TESSERACT

Polaris

2015 - Kscope

A CURA DI
ALESSANDRO GARGAGLIA
23/12/2019
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione recensione

Una caratteristica fondamentale del Metal dei nostri giorni è il suono stesso del Metal. Con lo sviluppo tecnologico e gli studi sempre più precisi di macchinari, analogici o digitali, per la produzione del suono, si riesce oggi a creare un suono multidimensionale che riesce a farci immergere totalmente in ambienti profondissimi. Sempre di più ormai la produzione di un album gioca un ruolo fondamentale nel risultato finale della fruizione dell'ascoltatore. Si sono fatti enormi passi avanti per dare un suono più piacevole e più avvolgente alle chitarre distorte tipiche del Metal, e si è riuscito sempre di più a farle funzionare insieme a un solido suono di basso distorto che si amalgama perfettamente con il resto della strumentale andando a creare una base di basse frequenze indispensabili per l'intero mix. Per non parlare del suono delle batterie, sempre più precise; ogni piatto è ben distinguibile, cassa e rullante sono sempre al posto giusto, e hanno equalizzazioni più piacevoli all'orecchio. vi è una cura maniacale per il suono finale, ogni cosa sembra ormai raggiungere la perfezione. La grande questione è se tutta questa lavorazione finale non risulti poi un po' fredda e distante; il tocco umano sullo strumento ci lascia pian piano, in favore del tocco freddo degli automi. Risposta oggettiva non esiste, vi è il momento in cui prendi un bel disco Black Metal anche leggermente datato, lo metti sù, e quel senso di trascuranza, quella distorsione non contenuta, ti aggredisce, riesce ad essere pungente esattamente come un disco Black dovrebbe essere, ti gela le ossa trasmettendoti le giuste sensazioni, ed è incredibilmente funzionale. Poi invece vi è quel momento in cui vuoi chiudere gli occhi, e vuoi vagare nello spazio, cullato dai suoni dolci del nuovo Metal ben prodotto, allora prendi "Polaris" dei "TesseracT". Premi play, e inizi a domandarti come sia possibile tirar fuori un suono così bello da una chitarra distorta che suoni anche tu nella tua cameretta, e senti ogni volta quei fischi fastidiosi che nelle tue orecchie stavolta, sono magicamente spariti. "Polaris" è un album prodotto direttamente dentro uno shuttle, in orbita di un pianeta lontano, in cui Ambient e Metal, più precisamente Progressive Metal, si mischiano dando vita a qualcosa di unico, creando dimensioni cosmiche nelle quali veniamo catapultati, con il basso iper dinamico di Amos Williams, la frenesia poliritmata di Jay Postones alla batteria, le sassate ritmiche di uno dei migliori duo chitarristici del panorama Metal attuale: Acle Kanhei e James Montheit, e il grande ritorno sulla scena, di un vocalist più unico che raro: Daniel Tompkins, che ritorna la voce dei TesseracT dopo aver lasciato il gruppo appena in seguito l'uscita di "One", sostituito dall'altrettanto particolare Ashe O'Hara in "Altered State". Cercando di evitare troppi spoiler, la questione è una; dopo un grande debutto come "One" (2011), e un lavoro maturo e coeso come "Altered State" (2013), raggiunto nonostante il cambio di vocalist, senza nulla togliere all'ottima prestazione di O'Hara, le aspettative sono decisamente alte. Ci aspettiamo tanto da un gruppo che già dai precedenti sembra essere in grado rappresentare le vette più alte del Progressive Metal contemporaneo. È giunto il momento dunque di metterci comodi, e prepararci per un viaggio incredibilmente immersivo all'interno di questo album, tra i meandri delle ritmiche Djent, delle chitarre a sette corde e del magnifico "sound design" a cui andiamo incontro.

Dystopia

Familiari suoni di una leggerezza unica si avvicinano dal cosmo, radiazioni crescenti sembrano pronte ad esploderci in faccia, e in pochi secondi ci troviamo subito sospesi per aria e scaraventati ovunque da una ritmica esplosiva, con le chitarre distorte che entrano coese in maniera inconcepibile con un basso che ci propone una sensazione ritmica mai provata fino ad ora. Capiamo subito di trovarci all'interno di un suono che vorremmo sentire all'infinito. Un bilanciamento tanto perfetto che le distorsioni sembrano avere una dolcezza unica, come se non esistessero più spigoli, tutto perfettamente arrotondato e dolce, tuttavia allo stesso tempo aggressivo e dirompente, siamo di fronte ad una perfezione sonora. Si apre la strofa di "Dystopia" (Distopia) con un basso slappato come piace a noi, accompagnato da un drumming dal groove sofisticato e deciso, e un Daniel Tompkins che entra invece con voce graffiante, sporca e su un timbro insolitamente basso. Il tutto è estremamente piacevole, il basso è un binario, scandisce la totalità del suono captato dalle nostre orecchie, canalizzando al nostro cervello un senso di groove sorprendente, sembra di sentire di fatto del Funk distorto, traslato nella violenza del Metal. Un appunto va fatto anche al drumming che sostiene il brano grazie ad una abilità compositiva impressionante, ogni colpo di cassa è dove deve stare, a braccetto con le note di basso, ma sempre pronto a sorprenderci grazie ai tempi mai lineari e convenzionali. Da sottolineare tutta la sezione della seconda strofa, nella quale troviamo una progressione di riff da applausi, serietà, abilità e genio compositivo al massimo livello. Protagonista del brano è la sua non struttura, caratterizzandolo andando ad ampliare i suoi orizzonti, abbattendo tutti i muri delle convenzioni e costruendo un flusso di riff che andando a crescere costituisce una struttura incredibilmente geometrica. Questo concetto ci rimanda direttamente al tesseratto, figura geometrica che corrisponde a un ipercubo, ossia un cubo quadridimenzionale, non che simbolo e nome del gruppo. Ma arriviamo alle faccende complicate, il concept dell'album sembra voler arrivare al fatto che per quanto l'uomo la cerchi, non esiste una verità assoluta e universale, o comunque essa ha varie sfaccettature. Questo tema si riversa anche nel condizionamento sociale a cui siamo esposti ogni giorno da parte dei media, che oscurano costantemente la verità, e controllano cosi il popolo nell'estremizzazione della "distopia" giocando con la paura. La "distopia" viene spesso vista, come nella letteratura inglese di "Orwell" o "Huxley", sotto forma di regimi totalitari del futuro, che utilizzano lo sviluppo tecnologico, specialmente dei social media, per creare false verità e per assoggettare le masse al fine di un controllo appunto totalitario. È un tema di cui si potrebbe parlare fin troppo, ma perderemo cosi facendo il filo dell'album, perciò ci limiteremo ad analizzare i tratti distopici che ricorrono nei testi dei brani.

Hexes

La precedente "Dystopia" ci lascia lentamente con un flusso di suoni Ambient, rimaniamo sospesi nel vuoto, se abbiamo sentito prima i "TesseracT" conosciamo già questa sensazione. Potrebbe anche durare in eterno, tanto il tempo si è completamente fermato, nulla può interagire con noi in questo momento, ma ecco che senza accorgerci, si sfocia in "Hexes" (Esagoni), durante questo ponte di sintetizzatori. I suoni si fanno più vicini ancora una volta, e qui entra divinamente la voce di Tompkins, leggerissima seguendo questo flusso che ancora ci sostiene. Arpeggi lontani ci circondano rendendo l'atmosfera ancora più rarefatta, stando al gioco di Delay e riverberi. La strofa è un crescendo, e quando sfocia nel ritornello avviene la magia; il basso entra spazzando via tutto, un suono pulito, solido, profondo, si porta la batteria a braccetto, e con un tempo difficile da interpretare danno vita insieme a Tompkins a forse il ritornello più bello dell'album. "Non è un segreto che questa mente sia avvolta nella storia, non è un segreto, questa mente si muove nello scompiglio, non è un segreto, questa mente rabbrividisce nel mistero, non è un segreto, trovo il terrore nella memoria". Il ritmo si fa più incalzante, entrano i colpi di rullante in modo leggermente più regolare, il basso si fa più groovy, ed ecco che entrano le chitarre distorte, con un riff che ci ricollega al secondo ritornello, stavolta molto più maestoso e avvincente, con le chitarre, e i Crash aperti, e una piacevolissima armonizzazione sulla voce, interpretata anche da Martin Grech, ospite per questo brano. "Hexes" è un brano profondissimo, anch'esso abbastanza destrutturato, nonostante questa sorta di ritornello che si ripete due volte comunque in modo diverso. "Hexes" ci colpisce, ci cattura con le sue atmosfere sognanti, siamo completamente estraniati dalla nostra realtà, ci troviamo in un altra dimensione cosmica, dalla quale non possiamo più tornare, ormai il nostro viaggio l'abbiamo intrapreso, e ora siamo nel mezzo di esso. Il testo ci lascia poco di chiaro, un passato, (la storia) sembra essere impressa in questa mente, che si dispera, si dimena, ritrovando un po le stesse sensazioni di "Dystopia". La storia ci "esagona", metaforicamente il brano è totalmente incentrato su questo tema, in quanto la storia racchiude l'umanità e la sua mente, in modo geometrico, ben definito. Le vicende distopiche nascerebbero infatti da errori storici, nei quali si presuppone l'umanità non debba ricadere, un regime totalitario con il potere sulla tecnologia, applicato al controllo delle forme di comunicazione dei media, sarebbe distruttivo e terrificante. Il breakdown finale, se cosi possiamo chiamarlo, ci regala intense emozioni guidate dall'adrenalina, e ci accompagna verso il prossimo passaggio dell'album che prende il nome di "Survival".

Survival

"Survival" (Sopravvissuto), è il brano più "Pop", pur prendendo questa definizione alla lontana, dell'album; si apre con una linea melodica molto orecchiabile, che fa da vero e proprio ritornello. Tuttavia la strumentale sotto non ci va mai troppo leggera e ci regala sempre e comunque una qualità tecnica e compositiva devastante, ricordandoci che se esiste un modo per unire Metal altamente tecnico a scelte melodiche orecchiabili e tendenti appunto al Pop, il modo perfetto è esattamente questo. Complessità e linearità si legano in una cosa sola, contaminandosi a vicenda e riuscendo a regalare emozioni potentissime, ricordiamoci sempre la grande abilità dei TesseracT di trattare la complessità tecnica sempre in funzione dell'aspetto compositivo, in modo particolare per quanto riguarda la ritmica, riuscendo a non ricadere mai nel virtuosismo fine a se stesso. Da sottolineare infatti l'assenza di assoli sbrodoloni volti a riempire spazi vuoti, ovviamente per scelta stilistica. I TesseracT costruiscono un'atmosfera astratta, eterea, che non viene mai interrotta, ci regalano una serietà e una maturità compositiva veramente estrema, uno degli aspetti migliori del gruppo è proprio questo. Inoltre il riff di chiusura del brano è un tripudio di schitarrate Djent, e ritmiche storte con il solito percorso groovy di Jay Postones e Amos Williams. "Survival" ci regala un ritornello che ci troveremo stampato nella mente, passeremo le prossime giornate a canticchiarlo tra noi come se fosse un brano sentito in radio con frequenza. "Scomparirò con una visione del domani?", il testo di questo brano è intriso di distopia, oppressivo come i colpi distorti del basso che risaltano durante l'ottimo ritornello. Riusciamo a immergerci nei dieci anni che il nostro protagonista ha passato, tra speranza e dolore, ad aspettare la luce, e le persone dicono che "la vita è appena iniziata". I testi non ci danno mai riferimenti troppo chiari di un qualche regime od oppressione, ma possiamo tuttavia osservare da vicino le emozioni di uno o più soggetti, che vengono esaminati nei momenti più duri. In Polaris c'è dolore e disperazione, dietro tanta leggerezza vocale, si nasconde un'oscurità profondissima.

Torniquet

"Torniquet" (Laccio Emostatico) è una sensazione solida, ce la sentiamo addosso fin dalle prime note dell'arpeggio di apertura, più lievi che mai, ma tuttavia lacerano profonde ferite nella nostra anima. La voce di Daniel si posa come una piuma su queste lievi correnti ventose rimanendo sospesa, riuscendo a trovare il perfetto equilibrio facendoci perdere qualunque contatto con la nostra massa. Tutto ciò che abbiamo intorno sparisce, si apre davanti a noi invece un sentiero oscuro, un solco segnato da una lacrima, emozioni pesanti ci avvolgono. "Tourniquet" è un mantello, lo sentiamo sulle spalle, non riusciamo a scrollarcelo di dosso, è una sensazione opprimente che ci tormenta e non ha pietà, vuole farci male dentro. È un mantello di emozioni che usciamo per nasconderci, per voler stare un po da soli, lontano da tutto e tutti ascoltando queste dolci pugnalate al cuore. "Tourniquet" è un laccio emostatico, lo sentiamo stringerci, bloccare il passaggio del sangue, lo sentiamo attorno al nostro braccio, ma che in realtà fa presa sul nostro cervello oscurando il resto. Ci separa da tutto ciò che abbiamo intorno, per sei minuti, di fatto smettiamo di esistere e ci abbandoniamo totalmente al piacere dell'udito, al piacere di provare emozioni pesanti trasmesse da linee melodiche. L'amore sembra il tema centrale del brano, l'amore come laccio emostatico per stoppare la propria emorragia. Un'amore che impedisce di pensare all'esterno, a tutte le brutte cose che accadono fuori, le libertà negate, ormai concetti troppo lontani, le oppressioni mediatiche, tutto si riversa in un'implosione dello spirito su se stesso, un soffocamento e un emorragia che può essere fermata solo da un sentimento come l'amore, un qualcosa che non ti può negare nessuno. Inoltre l'amore è un altro grande mistero della natura umana, perché ci amiamo, cosa significa a livello sentimentale? Come fa un sentimento ad essere così forte, da farci ignorare l'oppressione che ci circonda. Con questo brano i TesseracT ci danno la conferma di poter passare da un registro all'atro, dal groove più intenso al sentimento più dolce e profondo, con grande abilità, il brano rimarrà impresso nella nostra anima, come un qualcosa di solido e pesante che non va più via.

Utopia

Le prime note di "Utopia" (Utopia), si prospettano essere come la precedente; le vocals di Daniel restano leggere, accarezzate da chitarre soffici e cristalline. Tuttavia all'improvviso la scena cambia, rientrano le distorsioni, batteria aggressiva, e la voce di Daniel si fa più graffiata. Da qui in poi si entra nel vivo del brano; in un attimo ci troviamo in una struttura di soli groove in cui il basso regna sovrano su tutto. "Utopia" racchiude in se stessa il concetto più profondo di groove, le linee di basso sono semplicemente sorprendenti, sovrapposte a tratti da chitarre distorte ma sempre molto contenute e da un drumming che spazza via ogni cosa. Anche le vocals le troviamo decisamente originali, seguendo il groove con una sorta di mood quasi Hip Hop, ancora una volta graffiate, sembrano volersi amalgamare con le chitarre. Questo brano è una delle vette più alte mai toccate dai TesseracT, racchiude al suo interno una visione del Metal che va oltre la sua concezione originaria, una concezione di musica, fatta di suoni piacevoli, di sensazioni ritmiche potenti, dinamiche. Mai il basso è stato cosi importante nel Metal, valorizzato da un suono che raggiunge la perfezione. Il finale diventa un vero e proprio vortice, con le vocals di Daniel che toccano lo scream, e la strumentale che diventa pesante riprendendo i primi passaggi dell'album. Concettualmente un'utopia è l'opposto di una distopia, è un mondo inesistente in cui tutto funziona al meglio, in cui tutti i cittadini hanno pari diritti e regna la libertà. La differenza maggiore tra questi due termini è che mentre l'utopia nasce dalla fantasia, come potrebbe essere tra le tele del pittore del brano, in quanto uno stato sociale del genere non è mai esistito e in quanto si usa anche il termine "utopico" per screditare la possibilità concreta di qualcosa di ideale. La distopia nasce invece da eventi storici realmente accaduti, ossia i regimi totalitari, trasposti in genere in un futuro iper tecnologico e oscuro. L'utopia, può considerarsi come un modello ideale puramente teorico, e dunque una meta irraggiungibile, proprio come il concetto di una verità assoluta. L'inconsistenza attribuita all'utopia e agli utopisti viene espressa sottolineando come innanzitutto ogni utopista sia totalitario e come l'utopia si fondi su tre presupposti gnoseologici insostenibili, quali: conoscere il tutto (inteso come insieme della società), conoscere cosa è il bene e cosa è il male, conoscere una definizione oggettiva di uomo perfetto. Quindi in pratica la somma verità universale di cui Polaris ci parla. Ritenendo di conoscere ciò, all'utopista viene attribuito di credere che il mondo del suo tempo sia interamente errato e pertanto che sia necessario sviluppare un cambiamento totale dello stesso secondo regole e principi stabiliti dall'utopista stesso, divenendo dunque un totalitarista. Dunque un'utopia risulta impossibile in quanto bisognerebbe prima essere a conoscenza di quelle verità assolute sull'uomo che sono pertanto irraggiungibili.

Phoenix

Tanti, davvero tanti contenuti fino a qui, tuttavia, come è giusto che sia, non siamo ancora sazi. Ed ecco i TesseracT che ritornano a regalarci emozioni con "Phoenix" (Fenice). L'apertura è una vera e propria ventata di aria fresca, una melodia emotiva e avvincente ci trascina con se, esplosiva, carica di energia cosmica, pronta a liberarci in aria nell'infinito e ignoto universo. "tu esisti, e sei mio amico, vivremo mai in armonia?". Di nuovo come in "Survival" il ritornello apre il brano, e lo va infine a chiudere, struttura interessante a cui fare attenzione, per ritornare al discorso che si, l'album è molto orecchiabile, vocalmente poco Metal, ma occhio alle strutture sperimentali e anti convenzionali, che quasi riescono a sparire, in favore di una linearità apparente. L'unica strofa centrale è parecchio dilatata, atmosfere distese e cristalline, basso onnipresente come al solito, e questa volta Daniel Tompkins davvero si supera andando a ritagliarsi un suo spazio per sperimentare con vocalizzi che raggiungono vette di tonalità decisamente irraggiungibili da un essere umano, lui le raggiunge, e non solo nella versione in studio posso assicurarvelo. "Phoenix" sembra una ventata di speranza, il testo è più arioso, meno cupo, si parla di una rivoluzione, di una rinascita, dopo la tempesta. "ora posso tornare a respirare di nuovo", questo è un estratto emblematico del testo, che troveremo anche più avanti, potrebbero essere le sensazioni della fine del controllo distopico, di una rivoluzione andata a buon fine, non ci è dato saperlo, sentiamo solo che la sofferenza che abbiamo provato poco fa, quel senso di vuoto che prendeva forma dentro di noi si sta leggermente affievolendo, riesce anche a filtrare un po' di luce. Il ritornello finale chiude la canzone, insieme a quello in apertura, sembrano stare a proteggere un flusso centrale, come se dovessero segnarne i confini, due strutture agli estremi, che contengono una materia fluida e malleabile al centro. Mi ritorna in mente la figura dell'esagono di "Hexes" e della cover art dell'album, con tanti esagoni di colori differenti che potrebbero inoltre rappresentare le varie sfaccettature dell'esistenza umana, e della verità assoluta che circonda questo tema. Varie storie diverse che si completano e coesistono nello stesso piano d'esistenza.

Messenger

Taglienti e profonde chitarre aprono "Messenger" (Messaggero), settimo brano di "Polaris", portando un gran dinamismo nell'aria. Ottimi riff si susseguono, intro che prende la definizione di "Djent" e la porta in alto maestosamente. Sopra questa strumentale infuocata si erge una linea vocale effettata di Tompkins, anche lui esplosivo, che ci porta in seguito in una strofa leggermente più distesa, poi si ripete nuovamente il riff iniziale e il brano si rovescia in una fase ritmica super coinvolgente, nelle quali singole note slappate di basso e chitarre, seguono un pattern di cassa e rullante indecifrabile, nel quale la voce di Daniel si posa stavolta più leggera. Questa fase è interamente un crescendo per gli "open chord" finali, che innalzano il brano a timbri quasi epici e ci lanciano a tutta velocità nell'iper spazio. Per gran parte del brano nella voce è applicato un effetto di distorsione, sembra quasi una sfocatura, che a detta dello stesso Tompkins rifletterebbe l'offuscamento delle verità da parte dei media. "Messenger" evidenzia un risveglio sempre maggiore dall'assalto del condizionamento sociale a cui siamo esposti ogni giorno dai media. La verità viene costantemente oscurata, e il pubblico viene soggiogato a causa di questo ignorare la realtà. Questa ambigua e criptica figura del messaggero potrebbe equivalere a una sorta di messia, il portatore della verità, colui che riesce infine a far aprire gli occhi al popolo. Sembra proprio il messaggero che parla quando chiede se si riesce a vedere l'alluvione, ovviamente in senso metaforico, se si riesce a sentire l'urgenza. "Messenger" è il brano scelto come singolo di anteprima dell'album, a detta di James Montheit , perché era il brano che poteva sollevare più critiche da parte dei fan, poteva creare una gran divisione tra idee e impressioni differenti. Era interessante pubblicare un brano che non rappresentasse poi al meglio lo stile del resto dell'album. Creare aspettative, curiosità, tensione, era il vero intento della pubblicazione.

Cages

L'esplosività di "Messenger", la sua maestosità, si riversano nel vuoto. L'apertura di "Cages" (Gabbie) è puro vuoto cosmico, antimateria, oscurità. Un buco nell'anima, ancora quello lasciato aperto da "Tourniquet". Un velo di Synth d'atmosfera fluttua nel nulla che ci circonda, e un brivido pervade la nostra schiena quando dolci ma congelate note di una chitarra priva di qualunque tipo di distorsione, e ricca invece di riverberi, pervadono lo spazio intorno a noi, riempiendolo piano piano, come se ci fosse troppo spazio, e non potesse essere mai riempito tutto. L'ingresso di basso e batteria ci affermano all'interno del brano, che si riversa in una strofa, con le corde delle chitarre ancora pulite pizzicate in qualche dimensione estranea. Un crescendo inizia a prendere forma, con Dan che diventa sempre più vicino e potente, ma ancora contenuto, capiamo che ha un sentimento dentro di se pronto ad esplodere e a travolgerci. I groove incalzano, iniziano a delinearsi non ancora in modo definitivo, una materia cosmica, inconcepibile, che muta forma e stato in continuazione, modificandosi in un ciclo infinito, e pero' ad ogni passaggio diventa leggermente più nitida, più definita. Finalmente il groove esplode, una carica luminosa ci abbaglia totalmente, e la potenza delle chitarre distorte, e il "China cymbal" viene smembrato da Jay Postones, in un riff da capogiro, con Daniel che ritorna ai tempi di "One" concedendosi un potente e rabbioso scream, sfogandosi per tutto quello che aveva tenuto dentro durante la costruzione del brano. Inoltre le linee vocali sono incredibilmente ispirate, troviamo scelte melodiche decisamente creative e sperimentali, possiamo dire che è forse il brano in cui Tompkins ha potuto di più giocare con le sue qualità, non tanto a livello tecnico, bensì a livello compositivo e armonico. Il testo è un pozzo di oscurità; gabbie, gabbie di solitudine. Trovo che sia uno dei testi migliori di Daniel in assoluto, fin dalle prime frasi, in cui descrive il nulla che si ritrova dentro, non ci sono emozioni, preoccupazioni, dispiaceri, solamente il vuoto. "Tu sparisci, mentre sono abbandonato qui, bloccato in isolamento". Il finale in scream ci regala una perla dal punto di vista testuale: "costruisci le tue gabbie, gabbie di solitudine".

Seven Names

Siamo al capitolo finale, un senso di solitudine continua ad avvolgerci, i feedback Ambient sono di nuovo intorno a noi, ci cullano, e delle leggerissime note di piano arrivano riecheggiando nell'aria, sono leggeri accordi che ci vogliono lasciare un segno dentro. Il basso entra insieme alla voce in "Seven Names" (Sette Nomi), prendendo le redini del brano, conducendoci verso un lato ultra melodico, nel quale la tristezza prende il sopravvento. Quello che sta per succedere è del tutto inaspettato. Il solito crescendo, sfocia nel momento più emozionante dell'album, non ci sono obiezioni. Daniel esplode in una delle melodie più belle che esistano, carico di sentimento, sembra quasi pieno di disperazione, una rabbia carica di tristezza, i brividi ci pervadono. Siamo totalmente immobili, quasi incantati di fronte a tale grandezza, scopriamo la profondità delle emozioni che la musica ci può far provare, siamo quasi confusi, vorremmo che la sensazione di questi 30 secondi di "Seven Names" durasse per sempre. La disperazione a sentiamo anche nel testo, si può avvertire sulla propria pelle. Ritorna nei primi versi, la frase "posso respirare di nuovo", il soggetto, ci dice di essersi lasciato tutto alle spalle per guardare i giorni che passavano, mentre ci indica di prenderci il nostro tempo ma con la consapevolezza che esso scorre, non aspetta nessuno, e non dobbiamo fare tardi. Non dobbiamo inoltre guardarci dietro perché questo peggiorerebbe le cose. Difficile capire esattamente a cosa si riferisca Daniel, il testo è come al solito criptico e non segue un concept narrativo lineare, questo succede in tutto l'album, anche per questo non è facile dare un'interpretazione a ogni singolo brano. Sembrerebbe pero, un discorso di una persona che ormai ha terminato la sua vita, e dopo la morte viene a parlarci per consigliarci di non commettere i suoi errori. La parte finale, non che la più emozionante del brano, si basa sull'indecisione che ci esterna il soggetto; prima ci chiede perché non lo perdoniamo, si giustifica dicendo che era cosi solo, e inzuppato fino alle ossa. Appena dopo invece ci chiede come abbiamo potuto perdonarlo, dato quanto sia stato pietoso e imperdonabile. Potrebbe in realtà riferirsi a Dio, dai sette nomi santi. Potrebbe essere proprio il rapporto tra un ateo e un Dio che decide di non perdonarlo, rifiutando di donargli la grazia. Il divino è un'altro tassello delle grandi incertezze umane, il mistero che forse è stato più presente nella vita di ciascuno, soprattutto nella storia. Ateismo del soggetto potrebbe essere indicato dalle ultime parole del brano, figlio immorale, ateo (appunto), irriverente e privo di dio.

Conclusioni

Che dire dopo 46 minuti cosi appaganti, cosi interessanti, intricati e orecchiabili. Ci troviamo a ripensare a quello che abbiamo ascoltato finora; dell'ottimo progressive Metal, suonato divinamente, con prelibatezze ritmiche, cullato da un atmosfera Space Ambient interessantissima, e sorretto da melodie vocali coinvolgenti. Ottimi riff, memorabili, invidiati tranquillamente dalla maggior parte del panorama Djent, ma anche da quello del Grove Metal, e un signor basso, suonato da manuale, anzi, suonato in modo da riscrivere i manuali. Inoltre contestualizzando l'album nel percorso del Tesseratto, acquisisce ancora più valore; Dopo "One" (2011), un ottimo avvio, già si era capito tutto, Tompkins lascia il gruppo, sostituito da un ottimo Ashe O'Hara, che volente o nolente cambia quasi di netto il sound della band appena avviata. Tuttavia nel 2013 esce "Altered State", album grazie al quale probabilmente i TesseracT hanno riscosso il successo attuale, grazie a brani come "Of Matter", e "Nocturne", e grazie anche alla particolarità vocale del nuovo vocalist, che regala un timbro pressoché unico all'album. Dunque i TesseracT di "Altered State" sembrano funzionare, anche meglio di "One", un percorso in salita come è giusto che sia. Ma ecco che anche O'Hara se ne va, lasciando i TesseracT nuovamente senza singer. Milita per poco nel gruppo Elliot Coleman, in realtà prima di O'Hara, con il quale esce "Perspective", un EP che presenta la versione acustica di alcuni brani di "One", e una cover di Jeff Buckley. Dunque al ritorno di Tompkins la situazione non è tra le più leggere, occorre fare un album che non sia un passo indietro rispetto all'ottimo "Altered State". Un ulteriore cambio di direzione poteva avere risultati catastrofici, ma quando si ha di fronte un gruppo talentuoso, e chi mi legge sa che non parlo solo a livello tecnico, come i TesseracT, con musicisti che hanno veramente voglia di fare, voglia di esternarsi e di comunicare qualcosa, praticamente qualunque direzione si prenda, andrà bene. Di fatto il risultato raggiunto con "Polaris" è devastante, molti lo vedono come una grande sintesi di ciò che i TesseracT sono stati fin qui, non sono d'accordo; "Polaris" non si guarda alle spalle, "Polaris" è totalmente rivolto in avanti, a testa alta, non si preoccupa di cosa si lascia dietro. È vero, in "Polaris" c'è un po di tutto l'insieme di elementi presenti nei due precedenti lavori, ma ci mancherebbe, è legittimo. I vari elementi sono in realtà concepiti in una luce diversa, nuova, si sente anche nel sound, in un certo modo è più contemporaneo, è più "Pop", e non vuole essere una critica negativa, "Polaris" è in grado di rinnovarsi. Il Metal è in continua evoluzione, e proprio gruppi come i TesseracT la rappresentano, gruppi che si fanno avanti e propongono una loro chiave di lettura, ben venga allora il Pop nel Metal con tutte le sue sfumature. Inoltre "Polaris" è un album profondo, ispirato, sia musicalmente che concettualmente, abbiamo capito essere presente un tema centrale, quello della verità, sulla natura dell'uomo e sulla vita in generale, tuttavia il concept non è sviluppato in maniera narrativa nel susseguirsi delle canzoni, questo rende difficile e ancora più criptica la comprensione e l'interpretazione dei testi. Inoltre, scendiamo nel singolo, Daniel Tompkins si presenta in ottima forma, e affronta "Polaris" con maturità e professionalità, sa essere profondo, intimo, sentimentale, e sempre carico di energia. Egli stesso afferma che "Polaris" è un album in cui prevale l'aspetto più intimo dei TesseracT, e inoltre afferma che in fase di registrazione, lui tragga energia dal suo stesso movimento. Abbiamo già accennato nell'introduzione un altro punto di forza dell'album: la produzione; nel 2015, era chiaramente il punto massimo che si potesse raggiungere, ma anche oggi potrebbe tranquillamente esserlo, veramente è uno dei casi in cui la Produzione del suono incide cosi tanto in un album, gli attribuisce un valore aggiunto. Polaris risulta essere un'album geometrico e lineare, nonostante le peculiarità Progressive presenti al suo interno, ogni cosa sembra destinata al suo posto preciso, non ci sono dilungamenti inutili, ne sezioni poco ispirate, insomma a mio parere è il miglior album del 2015, in mezzo a uscite tra l'altro di tutto rispetto nello stesso ambito, come "Leprous", "Periphery", "The Dear Hunter", "David Maxim Micic", "VOLA", "BTBAM" e tanti altri. Senza troppi giri di parole, "Polaris" rasenta la perfezione. Per questo motivo mi sento in dovere, di sbilanciarmi, perché, non solo per il gusto personale, ma perché credo che anche oggettivamente, un album del genere merita un 10/10, non di meno. Mi sento in pace con me stesso a dargli il massimo perché la perfezione va premiata. "Polaris" è un album in cui non trovo difetti, e rappresenta il concetto più alto e nobile di bellezza.

1) Dystopia
2) Hexes
3) Survival
4) Torniquet
5) Utopia
6) Phoenix
7) Messenger
8) Cages
9) Seven Names
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