SUPERTRAMP

Breakfast in America

1979 - A&M Records

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI & STEFANO PENTASSUGLIA
26/12/2020
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione

Tratto dalla storia vera di Nicola Sertori, medico internista dell'Unità Operativa di Medicina Interna e Oncologia del Policlinico San Marco.  


 - "Ehi ciao Nico


- "Ciao Dasky, come stai?" 


- "Al solito dai, si tira avanti, tu piuttosto, com'è andata oggi? Le notizie che passano al telegiornale riguardo il Covid-19 sono sempre più allarmanti


- "Eh guarda, vorrei poterti dire che sono le solite bufale gonfiate per far notizia, ma purtroppo è tutto vero. Oggi in ospedale è stata veramente dura" 


Magari fossero state delle semplici fake news, ma non è affatto così. Faccio il medico da diversi anni, eppure ancora non mi capacito di come un organismo così microscopico, un virus, possa essere così devastante sul corpo umano. Combattere il Covid-19 è davvero un'impresa durissima, ma per fortuna con me ci sono i miei colleghi, che sono molto più che medici e infermieri che percorrono le corsie del reparto. Sono guerrieri, soldati che nonostante il pericolo della prima linea non mollano un colpo, anche quando quelli del nemico si fanno più duri. Meno male che ci sono loro a darmi man forte quando le giornate sembrano interminabili, così come ci sono la mia compagna e la mia bambina a schiarirmi il cielo. Diavolo, loro sì che mi mancano durante questo periodo di isolamento: per fortuna le sento sempre per telefono quando torno a casa la sera. Le loro voci, i loro sorrisi, mi rimettono al mondo più di una doccia calda.  ll dover stare lontano mi fa davvero male al cuore. Talvolta, per rallegrarmi un po' ripenso anche al passato, ai cosiddetti "tempi migliori", quando mi divertivo in saletta prove con i ragazzi: che giornate! Io ero il casinista del gruppo, e non c'è da stupirsi se scelsi di suonare la batteria: picchiare sui tamburi, anche se un po' a caso, mi faceva toccare il cielo con un dito, mi faceva sentire vivo. Povera la mia vecchia Drama Drums, il primo strumento a percussione che ho avuto: quelle pelli le ho massacrate a forza di mazzate con le bacchette, anche se poi, col passare del tempo, sono migliorato e mi sono potuto pure concedere un passaggio a batterie migliori. Adesso a casa mia ho la mia cara Pearl ad aspettarmi, anche se per via del lavoro la posso suonare proprio poco, anzi, alle volte quando rientro e ci passo a fianco sembra che mi guardi con gli occhi malinconici di un cucciolo: allora appena possibile mi siedo sullo sgabello scatenandomi da solo, come se avessi un pubblico pagante. Chissà come sarebbe poter tornare in sala prove come in passato, ognuno a riabbracciare il suo strumento, rimettendo in piedi gli Smegmachine, la nostra band, e registrando il successore di "Tsunami", il nostro primo CD. Sarebbe davvero pazzesco, anche solo poter uscire di nuovo la sera e passare le ore al pub o partecipando a un bel concerto? ma sono sempre stato realista: questo è il momento di tenere duro. Sono nato a Trescore Balneario, ma non vivo qui - almeno non più: abito a Casazza, un paese di circa tremila abitanti, ricco di perle naturali come l'Endine, un piccolo laghetto che mi affascina da sempre, e con giusto un paio di pub. Insomma, direi che siamo gente semplice, per niente abituata a certe situazioni più stressanti com'è invece per quelli della città. Noi viviamo lentamente, ma non in modo pigro, piuttosto ci godiamo il tempo, che è davvero ciò che importa. Infatti, i giovani come me quando possono non ci pensano due volte a incontrarsi per bere qualche birra al Bar Ninfea - a me basta solo qualche minuto di tragitto fino a Spinone per vedermi coi ragazzi e passare le serate ascoltando musica dal vivo. Il paesaggio attorno consentirebbe anche di fare delle belle passeggiate in mezzo alla natura. Pensate che il verde circonda per intero la statale 42, praticamente tutta la zona, ma io non sono tanto uno sportivo, sono più uno di quelli che amano giocare a carte, seduti comodamente al tavolo - alcuni mi direbbero che per questo sembro un po' vecchio dentro ma, come si suol dire, a ognuno il suo, no?. Come tutti i miei coetanei mi piace comunque la vita, specie quella tranquilla: un giorno incontri la tua famiglia, quella di nascita, tra parenti, zii, mamma e papà, e un altro quella che ti sei scelto, cioè gli amici più cari. In tutto questo, potrete sicuramente capire che, di questa maledetta situazione causata dal nuovo coronavirus, ciò che pesa tantissimo è il sottovalutarla; siamo passati dal far sembrare le mascherine quasi un'esagerazione al dover penare per potersene procurare una. In Lombardia, poi, siamo stati colpiti duramente, e non è di certo una novità per nessuno: siamo una Regione piena di fabbriche e industrie, dove una moltitudine di persone lavora duramente tutti i giorni, perciò le possibilità della nascita di focolai di grossa portata era comunque molto alta. Che vile che è il Covid-19: inizia tutto con dei sintomi semplici, quasi all'ordine di una qualsiasi influenza, per poi degenerare in maniera impressionante, senza nemmeno darti il tempo di capire come funziona. Già, il tempo...noi siamo medici, io in primis lo sono, e ho dedicato la vita a questo mestiere. Siamo persone di scienza, cerchiamo di capire e spiegare tutto, e quando non ci riusciamo ci sembra di fallire. Ci servirebbero macchinari, fondi per la ricerca, ma la risposta è sempre la stessa "non ci sono soldi"; ormai bisogna pensare all'ospedale come a un'azienda anziché un luogo di aiuto per le persone, e questo mi fa davvero girare le palle! Abbiamo fatto il giuramento di Ippocrate, promettendo di dare aiuto a tutti i pazienti, a delle persone, invece sembra che per certe istituzioni si tratti soltanto di numeri, di dati da schedare solo per tenere aggiornata la lotta al nuovo coronavirus...ma io mi chiedo loro cosa ne sanno di cosa voglia dire reggere lo sguardo di una persona che ti guarda con il terrore stampato sul volto; non possono immaginare il dolore che si prova quando un paziente chiede quando e soprattutto se riuscirà a poter tornare a casa dai suoi cari. Loro non sanno niente, loro sono dei burocrati che vivono in palazzi alti, illuminati, al fresco, e che rimangono a casa con la loro famiglia durante il lockdown, mentre i miei colleghi e io eravamo e siamo in ospedale tutto il giorno, bardati come dei marziani ad assistere i malati. La gente muore e noi aspettiamo che i soldini possano pagare la fornitura: capite anche voi che questa non è medicina, questo è marketing...e fa schifo! Comunque, in tutto questo marasma mi dico che per fortuna ho la musica: quanti bei ricordi mi dà! Sembra ieri quando con Dasky e gli altri ci divertivamo semplicemente ascoltando gli accordi dei Sex Pistols o dei Ramones. Se a quell'epoca ci avessero parlato del Covid-19 forse avremmo risposto in modo sfacciato "Fanculo sto virus, lo prendiamo a calci!". Adesso però mi sono laureato e combatto questo male in prima persona e sempre con lo stesso spirito che il rock mi ha regalato. Chi l'avrebbe mai detto. Da ragazzo ero un po' una testa calda, ne ho combinate di cotte e di crude e non è che mi piacesse tanto studiare; pensate che al liceo l'unica materia che mi prendeva davvero era biologia, mi ricordo ancora la mia docente, la prof. Suardi, e ora che ci penso, forse, è stata lei a darmi intrinsecamente l'input di proseguire questa strada e diventare medico. Preso il diploma feci il test di ingresso alla facoltà di Medicina e Chirurgia di Brescia. Che ridere, ancora oggi ricordo che quando lo passai molti dei miei conoscenti quasi non ci credevano, chi l'avrebbe mai detto che uno scapestrato come me sarebbe riuscito a entrare in uno dei corsi di studio più tosti? Ma devo essere sincero, all'inizio della vita da universitario proseguivo con la caciara liceale: il nostro gruppo sembrava quasi la confraternita di Animal House. Ma poco tempo dopo il destino ha bussato alla mia porta, portandomi alcuni problemi di salute. Dopo la cecità da un occhio mi è stata diagnosticata la sclerosi multipla: in quel periodo capii che non ero invincibile, che dovevo darmi una calmata. Alla frenesia tipica del Nicola adolescente si sostituì quasi una depressione: la paura di finire su una sedia a rotelle e non muovermi più mi ha devastato...ma come diceva quel grande filosofo passato alla storia con il nome Nietzsche: "ciò che non mi uccide mi fortifica", perciò la malattia mi è anche servita per darmi quella regolata di cui necessitavo, delineando gli aspetti del mio carattere, senza contare l'aiuto della mia famiglia e degli amici, che insieme hanno fortificato ulteriormente la mia voglia di vivere, di stare con le persone. Superata la notizia della sclerosi multipla, ripresi gli studi, ma nel frattempo nacque mia figlia Nicole, nel 2011, così iniziai a fare il cuoco in un ristorante della mia zona, "Da Ivan". Tra l'altro il proprietario di quel ristorante adesso è morto a causa di questo maledetto virus - e con lui un po' di storia, ma mai questi ricordi: stetti con loro per 5 anni, dividendomi tra studio, lavoro, famiglia e amici. Al di là di queste disavventure sono riuscito a portare a termine il mio percorso di studi e a laurearmi, facendo la tesi con il professor Remuzzi, un vero e proprio luminare con cui ho avuto il privilegio di studiare (nonostante nessuno credesse che potessi farcela), e con il professor Ruggenti, l'attuale primario del reparto di Nefrologia del Giovanni XXIII. Per darvi l'idea di quanto tutto questo era stato straordinario, immaginatemi come un giovane cantante alle prime armi che riesce a prendere lezioni direttamente da Freddie Mercury. Durante la tesi redigemmo un progetto di ricerca per valutare alcuni parametri della funzionalità dei pazienti diabetici, e tutt'oggi li ringrazio, perché con loro ho capito che cos'è la vera medicina. Ora per fortuna sono guarito e devo tutto alla famiglia e al mio gruppo di amicizie. Anche la musica stessa, oltre a piacermi in quanto tale, mi fa stare bene, proprio perché è un qualcosa che è mio e di tutti allo stesso tempo: mi rende calmo sia quando la ascolto da solo, sia quando sono con i ragazzi. Ultimamente penso spesso a Breakfast in America dei Supertramp. Penso che nasco come "un batterista col sangue Punk, casinaro e preso bene", ma che uno dei miei album preferiti è quel capolavoro del 1979. L'ho ascoltato fin da piccolo, prima in casa attraverso il giradischi, poi da grande in formato musicassetta e, per essere coerente, ora l'ho anche acquistato in CD. Persino mentre indosso il camice e lo stetoscopio al collo lo porto sempre nella playlist sul cellulare. Insomma, dire che conosco bene quel brano è un eufemismo: è uno degli album più famosi della band britannica - proprio perché i Supertramp, con quei brani, abbandonarono in parte le sonorità esclusivamente progressive per approcciarsi ad altre più morbide, pop, se non addirittura vicine alla musica disco, soprattutto in certi passaggi. Praticamente una svolta drastica, ma che ne fece l'album di maggiore successo del gruppo guidato da Rick Davies e Roger Hodgson, toccando i 4 milioni di copie vendute solo negli Stati Uniti. A ripensarci è tutto merito di mio padre se oggi ho il vezzo di approfondire la storia di ogni album che ascolto - è grazie a lui se ho la passione per la musica e, infatti, anche per "Breakfast in America" mi andai prontamente a documentare: chi avrebbe mai pensato che un lavoro così compatto e scorrevole in realtà avrebbe dovuto essere un'altra cosa? Ebbene sì, l'idea che inizialmente avevano Davies e Hodgson era incentrata su un concept completamente estraneo a ciò che poi venne realizzato. In principio, infatti, avrebbe dovuto essere un disco intitolato "Hello Stranger", che riuniva le canzoni scritte dai due musicisti separatamente, creando un lavoro incentrato sulle divergenze di opinioni di entrambi, una sorta di odi et amo tra grandi musicisti che, pur avendo visioni completamente diverse della vita, trovano un perfetto connubio sotto il profilo artistico. Chissà, forse era un progetto troppo ambizioso, oppure semplicemente rimase lì in stasi...fatto sta che la filosofia del lavoro, alla fine, virò verso una concezione più "divertente" dal punto di vista musicale. Anche il titolo stesso scelto successivamente, "Breakfast in America", venne promosso proprio perché semplicemente disimpegnato. Anche se, purtroppo, a causa dei riferimenti agli Stati Uniti in canzoni come "Gone Hollywood", il brano eponimo e "Child Of Vision", una grossa parte della critica lesse l'album intero come una satira verso gli States, cosa peraltro smentita più volte dalla band. Ma si sa, la cultura di massa spesso porta a fare di tutta l'erba un fascio. Fra i vari pettegolezzi che circolano tutt'ora sul disco ricordo che un po' di tempo fa ne lessi uno particolarmente bizzarra: alcuni osservavano nella copertina raffigurante una veduta di New York attraverso l'oblò di un aereo, con al centro dell'immagine una hostess che sorregge un menù e un bicchiere di succo d'arancia, la base per la teoria del complotto di quello che noi oggi conosciamo come l'attentato dell'11 settembre: pare, infatti, che le lettere "UP" di "Supertramp" appaiano come  "9 11" se si guarda l'immagine allo specchio; inoltre, poiché l'attacco avvenne alle 9 del mattino, immaginate quali polemica potè suscitare un disco chiamato "Breakfast in America" - facilmente traducibile in "Colazione in America". Comunque sia, la particolarità di questo lavoro è un'altra: pur essendo datato 1979, l'album venne realizzato con due fasi di pre-produzione, ovvero una casalinga e una in studio, anticipando così il modus operandi tipico dei gruppi più contemporanei. Inizialmente, i due cantautori realizzarono delle demo registrando i brani in versione acustica, suonando unicamente il piano elettrico e cantando. Solo successivamente la band si recò ai californiani Southcombe Studios per le registrazioni effettive. Per evitare di fossilizzarsi troppo tempo sulla fase di missaggio, i musicisti passarono una settimana preventiva dedicata solo alla ricerca dei suoni giusti e delle migliori tecniche di ripresa, anche se ciò si rivelò comunque uno sforzo vano, dato che l'eccessivo perfezionismo dei singoli membri circa il bilanciamento del sound causò addirittura dei dissapori, tant'è che - non so se lo sapete - il risultato finale che possiamo ascoltare oggi non è nemmeno quello "definitivo" per la band, ma semplicemente quello che più andava bene una volta giunta la scadenza per la consegna dell'album. In tutto questo, immaginate quanta storia c'è da raccontare, e non parlo solo della mia, che in fin dei conti sono un ragazzo qualunque trovatosi immerso nel marasma di questa pandemia. Parlo proprio della musica, che, come per tanti altri, anche per me scandisce il tempo della vita, prima con la batteria e dopo con le playlist su Spotify. I Supertrump sono come quella virgola che ogni giorno mi permette di respirare aria un po' diversa da quella difficile che si vive in reparto, sono quel segno d'interpunzione che mi consente di viaggiare con l'immaginazione e la memoria mentre sono in auto diretto verso l'ospedale.


Gone Hollywood

Sono passate diverse settimane da quando è stato dichiarato il lockdown, di cui sento parlare più che altro dai media e dalla gente che si lamenta della noia di dover stare chiusi in casa, trascorrendo giornate interminabili. A me questa non fa effetto: con il lavoro che faccio è cambiato praticamente tutto, soprattutto la piccola libertà di chi, come me, è in trincea: le giornate non sono lunghe o corte, semplicemente non esistono più, si sono fuse tutte assieme in un unico macro ritmo infinito. Non so più dirvi se è martedì, domenica, lunedì, Natale o Pasqua, potrebbe essere qualsiasi cosa. Il mio turno al San Marco inizia, e alle volte non so quando finisce. Comunque di una cosa sono sicuro: è mattina presto, forse le 05:00, ma non ne sono certo dell'orario. Il sole non è ancora sorto e Casazza viene resa particolarmente suggestiva da quella flebile oscurità che precede l'alba. Insomma, un'altra giornata ha inizio, un altro conflitto in trincea mi attende, e so già che sarà interminabile ma è ciò che mi rappresenta e ciò che faccio come mestiere, ormai mi sono armato di coltello fra i denti per combattere questo nuovo coronavirus. La mattina, se da un lato il corpo si rinforza con quella spremuta presa al volo, il caffè e lo snack trangugiato di corsa giusto per dare allo stomaco qualcosa da fare, dall'altro la mente si nutre di musica. Ecco perché, una volta salito in macchina, la prima cosa che faccio è connettere lo smartphone all'impianto audio. La mia playlist di Spotify non sbaglia un colpo e inizio a pensare che ormai anche lei sia abituata, sa già che per prima cosa dovrà cibarsi di "Breakfast in America" dei Supertramp: senza nemmeno chiedermelo avvia subito la prima canzone, "Gone Hollywood", ovvero "Andato a Hollywood". Penso per un attimo che ormai questo brano sia quasi diventato l'apertura di tutte le mie giornate: ascolto più le sue note che non l'irritante squillo della sveglia. Quel pianoforte che entra piano piano mi ha colpito fin dal primo momento, e anche se lo sentissi cento volte di fila mi continuerà sempre a emozionare; dura giusto pochi secondi ma è uno di quei classici giri che ti resta in testa fin da subito, preparando la base perfetta per la partenza del pezzo. La batteria arriva subito decisa, una vera e propria impalcatura che regge solidamente. Rick Davis, da solo, riesce a creare una magia tale che sembra che ci siano dieci come lui a suonare in questo pezzo, praticamente una ricchezza di emozioni che quasi ti lascia vedere davanti agli occhi lo skyline di una delle città più famose e raccontate del pianeta. Bellezza, fascino e crudeltà: i Supertramp qui parlano della straordinaria Hollywood, che in poco tempo si trasforma in una femme fatale che incanta, disillude e uccide il povero viandante sognatore, giunto tra le sue strade in cerca di fortuna per poi essere sbranato vivo in quella giungla urbana. Tutto parte proprio dal pugno di Davis, arrivato nella capitale del cinema in cerca di gloria, come molti giovani prima di lui, e una volta innamorato del profumo di sogno di cui trasudano i suoi boulevard, be', ne resta amaramente deluso. Mentre sono in macchina immagino che le vie di Casazza, di Spinone e di Zingonia si trasformino nelle famose Avenue americane. Vedere come il sogno a stelle e strisce si infrange come un vetro sotto il peso dell'ipocrisia e delle false promesse è una delusione che spezza il cuore, e penso che se il protagonista di questa traccia lo avesse saputo prima, forse sarebbe rimasto nella sua casetta di provincia. Invece, quando giunge a Hollywood, dopo diverso tempo rimane ancora inchiodato in quella fradicia stanza di Motel sopra il Taco Bell, senza essere diventato un attore o un magnate degli affari. A sostenerlo ora c'è solo la sua musica, quasi come per me, praticamente un balsamo perfetto, nonché un'alternativa ben più salutare che il fondo di una bottiglia, per superare la disillusione. Certo, Hollywood è un posto che merita di essere visto e dove le promesse di successo cadono dal cielo come la pioggia, ma è vergognoso poi scoprire come in realtà la city sia solo popolata da uno sciame di leccapiedi che ti incanta prima e ti tradisce dopo. Il clima generale del brano comunque è ben mescolato, e me ne rendo conto subito perché anch'io sono un musicista! Si trova di tutto, dalla malinconia hollywoodiana, che a me fa pensare tantissimo anche a "Careless Whisperer" degli Wham, alla spensieratezza seventies, con quelle parti vocali in falsetto che strizzano l'occhio ai Bee Gees. La canzone letteralmente scorre via ogni volta che la faccio partire dallo smartphone, e questo racconto di amarezza non può che farmi pensare alla situazione che sto vivendo in reparto, dove in tanti parlano, si riempiono la bocca di frasi solenni, e poi ti lasciano all'Inferno a cavartela da solo, un po' come ha dovuto fare Rick Davies durante la sua amara permanenza a Hollywood. In un certo senso, la mia Los Angeles è questa situazione stressante, in cui all'inizio dicevano che tutto andava bene, che era sotto controllo, senza pensare minimamente che il virus stesse colpendo l'Italia, ma quando ci si è accorti che le persone morivano davvero e che il Covid-19 esisteva, solo allora sono state prese delle misure più strette, come il lockdown. Insomma, all'inizio tutto era stato dettato più che altro dalla paura, e non dalla ragionevolezza e questo è sconcertante.


The Logical Song

Lascio andare la playlist senza preoccuparmi troppo, sono sempre in macchina diretto verso l'ospedale. Mi aspettano cinquanta chilometri da macinare fino a Zingonia, e io non posso senza musica. Casazza dorme intorno a me, come il fiume Cherio e la Valle Cavallina alle sue spalle. Ma io sono sveglio e sono pronto per mettermi subito a lavoro, mentre mi godo il panorama circostante, anche se l'altra metà della mia mente ha sempre un pensiero per i miei pazienti. Subito dopo, in sottofondo arriva un altro capolavoro, ossia "The Logical Song" ( cioè "La Canzone Logica"). Poter ascoltare i Supertramp al posto del rumore dei respiratori, dello scorrere dei carrelli delle terapie e degli andirivieni di noi dottori e degli infermieri ti fa stare meglio - non del tutto, chiariamoci, ma perlomeno ti porta un pizzico di serenità dove altrimenti ci sarebbero solo suoni di routine alternati al brusio confuso, o peggio al silenzio di quando volano solo brutte notizie. Non ci potrebbe essere una traccia più adatta di questa per la situazione che stiamo vivendo; di roba da lanciarmi dietro come se avessi una vanga ce n'è molta, ma se dovessi dirne una su tutte, allora il periodo in cui mio padre è stato ricoverato nel mio reparto avrebbe il podio. Il 25 di marzo, dopo due settimane dall'ufficializzazione della pandemia, ho dovuto affrontare qualcosa che non mi sarei mai aspettato, o meglio, che speravo non mi potesse mai accadere: scrivere il nome di mio padre sul registro dei pazienti. Allora gli dissi testuali parole: "Ti tengo in reparto da me per sicurezza giusto un paio di giorni, e poi te ne torni a casa per il tuo compleanno" e invece no, l'ho visto peggiorare. Aveva circa il 20% di possibilità di sopravvivere e ho addirittura dovuto decidere di metterlo in coma farmacologico indotto per 17 giorni. Ero da solo, avevo preso in mano le redini del reparto, perché anche il primario e il vice-primario erano costretti a casa ammalati di questo dannato virus. In quei giorni cercavo comunque di parlargli, gli facevo sentire la musica con il cellulare e tra le canzoni è passata anche questa: un pezzo che infonde tanta speranza e desideravo che in qualche modo lo aiutasse a dare l'addio alla malattia che lo affliggeva. Una canzone che mi ha accompagnato in tutta la mia vita, anche quando è nata la mia piccola Nicole. Ora la riascolto in macchina come accade spesso, e penso che, nonostante i ricordi che possa evocare, il filo conduttore di questa traccia sia sempre uno: la delusione che si prova nel veder svanire nel nulla le proprie certezze - una cosa che in un ospedale purtroppo succede spesso. La mazzata di cui parlano i due artisti è proprio quella che si prende direttamente nei denti, perché tutto ciò che di bello c'è nella gioventù, viene a dir poco stritolato con l'arrivo dell'età adulta: quando si è ragazzini la vita ci sembra meravigliosa, si pensa solo a giocare e a divertirsi, o incontrarsi per fare baldoria con gli amici quando si è un po' più grandicelli; d'estate, poi, non c'è nemmeno il tormento della scuola, quindi si vivono tre mesi di libertà assoluta. Peccato che crescendo si faccia sempre più viva la necessità di trovarsi un lavoro e di cavarsela con le proprie forze. Da ragazzino, ogni volta che ascoltavo questa traccia ridevo, perché ha sempre avuto delle sonorità quasi scherzose, per non dire "circensi". Poi, da adulto ho letto il testo e ho capito che questa altro non è che un'altra grande macchinazione creativa dei Supertramp: dare un messaggio amarissimo condito con una musica ricca di colore e allegria, una specie di salsa agrodolce resa udibile. All'inizio, sul suono dell'organo elettrico si stende la voce dell'altro fondatore della band, Roger Hodgson, ben più squillante di quella di Davis, ma non per questo meno ricca di incisività e sentimento. La bastonata che dicevo arriva fin dalle prime parole, dove la spensieratezza dell'età giovanile è espressa perfettamente con l'immagine molto poetica degli uccellini che cantano sugli alberi. "Se da piccolo sembra tutto rose e fiori, e che addirittura la natura comunichi attivamente, nei panni di un adulto vieni snobbato, perchè ormai devi farcela da solo, sei grande, e tra il lavoro, le bollette da pagare e la famiglia non c'è tempo da perdere dietro agli uccellini sui rami" dicono loro. Tra un battere di dita sul volante e un cambio marcia rifletto sulle parole dei Supertramp: personalmente mi sento ancora un adolescente; avrei una voglia matta di incontrare i ragazzi al Bar Ninfea, per bere qualche birra e fare casino come un tempo, ma ora siamo cresciuti, abbiamo tutti un lavoro che ci tiene impegnati; io poi sono l'eccesso, ma ricordo bene, come se fosse ieri, quei pomeriggi passati a girare insieme in cerca di divertimento con cui riempire le giornate. Il tempo è uno dei beni più preziosi che abbiamo: nessuno ce lo può ridare indietro e i ricordi sono l'unica cosa che ci permettono di sognare. All'epoca ero una belva dietro la batteria, adesso invece l'unico lusso concessomi in tal senso è muovere le gambe e le braccia mimando i movimenti di quando ero seduto sullo sgabello dietro le pelli. Meno male che la vita mi ha riservato anche altre soddisfazioni: dalla la laurea all'inizio della professione medica, e poi ci sono i momenti con Nicole e Mélanie. La mia adolescenza però è trascorsa, e come cantano i Supertramp in questa traccia, ho sfide ben più ardue da affrontare, tra cui la malattia di mio padre. Col senno di poi direi che questa canzone è decisa, coinvolgente, ma anche tremendamente cinica, eppure non riesco a saltarla durante il mio ascolto, anche se Davies e Hodgson mi ripetono sempre la stessa cosa: "sono cresciuto ormai, devo imparare a dare risposte a domande ben più profonde, anche quando il mondo intero sembra che dorma". Loro invitano a vedere la realtà così com'è, ovvero che a un certo punto perdi di vista anche chi sei. Chiariamoci, tutto questo ora non mi pesa, anzi, però è sempre una carezza sul cuore ricordare tempi passati in cui tutto sembrava più leggero, come se avessi avuto le ali ai piedi e potessi librarmi per aria. Questa è una canzone che racchiude tante emozioni, talvolta anche contrastanti, come quelle che ho provato quando mi è stato detto che mio padre aveva contratto il nuovo coronavirus. Poi per fortuna ce l'ha fatta, ma chi gli ridarà il tempo sottratto avidamente da questo maledetto virus?


Goodbye Stranger

Sono quasi arrivato a lavoro, ma c'è ancora tutto il tempo per un'altra perla di questo disco. Allora mi butto su Goodbye Stranger ("Addio Sconosciuto"), una canzone che mi ha sempre affascinato per il suo messaggio carico di voglia di lasciarsi alle spalle tutte  le esperienze passate. Pur mettendocela tutta come medico, ci sono volte in cui dentro di me penso che magari, oltre a una terapia o a una prescrizione, potevo dare qualcosa di più "semplice" per migliorare la situazione. Ricordo che durante un giro di visite, quando passavamo di stanza in stanza con l'armatura addosso, mi trovavo a parlare con le persone nascosto in quello scafandro, ma questo non mi fermava dal proseguire con discorsi variegati con chi era costretto in un letto. Diversi pazienti, pure molto giovani, lamentavano che ciò che li spegneva, più di ogni altra cosa, era la noia. Dicevano che sarebbe stato stupendo avere almeno un po' di musica da ascoltare e con cui occupare il tempo distesi sul letto. Questo subito mi diede l'ispirazione, facendomi immaginare l'installazione di casse per tutto il reparto, con cui far echeggiare la musica tra le sue mura. "Perchè no", mi dissi; allora mi recai subito dal dott. Galli, il Direttore Generale, che per fortuna, da un'idea venuta così senza tanti progetti, prese la palla al balzo e contattò l'Ikea tramite Facebook, abbattendo così velocemente tutti quei percorsi burocratici che spesso ti fanno desistere subito. L'azienda svedese si disse immediatamente intenzionata a entrare a far parte di questa ispirazione, così feci un gruppo, riuscendo a ottenere il consenso anche di Spider Linee Vita: alla fine avevamo tutto ciò che ci serviva per la filodiffusione della musica in corsia nei reparti Covid-19. È stata una macchina super efficientissima, la cui riuscita si deve anche ai tecnici della Ital Video Service, che in pochi giorni hanno montato tutto. Mi chiesero se avessi avuto con me qualche brano da far partire per iniziare a gestire i volumi, e tra i tanti a cui ho pensato, proprio Goodbye Stranger è stata la prescelta, da sempre una delle mie preferite. Quando la ascoltavamo insieme, io e mio padre, lui mi diceva sempre quanto gli piacesse il lavoro del basso e delle voci. Ci piaceva anche perché, rispetto alle precedenti, è un brano più rock. Quando ascoltavo questo disco, nel periodo in cui anche io avevo iniziato a suonare sull'onda dei ragazzi più grandi, mi chiedevo sempre se sarei mai diventato bravo quanto Bob Siebemberg. Il batterista dei Supertramp era uno dei miei idoli e lo vedo ancora oggi come un musicista raffinato, pulito, per non dire illustre, io invece sono sempre stato un martello pneumatico, tanto che nemmeno se mi avessero drogato sarei stato così delicato sulle pelli come lui. Il protagonista di questo racconto dei Supertramp si risveglia dopo una notte di bagordi: ha avuto modo di spassarsela con due donne, Mary e Jane. Alle prime luci del mattino, si sveglia con il cerchio alla testa dopo aver bevuto qualche bicchierino di troppo, le due amanti sono state focose ma di loro conosce giusto il nome, ammesso sia davvero quello, ma ora deve vestirsi e ripartire verso una nuova meta del suo viaggio. Il protagonista è un avventuriero in viaggio per gli States senza una meta precisa, lui è una barca senza ancora, uno schiavo senza catena, il cui tempo per l'amore è relegato solo alle tenebre della notte per qualche ora ma non un minuto di più, un vero e proprio amante "del primo mattino", un re che vive le glorie del suo ruolo senza però avere un castello fisso, ed eccolo lì quindi, mentre si veste di fretta e di furia, a dare un ultimo veloce addio alle sue due amanti: "arrivederci Mary, arrivederci Jane. Ora è giunto il momento che io riprenda la mia strada come un ramingo, senza essere attaccato a un posto in particolare, e per questo sempre giovane". Dire addio a qualcuno o, meglio, a qualcosa potremmo dire che è un po' la speranza di tutti in questo momento. Lasciarsi andare alle spalle la malattia di mio padre, il Covid-19, il dolore dei miei pazienti che soffrono ogni giorno. Insomma, durante l'emergenza, oltre a provare emozioni contrastanti, ho anche avuto la possibilità di imparare tante cose: sapete, l'ospedale è generalmente una macchina un po' strana, dotata di tanti reparti che pensano solo ai propri problemi. Ciò che mi ha stupito di tutta la situazione che stiamo vivendo, ciò che mi ha insegnato in tutto questo, ciò che mi porterò dentro per sempre, anche quando arrivano le luci dell'alba - come dicono i Supertramp - è la grande forza che nasce dal lavoro di gruppo, oltre ai dolori, oltre alle perdite, alle crisi e ai pianti. Tutti, tutti, tutti sono stati parte attiva per riuscire a salvare delle vite e al tempo stesso mantenerci a galla psicologicamente. Quindi, mentre le note di "Goodbye Stranger" scorrono via ne convengo che sì, sono anche io un avventuriero tanto quanto il protagonista, ma uno di quelli da trincea, che vivono la vita giorno per giorno per le corsie di un ospedale, dove di guerrieri ce ne sono ovunque e dove, specialmente adesso, non si deve mai mollare un colpo. Questo nuovo coronavirus, estraneo a tutti tanto quanto le due ragazze, va affrontato a muso duro, colpo su colpo, e chissà se un giorno potremo finalmente dirgli addio definitivamente come alle tipe della canzone.


Breakfast in America

I giorni passano, i viaggi avanti e indietro dall'ospedale ormai non li conto più. Praticamente ho preso il colorito dell'alba, che anche oggi mi accompagna lungo il tragitto. Per fortuna a farmi compagnia c'è sempre la musica, e tutte le volte che parte Breakfast In America penso a quanto tempo sia trascorso dall'ultima volta che ho fatto colazione come si deve: sono sempre di corsa, imbrigliato tra un turno e l'altro, e quando Mélanie e Nicole si svegliano...io non ci posso essere, perché siamo divisi per paura del contagio. Ascoltare questo brano per me ha una funzione terapeutica, sentirlo mentre sono in macchina mi dà modo di sedermi metaforicamente al tavolo con le uniche donne che per me contano, e fare insieme un buon pasto di inizio giornata: è solo un pensiero, ma mi piace fantasticare su questa cosa mentre la canzone esce dalla radio dell'auto. Mi immagino Mélanie che mi chiede se ho dormito bene dopo averle dato un bacio; immagino Nicole, che vuole il latte e cereali o i biscotti, incuriosita a mille per la sorpresa che ci sarà nelle confezioni. Immagino anche il gusto che possa avere una colazione fatta a regola d'arte, con la brioche che una volta tanto sia farcita come dico io, con un bel ripieno e non quella punta che si sente a malapena nelle solite merendine confezionate, il caffè che esce dalla caffettiera, fatto bello intenso come solo la Mélanie è in grado di fare, e non quella brodaglia che mi ritrovo a prendere in fretta e furia dalla macchinetta del reparto. Insomma, mi piace pensare a una colazione che ti rimetta letteralmente al mondo, non che ti dia solo gli elementi nutritivi per stare in piedi, un po' come quella raccontata dai Supertramp attraverso un tempo musicale bello sostenuto, quasi fosse una mazurca, con le tastiere e il basso che ti tengono sempre desto e ti fanno venire voglia di ballare, infondendo un'allegria tale che per poco ti fa dimenticare questo periodaccio. Da batterista ho il gusto per la ritmica, questo penso che ormai l'abbiate capito, e se poi si aggiungono anche i cori a dir poco giullareschi, non si fatica a credere che l'intero progetto dietro il disco fosse appunto quello di raccogliere le composizioni più disimpegnate e "leggere" dei due compositori e fondatori principali del gruppo. Anche se nel marasma che stiamo vivendo, fatico a ridare una parvenza di normalità al quotidiano, o a ridere di gusto pensando al cantante che invita a guardare la sua fidanzata, sbilanciandosi in dettagli ammiccanti come il fatto che è da sola, e lanciando piccole frecciatine agli States attraverso gli stereotipi come quello dei texani miliardari. Al momento poche cose mi rendono davvero felice in corsia, anche perché guardare i pazienti morire è terribile - penso che il 30% del reparto non sia riuscito a vincere la battaglia contro questo tremendo avversario. Però, ciò che mi dava una piccola speranza e che mi portava su vibrazioni più simili a quelle suggerite da questo brano, era quando riuscivamo a fare quelle cose per loro importanti, come chiamare a casa e parlare con i figli, i nipoti, gli animali...ecco, questo sì che mi rendeva felice, mi faceva battere il cuore a mille.


Oh Darling

Un'altra giornata è finita, e questa volta non ho avuto tempo per ascoltare i Supertramp in macchina, perché ho dovuto chiamare alcuni colleghi per organizzare al meglio il triage. Ormai sono praticamente tornato a casa, e anche oggi è stata davvero una giornata durissima: abbiamo dovuto intubare altri pazienti, tra cui diversi ragazzi abbastanza giovani. Questo Covid-19 non risparmia nessuno, e sembra assurdo che le persone non capiscono quanto sia importante anche solo rimanere a casa e seguire le linee guida - non dico che devono per forza farlo per gli altri, gli sconosciuti, ma soprattutto per loro stessi e per chi amano! Sono disteso sul divano, che mi coccola tanto da far chiudere i miei occhi, ma subito mi dico "eh no, almeno mangia qualcosa, altrimenti domani non avrai forze", quindi per tenermi sveglio mi preparo un panino, apro una delle ultime bottiglie di birra lasciate in frigorifero, e per una volta decido di fare qualcosa che mi addolcisca la serata, allontanando qualsiasi pensiero. Qualcosa di un po' diverso, che non facevo da molto tempo: scrivere. Allora faccio partire Oh Darling. Potrà sembrare scontato, ma non c'è una singola riga del testo di questo brano che non descriva appieno ciò che provo per la mia compagna. Ogni volta che Spotify mi passa questa traccia mi immagino seduto al tavolo con loro, come fino a poco tempo fa. Durante il lockdown, per ovvi motivi, ho scelto di restare in isolamento, come peraltro imposto dal decreto; ero consapevole che sarebbe stato un dolore insopportabile non poter più rivedere mia moglie e mia figlia per chissà quanto tempo, ma è stata una scelta necessaria per il loro bene, e anche per il mio, perché vederle soffrire mi avrebbe strappato il cuore. Lavorando al San Marco sono esposto continuamente al rischio di contagio e non voglio nemmeno pensare come potrei sentirmi se dovessi scoprire che ho trasmesso il virus a Mélanie o Nicole. Ho visto con i miei occhi che cosa può fare questo maledetto virus e vi assicuro che non lo augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Ho visto come può distruggere un essere umano, e non parlo solo di un paziente anziano, con magari un quadro clinico già compromesso, ma di un corpo giovane, sano, costretto a un macchinario per la respirazione assistita a causa dei danni al sistema respiratorio. Ho visto l'Inferno con i miei occhi e sapete che cosa mi ha permesso di mantenermi lucido? Sono state proprio loro, Mélanie e Nicole. Sapevo che erano lontane, e questo mi faceva soffrire, ma sapevo anche che erano al sicuro e che stavano bene, che niente e nessuno me le avrebbe portate via. Perciò eccomi qui, seduto a scrivere una lettera: dovrebbe essere lunga dei chilometri per poter contenere tutto l'affetto che provo per loro. Mentre metto giù nero su bianco i miei pensieri, sembra tutto assurdo, perché ne è passato di tempo dall'ultima volta che ho fatto una cosa simile, forse è dalla scuola media, quando scrivevo i bigliettini alla compagna di classe più carina, oppure più recentemente, qualche parola romantica sui regali per il compleanno o per l'anniversario di Mélanie, ma sono certamente cose diverse. Anche oggi penso sempre a loro; con la mente sono lì a casa, seduto sul tappeto del salotto a giocare con Nicole o sul divano con Mélanie a guardare un film tutti insieme, e questo mi fa stare bene, allevia un po' la stanchezza e il patire queste giornate in corsia sempre interminabili. Alle volte ho come l'impressione che le lancette dell'orologio si fermino, ma non solo quelle del mio: quelle di tutto il mondo. Allora "Oh Darling" culla un po' i miei pensieri. Trattandosi di una ballad dedicata a una ragazza, abituato ad altre tracce simili, all'inizio  immaginavo fosse una cosa marpiona, ma non è così: è un brano che ogni volta mi rilassa, perché è romantico, ma anche intenso, senza risultare smielato. La batteria suona pacata e calma nei suoi colpi, scandendo il tempo quasi come se volesse muoversi in punta di piedi per non disturbare troppo. Tastiere e voci sono sempre protagoniste indiscusse di questa serenata dedicata da un timido ma deciso amante alla sua bella. I Supertramp parlano, per l'appunto, di un ragazzo innamorato, che però ha commesso un piccolo torto nei confronti della sua amata, e allora tenta di fare ammenda per il suo errore. "Senza di lei sono completamente perso, quasi come un ombra che viene annientata dalla sua luce". Anche se non ho mai tradito Mélanie (e mai potrei farlo), mi ritrovo molto in queste parole: senza di loro, senza di lei, in tutto questo casino, non so se ce l'avrei fatta, e allora penso proprio che "Oh Darling", così poetica, mi può davvero fornire le parole più giuste per spiegare i miei sentimenti. Anche io come il protagonista dico alla mia lei che: "In qualunque direzione voglia andare, anche agli antipodi più remoti del mondo, sarò sempre vicino, sognadola e amandola in eterno". 


Take The Long Way Home

Il sole che batte con forza sulla finestra della camera mi ricorda che un nuovo giorno è arrivato. Ieri ho lasciato la lettera a metà, e me ne accorgo appena apro gli occhi e mi giro dall'altra parte, mentre immagino di vedere i capelli di Mélanie, come se lei fosse davvero qui a dormire accanto a me. Mi siedo sul letto e osservo la fantasia di un mondo senza virus, dove non esiste la paura di toccarci, di stare vicini e di viverci, e nel frattempo sento ancora Oh Darling nelle orecchie, come se fosse stato l'ultimo suono ad avermi accompagnato ieri notte. Ma subito penso al momento in cui stasera tornerò, stanco morto e distrutto da tutte quelle ore passate in trincea, le telefonerò e ci daremo la buonanotte, prima di infilarmi nel letto e sprofondare di nuovo tra le braccia di Morfeo. Sono passate diverse settimane, e allo specchio osservo un uomo dal volto glabro, con quei baffi appena accennati e quel po' di peluria sul mento, come se quasi avesse dimenticato di farsi la barba, troppo preso da dei pensieri che non riescono a fermarsi, e quegli occhi spenti che mi fissano. Occhi spenti, certo, ma determinati: gli stessi di chi ripete incessante "Mola mia", come dicono giù a Bergamo, e che devo avere quando varco le soglie di quel maledetto ospedale. L'autoradio ha fame, così cerco su Spotify "Breakfast in America" e avvio la playlist di nuovo. "Altro giro altra corsa" mi dico a voce alta, pensando che senza i Supertramp probabilmente non potrei farcela. Scorro fino alla sesta traccia e mi fermo a fissare la copertina prima di accendere la BMW: Kate Murtagh sembra che mi guardi e che mi sorrida chiedendomi se voglio ordinare qualcosa per colazione. Il rumore del motore cresce, come crescono a poco a poco quelle note di pianoforte elettrico, quel Wurlitzer che non mi stancherei mai di ascoltare, con il suo inizio lento, misterioso, vagamente drammatico e persino un po' inquietante. L'armonica si solleva, come quel lato della mia bocca che non riesco a trattenere, e così sorrido mentre inizia Take The Long Way Home. L'armonica di Davies ha un che di epico, come in un film con la colonna sonora di Morricone, è il lamento struggente di un clochard, un respiro country/blues che si innamora di quel volteggio di pianoforte e ci danza insieme. La voce di Hodgson penetra nelle mie orecchie e mi fa sognare. Solo gli ovattati rintocchi della batteria di Siebenberg mi ricordano che sono ancora sul pianeta Terra, che ho abbandonato Casazza e che sto correndo a tutta birra verso Colognola, con i suoi ippocastani, le sue colline sullo sfondo, e quei sentieri di campagna dove giocavo sempre a nascondermi con gli altri bambini del quartiere. Non riesco a pensare a una canzone diversa che possa accompagnare ora il mio viaggio tra queste valli, queste strade di campagna, mentre scendo giù verso Bergamo, verso Zingonia, e mi preparo ad affrontare la trincea. Inizio a farmi domande, a pensare a come io sia finito qui in questa situazione, a fare il medico nel bel mezzo di un'emergenza sanitaria. "Senti che la tua vita è diventata una catastrofe?" mi dicono i Supertramp,  "Oh, ma così deve essere, in modo che tu cresca, ragazzo. Quando guardi negli anni e vedi quello che saresti potuto essere. Se avessi avuto più tempo". Mi scappa una piccola risata amara e penso a cosa ne sarebbe stato di me, se non avessi avuto questa folle idea di studiare medicina. Forse avrei continuato a fare il cuoco e sarei rimasto nel ristorante "Da Ivan" per tutta la vita, o magari sarei diventato un biologo, o forse un documentarista. Ma la mia vita ha deciso altrimenti e così adesso sono qui dentro questa auto, mentre il Policlinico San Marco si fa sempre più vicino. Sono qui per loro, per i miei colleghi e i miei pazienti che mi aspettano, e cascasse il mondo sto arrivando e darò il meglio di me anche oggi. In un certo senso, però, mi sento vicino al protagonista di cui parlano i Supertramp, perché è proprio vero quando dicono "la vita è diversa da come te la immagini" - non sai mai cosa ci sarà domani, e io quotidianamente ripenso alle mille strade lasciate per intraprendere l'unica che mi ha portato a ora. E mentre la traccia continua a sfumare e la lancetta del gasolio scende, tamburello la mia mano sul volante per scaricare un po' di adrenalina, lascio la mente tra quelle note vaporose, così sognanti e delicate che alleggeriscono i pensieri. Sembrerò ripetitivo, ma devo proprio dirlo: adoro guidare quando ci sono i Supertramp ad accompagnarmi; soprattutto quando sento Davies che mi dice "Prendi la strada lunga verso casa", perché ha ragione, lo ringrazio...penso proprio che lo farò.


Lord Is It Mine

Il pranzo è l'unico momento in cui riesco a fermarmi, a respirare con calma e a rendermi conto che sono vivo. Non dura molto, solo dieci minuti, così sfuggenti che nemmeno riesco a capacitarmene, ma mi sforzo di farlo, perché è una di quelle poche cose che mi danno la forza di guardare avanti e continuare a lottare. Mélanie ha cucinato il pranzo per tutti e ci ha riempito di cose buone. Penso a lei, che adesso è in casa a preparare da mangiare per la piccola Nicole, a soli cinquanta chilometri di distanza, che per me pesano come un macigno. Non posso vederle per non rischiare di contagiarle, ma mi mancano da impazzire, e ripenso a quel paziente che ci chiese di vedere la sua famiglia. Era uno dei miei pazienti più anziani quel signore, bloccato tra le maglie di quel respiratore artificiale in terapia intensiva. Era chiuso qui da settimane e pensava spesso ai suoi cari lontani e irraggiungibili, senza sapere se un giorno avrebbe potuto rivederli e guardarli negli occhi ancora una volta. Ma con un tablet e un po' di sano spirito d'iniziativa riuscimmo ad aiutarlo, a fargli salutare la sua famiglia, con i suoi figli e i vari nipoti, e poi quel cane che gli mancava tanto e che avrebbe voluto abbracciare ancora. Ci teneva tantissimo e ricordo come fosse ieri il suo viso, mentre piangeva di gioia. La mancanza di chi si ama può far soffrire più di qualsiasi malattia.Tra una morso e un altro sento che dalle casse Ikea installate in reparto, una nota di pianoforte si irradia in filodiffusione. Colpi secchi delle dita che salgono e scendono, salgono e scendono. Finalmente inizia "Lord Is It Mine", la sesta traccia di "Breakfast In America", quella canzone che Roger amava e considerava tra le sue preferite tra quelle che aveva scritto di suo pugno. Non mi stupisce del resto, dato che questa fu senza dubbio la sua canzone più spirituale. Non era solo questione di sembrare un hippie anni '70, di portare i capelloni o di ipnotizzare il suo pubblico con il suo lisergico stile progressive rock. Hodgson era lo sciamano della pop music, era colui che incarnava il misticismo applicato al mainstream, uno stato di coscienza allargato che sfociava nella religiosità e che, attraverso la sua musica e la sua ispirazione, voleva raggiungere la gente, le persone di ogni classe etnica e sociale. E questo brano fu forse quello che più di ogni altro rappresentava la sua spiritualità, senza un elemento fuori posto, in un delicato viaggio all'interno della propria intimità. Non sono solo le viscerali note di pianoforte a riscaldare il cuore e a indurre alla meditazione, ma anche i sonagli, il richiamo di tastiera, l'impronta della batteria ovattata di Siebenberg, ora più intensa ora più sibillina, e soprattutto la meravigliosa voce di Hodgson, figlia illegittima di un Brian Wilson che con i suoi Beach Boys ha insegnato al mondo un nuovo modo di esprimere le emozioni umane. "Non smetto mai di chiedermi le crudeltà di questa Terra. Mi sembra che un momento di tristezza sia un momento per capire" dice Hodgson, e lo sento parlare dentro di me, come se quella voce nella testa fosse la mia. Penso a quello che ho passato in questa mattinata in cui ho ascoltato ancora una volta i pianti delle infermiere nel mio reparto e intanto cercavo, mi sforzavo e mi imponevo di non farci più caso. "Quando tutto è buio e niente sembra andar bene non c'è niente da vincere e non c'è bisogno di combattere". Ma se davvero è così, perché sono qui a lottare per queste vite? La verità è che io so cosa dobbiamo fare, e so anche che una risposta, i Supertramp, non ce l'hanno: c'è speranza, c'è ancora un motivo di combattere, anche se siamo psicologicamente e fisicamente allo stremo, tutti. Per un attimo ricordo di essere ancora in pausa, allora addento il cibo e lo assaporo, masticando lentamente mentre guardo l'infermiera che consuma il suo pasto di fronte a me. Siamo l'uno di fronte all'altra, in piedi a due metri di distanza, imbacuccati come due astronauti atterrati su un pianeta ostile. Non possiamo rischiare di avvicinarci, nemmeno un pochettino, nemmeno per un istante. Mando giù i bocconi con voracità, come fossero pezzi di una pozione, una medicina per curare l'anima che Mélanie ha preparato apposta per me, e nel frattempo la canzone si spegne pian piano, muore lentamente, con le dita di Dougie Thomson che accarezzano delicatamente le corde del suo basso e il Wurlitzer che lascia vibrare nell'aria l'eco delle sue sonorità dolciastre, irradiandole nelle orecchie come tanti spilli appuntiti. Tutte queste emozioni, queste sensazioni, mi si imprimono nel petto come un tatuaggio, una poesia che mi scava dentro e resta lì ancorata sottopelle. Mantengo lo sguardo basso, mentre sento di avere gli occhi lucidi, cercando di farmi forza per infonderla anche ai miei colleghi.


Just Another Nervous Wreck

Finita la pausa pranzo, se così possiamo chiamarla, passo tra le stanze dei pazienti, cercando qualche segno di miglioramento. Per un attimo mi soffermo sul letto che, qualche settimana fa,  occupava mio padre. Ripensando a quei momenti, oltre alla paura e al dolore di vederlo soffrire, mi ricordo anche di quelle mattinate di sole di quando ero più piccolo, in cui entrava in camera e mi diceva "sveglia, dormiglione!", e io mi vestivo, facevo colazione ed ero pronto a salire in macchina con lui: già pregustavo quegli attimi in cui la musica si sarebbe unita al nostro viaggio. Ero piccolino, ma nella mia mente di bambino quei ricordi sono rimasti impressi, lucidi e vividi come quello stesso cielo limpido che contemplavo assorto dal finestrino del mio sedile. Prima ancora di mettersi al volante aveva già pronta la musicassetta, quella vecchia copia di "Breakfast In America" che custodiva gelosamente come fosse una reliquia sacra, e per me ormai quasi lo era diventata. La infilava nell'autoradio, la faceva   partire, e iniziava a scuotere la testa e picchiettare le mani sul volante non appena Rick e Roger iniziavano a cantare, e io osservavo incuriosito la tracklist per tentare di indovinare quale fosse la canzone che il destino aveva scelto per noi. Non importa se doveva solo accompagnarmi a scuola o se insieme si partiva per una gita in montagna: quelle note erano con noi e ci seguivano in ogni nostra avventura, e per me continueranno a farlo sempre. Ora è "Just Another Nervous Wreck" a fluttuare tra i muri dell'ospedale. Ogni volta che mi mettevo in viaggio e che provavo un'emozione, potevo sempre contare su "Breakfast In America" in sottofondo a farmi compagnia, quello stesso disco che adesso scorre attraverso queste casse e che anche lui prima e i miei pazienti ora, nel profondo del loro inconscio, possono ascoltare insieme a me. La voce di Rick, con quell'ugola così ricca e pregna di anni '70, che mio padre amava così tanto, canta "Mi sento così solo ora, la mia vita è diventata un casino. Sì, sono stato troppo sotto stress". Mi sembra di ascoltare me stesso mentre parlo allo specchio, ma so di non essere solo, che la mia squadra è qui con me. Bastano quelle poche note di tastiera elettrica, quei colpi di batteria così secchi e precisi, quei cori così ispirati e quelle melodie così orecchiabili, catchy e coinvolgenti, per farmi subito immergere nell'atmosfera di quei lunghi viaggi in macchina con mio papà, ad ammirare il panorama mentre mi lasciavo rapire dalla musica. Quella marcetta morbida e zuccherosa, e poi quel refrain così pop ma anche così ricercato, con gli energici vocalizzi di Davies che "spingono", mentre i cori lo avvolgono e le emozioni si concentrano. L'assolo di chitarra di Hodgson mi fa viaggiare con la mente ogni volta che lo ascolto, così pacato e delicato nella sua perfezione stilistica, e quando il ritornello prende velocità e si trasforma in quella veloce carica nel finale io mi sento bene. Avverto l'energia di Rick, quella frenesia che solo la musica sa donare, la batteria che non si ferma un attimo e quel pianoforte che man mano si fa rapido e infiocchetta arrangiamenti dal sapore jazz che ti fanno venir voglia di alzarti e ballare, anche se sei da solo in casa. È una sensazione difficile da descrivere, ma è come se sapessi di aver appena fatto qualcosa che ha infuso benessere nella mia anima. Adoro la voce di Davies quando canta "Ora butto via tutto, avrei potuto fare una fortuna, ho perso il desiderio del successo", perché mi fa pensare come l'arte non sia poi così diversa dalla medicina. La ricerca di un successo e di un denaro che, senza accorgersene, cancella ciò che davvero è importante, come quando gli "ospedali" non si chiamavano ancora "aziende ospedaliere". Che differenza c'è in fondo, tra curare il corpo di un malato con un bisturi, e curare l'anima di un viaggiatore con le note, se lo spirito che ti guida non ha nulla a che vedere con ciò che stai facendo, se i soldi diventano l'unico obiettivo? Ve lo dico io: fa tutta la differenza del mondo, perché non solo rischi di uccidere un genere musicale solo per garantire il tuo portafogli sempre pieno, ma uccidi anche un senso di appartenenza, una medicina per l'anima, una cura per la solitudine. Mio padre prima e il primario e il vice-primario poi, mi hanno insegnato cos'è la vera medicina, cosa significa essere un uomo con la testa sulle spalle, ecco perché ora, con questa pandemia, non posso sopportare questo atteggiamento, ma vado sempre oltre il mio personale, perché ciò che davvero conta è che tutti i miei pazienti riescano a tornare a una nuova normalità più forti e carichi di prima.


Casual Conversation

Tornare a casa dopo un'altra giornata passata solo a lavoro mi accende il dubbio su quale sia la mia vera casa, e se forse non farei prima a trasferirmi direttamente in ospedale. Accendo la radio della BMW e metto su una di quelle compilation che mi ero creato ai tempi del liceo e che avevo trasformato in file digitale per averla sempre con me. Dentro c'è un po' di tutto, come i Nofx in apertura, che mi danno subito una bella botta di energia, ma anche i Ramones, qualcosa dei vecchi Lagwagon, e non manca nemmeno un tocco di classicismo con i Police. C'è dentro tutta la mia adolescenza, la mia attrazione per il punk, il mio antico spirito di ribellione giovanile che forse, in fondo, non si è mai del tutto sopito. Quello stesso spirito che mi portò a metter su gli Smegmachine, insieme a Worm, Franz, Ponch e Manuel. Chissà cosa ne sarebbe stato di me, senza di lei, la musica? E mentre ascolto una traccia dopo l'altra, sorpassando la Polizia, ferma a bordo strada con l'unica altra vettura oltre la mia che si scorge su questo percorso fantasma, finalmente giungo di nuovo a casa. Prima di lasciarla stamattina l'ho abbandonata un po' trasandata: vestiti sparsi ovunque e il mezzo panino di ieri sera che mi aspetta sul tavolo della cucina. Ho una sete pazzesca, così apro una Moretti e me la bevo direttamente dalla bottiglia, mentre mi avvicino al giradischi e afferro "Breakfast In America", nella sua versione in vinile che mi guarda dalla libreria. L'ho ascoltato in tutti i modi possibili e in ogni momento della mia vita, lo conosco ormai a memoria, ma ogni volta che lo metto su è come fosse sempre la prima. Le emozioni sono le stesse, come anche le sensazioni che ogni volta suscita in me. Ma ora vorrei qualcosa di rilassante, che non mi dia troppo da pensare, che mi conceda il giusto relax e che mi avvolga con note morbide e vellutate. "Casual Conversations" è il brano giusto, quella nona traccia che è come una carezza, di quelle carezze dolci ma decise al tempo stesso, che ti fanno sentire protetto e ti spronano a voler proteggere anche tu le persone intorno a te. Come i miei amici di sempre, quelli veri, quelli sinceri, che non mi abbandonano mai. Ripenso a Dasky e a cosa starà facendo in questo momento, poi mi stendo un po' sul divano per leggere i messaggi ricevuti, quelli che non ho mai il tempo di guardare mentre sono al lavoro, impegnato a combattere nella trincea del reparto Covid-19. Nemmeno a farlo apposta c'è un messaggio di Dasky: "Ehi Nico, qua tutto bene, anche se rimanere in casa è un po' stressante. Senti...non so quando ascolterai questo messaggio vocale ma volevo semplicemente dirti che sei un grande, che devi tenere duro e che io e tutti siamo con te, ok?". Nel frattempo la canzone continua a rilassarmi il corpo e i sensi: ogni nota  è un ondeggiare morbido con un retrogusto jazz che rende il tutto assimilabile a un lounge da bar, ma di quelli d'autore, quelli che resteresti al bancone non più per l'alcol ma solo per continuare ad ascoltare quelle melodie così ipnotiche e avvolgenti. Rick è delicato, cammina nelle orecchie come una coccinella sulla mano, le sonorità di tastiera sono quasi psichedeliche, e l'assolo di sassofono che a un certo punto il buon John Helliwell tira fuori dal suo cilindro magico è come un soffuso arcobaleno che si fa scorgere tra le nuvole dopo un temporale. Strano che io abbia messo su proprio "Casual Conversations" mentre scorrevo le mie conversazioni sul cellulare. "Non importa ciò che dico. Tu comunque non mi ascolti mai" cantava Davies, "Semplicemente non sai cosa stai cercando. Non riesco proprio a capire perché siamo in disaccordo. Come mi annoiano le conversazioni casuali". Questi versi mi tormentano il cervello, mentre leggo i messaggi sui gruppi WhatsApp: viviamo in un mondo dove possiamo parlare con chiunque in ogni momento e in tempo reale, eppure ci mancano le parole e non sappiamo mai che cosa dire. Anneghiamo in un mare fatto di frasi sui social, mentre cerchiamo disperati la zattera della comunicazione, ma non abbiamo imparato nulla e mi chiedo se mai impareremo qualcosa. Quanto vorrei che si iniziassero ad affrontare i problemi invece di girarci dall'altra parte e far finta che non ci siano, e sentirmi davvero un medico invece di un individuo alla mercé delle case farmaceutiche, trasformando quelle conversazioni in un contatto umano vero e proprio, esattamente come dicono i Supertramp. Ora vorrei andarmene a letto, chiudere gli occhi, dormire e pensare che mi sveglierò in un mondo che ho aiutato a diventare un posto migliore.


Child Of Vision

Lungo la strada penso che forse non ringrazierò mai abbastanza mio padre per essere stato un grande appassionato di quella band britannica chiamata Supertramp, così complessa e affascinante, ma allo stesso tempo così limpida e genuina da riuscire a catturare con la sua musica straordinaria persino un marmocchio di pochi anni. Papà me lo faceva ascoltare in cassetta quando viaggiavamo in auto, e in vinile quando eravamo a casa. Non mi stancavo mai, lo ascoltavo di continuo, e mi immergevo totalmente in quelle note, in quelle aperture melodiche, in quel groviglio di strumenti che mi catturava, lasciandomi inerme di fronte a un'onda di emozioni intense e di sensazioni a dir poco piacevoli. Ultimamente, dato che  ho almeno la possibilità di poter rivedere Mélanie e Nicole, pensavo soprattutto a una traccia di quel disco, che ogni volta mi faceva volare con la fantasia e creava mondi immaginari nella mia mente di bambino. Era l'ultima traccia di "Breakfast in America", la bellissima "Child of Vision". Un brano complesso, che si approccia alle orecchie come un vortice fatto di tastiere elettroniche e giochi di effettistica sonora, con la batteria di Siebenberg che sembra dominare il ritmo come un direttore d'orchestra che usa due bacchette al posto di una sola. Un brano particolare, eccentrico e quasi "visionario" come, neanche a farlo apposta, l'azzeccato titolo potrebbe anche indurci a pensare. In fondo, qui, i Supertramp denunciavano, seppur in modo piuttosto velato, la superficialità delle nuove generazioni, che alla fine degli anni '70 iniziavano ad affidarsi alla tecnologia come status symbol, affogando le loro ambizioni dentro le immagini dorate e ingannevoli della televisione. Non so bene chi fosse questa persona a cui Roger e Rick si rivolgevano sprezzanti, mentre cantavano "Stai finendo il tempo! Stai avvelenando il tuo corpo e la tua mente! Come puoi vivere in questo modo! Ci deve essere più di questa vita!". Eppure quando ascolto quei versi mi vengono in mente i ragazzi nati dopo di me, la cosiddetta generazione Z dal '96 in poi, che non avranno avuto problemi ad affrontare il lockdown chiusi in casa con i loro smartphone, i loro tablet, i loro computer e le loro Playstation. Che forse questo maledetto virus ci abbia in fondo insegnato qualcosa? Che stare tappati in casa e parlare tra di noi attraverso uno schermo non potrà mai sostituire il calore di un abbraccio, il sapore di un bacio, l'ebbrezza del guardarsi negli occhi vis-à-vis? Dicono che puoi davvero capire l'importanza di qualcosa solo quando la stai perdendo, e così è stato anche per me. Ho avuto il terrore di perdere mio padre, e ho sofferto perché avevo perso il privilegio di avere la mia famiglia accanto a me. Ho capito che avevo perso la mia libertà, quella di uscire, di camminare per le vie strette di Casazza a di salutare chi incontravo per la strada, di andare a Spinone la sera per vedere un concerto al Bar Ninfea, di passare una giornata al lago o magari di giocare a carte con i vecchietti del Bar Diana. La libertà di gestire come meglio credo i miei pensieri, e di non vederli assoggettati e resi schiavi da un male subdolo che mai avrei immaginato potesse piombare nella vita di ognuno di noi da un giorno all'altro. Ma ora è finita, siamo più forti e consapevoli di quali sono le cose per cui vale la pena lottare, così da non rischiare di perderle mai più.


Conclusioni

"Breakfast In America" è un disco figlio del suo tempo, di quel tramonto degli anni '70 erede del movimento hippie, di Woodstock, della fine della guerra in Vietnam, e di tutte quelle rivoluzioni culturali e soprattutto musicali che nel 1979 erano ormai state assimilate e digerite. Un disco che qualcuno ha definito "post-Beatles" e qualcun altro "post-Beach Boys", dove il pop sopraffino di queste due band simbolo della musica anni '60, e in parte figlie della rivoluzione rock'n'roll degli anni '50 di Re Elvis, si evolve in un discorso più complesso, elevandosi al rango di icona pop, in un affresco di piani wurlitzer e influenze progressive rock. La musica messa in piedi da Davies e Hodgson, compagni e rivali di questo bellissimo viaggio negli anfratti più impensabili della popular music, è un rock d'arte e soprattutto un soft rock "ragionato", dove lo spirito tipicamente inglese della band si rafforza di quella cultura pop americana che caratterizzava la Los Angeles del 1977, anno in cui i Supertramp identificarono nella megalopoli californiana la loro nuova casa. E la massima espressione di questo nuovo modo di intendere il pop fu proprio "Breakfast In America", apice compositivo dei Supertramp e loro disco di maggior successo in assoluto. Un disco che qualcuno arrivò persino a considerare l'archetipo di quel pop che dominerà i successivi anni '80, con dieci tracce che di fatto consegnarono i Supertramp alla Storia, restando per sei settimane al primo posto nella classifica statunitense Billboard 200 e arrivando a vendere ben 4 milioni di copie in tutto il mondo. Il gruppo riuscì così, da un lato, a incarnare la quintessenza del mainstream e del pop in quanto tale, e dall'altro a rielaborarlo attraverso una complessità strutturale raffinata, figlia del progressive rock dei Traffic e degli Yes, ma in un modo talmente leggero, orecchiabile e scanzonato che non fa pesare per nulla la sua consistente profondità, e si viene catturati dalle sue note senza nemmeno accorgersene. Eppure è buffo pensare a come proprio il "successo" sia una delle tematiche cardine di tutto "Breakfast in America" e a come esso sia visto con sguardo attento a coglierne tanto le sue delizie quanto le sue croci. Persino Davies e Hodgson si divisero equamente la composizione e la scrittura dei testi, e avrebbero voluto concentrarsi su questo contrasto per creare un album che parlasse di amicizia e di dialogo tra persone che la pensano in modo opposto. Ma la legge del mercato cambiò le carte in tavola, e un approccio spassoso e divertente fu considerato più appetibile di un complesso e grave discorso filosofico sulle diverse visioni della vita. Anche l'immaginario di una satira della cultura statunitense fu sempre negato dai Supertramp, secondo cui gli Stati Uniti furono un capro espiatorio assolutamente casuale da usare come pretesto per canzoni che poco avrebbero avuto a che spartire con la critica sociale. Eppure, ancora adesso a oltre quarant'anni di distanza, non sappiamo se credere a quelle parole e anche alla stessa copertina ideata da Mike Doud. Ma se le tematiche rappresentano uno degli aspetti più interessanti di "Breakfast in America", ancor di più lo è il discorso musicale che questo disco è stato in grado di sviscerare. La lezione imparata dai Bee Gees e dagli Earth Wind & Fire è soltanto una base da cui partire, su cui costruire un tessuto elegante, raffinato e ben attento anche al minimo dettaglio compositivo. Ogni canzone del disco è un potenziale singolo radiofonico, un inno al pop/rock più zuccheroso e commerciale, allo stesso modo in cui potrebbe essere stato concepito come evoluzione melodica di quel rock progressivo figlio dei Genesis di "Trespass" e degli Yes. La cultura dello stacco, dei saliscendi armonici, delle note camaleontiche e irrequiete ammanta ogni istante di "Breakfast In America", rendendolo un capolavoro che va ben oltre il semplice status di disco pop o soft rock. In sostanza, non è soltanto un disco iconico che ha incarnato la vera essenza del genere musicale portandolo a un livello ulteriore, ma è anche e soprattutto un vero e proprio capolavoro compositivo. Non è quindi un mistero il perché questo disco abbia accompagnato la mia vita, dall'infanzia fino alla mia "veneranda" età di 33 anni. Ogni momento della mia esistenza è stato portato per mano da queste note e dalle emozioni che in me hanno saputo suscitare, dai viaggi in auto in cui il disco scorreva in sottofondo, fino alla nascita di mia figlia Nicole, che ancora oggi rivedo tra le melodie di "The Logical Song". E di sicuro avrò questo disco nelle orecchie anche quando sarò in aereo e partirò per il viaggio dei miei sogni. Afferrerò lo smartphone, premerò play e lascerò andare "Breakfast in America" nelle mie orecchie, godendomi il volo, perché ora che finalmente il lockdown è terminato posso iniziare a pensarci sul serio. Già mi ci vedo, seduto su quella poltrona, mentre i motori tuonano, il mio corpo si stacca da terra e l'aeroporto di Bergamo Orio al Serio diventa sempre più piccolo man mano che prendiamo quota, come un lontano ricordo sullo sfondo dell'esistenza. E so già che quando quel momento arriverà, finalmente potrò lasciarmi tutto alle spalle per qualche giorno, come il Policlinico e il mio reparto, con tutti i miei colleghi che mi sono stati vicini in questa battaglia contro il virus. Mi lascerò dietro la paura che ogni giorno mi accompagnava in trincea, quella paura che ho racchiuso nel profondo del mio cuore e che ho zittito con una forza che non credevo nemmeno di poter avere. In quel preciso istante tutto sarà dietro di me e al mio fianco ci sarà solo la mia famiglia, la mia piccola Nicole e la mia adorata Mélanie, a cui potrò finalmente ridare quel tempo che il virus ci ha ingiustamente e barbaramente strappato via. E di fronte ai nostri occhi, dietro quel finestrino, solo l'immensità del continente africano che si stende sempre più in là, fino a quella terra mitica che da sempre popola i miei sogni e le mie fantasie e che finalmente sarà realtà: il Madagascar. Nella mia mente immagino ciò che finora ho ammirato solo in foto, e che presto avrò davanti ai miei occhi: il mercato di Analakely che si illumina, ricco, esuberante e coloratissimo, sotto quei tetti dalla forma strana e quegli ombrelloni da spiaggia a coprire la merce dalle intemperie, mentre osservo le due donne della mia vita frugare frugare tra gli oggetti del bazar. Non ricordo più da quanti anni sogno di immergermi tra i colori e i profumi del Madagascar, ma è sempre stato uno dei miei desideri più grandi. Quando l'avrò davanti agli occhi, sono sicuro, mi darò qualche schiaffo pensando che tutto ciò non sia reale. Sembrano così lontani quei giorni in cui non potevamo incontrarci né toccarci, costretti a vivere divisi, separati da un invisibile microrganismo, una microscopica entità biologica che non ci permetteva di avvicinarci a meno di un metro di distanza. Tutti quei giorni di amore e amicizia, di pace e normalità sono andati in fumo a causa sua, ma di certo, quando sarò lì, a scorrazzare tra quelle strade sabbiose in mezzo a tutta una viva e meravigliosa umanità, ad ammirare i lemuri nel giardino di Tsimbazaza o i camaleonti nella riserva Peyrieras, a ridere con Nicole mentre guarda estasiata le navi al Museo dei Pirati di Antananarivo, o a rilassarmi davanti al Lago artificiale di Anosy, pensando a quanto sia diversa questa parte di mondo rispetto al luogo in cui mi sveglio tutte le mattine, potrò dire che è arrivato un giorno migliore. E poi con me ci saranno sempre loro, i Supertramp. Questa band è stata per me il simbolo della musica come metafora di quel viaggio affascinante che è la vita stessa, e senza di loro non so nemmeno se avrei suonato con gli Smegmachine o lottato per avere quell'impianto audio di filodiffusione in giro nel mio reparto d'ospedale. L'arrivo del nuovo coronavirus ha cambiato il nostro modo di vivere le nostre vite e le nostre relazioni sociali, e una forma d'arte suprema come la musica è stata la chiave per riscoprire quei valori che adesso più che mai dovremmo imparare a difendere e a tenerci cari: l'amore per la vita, la solidarietà verso gli altri, e la voglia di non abbandonare mai la speranza, qualsiasi cosa succeda. I momenti di sconforto al Policlinico San Marco non sono stati pochi, e certi giorni dentro di me avrei forse preferito mollare la presa, abbandonare il campo e smettere di lottare. Ma anche la musica mi ha dato la forza di superare le mie paure: l'ansia di non essere all'altezza delle mie responsabilità; il terrore di perdere mio padre mentre era in terapia intensiva; la mancanza di mia figlia Nicole e della mia compagna Mélanie, che ogni giorno mi schiacciava e diventava più opprimente; l'incertezza verso un futuro fosco e minaccioso, verso una situazione che non sapevamo se e quando saremmo riusciti a vincere. E quando le casse che circondavano il mio reparto hanno iniziato a diffondere la musica dei Supertramp e di tanti altri artisti come loro, ho rivisto negli occhi dei miei colleghi e in quelli dei pazienti quella forza e quella luce che cercavo di trovare in me stesso. Per questo non smetterò mai di lottare per la vita, non smetterò mai di credere fino in fondo nel mio camice bianco, non smetterò mai di affrontare questo viaggio con il sorriso sulle labbra e "Breakfast In America" nelle orecchie. Perché ne vale la pena, sempre e comunque, e in fin dei conti questo l'ho capito anche per merito tuo. Grazie, Musica.


1) Introduzione
2) Gone Hollywood
3) The Logical Song
4) Goodbye Stranger
5) Breakfast in America
6) Oh Darling
7) Take The Long Way Home
8) Lord Is It Mine
9) Just Another Nervous Wreck
10) Casual Conversation
11) Child Of Vision