TCHNORNOBOG

Tchornobog

2017 - I, Voidhanger Records/Fallen Empire Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
01/07/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Markov Soroka è il proprietario della label Vigor Deconstruct e un polistrumentista che ha creato una serie di progetti dediti all'esplorazione degli aspetti più sperimentali di generi quali il black, il death e il doom. Possiamo citare il black metal atmosferico e dai connotati ambient degli Aureole, o il funeral doom dei Drown (originariamente Slow), o ancora il progetto black metal più crudo a nome Krukh. Uno dei progetti passati dell'artista ucraino residente in America è Eternium, con all'attivo un solo album di nome "Repelling A Solar Giant", uscito nel 2011 e caratterizzato da modi black e death di stampo svedese uniti ad aspetti sinfonici. Terminata questa esperienza, dalle sue ceneri è stata creata la nuova emanazione Tchornobog, un progetto dove black, death e doom vengono uniti usando come collante elementi jazz e atmosferici. Il nome deriva dalla versione ucraina di Chernobog, ovvero il misterioso Dio Nero della mitologia slava del quale sappiamo veramente pochissimo per quanto riguarda i suoi reali connotati e mansioni nella religione da cui proviene; entità che, a causa del suo nome, la civiltà cristiana ha considerato come demoniaca e un dio del male accostabile a Satana. Questa interpretazione è quella passata nella cultura popolare, come visto nella sequenza del film d'animazione Disney del 1940 "Fantasia" chiamata "Una Notte sul Monte Calvo", o anche nel videogioco sparatutto del 1997 Blood come boss finale. Soroka sembra intraprendere nell'album qui analizzato omonimo al progetto, "Tchornobog" uscito nel 2017 per la I, Voidhanger Records in CD e per la Fallen Empire Records in digitale, cassetta e vinile, una strada parallela dove la divinità viene reinterpretata come un'entità misteriosa e terribile dai connotati cosmici, un vero e proprio Grande Antico che sembra uscito dalla mitologia letteraria creata da H.P Lovecraft e sviluppata negli anni da autori come Robert E. Howard, Robert William Chambers, Lord Dunsany, Clark Ashton Smith. Come molto spesso accade con le uscite dell'etichetta italiana di Luciano Gaglio il tutto si traduce in una musica sperimentale delineata in brani lunghi e dal gusto psichedelico, una sorta di rituale musicale onirico dove quattro tracce creano altrettanti atti che compongono un viaggio sonoro di oltre un'ora di durata. Completano il quadro gli interventi di Greg Chandler dello studio Esoteric and Priory Recording come seconda voce nel primo e nel terzo brano, il saxofono di Sofia Hedman registrato in Svezia da Alex Purkis dei Craft e usato nella terza traccia, il violoncello e la tromba di Hannar Gretarson, e il contributo come corista di Elizabeth Barreca; va inoltre citato l'artwork di Adam Burke, perfetto complemento visivo per la musica qui affrontata, descrivente un paesaggio irreale dai colori accesi che sembrano inoltrarsi verso un tramonto oscuro, e il lavoro di produzione fatto da Stephen Lockhart, per molti versi padrino della scena black metal islandese, non a caso spesso caratterizzata da dissonanze e atmosfere sature.

I: The Vomiting Tchornobog (Slithering Gods of Cognitive Dissonance)

"I: The Vomiting Tchornobog (Slithering Gods of Cognitive Dissonance)" è l'imponente prima traccia dell'album, un monolito di venti minuti dove follie dissonanti non lontane dai Blut Aus Nord più caotici e deliranti incontrano voci cavernose e ritmiche massacranti che vanno a scontrarsi con parti rallentate ricche di un sapore doom non meno discordante e oppressivo. Il suono si delinea durante il corso delle varie evoluzioni tramite giochi di rapporto tra chitarra e batteria calcolati fino al minimo dettaglio, tratti pieni di riverbero evocano suoni persi in gorghi cosmici, e fredde distorsioni black portano connotati maestosi nella composizione. Ci viene illustrata l'entità su cui verte l'opera, qualcosa di aberrante, che si sbudella e si auto-divora da sola di continuo, una bestia primordiale che vomita da ogni orifizio. Una visione caotica ai limiti della sanità mentale, portata in musica tramite i movimenti ora ossessivi e lanciati, ora rallentati, immersi in un soundscape nebbioso, ma graziato da una produzione che riesce a dare valore a ogni strumento. Assoli death si levano con fare malevole e disturbato, mantenendo non-tempi pachidermici che concorrono a un corso acido, ma allo stesso legato a tratti death/doom vecchia scuola. Proseguono anche le nostre visioni: prima vediamo un torace spasmodico e una lingua di ossidiana, poi un'orrida visione fatta di osteologia (studio delle ossa) legnosa, infine la possessione, madre dell'incoscienza dell'incubo. Si manifesta una progenie nera del fato mal scelto, un agglomerato alchemico di carne e ossidiana che si forma sul Tchornobog. Figure odiose si attaccano come spugne liquide, risultato di un amalgama fetale, e l'entità non smette di auto-divorarsi e sbudellarsi. Sessioni pachidermiche offrono grida inumane che squarciano i growl gutturali, sempre più concitate e piene di un pathos oscuro e violento, in sottofondo strutture quasi meccaniche si trascinano verso uno stop improvviso. Effetti liquidi dominano per un po' la scena, ma ecco che come da un brodo primordiale si levano versi cavernosi e chitarre distorte, creando una coda preparatoria che di seguito si organizza in bei suoni degli accenni di melodia. Voci spettrali ci comunicano che sono le onde di torbiera che coprono il loro padre, i cui occhi sono completi, e gli organi sensoriali super-stimolati, un nemico della cecità. Esse provano ogni cosa, e marciano come vasi per una vita orribile, estraiti dal riposo del calmo vuoto, per essere evocati in questo incubo da schiavi. Toni vocali sotterranei, filtrati con effetti, strisciano sotto epici accenni di melodia, ed ecco che rallentiamo di nuovo con connotati doom cavernosi che non sarebbero alieni a un disco dei The Ruins Of Beverast. Sprofondiamo quindi nuovamente in burroni sonori dalle profondità abissali, terreno per mortifere marce di chitarra e batteria, ma anche per improvvise accelerazioni in doppia cassa, sormontate da grida gutturali. L'orizzonte si libera, e la copertura del cielo viene innalzata, la tenebra non è più sola perché una sfera di fuoco trafitta si muove tra le nuvole, una bianca luce velenosa che sveste le montagne in un fallimento imperiale, attraversando un vasto vuoto fatto di un miliardo di chilometri tra la Terra e l'Esso. E' come se, con proposito, volesse lanciare un fuoco infernale belligerante, un Elio che sprigiona una morte acromica con le sue lingue che lappano davanti al suo stesso riflesso, in un'ossidiana che arde. La doppia cassa martellante prosegue con i suoi colpi senza sosta, mentre la progenie dell'entità appassisce sotto la superficie dove i suoi semi sono stati sparsi, cadendo. Una bellissima melodia si produce in un assolo squillante che ci trascina verso marce rocciose; l'anima obsoleto si contorce, i nostri corpi si innalzano, stigmate dei deboli, e divoriamo coloro che non sono della nostra legione, agendo come il Dio che siamo. Ancora Tchornobog deve assaggiare uno di loro, il matrimonio indisturbato tra idrogeno e ossigeno, ed ecco che le montagne tremano e icieli si chiudono, l'orrore si rivela in lingue che strisciano, l'elisir sotterrato che è componente di tutta la creazione sanguina dal suo occhio, le sue teste diventano tre, poi nove, poi trenta, una forza insaziabile della consumazione vomitevole. Chitarre severe si stagliano con echi notturni, e digressioni ossessive esplodono in bordate robuste, materia per i ruggiti mostruosi del cantato, ma anche per sincopatie spezzate. Ci stabilizziamo poi su un fraseggio ipnotico, mentre le vocals gutturali recitano nomi in sequenza: Anubi, Hecate, Dis Pater, Namtar, Set, Hel, Kali, Lucifero, tutti attribuiti alla creatura del vuoto con la lingua umana, il pennello, il sangue, o la penna. Molti occhi sono non ingannati da queste psicologie nella vertigine, semplicemente viene attaccato un nome a ciò che non possono comprendere. Ma una delle disposizioni è vera: così come l'uomo invecchia, così fa anche Dio. E a queste ultime parole fa seguito una coda ambient oscura e malevola, degna conclusione di un viaggio sia musicale, che tematico, allucinante e allucinato, dove suoni di saxofono si uniscono a campionamenti disgustosi e liquidi.

II: Hallucinatory Black Breath of Possession (Mountain-Eye Amalgamation)

"II: Hallucinatory Black Breath of Possession (Mountain-Eye Amalgamation)" ci porta verso nuovi gorghi sonori tramite ritmi concitati e riff segaossa lanciati tra le devastanti doppie casse. Un caos prestabilito si libra con vocals esaltate e sature di riverbero, che rafforzano l'atmosfera tellurica e danno manforte alle dissonanze di chitarra. Si mostra a noi ancora una volta Tchornobog dale mille lingue, che vomita nelle flaccide vene. Composti chimici provengono dal grugno, mischiati con un fumo ruggente, e ci troviamo a pronunciare parole aliene dallo sconosciuto, ma sicuramente terribile, significato. Vediamo ora un ovulo che perfora una stella nera, e facce in tormento, un incubo che sovraccarica i sensi entra in noi, in ogni nostro nervo, vena, muscolo, osso. Queste immagini si convertono in una musica che rimane caotica, ma allo stesso tempo è anche molto ritmata e crea ritornelli sotterranei dove ogni parola viene sottolineata dai colpi di batteria; trame black in doppia cassa si aprono ad assalta sferraglianti dove raggiungiamo velocità folli e selvaggia, mettendo in gioco un gusto non dissimile da quello dei Deathspell Omega più ossessivi e tellurici. Le cascate di blast e versi cavernosi proseguono senza sosta: il nostro torso viene separato dagli arti, e i nostri polmoni sostituiti da occhi, percorriamo il nero respiro allucinatorio della possessione in un sovvertimento della mente che avviene con una vertigine. I suoni non accennano a volersi calmare, un mulinello nero ci trascina verso un assestamento fatto di galoppi dissonanti, prima di lanciarsi in nuove follie imponenti. Tramite la miriade, vediamo cose non viste, c'è una struttura colossale fatta di pietra e io, un guardiano agonizzante vuoto nell'iride, che richiama la nostra. Arie maestose e funeree si innalzano, perendo però presto in dirge doom dove versi cavernosi si stagliano sui riff pesanti e distribuiti nella struttura. Un raggio di luce bianca attraversa il nostro teschio, e vomita un deserto dove vediamo il dio bestiale dell'aberrazione, e ci chiediamo verso quale terrore della psicosi stia andando. Le sue voci ci hanno assaltato sin dalla nascita con una filosofia che non si arresta, una colonna vertebrale era stata donata tra il cuore e i polmoni solo per dare un divertimento temporaneo al vuoto, e allora ci chiediamo della vita, e se lo strisciante e sotto i piedi schiacciamento della nascita incessante non sia altro che un testamento dell'ironia Anomalie innumerabili sono la proprietà della genesi, non può essere senza significato, la stirpe marcia verso il vuoto. Nel mentre, un galoppo robusto e metallico ha preso forza tra le trame sonore, sorretto da misteriosi cantati filtrati e tratti cupi accompagnati da belle astrazioni notturne pregne di malinconica melodia; note discordanti creano un'affascinante orchestrazione sghemba, prima di lanciarsi in nuove corse dissonanti serrate. Esse ci conducono verso nuove cesure dove fa ritorno la melodia di piano che ricrea atmosfere emotive, ora riprese anche da un fraseggio che s'innalza nell'etere portando a un ottimo climax compositivo. Un feedback porta a una falsa chiusura, negata da assoli deliranti e doppie casse violente: si propagano nuovi linguaggi alieni, prima di descrivere ancora una volta la struttura che si mostra davanti a noi rappresentante del vuoto, un dio invertito , e anche un trono non reclamato si palesa sulla scena. La conclusione è segnata dalla cacofonia lanciata di chitarre e batteria, un ennesimo vortice dissonante che si sfoga in una turbolenza dalle bordate roboanti, sormontata nella chiusura da versi ruggenti che si perdono in una digressione di chitarra che confluisce nel brano successivo.

III: Non-existence's Warmth (Infinite Natality Psychosis)

"III: Non-existence's Warmth (Infinite Natality Psychosis)" parte con il proseguimento della digressione che chiudeva la traccia precedente, convertita in un suono statico che si inoltra tra versi spettrali accennati e ritmiche striscianti dal gusto rituale accompagnate da alcuni arpeggi e fraseggi distanti. Una trama evocativa che prosegue con i suoi toni sottintesi e minimali, toccando una melodia scarna che evolve in un motivo controllato e delicato che si arricchisce di suoni di sax. Un'elegante struttura jazz sorprende l'ascoltatore mettendo in mostra lo stile particolare della band; ma ecco che all'improvviso baritoni doom convertono il tutto secondo modi che non sarebbero alieni in un album dei Bell Witch, donandoci cavernose emotività. Vocals perse nella nebbia sonora ci ricordano come noi guardiamo tra le tracce di fuliggine e cenere lasciate sulla Terra, per completare la nostra conoscenza, ferite che riflettono ciò che è tornato nell'Esso. Avviene ora un esercizio grafico che solo con davanti il libretto (o una ripropostone del testo in esso riportato esatta) possiamo sperimentare: il resto delle frasi è scritto al contrario in lunghezza ora decrescente, ora crescente, dando forma fisica a un'idea di inversione e disarmonia. Il nostro è un fato peggiore della morte, l'essere evocati come schiavi in questo incubo, presi dal placido riposo del vuoto per una vita aborrente, marciamo come vasi, nemici della cecità super-stimolati negli occhi, le onde del pantano su nostro padre. Si tratta di una riproposizione di una parte del testo della prima traccia dell'album, qui riportata al contrario anche nell'ordine delle frasi, completando l'artistica opera di sovversione e di collegamento testuale e tematico tra le varie parti di quello che possiamo definire un concept album dove l'esperienza vera è data solo dalla totalità del disco. La musica prosegue con le sue belle melodie lente ed evocative, creando un passo emotivo che costituisce la parte più umana dell'opera, un tripudio di armonie malinconiche e passi felpati di drumming. Il gusto è molto post-rock e ci riporta in mente certi momenti altrettanto toccanti dei Godflesh di fine anni novanta; ma all'improvviso trame ben più sinistre si palesano con connotati death/doom uniti a versi distorti. Invece però di sprofondare in incursioni abissali, viene dato nuovamente posto alle delicatezze precedenti, in un loop sognante. Una digressione distorta ci conduce verso una ripresa dei suoni jazz iniziali, qui delineati da strumenti a fiato a note di pianoforte sospesi tra ritmiche dilatate e lontane, sottolineate da malinconie notturne di chitarra. Un crescendo di batteria ci porta all'intrusione di bei motivi altrettanto trascinanti. Esercizi controllati danno connotati progressivi alle trame sonore incontrate, proseguendo fino a un dialogo campionato che chiude il viaggio.

IIII: Here, at the Disposition of Time (Inverting a Solar Giant)

"IIII: Here, at the Disposition of Time (Inverting a Solar Giant)" richiede una piccola premessa: l'uso del IIII al posto del IV non è un errore e scelta dettata dall'ignoranza, come potrebbe essere facile pensare di primo acchito. Si tratta infatti di una numerazione più antica usata nell'epoca romana vera e propria, solo di seguito sostituita dall'uso esclusivo del IV per motivi di chiarezza in epoca già medioevale. Tornando alla musica, troviamo qui l'ultimo atto del disco, presentato da toni sospesi cavernosi e dilatati, e da un ruggito che lascia posto a una nera marcia immersa in oscurità sonore dalle impennate improvvise. Dissonanze taglienti si palesano, mentre i toni vocali si fanno saturi di riverberi; siamo arrivati alla disposizione del Tempo, dove Tchornobog e la sua stirpe sono deboli, discendenti, bruciati da un sole traditore. Ma ciò che soffre deve anche assorbire, in una grottesca litania di Sole e Terra. Un incubo fetale in tre teste, di cui ci chiediamo quali angoli non abbia intrapreso, come una possessione eterna si è diffuso da ovest a est, e vive tramite i suoi vasi, tutti noi non siamo altro che altre vene a cui attingere. I suoni si mantengono severi e monolitici, carichi di nere arie black/doom dove ariosità malinconiche e sinistre creano apici ben calibrati; seguono riff squillanti e profondità vocali dal sapore abissale. La musica va poi a decelerare in una cesura che fa da introduzione per una doppia cassa che tempesta colpi duri e riff martorianti. E' il momento per un'accelerazione black dai toni frenetici: ci chiediamo se quanto prima descritto sia un amalgama che serve a stemperare la sofferenza dell'entità. Quando le ossa e la carne vengono divise dal corpo, scopriamo che sentiamo meno dolore nel così detto fuoco infernale, sempre di meno. I vortici sonori proseguono in un caos progressivo dalle accelerazioni malevoli e bordate tempestive che ci rimandano al "Paracletus" dei già citati Deathspell Omega. Ritroviamo la descrizione dell'entità protagonista dell'album mentre si auto-divora e sbudella, ripetuta con frasi progressivamente troncate, dando idea di una progressiva dissoluzione verso il nulla. E di rimando, la musica sprofonda in un tetro silenzio dove drone solenni riempiono i vuoti con arie sinistre e minimali, creando code dark-ambient che poi danno spazio a marcette militanti. Si innalza di nuovo il corso fatto di chitarre dagli assoli squillanti e acidi, accompagnati dai versi gutturali e cavernosi del cantato, raggiungendo passi ritmati dalle atmosfere quasi tribali. La sezione tecnica evolve in maestose distorsioni accostate a passaggi di chitarra ossessivi e claustrofobici. Strisciamo su suoni crepuscolari in climax ipnotici e snervanti, ottenendo una coda che va a riproporsi nei suoi modi fino al raggiungimento di un riff roccioso che inaugura un'ultima cavalcata black/death aggressiva e caotica, coronamento tanto della canzone, quanto dell'album, che si consuma in una dissolvenza.

Conclusioni

"Tchornobog" è un'opera affascinante e meditativa dove black, death, doom, jazz, progressive e ambient diventano colori da usare per un affresco variegato, ma allo stesso tempo opprimente e dall'essenza monolitica e oscura. Qui la misteriosa divinità diventa una manifestazione dai tratti lovecraftiani del vuoto primordiale, disturbato e ferito dall'esistenza, vista come un fenomeno caotico che ha portato scompiglio nell'ordine del silenzio eterno. In questo ritroviamo tratti e idee molto vicine a quelle del black metal più spirituale ed esoterico, soprattutto quello di stampo religious spesso legato musicalmente anche a tratti sperimentali. Non ci sorprende quindi notare accostamenti con i modi idiosincratici dei DsO, e nemmeno delle influenze legati all'altro caposaldo del black metal sperimentale francese, ovvero Blut Aus Nord. Nulla di quanto qui ascoltato è al 100% originale e all'orecchio più smaliziato le fonti sono abbastanza evidenti, ma questo non va a inficiare l'oggettiva qualità dell'opera e delle strutture adottate, che dimostrano un senso della musicalità e del songwriting competente e che sa muoversi tra vari generi, innestandoli anche tra loro. Considerando poi che si tratta del lavoro di un solo musicista che ha scritto tutte le tracce facendosi poi aiutare in minima parte nella loro realizzazione compiuta, e lasciando solo la produzione veramente in altre mani, non possiamo che prendere atto dell'ottimo risultato. Il tutto si avvale di un'aura aliena, ma seria, che caratterizza l'opera e la pone tra il mood complessivo delle uscite che spesso si trovano nel roster della I, Voidhanger Records, ognuna con le sue qualità, ma unite da un certo uso della dissonanza e di tratti atmosferici legati a scenari esoterici e/o degni di un orrore cosmico. Basta pensare a nomi come i compianti Howls Of Ebb, gli Ævangelist, Tongues, o i più recenti Acausal Intrusion. Mondi sonori dove tratti death e black si organizzano in modi ora familiari tra i vari progetti, ora diversi in base alle singole velleità. Il polistrumentista di origine ucraina mette così in atto un'opera che entra in un certo canone e sensibilità, ma che ha anche caratteristiche proprie che ne garantiscono l'identità; qui usando una figura già di per sé persa nella nebbia del mistero e dell'interpretazione, tesse un discorso dai tratti esoterici dove viene ricreata un'epopea cosmica che consiste nella lotta tra luce/vita e tenebra/nulla, parteggiando in modo accennato per la seconda secondo i canoni propri di certo black metal. I modi musicali verranno in parte ripresi ed esplorati in futuro dal Nostro con il progetto Drown, dando però qui maggiore spazio ai tratti funeral doom rispetto agli assalti dissonanti qui presenti. Il progetto Tchornobog continua ad avere una sua funzione, e nonostante la presenza al momento unica del lavoro qui recensito, risulterebbe ufficialmente ancora attivo e sotto contratto per la tedesca Prophecy Productions, per cui dovrebbe uscire uno split con gli Abyssal dove verrà presentata al mondo una nuova traccia di oltre venti minuti. Staremo a vedere se e come il suono è evoluto nei cinque anni di attesa, per ora rimaniamo con l'ottima esperienza qui vissuta.

1) I: The Vomiting Tchornobog (Slithering Gods of Cognitive Dissonance)
2) II: Hallucinatory Black Breath of Possession (Mountain-Eye Amalgamation)
3) III: Non-existence's Warmth (Infinite Natality Psychosis)
4) IIII: Here, at the Disposition of Time (Inverting a Solar Giant)