TERRORIZER

World Downfall

1989 - Earache Records

A CURA DI
CORRADO PENASSO
10/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Il movimento grindcore ha radici lontane che trovano una base fertile ad inizio anni 80.  Il movimento crust punk di gruppi come Discharge ed Amebix, per quanto riguarda il movimento britannico e The Misfits o Dead Kennedys per il lato statunitense, creò uno stile musicale e comportamentale che risultò fondamentale per lo sviluppo di altri generi. I gruppi allora erano veramente numerosi e non riuscirei mai a citarli tutti, tuttavia ciò che mi preme sottolineare è l’importanza di tale movimento punk/hardcore al fine di creare le miscellanee musicale che conosciamo bene. L’heavy metal britannico si unì al punk al fine di creare un ibrido di thrash metal e allo stesso modo, un’estremizzazione del punk/hardcore finì per creare il grindcore. Quest’ultimo genere, in particolare, si formò dalla volontà di velocizzare il punk pur mantenendone le tematiche principali: descrizione pessimistica della società, corruzione, povertà e voglia di ribellione. Da un lato, il movimento grindcore per alcuni viene considerato come una sezione del metal, altri invece ne prendono le distanze. Innegabile, comunque, la sua importanza in questi ultimi trent’anni. Tra i gruppi di spicco della scena, impossibile dimenticarsi dei Napalm Death, ancora oggi primo nome che viene in mente quando si parla di questo genere musicale. Nati anch’essi come gruppo punk/hardcore, i Napalm Death videro la luce nel 1981 a Birmingham e passarono alla storia per quello “Scum” pubblicato nel 1987. Canzoni brevissime, veloci come proiettili e livello tecnico elementare diedero vita ad un genere musicale. Rispetto al punk, oltre alla velocità d’esecuzione più elevata, la voce si trasforma un growl o scream al fine di risultare più brutale. Parallelamente, gruppi importanti come Repulsion e Carcass ripresero le stesse coordinate musicali ma con la volontà di inserire tematiche splatter e gore. Man mano che gli anni 80 volgevano alla fine, i gruppi grindcore incominciarono a miscelare la loro proposta musicale con dosi di death metal, genere che allora spopolava in tutto il mondo. Gli stessi Napalm Death e Carcass crebbero a livello tecnico per unire l’irruenza degli esordi con una tecnica strumentale migliore, un grande bagaglio d’esperienza e buone dosi di death metal. In tutto questo marasma, possiamo anche notare gli esordi di band che in realtà si formarono anni prima. Ricordiamo i britannici Defecation (con Mitch e Mick Harris dei Napalm Death), formatisi nel 1987 ed al debutto due anni dopo con “Purity Dilution” e gli statunitensi Terrorizer, formatisi nel 1986 ed al debutto con l’album World Downfall nel 1989. Questi ultimi, in particolare, raggiunsero il perfetto equilibrio tra death metal e grindcore in un album, che per quanto riguarda il sottoscritto, rappresenta l’apice assoluto del genere. I Terrorizer nacquero a Los Angeles e la prima formazione comprendeva Oscar Garcia alla voce, Jesse Pintado alla chitarra,  Alfred Estrada al basso e Pete Sandoval alle pelli. Due demo vennero pubblicate prima che la band si sciogliesse giacché Sandoval venne chiamato nei Morbid Angel e Pintado nei Napalm Death. Garcia tornò nei suoi Nausea ma Shane Embury, fan dei Terrorizer, convinse l’etichetta “Earache” a produrre il debutto ufficiale della band. Fu così che Pintado e Garcia raggiunsero Sandoval ai “Morrisound Studios” in Florida, dove i Morbid Angel stavano registrano “Altars of Madness”. Il bassista e cantante David Vincent prese il posto di Garvey, che si trovava in prigione, e così il gruppo registrò nel 1989 l'album di debutto “World Downfall”, praticamente postumo. La band non poté avere futuro visti gli impegni di Pintado con gli inglesi Napalm Death e di Sandoval e Vincent con i Morbid Angel. Dalla caratura dei personaggi coinvolti non ci si può aspettare altro che un capolavoro.



Le danze si aprono con After World Obliteration. Già dalla durata possiamo accorgerci di non essere al cospetto di una semplice canzone grind da Guinness World Record per la durata più breve. In tre minuti e mezzo la band miscela strutture e tempi diversi in un approccio che risulta essere un ibrido di hardcore, thrash e death metal. L’introduzione ci sputa in faccia il groove della chitarra di Pintado ed il drumming in up - tempo di un selvaggio ma già ottimo Sandoval. I tempi cambiano dopo pochi secondi e si continua in questa marcia fatta di riff veramente coinvolgenti, prima di passare ai blast beats ad al growl sofferto di Garcia. Il tutto risulta maturo, ottimamente strutturato e perfettamente bilanciato tra irruenza ed intelligenza. Non ci sono pecche di esecuzione e la band procede come un carro armato in questa marcia distruttiva. Le tematiche trattano di un’imminente guerra dove i politici risultano apatici, i sogni si infrangono e l’esercito marcia tra morte e distruzione: “Nazioni che cadono in sconfitta, testate esplosive che distruggono la terra sottostante.” (“Nations falling to defeat, warheads crushing the earth below”). Un’introduzione perfetta per far capire come sarà il disco. La pulizia d’esecuzione dei membri coinvolti ha dell’incredibile per il genere, tanto che spesso stento a credere, dopo centinaia di ascolti, che un disco grind possa suonare così maturo ed allo stesso tempo devastante. Il basso di Vincent viene messo in mostra durante la successiva Storm Of Stress, una rasoiata micidiale che durata un minuto e mezzo. La distorsione del suo quattro corde, tuttavia, si distanzia dal quella di gruppi come Repulsion o Carcass per avvicinarsi ad un suono più pulito e meno distorto. La band pigia sull’acceleratore in una sequenza di blast beats quasi continua. Una scheggia impazzita che ci scuote  dall’interno. I riffs scendono a valanga tra inflessioni prettamente death metal e spruzzi hardcore. Sandoval alla batteria si lancia nel ricreare un vero muro sonoro supportato dal grugnito malato di Garcia a descrivere temi come la disperazione dell’uomo che vive in un mondo allo sbando, dove si lavora per pochi soldi e si cancellano i sogni. Un mondo che lentamente ti uccide e ti priva di ogni gioia: “Lavori duramente, per niente. I tuoi sogni sono infranti, I tuoi obiettivi distrutti. Nessuno ti ascolta per quello che hai bisogno quindi perché preoccuparsi” (“ You work so hard, all for nothing, your dreams are shattered, your goals destroyed. No-one listens to what we stand for so why even try to you really care)”. Il groove tipicamente hardcore ritorna durante l’inizio di quella che ormai è diventata parte importante della storia del genere: Fear of Napalm. I tempi medi si fanno notare durante l’inizio, supportati dalla fantasia alle pelli di un ottimo Sandoval, prima che l’esplosione in blast beats ci invada come un fiume in piena. Ad ogni modo, i tempi cambiano in continuazione in una struttura arrembante, matura e terribilmente aggressiva senza dover essere per forza sempre e solo suonata alla velocità della luce. Le tematiche della guerra riguardanti la pioggia di napalm dal cielo ben si sposano con il mood oscuro della canzone. Le persone descritte nel testo cercano di scappare ma vengono ridotte in cenere in quest’esplosione di odio e fiamme: “Dal cielo lo vedi cadere, non ci si può nascondere, le persone urlano, ridotte in cenere”(“From the sky you see it fall nowhere else left to hide people screaming burn to ash”). La registrazione perfetta ad opera congiunta di Vincent e Scott Burns riesce a farci cogliere ogni singola parola da parte di Garcia, per poi non parlare degli strumenti musicali. La chitarra d Pintado suona piena, graffiante, la batteria di Pete non mostra cedimenti, ogni suo tom è udibile ed il basso di Vincent è asciutto, metallico e potente. La band è in stato di grazia mentre si prosegue con Human Prey, una fucilata in faccia di due minuti. Le rullate di Pete hanno fatto la storia in una canzone generalmente su up tempo, di chiara inflessione hardcore. I riffs sono orecchiabili e facilmente memorizzabili per il genere, come nella migliore tradizione di Pintado. Essi hanno una vera a propria struttura e non sono posizionati a caso. Devono ritornare, sparire e tornare nuovamente per essere ben udibili e riconoscibili in cotanta violenza musicale. Il groove della band è ottimo ed i cambi di struttura numerosi. Il testo tratta di una visione apocalittica del futuro. Una razza cancellata, milioni di morti per ordine di una persona ed i pochi sopravvissuti destinati a scappare e nascondersi: “Una razza è cancellata con le sue parole per mantenere la sua fede in modo forte e deciso, sofferenza inflitta a milioni di persone e l’unica fuga è la morte” (“A race is gone with his words to keep his faith proud and strong, the pain he gave to millions, the only escape to die”). Un chiaro riferimento all’olocausto degli ebrei, con la speranza che non accada più in futuro. La critica sociale arriva con la seguente Corporation Pull-In, altro classico da parte del gruppo. La rabbia questa volta è indirizzata agli sfruttatori delle grandi corporazioni, solamente interessati a fare soldi con qualsiasi trucco. I lavoratori rimangono poveri, lavorano per non morire ma muoiono per lavorare in un sistema corrotto dove i ricchi si arricchiscono sempre di più. Il governo è marcio dalle fondamenta e si inchina davanti alle grandi società senza curarsi del destino della gente comune: “Grandi affari, prendono quello che possono, sempre per un profitto e mai per il consumatore, usando tutti i trucchi e le trappole per prendere i soldi da usare per scopi personali.”(“Big money business, take what they can, always for a profit, never for the consumer, using all tricks using a trap, taking all the money for their personal gain”). Un macigno di riff è posto in apertura, prima di alcune sfuriate in blast beats e l’arrivo di quello che sarà il riff portante della canzone. Le influenze punk sono pesantissime e la fantasia di Pete alle pelli sicuramente risulta essere un valore aggiunto. Fantastiche le sue triplette di doppia cassa durante la sezione centrale, pregna di un groove selvaggio ed oscuro. Non c’è tempo di fermarsi in questa canzone che non lesina colpi ferali ed improvvise accelerazioni, il tutto contornato da un ritornello di spicco e di qualità. Strategic Warheads ci accoglie con uptempo immediati e riff crust/punk in una struttura che gioca molto su improvvise velocizzazioni, mentre la struttura centrale cela una prolungata sezione di doppio pedale da parte di Pete, ottima per donare varietà alla proposta in un continuo di violenza che sorpassa di poco il minuto e mezzo. Non vi sono presenti i classici blast beats perché il tutto vuole rimandare al punk più nudo e crudo. Il testo affronta ancora una volta le tematiche della guerra, in un futuro incerto e dominato dalla violenza. La paura della guerra, i nascondigli impossibili da trovare e la cenere che ti ustiona la pelle sono elementi di questa visione apocalittica creata dai governi per i loro interessi: “Nazioni che cadono in sconfitta, cenere ustionante, chi è da incolpare? Sofferenza umana, tortura, paura della guerra”(“Nations failing to defeat, burning ash, who's to blame, human suffer left in torture, rise and fall, fear of war.”) Si arriva alla settima traccia con Condemned System, bordata di proporzioni immani. La doppia cassa veloce serve da introduzione prima dell’esplosione di rabbia in blast beats. I riffs si incupiscono per poi ritornare a partiture vicinissime al punk. Il growl di Oscar è roco, profondo per sputarci in faccia le domande fatte ad un fantomatico personaggio che sostiene il sistema, incapace di vedere il marcio della società e la totale inutilità di questo metodo che porta solo alla schiavitù ed alla povertà: “Vedi la sofferenza? Vedi il potere? Vedi l’odio? Vedi la merda?” (“Do you see the Pain? Do you see the Power? Do you see the Hate? Do you see the Shit?”). Un atto di accusa molto diretto, come la canzone stessa che in meno di un minuto e mezzo ci riversa addosso tonnellate di violenza ed odio. Arrivati quasi al giro di boa del disco, possiamo ascoltare Resurrection, che in tre minuti nasconde parecchie partiture prettamente death. L’inizio a base di riffs distesi e neri come la pece ci fa subito capire a che cosa stiamo andando incontro. Poco dopo, i blast beats entrano ma comunque presto si ritorna nella melma al limite del doom. Quest’alternanza tra rallentamenti ed improvvise esplosioni rabbiose rende dinamica e matura la proposta. Il grind non deve essere solo velocità ed i Terrorzer ce lo dimostrano perfettamente. Le strutture mutano per ben tredici volte (contate personalmente) in una delle tracce più complete e mature dell’album. Ora capite perché “World Downfall” non è semplicemente un album grind/death? Si prosegue con i tempi medi iniziali di Enslaved by Propaganda, traccia anch’essa non sempre diretta ma sicuramente di impatto. I tempi di batteria mutano e si trasformano in continuazione, risultando molto fantasiosi sino ad arrivare ad improvvisi blast beats dove il riffing di Pintado impazzisce. Le note che escono dalla sua chitarra sono furiose, cupe e dannatamente violente. La canzone termina in velocità con le rullate di batteria e la voce roca. Il testo-accusa si rivolge ancora una volta alle multinazionali che sfruttano i Paesi del terzo mondo e riducono la gente in povertà senza che gliene importi qualcosa. L’importante è fare soldi e alla svelta, senza curarsi della salute delle persone: “Ricerca del profitto,conquista per il potere, le nazioni del terzo mondo soffrono maggiormente” (“Money making, gain for power, Third world nations suffer most”). La rabbia musicale rispecchia in pieno la rabbia dei testi in un disco che sale in continuazione di intensità e violenza. Violenza che viene espressa al meglio con la successiva Need to Live, un pugno nello stomaco di poco più di un minuto di durata. Gli stop and go si susseguono in continuazione, tra ferali blast beats a martellanti uptempo. I riffs di chitarra risultano ancora più graffianti  e rabbiosi in una traccia che annovera solamente due - tre strutture diverse che si alternano in veloce sequenza senza lasciare aria all’ascoltatore. Non c’è tempo per ragionare e la volontà dei Terrorizer è proprio quella di travolgere e distruggere tutto senza prendere prigionieri. Il testo descrive con poche parole una vita di sofferenze: nato col dolore, vivi una vita piena di insoddisfazioni. Nessuno si cura di te e muori povero. Nessuno ti ascolta, nessuno sente le urla di disperazione in questo bisogno di vivere che non riesce a vincere: “Nato da una ferita, la vita inizia col peccato originale, una vita d’inferno, nessuno si cura di te, nessuno sente il tuo urlo di sconfitta” (“Birth from wound, life begins, sin from start, hell of living, no-one care, no-one listen to the crie of lost defeca”) La discesa negli inferi della società più corrotta e decadente continua con Ripped to Shreds, introdotta da un drumming semplice e diretto a sostenere una partitura che punta al groove.  Intorno al primo minuto, il riff di chitarra portante entra a rubare la scena. Una veloce rullata di batteria segue e scatena una lunga sezione in blast beats. I riffs sono brutali ma sempre, incredibilmente facili da memorizzare. Una lunga serie di alternanza tra blast beats e uptempo punk ci fa girare la testa dalla veemenza. Non c’è un attimo di riposo e anche dopo il ritornello, quando entrano in scena alcuni secondi maggiormente groove, si è già alla fine della traccia. Non c’è tempo neanche di realizzare e le tracce finiscono, correndo veloci sul binario della brutalità più tecnica e ragionata, se vogliamo. Sembra una contraddizione, ma solo coloro i quali hanno ascoltato l’album sanno di cosa io stia parlando. Tematiche animaliste questa volta infervorano la band. Milioni di animali uccisi e fatti a pezzi per il grande consumo. Le industrie non si curano della vita altrui e pensano solo ai profitti: “Ridotto a brandelli, niente da guadagnarci tranne che l’omicidio, un sanguinolento massacro di animali, perché non riusciamo a cogliere la vita?” (“Ripped to shreds, nothing to gain but murder bloody, animal slaughter, why can't we understand life.”) . Injustice segue a ruota e come struttura ricorda molto quella di “Need to Live”, tra improvvise accelerazioni in blast beat e vari stop and go dove a tratti il groove esce maggiormente allo scoperto. La struttura, ridotta all’osso, annovera solo tre o quattro partiture diverse che si alternano in questo minuto e mezzo di follia musicale, pur sempre mediata da una tecnica eccellente e da un songwriting ispirato che te la fa ricordare e urlare ad ogni ascolto. Il breve testo ci descrive ancora una volta una situazione interiore devastante per l’uomo: urla di dolore e volontà di essere nato morto in un mondo che ti fa pagare i peccati altrui e ti sputa come immondizia da eliminare: “Nessuno si preoccupa di niente, non sentono le urla dall’interno, vorrei essere nato morto, ora sto soffrendo per i vostri peccati”.(“No one cares about any shit, can't hear the screams from inside, wish I could have been left unborn, now I am suffering from your sins”). Ci avviciniamo velocemente alla fine di “World Downfall” con i due minuti e mezzo di una Whirlwind Struggle”, nuovamente ben strutturata e composta, tra blast beats e improvvise, prolungate sezioni di doppio pedale a sostenere un’atmosfera cupa. A dire il vero, queste ultime in particolare mi hanno esaltato, più delle partiture in blast beats o up - tempo. Il suono della grancassa in modo particolare mi ha conquistato sin dal primo ascolto, non essendo per nulla artificiale e campionato, in un periodo in cui lo stesso Sandoval non usava diavolerie varie. Il testo inneggia alla ribellione verso i potenti del governo che detengono il controllo sui poveri e inculcano nella mente idee di libertà, impossibili sinché si è sotto di loro: “Esercitano il potere sugli innocenti,quel poco di diritti che abbiamo, ci dicono che siamo liberi ma siamo tutti schiavi del governo” (“Taking force on the innocent take what rights, what little we have, they say we're free as can be but we're all slaves to the government”). La marcia distruttiva della band non conosce freno ed ecco che presto veniamo invasi dal riffing schizoide e dai continui stop and go di Infestation, traccia che a tratti rimanda al grindcore più nudo e crudo tale è la rabbia in questo minuto e cinquanta di durata. Nel mezzo, tuttavia, possiamo sempre trovare diversi momenti in cui il punk/hardcore è ben presente nel riffing della chitarra, ottimamente supportato dalla batteria. Analizzando i testi, non ci si distacca di molto da quello finora detto: il governo e la società cercano di abbattere le persone povere, solamente un numero ai loro occhi, ma non bisogna mai scappare. Bisogna ribellarsi, ergersi sopra gli altri e non sottostare mai alle dittature: “Mai scappare davanti al sistema, affrontalo deciso, fiero, non lasciare che prendano il controllo, mantieni la tua parola e non arrenderti” (“Never run from the system, face it strong, standing proud, never let them take control, uphold your words and don't back down”). Arriviamo alla penultima traccia di questa pietra miliare del grind con una composizione che ha fatto la storia del genere: Dead Shall Rise, poi anche risuonata in occasione dell’album di ritorno del 2006, “Darkest Days Ahead”. Un’atmosfera doom ammanta l’inizio della traccia, tra rullate di batteria e riffs profondi. Presto le cose cambiano e ci ritroviamo in un marasma di blast beats, passaggi di batteria al fulmicotone e riffs impazziti. Il ritornello si erge anche grazie alcuni secondi di calma apparente prima che si ricominci a pigiare sull’acceleratore. A dir poco fantastica la sezione di veloce doppia cassa, degnamente introdotta da un giro di basso e seguita da alcuni momenti ragionati che servono per la drammaticità dell’atmosfera, prima del finale nuovamente in velocità. Il testo tratta di un virus che si diffonde dalle tombe a tutta la popolazione mondiale per sterminarla: “Batterio tenuto in vita, i virus si moltiplicano, la nostra caduta è la loro ascesa, la morte salirà dalla tomba per distruggere tutta l’umanità”. (“Bacteria kept alive, viruses multiply, our fall is their rise, the dead shall rise from their grave to destroy all mankind”). Un testo che tratta l’apocalisse in modo diverso dai precedenti, senza che siano le corporazioni multinazionali a metterci lo zampino ma, invece, a rimetterci la pelle nella loro visione egoistica della vita. Il capolinea del disco si presenta con la title-track dello stesso, World Downfall. In due minuti e mezzo la band inizialmente si dedica a ricreare un muro fatto di velocità. I blast beats regnano incontrastati, sporadicamente interrotti da alcuni cambi di tempo improvvisi e veramente riusciti. Poco dopo il minuto, la chitarra di Pintado decide di posizionarsi su tempi medi e trascina dietro di sé anche Sandoval in partiture cupe e dedite ad un riffing a tratti sporcato di thrash/death sino a un finale sfumato ma sempre in tempi medi. I testi invocano un atto di ribellione per un mondo che sta precipitando nel baratro dell’avarizia, colpa, a detta del gruppo, di quei politici e grandi ricchi che ti spremono per poi abbandonarti al tuo destino, privato dei soldi e della tua identità: “Una persona può fidarsi di questi bugiardi bastardi? Ti spremono di ogni centesimo per avere più potere, qualcuno deve pore fine a tutto ciò” (“Can one trust these lying bastards, squeezing every cent from you, using one to gain more power, one must put a stop to this”).



Termina così una delle pagine più importanti del metal estremo. “World Dowfall”, con i suoi sedici brani e trentasei minuti di musica spazza via tutto quello che incontra sulla strada. L’irruenza della prima corrente grind, le inflessioni punk/hardcore e la maturità del migliore death metal a stelle e strisce rivivono e si mescolano alla perfezione in questo capolavoro senza tempo. La bravura dei musicisti coinvolti la si può immaginare anche solo leggendo i loro nomi. Pensate di fondere insieme i migliori Napalm Death con i Morbid Angel e pressappoco avrete un’idea di quello che ci si può aspettare da queste tracce. La perizia dei musicisti coinvolti risiede principalmente nell’ essere riusciti a comporre brani maturi e dal songwriting strutturato. Non è semplice grindcore sparato a velocità folle ma è anche impatto tramite un groove marcato, un drumming preciso e mai sconclusionato ed un riffing spettacolare da parte del sempre ispirato e compianto Jesse Pintado. Insomma, una band all-stars per un album che viene ancora oggi ricordato come uno degli apici più alti del genere. Potrò anche risultare blasfemo ai più, ma non c’è neanche da metter e a confronto un lavoro simile ed uno come “Scum”. Quest’ultimo certamente è stato un apripista del genere ma i divario di tecnica e songwriting è a dir poco abissale. I Terrorizer si trovano a parer mio, sul gradino più alto del genere, almeno durante gli anni 80 e sicuramente questo “World Downfall” è al primo posto nelle mie preferenze grind. Ogni volta che lo ascolto è un’emozione unica e mi fa sempre tornare alla mente quando per la prima volta lo misi nel mio lettore CD portatile, sul pullman a ritorno dell’università. Ne rimasi colpito e non mi ricordo neanche più quante volte di fila lo ascoltai. Chiunque ami questo genere deve averlo sentito almeno una volta e se ancora non l’avete fatto, non perdete altro tempo. Capolavori del genere escono una volta sola.


1) After World Obliteration
2) Storm of Stress
3) Fear of Napalm
4) Human Prey
5) Corporation Pull - In
6) Strategic Warheads
7) Condemned System
8) Resurrection
9) Enslaved by Propaganda
10) Need To Live
11) Ripped to Shreds
12) Injustice
13) Whirlwind Struggle
14) Infestation
15) Dead Shall Rise
16) World Downfall