ci possa stupire nuovamente. La prima cosa che ci salta all'occhio sono i 36 minuti di durata, considerati i loro standard, e in generale che l'album disti tre anni dal precedente, che durava invece ben dieci minuti in più, sembra poco, cosi a occhio e croce. Tutto sta nel vedere se i TesseracT riusciranno, in soli 36 minuti, a soddisfare a pieno le nostre aspettative, e questo sarà il quesito principale di tutta la recensione, e vi troveremo risposta nelle conclusioni, ad ascolto finito. Inoltre aggiungo che parlare di questo album per me sarà particolarmente difficile, perché dovrò mettere da parte i miei "sentimenti" per i TesseracT, che riuscirebbero a ignorare qualsiasi difetto, per cercare invece un approccio più oggettivo, in modo che le cose dubbie saltino fuori e non restino occultate tra le galassie e i buchi neri che visiteremo durante l'ascolto. Se pensiamo che tre brani sono singoli usciti in anteprima che già conoscevamo, di cui il secondo tocca i sette minuti, rimangono da scoprire solamente tre brani, più un intermezzo e un outro. Non ci resta che immergerci nell'album affrontando traccia per traccia, cercando di capire se i 36 minuti di "Sonder" riusciranno a convincerci.

Luminary

Echi lontani, suoni frastagliati, rarefatti si avvicinano da una dimensione lontana, l'atmosfera si fa subito pesante, ed entrano le chitarre distorte, con il primo riff di "Luminary" (Luminare), un riff travolgente, quasi Sludge, dal tempo indecifrabile, con Jay Postones alla batteria che ci delizia fin da subito. All'improvviso ecco la tipica atmosfera delicata, con l'ingresso della voce di Daniel Tompkins su una strofa molto orecchiabile e trascinante, suoni quieti, dolci, siamo subito al dualismo di cui si parlava precedentemente. La strofa sfocia in un ritornello tipicamente alla TesseracT, travolgente, azzeccato e incalzante. Nulla di nuovo per ora rispetto a quanto già sappiamo di loro, una canzone ben costruita, che non osa, non propone nulla di nuovo, ma ci va bene cosi, essendo il brano di apertura, per ora è un ottima presentazione. L'unico timore è quello che anche il resto dell'album si trattenga nel conosciuto, e non azzardi a tentare di stupirci rischiando il fallimento, il che in soli 36 minuti di ascolto, sarebbe alquanto fastidioso. Un punto a favore del brano è sicuramente il sound design, la produzione, e in questo caso anche il minimalismo della composizione, non dispiace sentire delle chitarre contenute che si prestano totalmente al servizio dell'atmosfera, per tenerci quasi sospesi in questa dimensione cosmica che già le prime note del brano riescono a creare. Sentiamo quasi freddo al suono di queste chitarre così taglienti, cosi massicce, per fortuna troviamo la voce di Tompkins a scaldarci, che si dimostra ovviamente ancora all'altezza per la grande versatilità ed elasticità vocale. Anche il testo, trasmette una freddezza unica, oscura, è un testo molto profondo, che parla di persone, di prigioni mentali, di solitudini, il tutto ci riporta direttamente al titolo "Sonder". Sonder è la profonda realizzazione, che ognuno di noi, anche un passante qualsiasi più che sconosciuto per strada, ha una vita o una storia, complessa almeno quanto la nostra, che egli vive costantemente, nonostante la nostra inconsapevolezza. Quindi Sonder sembra raccontare storie, storie che vanno in parallelo, che vanno avanti magari senza mai incrociarsi, storie di vite che possono anche non legarsi mai, ma che stanno li, e ognuna ha senso di esistere quanto l'altra, nel profondo ognuno di noi affronta innumerevoli problemi nella propria vita, siamo tutti impegnati nel superare i nostri ostacoli, quindi la storia di chiunque di noi può essere interessante quanto qualsiasi altra. È una forma di anti egoismo che vede porre sullo stesso piano le questioni di qualsiasi essere umano, valorizzando l'uguaglianza di tutti noi.

King

Se nella precedente "Luminary" i TesseracT non si sono sbilanciati, restando in lidi sicuri per cercare una presentazione non troppo impegnata per l'album, ecco che ci troviamo improvvisamente immersi in "King" (Re), brano che per pochi secondi non tocca i 7 minuti, quindi ci mettiamo comodi immaginando che ci sia del materiale importante al suo interno e immaginando che ci sia tutto il tempo per dar vita a qualcosa di più impegnato. Di fatto, così è; il riff iniziale sembra quasi quello di "Luminary", sintomo importante che l'album vuole avere un'identità propria, uno stile compositivo riconoscibile. Stavolta quando entra la voce di Tompkins, è qualcosa di diverso, sembra meno contenuta, più libera, più sporca, e in effetti da una sensazione più aggressiva, più particolare, e ci degna pure di uno scream, grande ritorno stilistico che ci riporta indietro fino al primo "One" del 2011. Segue un ottimo riff poliritmato dal groove tipico, che ci strappa un sorrisone compiaciuto, e poi si entra nella strofa, con un Tompkins che ritorna su lidi più pacati e orecchiabili. Il Brano prosegue in crescendo, tra ritmiche decise e riff trascinanti, l'atmosfera resta oscura e profonda, decisamente riconoscibile in tutta la durata dell'album, cosa sicuramente positiva. Il brano si fa ancora più interessante nella sezione finale, gli strumenti si fermano improvvisamente, e una sezione melodica di cori riempie l'ambiente, colpendo direttamente il nostro spirito; "They're taking away the freedom to be just you". La sezione inizia a caricarsi di energia ed esplode nella stessa frase accompagnata dagli strumenti, con una potenza melodica incredibile, sicuramente una delle parti più interessanti del disco. Il re ha tutto, totalitario e carnivoro, il re, effettivamente figura costantemente presente nel testo del brano, resta tuttavia apparentemente scollegata dal concept citato prima. In questo quesito ci viene in contro il video ufficiale del brano, che sembra invece decisamente inerente al significato che ruota attorno al termine "sonder", troviamo storie di persone diverse, che hanno problemi chiaramente molto seri; un uomo che perde il lavoro, una donna gravemente malata, e un ragazzino bullizzato. Il montaggio del video sembra evidenziare il fatto che queste persone siano collegate in qualche modo, effettivamente da un individuo, forse il "re", che le riunisce tutte alla fine del video. Insomma in realtà anche il video ha bisogno di interpretazioni in quanto troviamo sicuramente alcune immagini metaforiche, come questo individuo finale che tiene tra le mani una piantina che emette luce, sembra conservarla con cura evidenziando l'importanza di essa, probabilmente simboleggiando la vita stessa. Riusciamo più o meno a capire che si parla sempre di individui che vivono la propria vita, colma di problemi, intrecci e complessità. Spesso ci troviamo a condurre a conflitti e tumulti interni, la vita è una battaglia e quando si vive con i vincoli di una vita onerosa è facile trascurare il dono più grande che abbiamo mai ricevuto: la vita stessa.

Orbital

Poco più di due minuti, "Orbital" (Orbitale), è un intermezzo. Una novità interessante nei TesseracT, allora siamo curiosissimi di vedere come utilizzano questa soluzione strutturale. Effettivamente, se la cavano egregiamente, ci sentiamo subito catapultati in una dimensione cosmica lontana da qualunque cosa conosciuta, il freddo ci gela il sangue e le ossa, siamo incapaci di muoverci, cristalline particelle ghiacciate fluttuano dolcemente nell'aria, il tutto riempito di una flebile nebbiolina che ostacola la vista dell'ambiente intorno. Un brano esclusivamente Ambient, note di un qualche synth etereo che colpiscono veramente nel profondo, e la voce di Daniel, più leggera che mai in questa fase, che ammorbidisce ancora di più l'atmosfera, colmando gli ampi spazi vuoti intorno a noi che ci fanno sentire così piccoli e insignificanti. Le frasi di Tompkins riecheggiano nell'aria, e in qualche modo ci suonano familiari, ci mettiamo un attimo a ragionare e andiamo a scovare la verità dietro tutto questo; abbiamo effettivamente già sentito questa frase, queste parole aprivano "Lament", primo brano di "One" il debutto del gruppo; "I can't be farther away, from endless life" (non posso essere più lontano dalla vita eterna". Un piacevole flashback indietro di qualche album, quando lo stesso Daniel Tompkins, prima del cambio di vocalist, pronunciava queste parole per la prima volta, allora si può dire che i TesseracT erano ben diversi, ma forse può essere anche un segnale di un ritorno di stile alla "One" chissà, finora i riff sono ben diversi, più distesi e meno groovy, ma non sappiamo cosa ha in serbo per noi il resto dell'album, chiaro che il ritorno di Tompkins al cantato in scream, è già un bel ritorno ai tempi del primo album.

Juno

L'intermezzo cresce sempre di più, sentiamo proprio il volume che aumenta, ci sta trascinando verso qualcosa, sta aumentando la tensione e si carica di energia. Ci troviamo all'improvviso in "Juno" (Juno), con un mega riff che ci fa tornare con i piedi per terra dopo la passeggiatina nello spazio. Il riff è pesante, lento, ancora una volta, ha un gusto Sludge, il tempo riesce a tenerci sospesi, come ondeggianti tra le ritmiche, una sensazione magnifica. Tuttavia all'improvviso si traforma completamente, diventando un dei riff più taglienti e groovy dell'album, un alternarsi di note basse e alte in un incastro veramente funzionale che apre il brano al meglio. Il sound è imponente, la produzione valorizza sicuramente questo passaggio, che riesce ad essere decisamene piacevole e soddisfacente sotto molti punti di vista, soprattutto per la solita grande abilità nel creare groove funzionanti pur uscendo dal quattro quarti. Il brano prosegue poi con una struttura abbastanza regolare, nulla di stravolgente tra una strofa ricca di "slappate" di chitarra e di basso, grazie alla mente geniale del grande Amos Williams e un ritornello ben piazzato, linee vocali avvincenti e trascinanti, e una strumentale che riesce a creare radici solide nel brano. Interessante la conclusione, prima del ripetersi del riff principale, In una sezione che mette in risalto ancora una volta le magnifiche vocals di Daniel Tompkins. Si tratta di una seconda strofa differente dalla prima, che ha un senso melodico veramente eccezionale, ci trascina con se e ritorniamo a volare in alto tra i corpi celesti, in un crescendo che poi esplode un un altro ritornello, anch'esso diverso dal primo, nota positiva del brano che pur avendo una struttura abbastanza regolare, non risulta mai scontato o monotono. Ancora una volta si affronta il tema della vita e dei suoi problemi, troviamo un corpo che cade, prima sparisce nell'aria, e poi urta il suolo, carico del peso dei vari problemi che si porta dietro, che lo trascinano giù a terra. Una persona che ha sofferto, che ha pagato un caro prezzo per il danno che ha causato, una persona che ha i ricordi di una guerra, forse metaforica, con le luci e i fuochi che gli ritornano in mente. Interessante che i brani sono in prima persona, e come meglio esprimere un concept del genere se non in prima persona. Affrontare i problemi della vita di una persona qualunque direttamente dall'interno, trovando il suo punto di vista, il suo stato d'animo, come il corpo che svanisce nell'aria, o che cade a terra. Una mente afflitta dai sacrifici e dalla sofferenza che nella parte finale del brano si rivolge a un probabile salvatore, chiedendo di rivelarsi in un primo momento, e in un secondo se non si salverebbe per lui. Fase abbastanza criptica del brano, in cui questo nuovo soggetto compare all'improvviso, presentato in seconda persona come fosse un discorso diretto, sorge il dubbio che l'individuo stia parlando con il "Re" del secondo brano dell'album?

Beneath my Skin

Sentiamo lontani armonici di chitarra, qualche eco rarefatto che si avvicina, e un arpeggio che piano piano, nella notte prende forma. Mentre pulita e decisa, la voce di Tompkins se eleva sopra questa nebbia di suoni opachi e distanti, come una costante fissa. "Beneath my Skin" (Sotto la mia Pelle) è sicuramente uno dei momenti più profondi dell'album, uno dei più oscuri, e soffocanti, insieme al brano che lo segue. L'atmosfera è pesante, ma immobile, non vaghiamo più, siamo incatenati al suolo, intorno è tutto buio e le emozioni sembrano farsi materia solida, e le sentiamo addosso, le sentiamo, sotto la nostra pelle. Non vediamo a più di un metro di distanza per la fitta nebbia che ormai si è accumulata intorno a noi, il respiro si fa affannoso, siamo incapaci di muoverci, riusciamo solo, a malapena, ad osservare ciò che abbiamo intorno. Il testo ovviamente, è ancora più criptico dei precedenti, ancora una volta in prima persona, troviamo dei sentimenti nascosti, sotto la pelle, forse nell'anima, nascosti nel profondo del corpo. Siamo liberi di porre interrogativi al mondo? Non sono sicuro, Io credo di no. La disperazione in questa frase, la sentiamo vivissima in noi, prende quasi forma diventando visibile. Il brano resta avvolgente per tutta la durata, ci porta nell'abisso e ci fa sentire in prima persona il peso che il soggetto si porta dentro e da cui non si riesce a liberare. La pesantezza si fa sentire nel riff iniziale, decisamente poco lineare e banale, qui potremmo pero' accennare un difetto che ho trovato nell'album, i riff, sembrano manca in genere di evoluzione, sono tutti molto belli, ma sono piccoli schemi che si ripetono all'incirca un paio di volte e poi passano via, potevano sicuramente dare una maggiore importanza a questo aspetto. Dai TesseracT ci si aspetta comunque una certa sperimentazione nelle ritmiche, nei cicli strutturali, nei disegni chitarristici complessi e intricati, invece tutto questo sembra venire a mancare, la progressione delle vere e proprie forme strutturali. Il che lascia spazio ad una leggera piattezza e superficialità a cui non siamo abituati da parte del gruppo in questione. Tutto il contrario invece per le parti più soft, nelle quali la profondità melodica, è più che valorizzata e riesce a regalare emozioni di altissimo livello. infatti, il brano si conclude con un'ottima esplosione melodica, e subito dopo ritorna lo stesso identico riff iniziale, senza alcuna variazione, o progressione. Risulta un ottimo brano che ci lascia pero un leggero amaro in bocca, poteva darci di più.

Mirror Image

Si passa senza avviso alcuno, a "Mirror Image" (Immagine Riflessa), collegata egregiamente al brano precedente, da un ponte di suoni Ambient, che ci conducono in una zona ancora più profonda e oscura, per poi all'improvviso perdere qualunque peso; il nostro corpo inizia a fluttuare, leggerissimo, privo di massa, o forse non vi è più gravità. Semplicemente le note arpeggiate di chitarra e le correnti di synth, ci trasportano con dolcezza, mentre la voce di Tompkins ci illumina, con una luce che forse non è mai riuscito a emettere così forte. Lo possiamo affermare con certezza, questo passaggio di "Mirror Image" è il più emozionante di una discografia che sicuramente, sa far emozionare già abbastanza. Citando direttamente il testo; il lampo si infranse in un'immagine riflessa della verità, mi tiene sveglio, le stelle iniziano a cadere, una meditazione da assolvere, che mi tiene sveglio. Ovviamente in inglese, fa tutto un altro effetto, una potenza poetica restituita tutta a livello melodico, in un passaggio veramente da lacrime. Nota positivissima all'album. Il brano continua su questa linea, è quasi un sollievo in realtà non trovare in mezzo alla strada uno di quei riff improvvisi che si sarebbero ripetuti una o due volte per poi sparire nel vuoto andando a tagliare un'atmosfera emozionante. Invece il brano progredisce, e non è un termine che uso casualmente, in un crescendo, sempre molto emozionale, che culmina in chitarre distorte che pero' accompagnano perfettamente una sensazione di pesantezza e tristezza che sembrano non abbandonarci più.

Smile

Ancora una volta, un suono cosmico in lontananza congela l'atmosfera e irrompe pesantemente nella scena, con un riff che conosciamo bene, di fatto il brano era già uscito come singolo. Tuttavia interessante il fatto che l versione dell'album sia diversa da l singolo, e inoltre piacevolmente più lunga. "Smile" (Sorriso) è un brano che mi aveva subito colpito, al contrario di molti, l'ho trovato decisamente solido e originale. È il brano più azzardato dell'album, non che appunto abbiano osato chissà quanto, pero' apprezziamo il fatto che "Smile" sia un brano che si discosta leggermente da quella formula regolare e definita dell'intero album. Troviamo una strofa accattivante, un sound design spaziale, e un ritornello trascinante, senza dubbio il ritornello migliore di Sonder. Anche in questo brano i riff soffrono di una mancata evoluzione, ma almeno hanno vita propria e una propria personalità, incastonati ottimamente all'interno del brano. La grande sorpresa è sicuramente il secondo ritornello cantato in scream da Tompkins, una trovata decisamente valida per spezzare la linearità e per aggiungere quella briciola di cattiveria che riporta ancora una volta piacevolmente indietro nel tempo. Anche il testo è decisamente oscuro, questo sorriso che ha dell'inquietante, come gli occhi colossali, o l'ombra che copre il sole, rispetto la quale ci dice di non chiederci perché. In "Smile" si parla della manifestazione di un'entità, niente di meno che il lato più oscuro della condizione umana, ironicamente il sorriso del male, trasmette una sensazione decisamente straniante. L'entità copia l'esistenza umana, osserva, consuma, si evolve, riproducendo la nostra presenza in forma colossale. Il finale ci regala un minutino in più rispetto alla "Smile" che conoscevamo già, il che è piacevole, essendo il penultimo brano dell'album, lasciando un minimo di più il segno e avendo un impatto maggiore all'interno dell'opera. Il finale risulta essere una ripresa del tema principale in cui un groovy riff sostenuto e raffinato ci accompagna e fa da ponte verso l'ultimo episodio del nostro breve viaggio, resta forse per ora la lieve amarezza di non aver assistito a qualcosa che abbia fatto sobbalzare dalla sedia per lo sgomento o la sorpresa.

The Arrow

"The Arrow" (La Freccia), outro classica e imponente tipica del marchio TesseracT, quel brano che ha lo scopo di tirarci un colpo sullo stomaco e sentirne le conseguenze per il resto della giornata, o almeno finche non si ripreme play e si fa ripartire l'album, almeno cosi era accaduto per il finale di Polaris in particolare, ma anche gli altri due album non ci vanno alla leggera. The Arrow ha tutte le potenzialità per comportarsi in questo modo, ma in qualche modo, risulta sfuggevole, come il tempo, in quei momenti nei quali ci passa scorrendo tra le dita, non ce ne accorgiamo neanche. Il che è strano, perché è un ottimo brano, una bellissima conclusione, emotiva, melodica, struggente, ma rappresenta anche a pieno la sensazione negativa di tutto l'album; in qualche modo sembra scivolare via troppo facilmente, fin troppo compressa, breve. Una brevità che non è solamente temporale, è una brevità rappresentata anche dalla forma e dai contenuti; tutto troppo leggero, vola via col vento, lasciandoci solo il vago ricordo di quello che abbiamo ascoltato fin ora. Il volo di una freccia scoccata, che traccia un'ampia parabola nel cielo, e in pochi secondi scende a terra, raggiungendo nell'arco di tale traiettoria un punto più alto, che non raggiungerà più da quel momento in poi, e poi saprà solo scendere, per tornare all'altezza iniziale e fermarsi. "The Arrow", concettualmente descrive questo album, il tempo di una freccia scoccata, che poi muore a terra dopo pochi secondi e non ci si pensa più. Come si evince dal testo, guardare la propria vita andare in pezzi, proprio come la freccia, che con il suo moto parabolico sai benissimo dove andrà a finire.

Conclusioni

Arrivo diretto al punto senza tante complicazioni; 36 minuti sono pochi. Per un album del genere, per quello che ci si aspetta dai Tesseract, soprattutto dopo un lavoro come Polaris, sono pochi. Dispiace, purtroppo dispiace perché vedere delle belle idee come queste, perché "Sonder" ne è pieno, sia concettualmente che musicalmente, racchiuse e compresse in così poco materiale è un vero peccato. Sembra quasi una forma di pigrizia, come se non si fossero soffermati abbastanza, come se avessero dato poca profondità a qualcosa che poteva averne molta. Il tema delle sensazioni alle quali non si riesce a dare una spiegazione, questo sentimento interiore, che ci porta a domandarci varie cose su ciò che abbiamo intorno, o anche dentro. È un tema interessante sviluppato con delle forme musicali molto belle, ovviamente i TesseracT restano dei maestri, formazione inimitabile, sia a livello compositivo che esecutivo. Mi duole davvero dover sottolineare questo aspetto così negativo dell'album, ma purtroppo lascia una sensazione di vuoto, sentiamo che vogliamo sentirne ancora, vogliamo altro materiale, continuate a parlarci di questo tema perché proprio nel momento in cui stavamo diventando un tutt'uno con le atmosfere, le vocals sognanti e le strutture ritmiche dell'album, esso si è concluso. È come se non ci avesse dato la confidenza che volevamo, come se rimanesse un conoscenza lontana che sappiamo non riusciremo mai a esplorarla in tutti i suoi aspetti. Rimarrà freddo, distaccato, anche con gli ascolti seguenti. Resteranno i momenti di "Mirror Image", di "Juno" e "King" che ci coinvolgeranno emotivamente, aprendo un buco nero dentro di noi, tuttavia questo solo momentaneamente, non riescono a rimanere nel tempo e a sedimentarsi nel nostro spirito. Sotto questo aspetto, meglio per quanto riguarda tutto il lato concettuale, compresi i testi, che riescono a impressionare, con la loro natura metaforica, e a dar vita ad un senso di oscurità e mistero che ci accompagnano per tutta la durata dell'album. Un album che tratta temi introspettivi, nei quali riusciamo ad immergerci, grazie appunto a dei testi molto ben scritti, a cura dello stesso Daniel Tompkins, protagonista assoluto del quarto lavoro in studio dei britannici. La produzione, curata direttamente da Acle Kahney, chitarrista del gruppo, e da Aidan O'Brien, è eccezionale, non è una sorpresa, ci hanno abituato ad un grande suono fin dal primo album, migliorando di volta in volta, personalmente, trovo il suono appena meno piacevole rispetto a "Polaris" e "Altered State", nei quali il rullante e il basso avevano più corpo, e il mixing generale era meno tagliente, questione di piccole differenze che non vanno a influire più di tanto sul giudizio finale. Sonder è un album che doveva semplicemente durare di più, doveva esplorarsi più a fondo nelle varie sfumature che poteva presentare, che i TesseracT hanno Lasciato nell'ignoto, cercando di racchiudere questa immensa vastità introspettiva in sette tracce, che appunto non riescono a rappresentare la totalità dei significati del termine "Sonder". Posso dire che io stesso sento quasi un sentimento di "Sonder" nel ricercare dentro di me quest'inspiegabile senso di vuoto che mi tormenta al termine di ogni ascolto di questo album, un senso che traduco in una forma negativa, nonostante apprezzi praticamente ogni passaggio. In conclusione, il voto che mi sento di attribuire all'album, è un 7/10, perché ci si aspettava di più, ma in ogni caso è un opera valida, in cui ci sono perle musicali di una bellezza infinita, alle quali, se siamo già fan dei TesseracT, siamo abituati.

1) Luminary
2) King
3) Orbital
4) Juno
5) Beneath my Skin
6) Mirror Image
7) Smile
8) The Arrow