TEARS FOR FEARS

Head Over Heels

1985 - Phonogram Records

A CURA DI
ANDREA CAMPANA
14/07/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Head Over Heels (Testa sopra i tacchi, letteralmente), è una canzone dei Tears for Fears del 1985. Pubblicato come quarto singolo estratto dal fortunato album Songs from the Big Chair, uscito lo stesso anno, il pezzo è di certo uno tra quelli più famosi nella produzione della band all'epoca. Assieme a Shout ed Everybody Wants to Rule the World, infatti, Head over Heels rappresenta uno dei momenti di maggior successo commerciale del duo inglese. Pur non riuscendo a giungere in cima ad alcuna classifica, la canzone entra in top 10 in diversi paesi, giungendo anche alla posizione numero 3 della Billboard Hot 100 americana. Un risultato notevole, dato che per un gruppo inglese conquistare una tale posizione negli Stati Uniti equivale al successo internazionale quasi automatico. Pur non potendo vantare, in questo senso, di aver raggiunto il livello di popolarità e di successo commerciale degli altri due singoli sopracitati, Head over Heels rimane comunque un classico, come si diceva, sia della discografia dei Tears for Fears, sia della musica anni '80. Discostandosi piuttosto dai suoni caratteristici della prima parte della carriera del duo, questa canzone si approccia alla trasformazione delle sonorità new wave in uno stile pop/rock più da radio, generalista, per così dire, e soprattutto molto meno cupo e nichilista rispetto alle canzoni dei primi Tears for Fears. Complice forse il crescente successo, i due musicisti sono ormai disposti (e lo dimostrano con questo singolo) a mettere da parte le complesse indagini di psicologia introspettiva alle quali si erano accoratamente dedicati fino a quel momento, per dedicarsi ora invece ad una ballad amorosa di stampo piuttosto classico, con tratti poetici e ritornelli Beatlesiani. C'è da dire però che la canzone, come è noto, si incastra nella triade compositiva Broken/Head over Heels/Broken (live), all'interno dell'album Songs from the Big Chair, e quindi dovrebbe essere considerata non tanto come una composizione a sé stante, ma in quanto parte di un insieme più ampio e ambizioso. Fatto che, al di là della natura apparentemente "leggera" del singolo, fa da riprova alla sempre decisa volontà del duo di non fermarsi alla banalità della composizione "scolastica", sostituendole invece sempre l'intenzione di distinguersi, in un modo o nell'altro, nel panorama rock e new wave inglese dell'epoca. Ecco perché, del singolo, vengono nel 1985 pubblicate differenti versioni, per accordarsi con la natura multipla del ruolo che la canzone gioca nell'album, o come composizione a sé stante. La versione a 12'', chiamata The Preacher Mix e creata dal produttore Chris Huges, contiene infatti l'intero medley delle tre canzoni tutte unite, con un intro parlato (Roland Orzabal che recita, con voce da predicatore, le liriche di I Believe, un'altra canzone dell'album), e il reprise finale di Broken registrato in studio, e non dal vivo, come nella versione dell'album. Il singolo a 7'', invece, realizzato da David Bascombe, consta della sola Head over Heels, interrompendosi sul verso finale "Funny how time flies", ed omettendo il seguito. Infine, naturalmente, c'è la versione dell'album, parte del medley di cui sopra e virtualmente inseparabile da esso: se si sente il disco, si può ascoltare come la melodia di pianoforte introduttiva di Head over Heels venga già anticipata in Broken, e come naturalmente le due canzoni vengono accomunate dal medesimo outro. Detto ciò, la maggior parte del pubblico fautore del successo della canzone in classifica è, all'epoca come forse anche oggi, ignaro della complessità di posizionamento di questa traccia, anche perché ignaro della complessità della natura dell'album stesso. Songs from the Big Chair, così come le sue canzoni, è un disco ancora oggi grandemente sottovalutato, e Head over Heels, assieme agli altri singoli di successo, rappresenta in realtà solo la punta dell'iceberg in termini di qualità e traguardi artistici ottenuti dai due con le composizioni dell'album. L'idea della triade, in effetti, pertiene più al panorama prog rock inglese (un'altra delle chiare influenze del disco sono i Genesis), che a quello new wave di metà anni '80. La new wave, per quanto anche ambiziosa e ricercata nelle produzioni di gruppi come The Buggles, The Teardrop Explodes ed Echo & the Bunnymen, raramente si sofferma sulla complessità della forma musicale, e sul ricorso ad auto-citazioni, riferimenti interni e richiami sonori audaci, preferendovi fin troppo spesso la sicura eredità del punk rock, fatta di sorda aggressività e intemperanza stilistica. In questo senso i Tears for Fears sono sicuramente, a metà anni '80, tra le band (assieme, per esempio, agli U2) che cominciano a guardare alla tradizione rock meno recente (prima del punk, sarebbe a dire), con lo scopo di innalzare il livello della propria produzione, sia per rivolgersi a più generazioni e ad un pubblico più ampio, sia per giustificare non solo il proprio successo, ma anche la possibilità di poter restare, anche negli anni e decenni a venire, tra i nomi leggendari e immortali della musica.

Head Over Heels

Come canzone, Head over Heels (Testa sopra i tacchi) prende le distanze, come si diceva, dalla tipica produzione del duo: non richiama più tematiche psicologiche legate a traumi infantili, anche se una certa trattazione di carattere psicologico sopravvive comunque. Ma in ogni caso si tratta, volenti o nolenti, di una canzone d'amore vera e propria, che pure, forse per la prima volta, non riguarda un sentimento frustrato, inappagato, incompleto, come spesso avviene nei testi dei Tears for Fears. Al contrario, se pur si tende a indagare ancora nelle pieghe impreviste di tale sentimento, l'espressività è comunque positiva: si celebra l'innamoramento, il farsi coinvolgere, l'esuberanza e la positività imposte da una sensazione tanto intensa. In questo senso, Head over Heels, rientrando nella triade Broken/Head Over Heels/Broken (live), trova il suo posto nel contrasto passato / presente, giovinezza / maturità e spontaneità / cinismo. Infatti, la canzone viene introdotta (alla fine di Broken) e termina sempre con il verso "Funny how time flies (divertente come il tempo vola)". Ancora una volta (questo, sì, è un espediente narrativo tipico dei Tears for Fears), il narratore protagonista si affaccia non solo su due finestre temporali diverse, ma anche su due lati della propria personalità, e su due aspetti contrastanti della sua vita: laddove il giovane entusiasta ed innamorato di Head Over Heels è destinato a diventare l'individuo piegato e frustrato di Broken, e uno contiene l'altro.  Tra nostalgia, incertezza, voglia di esplorare ma paura di fallire, Orzabal (interprete principale del pezzo, e stavolta co-autore assieme a Curt Smith) si muove su sonorità semplici, lineari, con un giro di accordi chiaro, una melodia facile da seguire, e una memorabile coda fatta di una semplice ripetizione onomatopeica, "na na na na na", che non può non richiamare Hey Jude dei Beatles (1968). Al di là quindi del significato della canzone in sé, e del ruolo che occupa nell'album, con Head over Heels i Tears for Fears appaiono esplorare per la prima volta la possibilità di affacciarsi a sonorità nuove, diverse, smaccatamente commerciali, stavolta, ma anche più mature, auto-coscienti e perciò dirette verso quella che presto si svelerà essere una fase tutta nuova della carriera del duo.

When in Love with a Blind Ma

When in Love with a Blind Man (Innamorata di un uomo cieco), è la stupenda b-side di Head Over Heels, pubblicata come bonus del singolo nel 1985. La canzone è cantata dal bassista Curt Smith, con una base in gran parte costruita attorno ad arrangiamenti sintetizzati, in stile orchestrale, del flauto giapponese shakuhachi, molto in voga negli anni '80 (lo strumento compare infatti anche, per esempio, nella popolarissima canzone Sledgehammer di Peter Gabriel, del 1986). La melodia seguita dal pianoforte è la stessa che si ritroverà, poi, nella seconda canzone di Songs from the Big Chair: The Working Hour. "Innamorata di un uomo cieco. Attenta a quello che dici, e guardati bruciare con sogni di fuga. Fai l'amore con l'uomo, che decide il tuo comportamento. Innamorata di un uomo cieco. Ami da sola". Si parla di una donna incastrata in una relazione colma di gelosia, dalla quale vorrebbe fuggire ma non sapendo come fare decide di proseguire in questa cavalcata assieme, conscia del fatto che probabilmente non c'è speranza. Un tema relativamente nuovo per la musica del duo inglese, anche se sempre terribilmente attuale. In questo senso, è chiaro che il "Blind Man" del titolo non corrisponde a un non-vedente, cioè un uomo con un handicap fisico, ma riporta piuttosto la figura metaforica di un uomo "cieco" proprio perché accecato dalla gelosia. In effetti, quante storie conosciamo e possiamo leggere sui giornali della fine di coppie che sembravano così innamorate, eppure era quel tipo di amore marcio, che non consente di far nascere neppure un fiore. Quante volte i media ci informano di racconti simili, al limite della pazzia, e quante volte siamo passati invece dalla parte del torto anche solo pensando "ah ma è la donna a volerlo". Non è per nulla semplice uscire da situazioni simili, a maggior ragione quando in gioco ci sono i sentimenti, e questo il duo inglese cerca di farlo passare, mostrando la cecità di un individuo e l'incapacità dell'altra di non chiudere quella porta definitivamente. Possiamo dire che, in un certo senso, questa traccia cavalca l'onda del tempo e abbraccia la storia di moltissime ragazze e ragazzi rimaste vittime della pazzia dei loro aggressori, ossia degli stessi con cui, magari, convivevano in casa. In queste situazioni è sempre bene chiedere l'aiuto di qualcuno, perché non esiste nessun fuoco che scalda, ma solo quello che brucia.

Conclusioni

Anche se Head over Heels non è, come si diceva, una delle canzoni di maggior successo in assoluto per i Tears for Fears, è da qui che i due prendono le mosse per avviarsi verso la fase della loro carriera ancora di là da venire, ma appunto con questa canzone già preannunciata. Ben quattro anni dopo Songs from the Big Chair, il disco che contiene questo singolo, arriverà The Seeds of Love: nel 1989 i Tears for Fears avranno oramai abbandonato ogni rimasuglio di suono new wave, come del resto la gran parte delle band loro coeve, per lasciar scivolare nelle loro canzoni ogni tipo di influenza precedentemente troppo distante per essere compresa: soul, blues, elettronica, e, in maniera molto marcata nel loro ultimo grande successo, Sowing the Seeds of Love, i Beatles. Sono proprio i quattro storici musicisti inglesi degli anni '60, e lo spettro della loro produzione, ad apparire dietro la facciata della composizione di Head over Heels, e lo stesso dicasi per Sowing the Seeds of Love; con una differenza importante: laddove la prima delle due canzoni rappresenta un tentativo, quasi involontario, di ispirazione e ripresa delle sonorità dei Beatles, la seconda invece, Sowing the Seeds of Love, sarà un collage pensato, maturo e accurato di tali sonorità. Ma, e questo è il punto, i Tears for Fears non potrebbero arrivarci se non passando prima per Head over Heels: un momento unico nell'album nel quale è inserita, questa canzone sembra proprio schiudere ai due musicisti tutto un universo di possibilità inedite. Il tentativo, portato a buon fine, di utilizzare suoni diversi, più caldi, più positivi, e che per certi versi comporta per loro l'arresa al successo, alla popolarità, e persino all'essere amati da un grande pubblico: una svolta che, in qualche modo, gioca per contrasto con l'origine cupa e introspettiva delle loro prime canzoni, ma che allo stesso tempo simboleggia il percorso di ogni band di successo. L'abbandono cioè delle musicalità impegnate, rancorose e ostinatamente "radicali" delle origini (per quanto "radicale" si possa definire la musica del duo nel periodo 1982-1985), in favore di quella che si può anche definire, con le pinze, la musica "pop" dell'epoca: non "pop" nel senso di Michael Jackson, George Michael o Madonna. Ma pop nel senso di Spandau Ballet, Simply Red, magari Nik Kershaw. La lenta e inesorabile transumanza, vale a dire, di un genere musicale dapprima "nuovo", reattivo e persino "ribelle" (il punk rock e la sua fase immediatamente successiva, ossia, appunto, la new wave) verso una nuova forma di musica popolare che, adeguatamente invisa alle generazioni precedenti, possa coinvolgere quelle contemporanee, che lì per lì non la riconoscono come tale. Head over Heels dei Tears for Fears è, in questo senso, un esempio ben più lampante dei due singoli di maggior successo, Shout ed Everybody Wants to Rule the World: questo perché entrambe queste canzoni, seppur di certo a loro volta molto "commerciali", presentano comunque una certa aggressività, e una certa voglia di sperimentare più tipiche del rock and roll che del pop. Elementi che invece, in Head over Heels, appunto, non mancano ma sono quantomeno molto più velati ed accantonati in favore di un incontro di comprensione con il pubblico che infatti si risolve, prontamente, nel coro finale, fatto apposta per l'esibizione dal vivo in un largo spazio (lo stadio, location d'elezione per i grandi concerti anni '80) e da cantare tutti insieme con una folla coinvolta, partecipe, entusiasta. Un po' il riassunto della musica più popolare di quel decennio e della sua funzione come aggregatore sociale, al di là dei contenuti effettivi del testo, e della funzione della canzone in una triade ispirata alle strutture prog cui si faceva cenno sopra; fattori che, anzi, vengono dalla gran parte del pubblico completamente ignorati in favore delle compulsive messe in onda alla radio, o della maestosità (percepita o relativa) del videoclip d'accompagnamento, che vede Roland Orzabal e Curt Smith partecipi di una specie di storia d'amore ambientata in una sorta di biblioteca scolastica o universitaria. Insomma, proprio per via della natura delle modalità di distribuzione della musica negli anni '80, in moltissimi (di certo anche tra i fan del gruppo) mancano di cogliere l'importanza di questa canzone, sia come "sintomo" del passaggio del duo dal post-punk/new wave al pop/rock, sia come elemento cardine di quel quadro ambizioso che è l'album Songs from the Big Chair. Ci sono volute quasi tre decadi perché noi, potendo rileggere oggi tutti questi significati, e potendoli unire insieme in un inquadramento storico/culturale preciso, ci si possa fare un'idea più precisa di quanto anche Head over Heels, come ogni singola canzone dei Tears for Fears (e, specie, i loro successi), possa riportare in sé ben più significati di quanti l'ascoltatore medio del 1985 possa aver colto. Ragione di più per riascoltarla con attenzione, senza per questo doversela godere di meno.

1) Head Over Heels
2) When in Love with a Blind Ma
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