SUNN O))) e ULVER

Terrestrials

2014 - Southern Lord Recordings

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
30/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

Ormai non ci sorprende più nulla di quanto accade in casa Ulver: periodo pagano con Black Metal e Folk, periodo elettronico, periodo da colonna sonora, periodo neoclassico, un singolo momento di nostalgia da anni '60, poi la sintesi tra elettronica e neoclassico che ha raggiunto il culmine con "Messe I.X-VI.X", album che precede di un anno il lavoro oggetto di questa recensione. La caratteristica principale del presente album è quella di essere un lavoro frutto dell'unione delle forze di Ulver e Sunn O))): dei primi abbiamo Kristoffer Rygg alla voce (nell'unico brano in cui c'è) e programmazione, Tore Ylvisaker tastiere e programmazione, Jørn Henrik Sværen agli effetti, Daniel O'Sullivan per chitarra, basso e tastiere; per i secondi abbiamo Stephen O'Malley alla chitarra e Greg Anderson al basso. I Sunn O))) sono un duo sperimentale statunitense, molto noti in ambiente Drone/Doom Metal, la loro relazione risale agli anni '90 quando Stephen O'Malley intervistava Rygg per varie riviste, poi c'è stato uno scambio di partecipazioni artistiche, la più rilevante si può individuare nella band Æthenor che vede la partecipazione di Rygg negli album "Betimes Black Cloudmasses" (2008) e "En form for blå" (2011). Quando i Sunn O))) sono stati invitati ad Oslo per prendere parte all'Øya festival, Rygg ha approfittato dell'occasione per proporre una collaborazione e chiedere alla band di restare per altri giorni, durante quei giorni vi sono state delle improvvisazioni che hanno costituito il materiale di base dell'album, poi successivamente rimaneggiate con molta calma visto che comunque non c'era fretta ed il risultato stava uscendo fuori in un modo molto differente dai lavori delle singole band. Stiamo parlando di due band che sanno muoversi davvero bene con la programmazione, pare molto singolare che abbiano aspettato così tanto tempo e si siano presi la briga di vedersi di persona quando avrebbero potuto fare tutto comodamente nelle rispettive sedi, la questione è stata posta a Stephen O'Malley (intervista su Metal Ireland del 2014) che ha risposto: "That's vital for making music. It's only actual when you're in the space together. We took the time to make sure we were together when we were working on it. Over time of course your perspective changes, your taste grows, your interests move around so it brought a lot of ideas to the table too." (E' essenziale per fare musica. E' reale solo se state insieme nello stesso posto. Ci siamo presi del tempo per assicurarci di poter essere insieme quando avremmo lavorato a questo. Col passare del tempo sicuramente la tua prospettiva cambia, il tuo gusto cresce, il tuo interesse si sposta in giro e così questo ha portato anche un sacco di idee sul tavolo.) specificando quindi l'intento dell'album che, per gli attenti lettori, è chiarissimo: Rygg ha sempre affermato di voler fare bella musica principalmente per se stesso e gli altri sembrano conformarsi a questo modo di vedere le cose. Questo album, insomma, è stato ricavato da sessioni prevalentemente improvvisate che sono state intraprese principalmente con il nobile scopo di divertirsi; successivamente poi c'è stato un attento intervento di post-produzione che ha fatto diventare l'improvvisazione quell'album che adesso ascolteremo. Sulla registrazione lo stesso O'Malley ha detto (su The Quietus) "I remember the vibe in the room back then was more r?ga than it was rock. And despite the fact that the walls were literally shaking from volume, it was actually quite a blissed out, psychedelic session. I wanted to preserve that vibe in the final mix." (Ricordo ancora l'atmosfera di allora nella stanza, era più r?ga che rock. Ed a dispetto del fatto che le pareti stesso letteralmente tremando per il volume, è stata una beata session psichedelica. Volevo preservare quell'atmosfera nel mix finale.), il r?ga è una struttura musicale classica indiana, che disciplina le regole dei fraseggi che si possono o non si possono fare data una base, è più che altro una regola di improvvisazione; i r?ga in India sono influenzati anche dal momento del giorno, della stagione e dell'anno in cui vengono suonati. All'opera hanno contribuito musicalmente Ole Henrik Moe e Kari Rønnekleiv con viola e violino; Stig Espen Hundsnes alla tromba e Tomas Pettersen alla batteria. Le premesse dell'album vogliono essere di tipo improvvisativo, con approccio sicuramente psichedelico ed atmosferico (e le atmosfere potrebbero essere Goa Trance dati i collegamenti col mondo dell'India), premesse che motivano il nome dell'album: "Terrestrials", che verrà pubblicato nel 2014 dalla Southern Lord Recordings, la copertina dell'album non reca alcuna dicitura e si presenta come totalmente ermetica e minimale, l'unico suggerimento è dato dal nome dell'album: Terrestri. L'uso di questo termine sta come ad indicare il fatto che l'opera sia indirizzata a descriverci ad entità extra-terrestri appunto e la scelta delle forme geometriche del cerchio inscritto nel quadrato che è un chiaro riferimento all'umanesimo, che ne ha fatto il proprio manifesto mutuandolo dall'immagine dell'Uomo Vitruviano disegnato da Leonardo da Vinci. I colori sembrano di un rosso sbiadito, quasi a significare un qualcosa che è sopravvissuto a lungo nel tempo prima di essere ritrovato. Speculazioni a parte ciò che è certo è la natura minimale dall'artwork. L'album si compone di tre brani, dei quali solo l'ultimo ha parti vocali. 

Let There Be Light

Iniziamo l'ascolto con "Let There Be Light" (Che luce sia), c'è silenzio, timidamente emergono dal nulla dei violini che eseguono armonici senza seguire uno schema chiaro, ci sono anche dei suoni elettronici, ma sono davvero impercettibili. Il volume aumenta, si sentono più chiaramente gli acuti striduli accompagnati da atmosfere elettroniche minimali, emerge un sentore di melodia elettronica, poi si fanno due e l'atmosfera inizia a prendere più corpo. La sensazione che trasmette è quella del silenzio cosmico prima che venga creata la luce, il minimalismo è evidente, una tromba solitaria si inserisce in questo caos cosmico, l'avevamo apprezzato già in "Shadows of the Sun" questo strumento, anche in questo caso l'atmosfera è calda. La tromba cambia melodia mentre la base elettronica si avvicina sempre di più e si fa presente, anche due tastiere che suonano per costruire atmosfere lontane e sognante, il tutto è interpretato in chiave sperimentale e non si coglie una struttura certa in ciò che avviene. Le parti si avvicendano tra loro, una la conseguenza dell'altra, questa naturalezza nel suonare - questo non programmare nulla e lasciare che sia la musica stessa a prendere forma evolvendosi e suggerendo all'artista cosa fare - è una chiara dimostrazione di ciò che intendeva O'Malley a proposito dei r?ga, questa concezione dell'astenersi (o addirittura guardarsi) dal programmare e/o schematizzare le cose è di derivazione sicuramente orientale, o prevalentemente cinese se si pensa ad autori (leggendari e forse mai esistiti concretamente) come Lao-Tzu che nel rivoluzionario Tao-Te-Ching propone uno stile di vita virtuoso che consiste nell'adattarsi al pari dell'acqua col recipiente; mentre Sun-Tzu riprende il concetto parlando del tao del vuoto (poi ripresa dal samurai più famoso al mondo: Miyamoto Musashi). Insomma Ulver e Sunn O))) propongono una musica sperimentale che si distacca dai costrutti occidentali, di cui prende solo gli strumenti con le loro timbriche, e viene alla luce con modalità e filosofie orientali. A metà pezzo c'è ancora questa confusione sublime, frutto della naturalezza e genuina spontaneità dell'improvvisazione, si apprezzano anche atmosfere da dungeon, tocchi di pianoforte ed effetti di feedback dati da chitarre lentissime e lontane. Un risultato spiazzante, prevalentemente atmosferico e ricco di piccoli particolari che è impossibile seguire: è come un vento leggero che soffia sui rami e quindi è impossibile stare a seguire i movimenti delle singole foglie. A tre quarti di pezzo l'atmosfera ha un cambio deciso, la tromba trema e si carica di aspettativa, i violini sono ancora acuti, poi delle percussioni si impongono pur senza essere irruente, merito anche del lavoro del basso distorto che ingrandisce tutto, il suono è imponente eppure il volume non è affatto alto, non ci sono picchi. Poi delle parti in cui il basso continua a vibrare e la batteria gioca sui piatti, tastiera e pianoforte creano atmosfere surreali, le chitarre si percepiscono a tratti, distorte, lontane, effettate. I tempi sono lentissimi, anche un requiem verrebbe suonato più velocemente, il risultato trasmette magnificente imponenza, il gioco della batteria che esplode in continue variazioni su piatti, tom e timpano è pregevole. Il tutto si distende sul finale, cessano le percussioni e l'accordo viene lasciato sfumare fino al silenzio totale. In questo brano si sentono eccome le influenze dei Sunn O))), specie per quanto riguarda i tempi lentissimi e le parti minimali, l'apporto degli Ulver invece risulta importante per quanto riguarda le tastiere in stile neoclassico, l'uso di archi e tromba ed alcune soluzioni atmosferiche più elettroniche. Effettivamente il risultato si differenzia dalle proposte delle singole band, senza allontanarsene diventa una sintesi.

Western Horn

Il secondo brano è "Western Horn" (Corno occidentale), inizia col silenzio, un basso imponente scandisce colpi lentissimi, in sottofondo dei rumori che sembrano cantilene, delle chitarre molto effettate arpeggiano con un riverbero eccessivo tanto che ne esce quasi un'unica melodia assurda, a volte si inseriscono delle tastiere che offrono delle varianti al sound desolato che viene ricavato, gli inserti elettronici sono delle scariche elettriche che si spostano da un lato all'altro, a questo si aggiunge poi una chitarra più distorta e nuovi disturbi elettronici. Una desolazione minimale, fatta di un mucchio di suoni diversi e confusionari gestiti in modo che ognuno di essi riesca ad emergere dal sound, note di pianoforte acute e delicate, ancora la confusione ed i rintocchi di basso a funestare il pezzo. Arrivati a metà si può stilare un resoconto dicendo che ad un primo ascolto sembra di sentire solo confusione e parti che si accavallano alla rinfusa, ad un ascolto più attento si capisce che le strutture si ripetono e si inseriscono secondo una logica, anche se strana; ad un terzo ascolto si capisce che si sta ascoltando un qualcosa dalla potenzialità enorme, pronto a scoppiare da un momento all'altro. L'alta valenza sperimentale di questa improvvisazione ci mostra degli artisti così avvezzi all'avanguardia musicale che riescono a renderla anche sul momento, il pianoforte delicato conferisce grazia, il basso scandisce tempi lentissimi ed imponenti, le chitarre sono distorte, lontane e creano atmosfere acute e confuse, sembrano una foresta in movimento. La melodia resa dalle chitarre cambia accordi, che sono quasi sempre dissonanti, desolati, disturbanti, eppure coerenti col brano. Oltrepassata la metà il brano cambia accordi, si inseriscono delle percussioni e degli effetti elettronici diversi che fanno brevi e fugaci apparizioni, l'atmosfera è pesante, carica, densa e calda. Le variazioni sono minime e difficilmente percettibili, il pezzo è molto simile alla proposta musicale dei Sunn O))) perché si caratterizza per essere un Doom Metal sperimentale e dannatamente lento: se nel pezzo precedente avevamo gli archi e le melodie in primo piano a dare il tocco degli Ulver, in questo caso quegli elementi sono assenti e possiamo solamente testimoniare come gli Ulver si trovino bene, tanto che è difficile indovinare chi sta suonando cosa, nei territori dei Sunn O))). Sul finale il feedback della chitarra si fa più presente, rumori da dungeon ambient, suoni striduli molto vicini al rumore di una zanzara all'orecchio, il risultato è disturbante, potenzialmente dannoso per la salute mentale, ossessivo e disumano. Nel finale ci sono degli arpeggi di chitarra in evidenza e con meno riverbero. Un brano che mostra meno variazioni rispetto al primo, come anticipato, sarà molto gradito dai fan dei Sunn O))), per quanto riguarda chi segue ed è interessato agli Ulver, ciò che preme a noi, troverà forse un po' troppo ostico questo ascolto: nei loro brani più elettronici (quelli di "Perdition City") c'erano comunque le ritmiche ad offrire spunti, mentre in quelli più melodici le melodie erano chiare (ad esempio quelli in "Shadows of the Sun"); eppure questo lavoro entra perfettamente in quel minimalismo che gli Ulver hanno introdotto, poi superato con la svolta neoclassica e poi reintrodotto in occasione del precedente album. In questo caso, la collaborazione coi Sunn O))) ha offerto l'occasione di continuare in chiave minimalista, cara anche agli statunitensi, e mettersi alla prova in ambienti meno melodici e più dissonanti.

Eternal Return

L'ultimo brano dell'album è "Eternal Return" (Eterno ritorno), l'inizio è offerto da una chitarra acustica molto effettata, poi da atmosfere melodiche, lente ma chiare, tornano gli archi e le tastiere più melodiche. C'è un'aria di forte malinconia ed estasi, la viola fa un ottimo lavoro perché riesce ad essere molto drammatica e presente. C'è ancora un basso cadenzato, lento ed imponente, si sente una chitarra elettrica particolarmente distorta, ogni tanto interviene una chitarra acustica, le atmosfere elettroniche invece sono poco invasive e valorizzano ciò che creano gli altri strumenti, specialmente gli archi che, merito specie della viola, sono molto drammatici e caldi. Lo stile degli Ulver è evidente nel pianoforte di Tore Ylvisaker, il suo tocco incanta, l'atmosfera diventa sognante, gli archi fanno davvero un lavoro importante e per certi versi il pezzo si pone come continuazione di ciò che avveniva nel precedente album col minimalismo sacro, questo pezzo è davvero eccellente, le atmosfere lente e cupe concepite dai Sunn O))) fanno da base e contrasto ai preziosismi lenti, malinconici e sognanti che caratterizzano il lavoro di Ylvisaker al pianoforte, gli archi che mostrano una certa sensibilità artistica e gli effetti che si limitano ad accompagnare e valorizzare in modo dinamico ciò che avviene. Le melodie sembrano arrivare da idee compatibili con "Shadows of the Sun", restano in primo piano e si evolvono con l'accompagnamento di un pianoforte particolarmente ispirato. Ad un terzo del pezzo il violino si fa più struggente in un passaggio più veloce, il pianoforte ha assunto un suono che sembra onirico, come delle campane di vetro, il basso ultragrave e la chitarra distorta proseguono incessanti, verso la metà del brano il feedback della chitarra, i rumori striduli e le scariche elettriche ad essa connesse si fanno sempre più presenti, un connubio di melodia pulita ed ossessiva distorsione. Sulla metà le melodie scompaiono del tutto lasciando il posto a rumori elettrici sui quali intervengono dei frenetici passaggi elettronici, dei trilli, l'atmosfera si fa minimale con una tastiera appena percettibile e poi con un sintetizzatore a ritmo andante che sorprende, vista la lentezza del pezzo, la cadenza aumenta ed il ritmo si fa più chiaro. Ad un certo punto ecco che arriva la voce di Rygg, molto calda e sfiatata, un sussurro rasserenante e basso che si inserisce bene nell'atmosfera fino a farne parte, a questo punto il pezzo assume toni Dark elettronica e vagamente futuristici, il pianoforte è sublime nella sua semplicità e carica emotiva, la voce è un'interpretazione matura e generosa di espressività, l'eco rende la prestazione vocale più magica, non si tratta di cori ma di una voce riverberata che sembra improvvisare andando a braccio con la melodia. Una parte in crescendo ed ecco che la voce si sposta un'ottava sopra, raggiunge toni acuti, le atmosfere elettroniche martellanti e soffuse si distendono appena finisce l'acuto, poi dei rumori gravi, un basso molto cupo, degli archi che tremano, l'atmosfera è davvero molto carica: gli archi sfregano le corde, il basso è imperioso in sottofondo, le parti elettroniche sono confuse come se debbano assestarsi, il pianoforte è quella certezza che regala carezze melodiche. Chitarra elettronica ed acustica si alternano in parti sperimentali, totalmente dissonanti, improvvisate e prive di logica, tutto questo è cibo per le orecchie più esigenti e raffinate, una selva di melodie diverse che seguono tempi diversi e si incastrano. La bellezza di una composizione che si costruisce del pulito e del distorto, del lento e del veloce, di ritmo e melodia, un rapporto molto simile al concetto di Yin e Yang descritto magistralmente da Lao-Tzu: che non è da intendersi come la contrapposizione degli opposti, ma anzi come la comprensione del fatto che non esistano dei concetti perfettamente opposti (quando è buio, ad esempio ci sono delle piccole luci delle stelle e della luna; quando è giorno, al contempo, vi sono delle zone d'ombra). In questa opera, infatti, le componenti opposte sono complementari tra di loro e si valorizzano vicendevolmente. Il pezzo si chiude in una frenesia melodica fatta di archi e chitarre acustiche. Il testo è breve, anche perché la parte cantata inizia a brano già inoltrato, è criptico: tratta di un fiume rosso sangue, diviso nella linea del Nilo nell'Egitto pitagorico; viene innalzata la casa di Ade, nel Sinai il peccato ha natura aurea, per quaranta anni il deserto rimane in silenzio e lascia che siano le scritture a parlare. Pitagora è noto per l'omonimo teorema che ha dato molto alla geometria ma, come spesso accadeva ai tempi, era un sapiente a tutto tondo ed aveva anche creato una propria filosofia/religione di natura mistica che, col tempo, influenzerà il modo di pensare dell'intero occidente. Il fatto che si sia stabilito in Magna Grecia, proprio in quella che è l'odierna Crotone, è motivo di vanto italiano, eppure le teorie del sapiente traggono origine da saperi greci e mediorientali e, ovviamente, dal proprio genio. Il riferimento all'Egitto e subito dopo al Sinai non può passare inosservato, il peccato avvenuto nel Sinai che riguarda l'oro descrive esattamente l'evento noto come "Il Peccato del Vitello" , secondo una moderna teoria il culto ebraico deriverebbe da un culto poi considerato eretico (mi riferisco al culto di Aton, di origini incerte ma arrivato all'auge con il faraone che cambiò il proprio nome da Amenofi IV, derivato dal dio Amon, in Akhenaton, che significa "colui che è utile ad Aton") perché monoteista (si legga per approfondire, l'Inno al Sole che Akhenaton ha dedicato ad Aton nella tomba di Ay: le similitudini con gli appellativi, le frasi e le metafore che saranno tipiche dei successivi testi ebraici, specialmente il Libro dei Salmi, sono sorprendenti!). In occasione dell'episodio del Peccato del Vitello, com'è noto, Aronne fabbricò un idolo d'oro a forma di vitello che gli ebrei avrebbero adorato attendendo il ritorno di Mosè, che si era avventurato nel monte per ricevere da Dio i Dieci Comandamenti, al vitello d'oro furono dedicati sacrifici e poi ne nacque un pretesto per darsi ai bagordi ed al vizio; il peccato commesso era ovviamente quello dell'idolatria che, stando all'interpretazione, porta alla deviazione dall'unica via ed attira solo la collera di Dio. Un testo che offre diversi spunti e paralleli, ma in realtà rimane volutamente criptico.

Conclusioni

La durata complessiva dell'album si aggira sui trentacinque minuti, distribuiti pressoché equamente nei tre pezzi. Abbiamo potuto notare come il primo pezzo abbia presentato una sintesi paritaria degli stili, nel secondo pezzo invece c'è stata una prevalenza di sonorità tipicamente Sunn O))), mentre nel terzo è stata la volta di valorizzare le sonorità di origine Ulver. Il prodotto di un'ennesima collaborazione che però, questa volta, è avvenuta con una realtà già consolidata e forte di una propria identità che ha, per forza di cose, influenzato fortemente il risultato finale in modo paritario. Da un punto di vista musicale si può affermare, senza timore di smentita, che il lavoro si caratterizza per delle sonorità Drone/Doom Metal, le quali vengono arricchite - e mi riferisco al primo ed ultimo pezzo - da interventi melodici dati da archi e tromba suonati con approccio sperimentale e contemporaneo; su tutto l'album aleggia la raffinatezza della mano di Ylvisaker che fa parlare il pianoforte e gli fa raccontare di episodi tristi. In tutto emerge l'imponenza del suono di basso, il suono disturbante delle chitarre sia distorte che pulite, le sinfonie dissonanti degli archi e gli accostamenti improbabili della tromba. Non si può parlare di un concept vero e proprio con questo album, l'unico testo presente è molto vago e criptico, oscuro ed ermetico, offre diversi spunti ma non chiarisce niente. La grafica dell'album ci ha fatto pensare ad un intento umanistico, mentre nell'unico testo disponibile è pieno di riferimenti religiosi relativi ad antiche religioni e civiltà: la cultura egizia, Ade per i greci e l'episodio del Vitello d'Oro per gli ebrei. In questo senso, volendo interpretare il tutto in chiave umanistica, non ne emergerebbe un quadro davvero lusinghiero per la razza dei terrestri, eppure questi vengono presentati per quello che sono: il riferimento ai fiumi di sangue per rappresentare le guerre (tema molto sentito nel precedente album), le tante morti con Ade, poi l'episodio del Vitello d'Oro vuole mostrarci un'umanità intenta ad adorare le cose terrene, a godere di bagordi e pratiche bestiali ed ignoranti, un'umanità che perde di vista la via e si abbandona al vizio ed al peccato, eppure umana, troppo umana! L'uomo viene presentato, nel bene e nel male - ed il bene e male sono complementari anche in questa visione - come un essere capace di cose meravigliose ed al contempo abiette; così come questo album è capace di momenti estatici di melodia e momenti disturbanti di rumore dissonante. Un album che rivela il potenziale degli Ulver, così come quello dei soci Sunn O))), che è ancora in piena espansione; l'augurio è che il tao degli Ulver possa, come l'acqua, assumere forme sempre più molteplici e continuare a strabiliarci.

1) Let There Be Light
2) Western Horn
3) Eternal Return
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