TEARS FOR FEARS

God's Mistake

1995 - Epic Records

A CURA DI
ANDREA CAMPANA
20/01/2023
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione recensione

Con "God's Mistake", uscito come singolo nel 1995, inizia la lunga sequela dei singoli "in discesa" nella carriera dei Tears For Fears. Dopo la pubblicazione dell'album fallimentare e ben poco riuscito che include il brano, Raoul and the Kings of Spain (uscito sempre nel 1995), la band è composta ormai dal solo Roland Orzabal, che si ostina a portare avanti un progetto che dovrebbe portare non il nome del duo fondato a inizio anni '80 con l'esule bassista Curt Smith ma, semmai, proprio il suo. A questo punto infatti il gruppo è più un progetto personale che altro e del resto Orzabal fa ben fatica a farsi largo tra le nuove tendenze del rock inglese e della musica anni '90, intuendo solo vagamente e a tratti quali suoni "vanno" e come fare per rendere le sue canzoni "competitive" sul mercato discografico. Vero è che diverse sue composizioni di questo periodo, compreso questo singolo, tradiscono varie influenze grunge e alt rock e danno molto spazio a chitarre anche distorte e ad atmosfere analogiche e strumentali; ma è anche vero che i Tears For Fears riuscivano ad interpretare molto meglio la loro epoca quando si davano alla new wave, negli anni '80 appunto, dediti a suoni plastici ed artificiosi con tastiere, synth, drum machine ed elaborazioni digitali. Un po' un paradosso quando di parla di autenticità della musica e del suono; ma un fatto quando ci si confronta con l'evidente inadeguatezza di queste composizioni rispetto ai grandi classici di un decennio prima o poco più nel repertorio della band. Sarà la mancanza di Smith, contraltare e "rivale" collega ideale di Orzabal come il McCartney di un Lennon (o viceversa, semmai); sarà la mancanza di una motivazione: una spinta verso il successo, raggiunto del resto da tempo, oramai esaurita e che non si può risolvere altrimenti se non in uno sforzo continuo per perpetuare quello stesso successo; o sarà, per Orzabal, il raggiungimento e superamento degli "enta" (è nato nel 1961) e il viaggio inesorabile verso gli "anta": età critica specialmente per le rockstar, che invecchiando devono fare i conti con i loro alibi e con le ragioni che li spingono a creare musica. A fronte di tutto questo la mutata e rinnovata scena rock inglese, che nel 1995 accoglie a braccia aperte il nuovo verbo del "britpop", con Oasis e Blur in testa e band come Supergrass, Elastica, Cast, Ocean Colour Scene e The Verve subito dopo. Noel Gallagher suona con una chitarra a tema Union Jack e l'isola intera è coinvolta in una febbre di rinnovamento culturale e artistico che tocca anche altri generi oltre al rock (Take That e Spice Girls) e si spinge fino al cinema (i lavori di Danny Boyle). In tutto questo la musica dei Tears For Fears non può e per certi versi non deve (di sicuro non ci riesce, in ogni caso) trovare posto. La band rimane purtroppo una realtà anni '80 e lo si comprende con questo album e con questi singoli per la prima volta fino in fondo. Non riescono a rinnovarsi come altri gruppi di quel decennio, per esempio gli Stone Roses (che pubblicano il loro secondo album, con grande successo, nel 1994); né riescono a compiere il percorso di gruppi cult cresciuti dopo una lenta e faticosa gavetta, come i Cure o anche i Pulp. Rimangono invece purtroppo impantanati in una eredità troppo ingombrante da gestire, come gli Smiths: anch'essi, tra l'altro, scioltisi proprio al cambio di decennio. Ma la posta in gioco è sempre alta e al solitario ed orgoglioso Orzabal non rimane che inoltrarsi nel nuovo decennio senza sapere a cosa sta andando incontro, contando solo sulla sua (sempre magnifica) voce, sulla sua chitarra e sulle sue idee compositive. Ma la sua musa, purtroppo, sembra avergli voltato le spalle.

God's Mistake

"God's Mistake" (L'errore di Dio) è una composizione dai tratti rock e dall'atmosfera semplice e melodica, nel quale Orzabal sfrutta vocalmente note particolarmente acute. Il brano incontra purtroppo il classico problema che riguarda molti altri del repertorio dei Tears For Fears: la strofa coinvolge e convince, mentre il ritornello al contrario risulta molto poco adeguato al confronto. In questo caso poi il refrain suona come una semplice ripresa della strofa, un allungamento senza un'idea davvero originale alla base e inserito perché la struttura lo prevede. Come diversi altri brani della band ci si affida ad un'atmosfera di carattere speranzoso, incoraggiante; che se pur non regala, come s'è detto, alcun afflato di genialità al tempo stesso perlomeno tradisce come sempre l'ombra di diverse buone idee, mal sfruttate e lasciate a metà sia musicalmente che liricamente. Lo prova il testo stesso, che qui come sempre traduciamo: "Trovo un amico, mi chiama / Dice ciao, poi mette giù / Deve avermi letto nel pensiero / Questi sono giorno di un paradigma differente / Forse una volta, forse due / Lui dice che Dio non gioca ai dadi / Eppure se sta da qualche parte / Sta nei casinò con assi nella manica". Il brano si affida ad una metafora ambiziosa per parlare dei rapporti tra le persone e di come un'entità superiore (Dio, che in questo caso potrebbe anche essere visto come concetto astratto) intervenga a deciderne le sorti, togliendo quasi all'essere umano la responsabilità in materia. Il ritornello insiste sul concetto: "L'amore è un errore di Dio", come a voler segnalare affetti e relazioni in quanto "incidenti" non previsti dal sommo piano divino e relegando perciò l'amore ad un errore di percorso, a uno sbandamento della via. Un concetto interessante che non viene però approfondito né dà luogo ad alcuna riflessione filosofica: del resto, non siamo certo in una canzone dei Pink Floyd. "Non sta a noi [capire] la ragione per cui / Cadendo dall'alto / Dentro l'acqua, come un agnello al macello / Anche ora, l'errore di Dio ci prepara ad un altro cuore spezzato / Dio sembri così elegante, vestito come il diavolo in una pantomima cosmica / Non c'è mai stato così tanto in ballo". La seconda strofa recupera la parabola della caduta di Lucifero dal Paradiso, collegando gli uomini e i loro bisogni materiali al diavolo e alla natura luciferina di quello che da un certo punto di vista possono essere visti (secondo anche una antica prospettiva storico/religiosa) dei "peccati", ma con una certa dose di blasfemia non risparmiandosi però di attribuire una natura diabolica alle ragioni del signore dei cieli. Le quali, rimane inteso, fino alla fine dei tempi resteranno del tutto inconoscibili.

Until I Drown

"Until I Drown" (Finché non annego) è la prima delle b-sides uscite assieme al singolo. Si tratta di una dolce ballad acustica dal sapote agrodolce, molto atmosferica e guidata da un arpeggio per chitarra acustica sul quale la voce di Orzabal scivola, quasi corteggiandolo, con melismi e acuti sottili intervallati da brevi note di tastiera inserite a fare da commento tra le strofe. Ai due minuti di durata il brano si trasforma in un classico alternative rock anni '90, con l'esplosione di un nuovo ritornello e l'arpeggio spostato su una chitarra elettrica, sempre con effetti d'orchestra a sottolinearne la fumosa atmosfera. Il testo è singolarmente pessimistico e parla di immobilità, sconfitta, impossibilità: "C'è voluto molto per guarire / C'è voluto molto per fare ammenda / Divertente come va la storia / Spoglia un uomo nudo e brucia i suoi vestiti / Tempo è tutto ciò a cui anelo / Arriva in ondate / Starò qui, finché non annego / Il sistema è in sovraccarico / Va a letto caldo ma si sveglia freddo / Quale croce sanguinando da portare / Il tempo sulle mie mani, ma non importa / I giorni sono tutti gli stessi / Diventano cera e si decompongono / Io resterò qui finché non annego". Il brano pare riprendere le temariche della classica "Time" dei Pink Floyd (1973): una riflessione molto filosofica e in questo caso anche laconica sul trascorrere immutabile del tempo e sugli effetti deleteri che questa eterna condanna esercita sullo spirito e sull'animo umani. Non sappiamo se queste parole scaturiscano dalla penna di Orzabal a seguito di una sofferenza d'amore o magari da un momento d'attesa forse particolarmente penoso legato alla stessa; non stupirebbe. Certo è che nella sua semplicità il brano si può dire molto riuscito; peccato per il finale frettoloso, affidato ad una dissolvenza che giunge poco dopo il climax e ne rovina l'effetto a metà ("So sad they had to fade it?").

War of Attrition

"War of Attrition"(Guerra d'attrito) è un bel rock deciso molto anni '90, che rappresenta l'ennesimo esempio di un buon brano dei Tears For Fears ingiustamente relegato a fungere da b-side. Di certo questa canzone sarebbe stata meglio nella tracklist di "Raoul and the Kings of Spain" rispetto almeno a metà delle altre, se non a tutte. Certo, intendiamoci: niente a che vedere con i capolavori del genere di metà anni '90 da parte delle migliori band, ma certamente un brano più che dignitoso che avendone la possibilità si sarebbe forse distinto bene anche come singolo. Peccato forse un po' soltanto per le liriche, che sembrano ritrarre l'ennesima metafora a sfondo amoroso ma suonano criptiche e difficili da interpretare. In ogni caso, sappiamo bene cos'è l'attrito e che tipo di ruolo potrebbe giocare in uno scontro romantico: "Vieni a giocare, va tutto bene / Proietta le tue ombre su piedi d'argilla / Conosci il tuo posto, mostra la tua faccia / Dormire non ti servirà a nulla / Potresti dire che è una guerra d'attrito / Questo è il tuo destino, non si scappa / Ho imparato molto, posso aspettare / Qual è il mio nome, qual è il tuo gioco / Hai mentito tanto / Poi ti giri e mi dici che questa non è una guerra". Il tema non è certo inedito nell'opera della band, ma che in questo caso presenta un tema tratta ancora una volta in tono stanco e forse un po' circostanziale, del tutto privo delle intuizioni liriche fortemente metaforiche e d'impatto dei testi prodotti da Orzabal negli anni '80. Anche in questo caso la cosa si deve indubbiamente alla necessità di scrivere canzoni più per portare avanti (per inerzia) la macchina del progetto e meno, come ad inizio carriera e come spesso vale per molti musicisti rock, per esprimere emozioni profonde tramite istanze artistiche. Per quanto non si possa certo caratterizzare la traccia come "inautentica", è anche oltremodo difficile al tempo stesso cogliervi originalità e tratti autenticamente ragguardevoli.

Creep

Conosciamo bene questa canzone, e non è dei Tears For Fears. Per qualche motivo, nel 1995 Orzabal decide di interpretare dal vivo il famoso successo dei Radiohead dal titolo "Creep" (il titolo fa riferimento ad un'espressione inglese intraducibile in italiano, che indica un individuo dal fare inquietante e disturbante) uscito due anni nell'album di debutto della band inglese, "Pablo Honey" (1993). Si tratta in quel periodo più o meno della canzone dei Radiohead più famosa e quella per la quale sono principalmente noti: la band di Thom Yorke è ancora infatti alle prime armi, anche se la prima maturazione giunge proprio in quel 1995 con l'album "The Bends" (1995). La scelta è peculiare e mostra una insospettabile attenzione nei confronti della scena inglese coeva e verso la nuova generazione (anche se Thom Yorke ha pochi anni meno di Roland Orzabal). La storia del brano la conosciamo: la canzone descrive con fare vittimista e sottilmente ironico (o no?) la visione del mondo di una persona disperata che desidera disperatamente di essere notata e di essere "speciale" come la ragazza che ama o i famosi "altri", gli esseri umani che ai suoi occhi sono tanto migliori. Il brano è famoso per l'alternanza, tipica degli anni '90, tra strofa dolce e pulita e refrain sporco e grunge, con assordante schitarrata distorta introdotta da Jonny Greenwood tramite il suo famoso "ch-chk, ch-ck". Un trademark del decennio, e poi paradossalmente la maledizione dei Radiohead che per anni addirittura si rifiuteranno di suonare la canzone dal vivo per superarne il successo e condurre la loro musica verso altri lidi. Quando i Tears For Fears la ripropongono dal vivo naturalmente (si presume) non possono sapere né prevedere tutto questo: è semplicemente un grande successo rock di un paio di anni prima, il cui impatto è stato registrato e che la band new wave ha deciso di riprendere forse anche, mettiamoci un po' di cinismo, per cavalcare l'onda del successo dei Radiohead stessi e per accattivarsi le simpatie di un pubblico più giovane, quelli che quando "Shout" ed "Everybody Wants to Rule the World" giravano per radio erano ancora bambini. La versione proposta da Orzabal dal vivo è rallentata e trasognante, psichedelica quasi, lontana dalle atmosfere alt rock dell'originale; e, per qualche motivo, funziona alla perfezione. Aiuta che il cantante dei Tears For Fears abbia un timbro vocale molto simile a quello di Thom Yorke, cosa che gli consente di riprendere con la medesima forza l'incisività della canzone, e specie nell'acuto memorabile della variazione. Una cover atipica, lontana dal repertorio della band, moderna e sicuramente riuscita.

Conclusioni

"God's Mistake" raggiunge solo tre misere posizioni in classifica: la numero 61 in Gran Bretagna, la numero 48 in Canada e la numero 102 negli Stati Uniti. Davvero umiliante se si considera che poco più di dieci anni prima la classica "Shout" aveva ottenuto diverse posizioni numero uno in tutto il mondo, vincendo dischi d'oro e di platino. Ma in dieci anni tante cose sono cambiate: questo singolo sarà l'ultimo ad entrare in classifica, per la band, fino ad altri dieci anni dopo, nel 2004. I due successivi infatti, "Secrets" e "Falling Down" (usciti entrambi nel 1996) verranno completamente ignorati e l'insuccesso porterà infine Orzabal a pubblicare dapprima la (clamorosa, al confronto di queste produzioni) compilation di b-sides Saturnine Martial & Lunatic (1996), e poi a cessare le attività della band dandosi ad una breve attività da solista. Poi sappiamo cosa succederà: al cambio di millennio Orzabal e Smith si riuniranno, e la giostra ricomincerà pian piano a girare. Ma per il momento al quale siamo rimasti, nel 1995, le prospettive per la band sono buie e cupe e l'insuccesso dei singoli (Elemental, un singolo precedente dallo stesso album, non è nemmeno entrato in classifica) di certo non aiuta a guardare al futuro con la voglia di produrre nuovi album e canzoni, a fronte anche come si diceva di un panorama musicale mutato e ormai difficilmente intaccabile per un gruppo di "quasi-quarantenni". In ogni caso la canzone si può riascoltare, un po' paradossalmente (ma i musicofili capiranno) proprio come sintomo ed esempio di una fase di crisi di una band famosa e altrimenti di successo: non è certo questo il caso, ma sovente in queste produzioni si possono recuperare inaspettate perle nascoste e dimenticate. Chissà che, magari nel 2025, qualcuno per qualche motivo (magari grazie a una serie tv, come avviene sempre più spesso) non riscopra "God's Mistake", forse in una versione nuova come avvenuto con la cover di "Mad World" di Gry Jules, e non le renda una giustizia che in questo momento non sappiamo farle avere.

1) God's Mistake
2) Until I Drown
3) War of Attrition
4) Creep
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