TALKING HEADS

Once In A Lifetime

1980 - Sire

A CURA DI
TIZIANO ALTIERI
24/06/2020
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Ripresa aerea di New York. Banconote e monetine che sbucano dai palazzi e dalle strade. Una grossa monetina sfonda la finestra di un gazebo da cui esce Tom Hanks. La casa di fianco al gazebo sta subendo un trasloco che ha più l'aria di un esproprio. Infatti, mentre Tom Hanks comincia a parlare, una signora alle sue spalle gli sbraita contro senza che lui ci faccia caso. In un attimo, l'enorme SUV parcheggiato davanti alla casa, al passaggio di Tom scompare in un vapore violaceo. Lui, non curante, prosegue il discorso e continua a camminare, e a tempo con le sue parole svaniscono l'intera casa e la signora dietro di lui. Tom Si ferma, un dolly lo inquadra dall'alto, e una sorta di effetto "sciacquone" lo inghiotte. Ora non siamo più sui verdeggianti giardini delle villette americane, siamo in mezzo a un parcheggio vuoto, sotto un ponte. Una serie di salary man -capeggiati da Tom- ballano una danza assurda che mima le loro parole, mentre alle loro spalle un enorme pila di monetine si staglia nel cielo, abbassandosi e alzandosi a tempo di musica. A montaggio alternato, vediamo quegli stessi salary man con i loro oggetti d'ufficio dentro una scatola, intenti ad abbandonare il posto di lavoro in seguito a un massivo licenziamento che coinvolge anche Tom, che ora si trova su una montagna russa. Mentre vi sfreccia sopra a tutta velocità, con un vento di banconote che gli soffia in faccia, ripete ossessivamente queste esatte parole: "uguale a come sempre è stato". Abbiamo forse appena descritto un trip da acidi o roba simile? Non esattamente. Questa che avete appena letto è la descrizione accurata del primo spassosissimo minuto di "A Hologram for The King" di Tom Tykver. Una sorta di cortometraggio semi-animato inserito all'interno del film per introdurre la vicenda. Trattasi inoltre -se non si è colto tra le righe- di un grandioso omaggio al videoclip ufficiale di Once in a Lifetime dei Talking Heads, singolo principale del disco-capolavoro Remain in Light, di cui è inoltre il brano più famoso. Numerosi sono stati gli omaggi a tale pezzo e in particolare al suo videoclip, che vede il frontman della band David Byrne ballare come un forsennato. Più o meno recenti che siano (la parodia del Muppet Show, interpretata da Kermit la rana nel 1996, o il montaggio uscito su YouTube tre anni fa, in cui Byrne ha la faccia di Donald Trump) tali omaggi mettono ben in chiaro quale sia stata l'influenza e la potenza espressiva di un brano estremamente legato al suo accessorio visivo, una prassi del pop odierno che quattro decenni fa significava invece avanguardia. Per quanto riguarda le musiche, il visionario produttore del disco, Brian Eno, stava sperimentando un processo digitale di scrittura che nel periodo di pubblicazione di Once in a Lifetime in formato vinile (nel febbraio dell'81) si sarebbe poi concretizzato nel suo ennesimo capolavoro, My Life in the Bush of Ghost, scritto guarda caso a 4 mani con David Byrne. Quel processo compositivo era il Sampling (in italiano "campionamento"), prassi stilistica di quello che in futuro sarebbe stato chiamato Hip-Hop, genere che all'epoca di Once in a Lifetime esisteva solo in fase embrionale. Eno padroneggiava già alla grande questa tecnica e il segreto della sua preparazione sta proprio nella scrittura di Remain in Light e Once in a Lifetime. Vediamo insieme il motivo per cui Once in a Lifetime è tutt'ora uno dei brani più belli di sempre.

Once In A Lifetime

Il metodo di scrittura utilizzato in Remain in Light, e quindi anche nel singolo Once In A Lifetime (Una Volta nella Vita), fu una sorta di "sampling analogico". Eno, coadiuvato dai Talking Heads, estraeva dalle jam session della band delle porzioni di materiale che poi Byrne e compagni reimparavano, eseguendole isolatamente in loop. Era come il campionamento, ma una versione "umana di esso". Byrne descrisse infatti la sua band come un gruppo di "campionatori umani" mentre si scervellavano per comporre il pezzo. Il risultato finale fu "Something completely different", come direbbero i Monty Python. La linea generale emersa dalle registrazioni aveva il sentore del funk, ma quando i Talking Heads la reimpararono assunse la tribalità dei ritmi tradizionali Yoruba (antica popolazione dell'Africa Occidentale), mista ad elementi della Soul Music. Ne emerse infatti una versione "talkinheadsata" dell'Afrobeat, sottogenere del Pop nato sul finire degli anni '60 ad opera dell'attivista per i diritti civili Fela Kuti, di cui Eno era un convinto sostenitore. Fu lui a farlo conoscere alla band, che inconsciamente ne assorbì i trascinanti ritmi danzerecci trasportandoli in Once In A Lifetime dove il quartetto ebbe modo di trasfigurarne la matrice per farne qualcosa di squisitamente personale. Jerry Harrison, seconda chitarra e tastierista del complesso, descrisse il processo come una "sorta di trance" in cui la mancanza di un definito giro di accordi rese difficilissima la creazione di un vero e proprio ritornello. Accorse nuovamente in aiuto Eno, e fu infatti lui a canticchiare la melodia su cui Byrne non dovette far altro che buttar dentro un testo. Risolto il dilemma "ritornello", Harrison aggiunse al brano quella scintillante linea di sintetizzatori che contribuisce a fare di Once in a Lifetime quel pezzo grandioso che è. Si sbizzarrì anche con un organo Hammond che fa da climax sonoro, ripreso direttamente dal brano dei Velvet Underground "What goes On", estratto del disco omonimo. Harrison prese "in prestito" quel giro di accordi di Doug Yale (il tastierista dei VU che sostituì John Cale al basso e all'occorrenza cantava o suonava la batteria) inserendolo in maniera così magistrale all'interno del pezzo che risulta impossibile rintracciarne la provenienza. Volendo questo è un ulteriore esempio di "Sampling analogico", espediente che sembra non abbandonare il pezzo in nessuno dei suoi frammenti. Notevole fu l'apporto della bassista della band, Tina Weymouth la quale incappò in quella che definì una "disputa musicale". Eno infatti non era convinto del giro di basso e ci vollero settimane per trovare un compromesso. L'origine delle note è attribuito al marito e batterista della band Chris Frantz, che durante una jam session molto coinvolgente strillò quella melodia continuano a suonare. Tina non fece altro che trasporre quegli strilli sul suo strumento, suonando come "un carpentiere che batte su un chiodo". E in effetti, anche nella resa finale accordata con Eno, la sensazione di martellamento data dal basso è assai presente, e contribuisce all'incisività del brano. Per quanto riguarda la chitarra, furono addirittura tre le menti che partorirono quei riff funkeggianti. Byrne, Adrian Belew (secondo chitarrista in "Remain in Light") e persino Robert Palmer, noto cantautore britannico che diede il suo contributo nelle fasi preliminari delle jam session. Nonostante tutta questa epopea, la vera sfida fu il testo. Per buttarlo giù nella sua versione definitiva, Byrne si isolò per ben due mesi. Ne risultò una sorta di sermone in cui Byrne interpreta sia la congregazione che il predicatore, generando una "riflessione pop-artistica sull'età che avanza e sulla bomba a tempo esistenziale che è il consumismo (Jack Malcolm, The Guardian)" congiunta a "lo sforzo di vivere la vita secondo le aspettative sociali e di perseguire trofei comunemente accettati come una grande macchina, una bella casa o una bella moglie (Steve Huey, AllMusic)". Byrne ha da sempre negato l'attacco contro lo yuppismo (derivazione del consumismo capitalizzato), e suggerisce piuttosto la chiave di lettura di questa "crisi esistenziale mezzo-cantata" come l'influsso dell'inconscio sulle nostre azioni. "Operiamo mezzi svegli o con il pilota automatico e finiamo, qualunque cosa decidiamo o facciamo, con una casa, una famiglia, un lavoro e tutto il resto. E non smetteremo mai di chiederci: Come ci sono arrivato qui?"

Conclusioni

Dall'analisi approfondita di Once in a Lifetime, emerge quello che Brian Eno dichiarò una volta ultimato brano: "la canzone ha un equilibrio divertente, con due centri di gravità: il groove funk della band e la mia interpretazione del brano, a metà tra la dub e il reggae. Un po' come nelle canzoni di Fela Kuti, in cui la convivenza di più ritmi all'unisono genera altri ritmi che si deformando a vicenda mescolandosi con quelli di partenza". Si profila così un brano perfetto in ogni sua forma. Si potrebbe continuare per ore sulla sua creazione, citando ad esempio il notevole contributo offerto dalla voce di Nona Hendrix (cugina dello stranoto chitarrista) durante la registrazione dei cori, ma si perderebbe del tempo utile per parlare di un aspetto molto importante del brano del quale è difficile fare a meno durante una sua analisi tecnica: il suo straordinario videoclip. La storia delle clip musicali sicuramente supera di gran lunga i 40 anni di Once in a Lifetime. Se ne registrano esempi addirittura sul finire degli anni '50. Ma l'anno e il periodo di pubblicazione del brano dei Talking Heads è curiosamente vicino a quello che viene considerato il primo videoclip moderno della storia: Video Killed the Radio Star dei Buggles. Il video in questione, assai noto, aprì le danze del canale televisivo MTV. Era l'agosto dell'81 e, da allora in avanti, il videoclip ha assunto sempre maggiore importanza nelle strategie di lancio promozionale dei brani musicali e si è fortemente evoluto dal punto di vista artistico. Era quindi un periodo fiorente per lanciare un videoclip epocale. I Talking Heads, astuti qual erano, colsero al volo l'occasione. Byrne si affidò a Toni Basil per la coreografia del pezzo, la quale era già nota per essere stata la coreografa di David Bowie. Lei e Byrne studiarono insieme filmati d'archivio di predicatori, evangelisti, trance, attacchi di epilessia, tribù africane e sette religiose giapponesi, per vedere come Byrne poteva incorporarli nella sua esibizione. Ne uscì fuori la danza schizzata di un Byrne in smoking e sudaticcio che imita i movimenti delle clip proiettate alle sue spalle: il tamponare del terreno di una donna africana in ginocchio, il picchiettarsi sul braccio con le dita flesse di una danzatrice indiana, gli astrusi movimenti di un suo quartetto di cloni. Il tutto inframezzato da lui che fluttua disorientato su una sorta di coltura di batteri, e da una molto più realistica ripresa in cui, di spalle, è illuminato da un riflettore da palcoscenico. La chiave di tutto il pezzo sta proprio qui. L'uomo comune, sperso nei suoi dubbi, "una volta nella vita" riceve l'illuminazione. Non gli resta che togliersi lo smoking, mettersi comodo e fare i conti con se stesso, proprio come Byrne alla fine del video. Certo, lo sperimentalismo di Brian Eno, il tribalismo di Fela Kuti, la ruvidità dei Velvet Underground e l'esistenzialismo esasperato del testo sono tutti fattori che contribuiscono a fare di Once in a Lifetime un grande pezzo, ma è proprio il suo video e la follia che scaturisce da esso a lasciarci tutt'ora sgomenti. Come suggerisce Chris Jones della BBC: "il video esilarante di Once in A Lifetime, col dimenarsi di David Byrne che imita il predicatore medio-americano, rimane convincente ora come lo era nell'81. Di quanti altri video dell'epoca si può dire lo stesso?". E circa la sensazione che si ha alla fine di un videoclip, in quanti casi essa è "uguale a com'è sempre stata"?

1) Once In A Lifetime