SVARTALFAR

Í Fornalder...

2020 - autoproduzione

A CURA DI
CLAUDIA ZANNI
11/04/2022
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Ci troviamo oggi in una realtà antica e onirica mentre udiamo dei canti trattati da "Í Fornalder...", un album auto-prodotto da Svartálfar, artista che già avevamo apprezzato in "Niflheljar Til" (titolo che letteralmente significa ''fino agli inferi'', e che rappresenta il duro sacrificio che ogni uomo deve compiere a se stesso per ottenere la Conoscenza e con essa recuperare una vita sacra in armonia con gli dei e con la natura, come dichiara lo stesso artista in un'intervista a MisterFolk). Dietro a questo ragazzo scopriamo un artista e una persona straordinaria, nonché orgoglio italiano di origini genovesi, con grandi valori personali nonostante la giovane età. Il Nostro ha difatti già inciso diversi album solisti, polivalente è sia avvocato di professione che un forte appassionato di cultura norrena e di musica, il suo nome di battesimo è Riccardo Castagnasso (Bj?rn Fornaldarson, in accezione nordica). In questo album di dieci canzoni della durata di circa mezz'ora, Riccardo si è occupato di tutta la parte strumentale e voce.

Siamo attorno ad un falò questa volta, vi chiederei quindi di trovare un momento per sedervi in buona compagnia, o se vi trovate in un sentiero nel bosco vi consiglierei di trovare il posto più isolato e rinfrescato per poi fermarvi e ascoltare quanto ho da raccontarvi: questa storia racchiude fatti e antiche credenze, con quasi l'intento di volerle rievocare. Non sarà il solito racconto di forti e stridenti note metal, come è mio consueto fare, oggi vi chiedo di trovare il vostro tempo e spazio anche per una profonda meditazione. Sentirete le risate, il rumore dell'acqua del torrente che sgorga, l'odore del legno e udirete un suono. Seguitelo. Davanti a noi troviamo ora delle persone raccolte attorno ad un falò, ci avviciniamo incuriositi, sedendoci assieme a loro. Accanto a noi troviamo un individuo incappucciato, intento a scaldarsi al tepore del falò avvolto nel fumo della pipa che tiene in mano, e notiamo inoltre che ha il volto di un giovane ragazzo, ma lo sguardo di un uomo d'altri tempi. Intorno a lui altri suonano mentre lo vediamo prendere aria a pieni polmoni, e dopo averci rivolto uno sguardo di saluto, egli torna a mirare al fuoco e con canto soave ci racconta una storia.

Dopo questo profondo momento insieme, un grande gelo ci pervade come a volerci ricordare di quanto il passato sia ancora presente e che lo stesso influenzi tutt'ora il nostro futuro, al di là del buio e del gelo, sentiamo il suono dell'arpa Trossingen elevarsi nelle mani del ragazzo in equilibrio con lo scorrere dell'acqua poco più distante da noi. "Sacra è La Terra" è la canzone che ci viene narrata, "Agli Æsir e agli Álfar vicina...In ogni filo d'erba Io scorgo una mano gentile" così udendo mi sembra quasi di essere accarezzata dalla stessa rugiada delle foglie, come lacrime, sentiamo il vento non più gelido entrarci nei polmoni, quasi riscaldandoci, donando una sensazione di benessere e familiarità. Un freddo improvviso portato da gelate inaspettate ci coglie alla sprovvista riportandomi subito alla memoria fisica la fatica percorsa durante il mio cammino e sento una luce provenire dentro di me, dal mio profondo stato di meditazione, "Una luce Più grande di me". Questa energia sovrasta la mia forte stanchezza come una preghiera che ristora anche l'anima, una preghiera forse per occhi distrutti.

Mi rendo conto nella stanchezza che il vento ha ripreso a soffiare nelle nostre preghiere e canti, predomina adesso silenzio e il ruscello per poi essere spezzato con delle nuove strofe più allegre e concitate, adesso ci narra le gesta de "Il Pozzo Di Mimir", mentre la canzone di prima invogliava a ritrovare la propria preghiera e spiritualità propria e della natura, in questo secondo pezzo invece vengono proposte le gesta dei figli di Heimdall, e viene ricordato di come per ottenere saggezza e conoscenza sia necessario un duro percorso anche soggettivo (come ben sappiamo d'altronde anche il padre dei padri nell'antica cultura norrena per avere maggiore conoscenza sacrificò parte della sua vista e si sottopose a dure ed estenuanti prove). È proprio di questo artista inoltre usare diverse lingue adattandole a diverse modalità di espressione e diversi modi di pensare, sperimentandosi. I concetti più "sacri" li esprime attraverso la lingua norrena (che si ricollega al concetto di Runar, letteralmente ''segreti'' sacri e misterici racchiusi nelle rune) adattando ogni lingua usata anche a seconda del suono. Proprio attraverso il Il Pozzo Di Mimir che l'artista ci racconterà anche di questo ed altri avvenimenti, "Hey, oh, hey, oh Per chi sa ascoltare dirò", ascoltiamo molto attentamente ciò che il nostro oratore si accinge a narrare e canta il bisogno di ogni mortale di vivere una vita spensierata ricordando che però la spensieratezza è sempre accompagnata da forte consapevolezza che deve essere coltivata per arrivare a vedere e comprendere con un occhio che osserva oltre ciò che può essere percepito. Conclude il suo profondo racconto di avvenimenti più grandi di noi con "Hey, oh, hey, oh La storia ricomincerà Hey, oh, hey, oh". Quando il mondo brucerà- un triste avvertimento, inevitabile.

Segue poi subito il racconto dello "Straniero" dove il nostro oratore sembra descrivere in maniera più minuziosa il nostro misterioso cavaliere, non riesco a comprendere se sia solo una mia personale sensazione, ma comincio ad associare d'istinto a questi racconti l'ultima figura che si è unita a noi al falò e che "dal canto suo" sembra alquanto incuriosita da questa ode. Egli siede accanto a noi da un po', ma solo adesso comincia a intonare dei canti che sembrano lontani richiami tipici solo di antiche usanze, usati solo dalla gente che abitava un tempo in questi luoghi in cui ci troviamo adesso. "Chi è questo viandante dai grandi occhi blu Che vive di vento e d'ospitalità? Tra i boschi il suo passo una guida sarà Per chi la sua strada seguire vorrà", non posso fare a meno di rivolgermi la stessa domanda che intona il nostro oratore, volgendo il mio sguardo verso questo straniero che come noi si è seduto, ha mangiato, ma che prima di adesso non aveva mai parlato. Imbarazzata mi rendo conto che alza lo sguardo verso la mia direzione e una strana sensazione mi pervade, una sensazione di inadeguatezza, noto inoltre che ha una benda su un occhio e un profondo occhio blu, come un opale bluastro scoperto dalla benda, che sembra guardarmi più incuriosito dalla mia anima piuttosto che dal mio involucro.

L'artista ci chiede di ritrovare in questo album l' io che si nasconde dentro di noi e con la sua musica ci insegna e ci racconta ciò che ha appreso nel corso del suo percorso, anche la scelta della pubblicazione dell'album è singolare, l'artista ha voluto far uscire l'album "Í Fornalder..." durante il solstizio d'inverno, in corrispondenza di una delle più importanti celebrazioni pagane, Jòl o per alcuni semplicemente Yule, in un momento molto problematico dei nostri tempi difronte a una piaga che ci ha obbligato secondo me a ritrovare noi stessi in un mondo completamente avvolto dal caos senza più ragione o grande presenza di valori e morale. Il percorso musicale di Svartálfar inizia con i generi più disparati: il rock, il blues e un gruppo metalcore genovese. Negli anni l'artista ha compreso, complice un periodo negativo e una forte crisi spirituale, che le emozioni che intendeva esprimere non erano così facili da esternare, questo l'ha portato a sperimentarsi al più verso qualcosa di più spirituale e legato alla propria sfera religiosa. Tornando a noi, mi accorgo che adesso l'atmosfera è di festa, lo Straniero è altresì scomparso, come una mera illusione, ed è ciò che veramente mi viene da pensare mentre sento una forte fitta alla testa, ho come l'impressione che si trattasse proprio di una qualche forma di visione, ma non ho molto tempo di rifletterci sopra che vengo subito attirata da forti rumori di festa. Le persone si sono alzate per ballare, le donne hanno alzato le gonne scoprendo le caviglie seminude, il freddo sembra aver perso importanza, ballano inebriate dalla musica e dal vino. Il ritmo diventa sempre più frenetico e qualcuno mi suggerisce che si tratta della "Danza di Jól" quando vengo trascinata via da un ragazzo su per giù della mia stessa età, ma non di certo della mia stessa stazza e forza dato che non riesco a sottrarmi al suo invito danzante; ad ogni modo la melodia sempre più crescente del nostro oratore è così immersiva e coinvolgente che non posso fare a meno di ballare.

Noi tutti ridiamo e balliamo, entusiasti mentre delle piccole fiammelle partono dal falò per salire verso il cielo stellato di una bellezza inebriante, stremati tutti dai vari volteggi ci accasciamo frastornati dalle nostre stesse risate ed è qua che il nostro narratore ci racconta di "Laukaz Alu", lo ascoltiamo un po' controvoglia, i suoni diventano quasi psichedelici ma sempre festivi. Alcuni si rialzano barcollando nel tentativo goffo di azzardare passi di danza, mentre altri cantano profondi inni, "Chi alza il corno vedrà il volto del mare E festa sarà?". Scorre molto vino e idromele, perdo il conto di quanti siamo e di quante voci o strumenti adesso siano a cantare, in lontananza mi sembra anche di percepire l'alba, ma questa volta sono sicura che non si tratta di un miraggio, mi trascino con un piede dietro l'altro fino alle prime luci dell'alba dove infine decidiamo finalmente di mettere qualcosa sotto ai denti.

E' in questa occasione che il nostro oratore ci racconta del "Vecchio Di Una Notte", ed è la giusta pausa che ci voleva a queste danze. La sonorità è sempre di festa, ma di un ritmo più calmo, tutti noi ci mettiamo a cantare in coro, si tratta di una canzone in ode a divinità norrene, si sentono voci anche più profonde che vengono alla base delle odi. "Si addestra in silente oscurità In forza già supera l'età Vecchio di una notte temprato sarà Il braccio che il dì combatterà Il braccio che il dì combatterà...", mi rendo conto che a seguito di questa melodia alcuni dei nostri hanno preso dei rami e hanno iniziato ad allenarsi brandendo questi ultimi come spade improvvisate, forte del mio passato di insegnante di scherma storica fra amici, e dei molti anni in rievocazione, mi lascio trascinare in questi giochi antichi ma sempre divertenti per me.

La lira comincia a fare dolci melodie intonando "Odinitas", alcuni di noi ancora giocano a spade, altri invece si lasciano cullare dalle dolci melodie in un sonno ristoratore, non mi rendo conto del tempo che passa che mi addormento in uno dei più lieti riposi. Quest'album, un pagan folk metal, a differenza del primo è in lingua italiana e narra vicende perdi più di cultura nordica e norrena, l'intento dell'artista è quello di voler ricreare e riportare alla luce antiche tradizioni e credenze ormai dimenticate. Narra storie di divinità e spiriti pagani che volti alla bellezza eterna della natura vogliono in qualche modo farci ricordare le nostre radici profonde, connesse a ciò che oggigiorno più che mai stiamo dimenticando, la semplicità e sacralità dei boschi, in generale della natura e delle sue leggi. Da un'intervista rilasciata nel canale MisterFolk, il nostro oratore ci rivela che il progetto Svartálfar nasce nel 2015 dopo alcune esperienze in gruppi della scena ligure finite abbastanza male decise di dedicare tutto se stesso ad un suo unico progetto. Il nome indica i misteriosi ''elfi oscuri'' della mitologia norrena, che molti associano ai ''dyergar (i nani)''. Ciò che lo ha attirato a queste creature è stato il fatto che sono davvero ''oscuri'': di loro difatti non è pervenuta traccia nelle fonti.

L'oratore riprende il suo corso durante il nostro riposo, ed esordisce con "Questa è la storia di un massacro"; mi incuriosisce ascoltare questa storia in dormiveglia, essa sembra addirittura più vecchia delle rocce attorno a noi. Scopro che la canzone parla del "Re Cristiano", la ballata prende ispirazione dalla crociata francese "Le Roi Louis" e parla del massacro di Verden compiuto da Carlo Magno ai danni dei Sassoni pagani, delle sue malefatte e avventure. Mentre il ragazzo, sempre con la voce di un uomo saggio, ci narra queste gesta, tutt'attorno si raccolgono sempre più persone incuriosite, e non solo, che l'accompagnano anche con i loro strumenti, siano essi vocali o analogici. Questo anche se solo il suono della lira di Trossingen usata dal ragazzo basterebbe comunque. L'aria è gioiosa e festosa in contrapposizione con ciò che viene raccontato, si tratta come di un vecchio racconto tramandato di padre in figlio attraverso un ritmo pagan folk estremamente orecchiabile, i lunghi capelli raccolti a treccia del nostro oratore adornano la lira mentre la pipa, ormai abbandonata su un lastrone di pietra, è spenta come se volesse udire anch'essa i racconti in silenzio, liberando un odore acre in contrapposizione a quello pungente e muschiato, così come a quello inconfondibile del sottobosco umido. Un cavaliere compare nei racconti del Re Cristiano, ed egli si manifesta anche davanti a noi armato di bastone, ecco che scende dal suo destriero venendoci incontro, alto ed esile si siede assieme a noi altri ascoltando in silenzio il racconto. Sembra appartenere a un'altra era, non riesco a definire neanche la sua vera età, e mentre penso a questo noto una lacrima solcare il suo viso segnato dal tempo e dalle fatiche, cosa che mi suggerisce il suo essere un'anima molto antica.  "E sulle note del rimpianto germogliò questo suo canto, e guai a chi lo scorderà". Molte emozioni prendono il sopravvento a questo punto, la gioia prende il posto di una profonda tristezza e consapevolezza, ci rende tutti più uniti attorno al falò.

E' passato di nuovo del tempo indefinito, dopo essermi nuovamente appisolata. Mi risveglio mentre il nostro oratore racconta la storia di "Carme del vecchio Wodan", la mia preferita in assoluto, mi sembra di averla sempre ascoltata e non potevo che desiderare un risveglio migliore di questo. Narra nello specifico di un avvenimento proprio del nostro amico straniero che era pervenuto a noi per poi scomparire come una mera illusione; ancora frastornata dal sonno, accompagnata dalle liete note armoniose, mi lascio accompagnare come voi in uno stato di apparente trance. Arrivo con mia sorpresa al ruscello e decido di rinfrescarmi, ma riflesso nello specchio d'acqua rivedo lo stesso occhio blu opale che mi guardava nel falò, però girandomi di scatto la figura scompare nuovamente, ma al suo posto compare una vecchia quercia a cui non avevo dato molta importanza. Si tratta di una quercia molto grande e imponente, vicina al ruscello, decido di arrampicarmi su di essa e godermi lo spettacolo del cielo stellato appesa là, fin quando non mi rendo conto che è passato così tanto tempo da poter sembrare giorni, data la stanchezza.

Decido di tornare da voi, verso il falò. Con mia sorpresa non è rimasto nessuno se non la vecchia ombra di Svartálfar, una sorta di sua versione più giovane e lontana in linea temporale, nel passato. Mi guarda con fare incerto e mi racconta il suo ultimo racconto per questo giorno ''Die Liebe Nerthus", si tratta di una cover censurata di Burzum, che comunque citerò poiché come molte altre case giornalistiche anche la nostra di Rock&Metal crede fortemente nella libertà artistica a prescindere dalle azioni seppur fortemente opinabili sul piano personale del singolo artista o band, il vissuto di una persona per me rimane al di là di fatti che non concernono l'opera musicale e dunque d'arte.

Vorrei inoltre esprimere la mia profonda ammirazione nei confronti di questo ragazzo in quanto si percepisce fortemente il suo impegno dedicato allo studio della cultura norrena e ciò si riflette anche nelle sue composizioni che cercano una strumentalità e una vocalità più 'pulita' possibile e idonea a quel campo spirituale/stile di vita. Attraverso i suoi brani, inoltre, cerca di fare cultura (una specie di fusione fra un audiolibro e un cantautore) che a differenza di un ipotetico "menestrello" che racconta di storie vissute, in questo caso i suoi racconti sono tratti da studi e da una ricerca molto accurata delle fonti, per questo motivo mi sono sentita di omaggiarlo.

Cullata dolcemente da queste ultime melodie che con una punta di rammarico vi saluto e vi aspetto alla prossima fermata!

Sinceramente, Skàll a tutti voi, Claudia



Tracklist:     

    1. Sacra è la Terra?

    2. Il Pozzo di Mímir

    3. Straniero

    4. Danza di Jól

    5. Laukaz Alu

    6. Vecchio di Una Notte

    7. Odinitas

    8. Il Re Cristiano

    9. Carme del Vecchio Wodan