STRIGOI

Abandon All Faith

2019 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
02/02/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Capita a volte che per esternare al meglio il proprio amore per la musica si debbano fare scelte serie; scelte che comportano conseguenze pratiche da una parte, ma dall'altra molto soddisfacenti in quanto aprono nuovi varchi percettivi in cui tu artista puoi finalmente sguinzagliare il tuo animo infiammato. Tutto questo è accaduto a Gregor Mackintosh, meglio noto per essere la mente dei Paradise Lost che, dopo aver accantonato il precedente progetto solista Vallenfyre, nato come sfogo dopo un periodo nero per la perdita dell'amato padre, ha iniziato un nuovo percorso con un nuovo moniker, Strigoi. Non temete, che siate fans dei succitati Vallenfyre o dei Paradise Lost, apprezzerete non poco questa nuova formula che il chitarrista vuole proporci. Una formula tipicamente strutturata secondo standard anni 90', ma che indubbiamente guarda ai giorni nostri mediante infrastrutture volutamente marce e distorte. Non è una novità che l'axeman voglia utilizzare i medesimi stilemi a lui cari dopo quelli messi a segno nella produttiva esperienza dei Vallenfyre: il doom già insito nelle vene di Gregor, subisce però un processo di incattivimento diventando lento e funereo, quasi incandescente nel suo incedere magmatico e stordente, annichilente nelle gesta di matrice crust e grind. Gli Strigoi celebrano la prima manifestazione del death-doom britannico (specialmente quello marchiato dal Peaceville Trio, comunemente associato al tridente Anathema-Paradise Lost-My Dying Bride), anche se dal punto di vista tematico, ci si allontana dalle romantiche visioni delle tre band citate e si arriva a toccare la morte con la creazione di ambienti sinistri e lugubri. Ambienti dove ci si sente piccoli dinanzi alla presenza ingombrante di pachidermi ritmici pronti a schiacciarti in men che non si dica. Mackintosh corona il tutto, come vedremo quando destruttureremo le dodici tracce che compongono l'ossatura di AAF, con una cattiveria che quasi ricorda quella del fido compagno Nicholas Holmes nei Bloodbath, ossia un growl fitto e corposo che fila via liscio, coagulando violenza su violenza; a fare compagnia a Gregor ci pensa l'altro membro fondante ossia Chris Casket, già componente dei god-grinders Extreme Noise Terror e Vallenfyre; mentre dietro le pelli abbiamo l'attuale drummer dei Paradise Lost Wallteri Väyryen. Zero luce tanta oscurità. È questa la semplice idea che il nostro ha intenzione di spiattellarci con l'utilizzo di accordature basse e plettrate poco dinamiche, calcanti il tasto dell'atmosfera. Non un'atmosfera come viene comunemente definita, ma un insieme di elementi desolanti che muovono i loro primi passi in zone sperdute e lontane dalla società, forse coperte dalla tipica foschia britannica che visivamente non lascia scampo a nessuno. Voi penserete: "E allora questi Strigoi cosa hanno di differente rispetto ai Vallenfyre? Per quando riguarda l'impalcatura sonora stiamo li. Toccando il tasto "stile vocale" pure. Bene, la differenza sostanziale è che qui Mackintosh elasticizza le proprie emozioni in un modo decisamente differente rispetto al precedente progetto; se nei quattro dischi prodotti con i Vallenfyre ha voluto intensamente riportare ciò che si accumulava nella propria testa dopo la morte del padre, in Abandon all Faith invece i binari interpretativi seguono percezioni più sensibili; non legate alla nostalgia ma all'abbandono, intelaiate in ovvie visioni decadenti e post apocalittiche. Gli Strigoi, con questi presupposti, impugnano gli strumenti per incenerire questo 2019 con una classe unica, quella di un chitarrista con decenni di esperienza alle spalle che non smette di voler creare musica estrema, genuinamente associata ad un certo stile lontano dalle mega produzioni dei giorni nostri. La paradossale visione di Greg legata al "tornare al passato per migliorare il futuro", come vedremo, avrà i suoi effetti letali una volta che ci addentreremo ad ogni minimo tassello proposto. Buona lettura!

The Rising Horde

The Rising Horde (L'orda crescente) è la forza compressa con cui Gregor Mackintosh inizia a sondare la nostra sostenibilità mentale, quasi sghignazzando sarcasticamente data la pericolosità, da lui ovviamente conosciuta, del viaggio che ci accingeremo a fare. Sin da questa breve strumentale lo stile dissonante degli Strigoi inizia a venire fuori, in punta di piedi, mediante un ritmo sapientemente dilatato, spalmato lungo un'unica, tenebrosa, nota portata fino all'estremo con l'uso smodato dell'amplificatore. In background pochissimi colpi di pellame di Wallteri Vayrynen si addensano non permettendosi di immischiarsi nel fuzz provocato dall'uso oculato del pedale di distorsione. Seguendo un crescendo pietrificante, questa strumentale pone i giusti presupposti dell'esplosione concreta della prima effettiva traccia di Abandon All Faith. Apprestiamoci al lungo ascolto, cadenzando le note di questo nuovo lavoro in maniera eterea e avvolgente, che con un continuo andirivieni di note in qualche maniera preme dritto sul timpano nelle orecchie e avvinghia la mente lanciando un'ancora come una nave che attracca al porto e ha bisogno di fermarsi per poter poi ripartire. Tutto questo e anche oltre è questo incipit.

Phantoms

Bianco e nero. Non potevamo aspettarci ambientazioni differenti con presupposti cosi' deumanizzati e apocalittici. Mackintosh sin da subito vuole mostrarci quanto possono essere pericolosi gli Strigoi se non lasciati tranquilli nell'agire nell'ombra più totale, utilizzando artigli in grado di affondare la carne umana e occhi che pietrificano chi osa osservarli. La prima traccia vera e propria, Phantoms, infatti si destreggia con un profondo e adrenalinico modus operandi, ora ipnotico, ora violento; la chitarra del nostro non riesce a dimenticare l'esperienza coi Paradise Lost, ma se con questi ultimi Gregor prepara il terreno ritmico per situazioni tipicamente goth, qui si va sul pesante con un inventario che punta all'essenziale e al sincero. L'introduzione dura una manciata di minuti necessaria per i primi colpi al drum set di Chris Casket, i quali si intervallano alle diteggiature abbastanza standard di Gregor. Questi elementi provocano idealmente la nascita improvvisa di un cumulo di nebbia, la quale dona all'atmosfera la giusta dose di dark mood, come ben si nota guardando l'oscuro video ufficiale; passati venti secondi, Waltteri Väyrynen diventa il Mick Harris della situazione mutando approccio batteristico, e accelerando i tempi di azione con colpi che ora sono ben precisi e scanditi, che omaggiano il D-beat di britannica memoria. Appena tutto ciò accade le vocals cavernose di Gregor, rappresentato nel video come l'iconografico Mefistofele del Faust di Wolfgang Goethe, ci distruggono quel minimo di speranza che abbiamo in corpo, con liriche al veleno. There is no heaven / There is only hell / Existence so fragile / Fleeting against the swell (Non c'è paradiso / C'è solo l'inferno / Esistenza così fragile / Fugace contro il moto ondoso): questi primi quattro versi non hanno bisogna di ulteriori spiegazioni, è nota la semplicistica propensione di Mackintosh si comporre frasi essenziali. Ma sebbene siano striminzite, le parole sono inondate da un nichilismo molto attraente, già noto ad un songwriter del calibro di Mackintosh che sembra quasi sarcastico nell'esporre le sue velenose considerazioni. L'assenso del paradiso, con conseguente onnipresenza dell'inferno, è l'unica cosa che ci viene in mente appena "Phantoms" procede indisturbata, nel suo percorso che porta allo spegnimento vitale definitivo; le scelte di chitarra puntano al sodo, non c'è spazio per l'abbellimento o qualsivoglia orpello che ci faccia pensare a posti spensierati e lontani dal caos. Qui la parola chiave è morte, stop. E proprio la morte sembra essere dettata bene da i fiumi di parole dell'axeman che sgorgano con una violenza quasi irrefrenabile, nonostante i rallentamenti scuola doom/death, come detto facenti parte del genoma del progetto, risaltino in più punti. Cosi' come risaltano anche alcune aperture solistiche che al Mackintosh del 2019 fanno ancora comodo tanto da ritagliarsi lo spazio necessario per la riproposizione degli agganci umorali iniziali.

Nocturnal Vermin

Proseguendo la scia della prima traccia, anche la terza, Nocturnal Vermin (Parassita notturno), richiama una struttura musicale molto sciolta e rapida; qui la differenza essenziale è che non abbiamo a che fare di nuovo con un interludio, ma bensi' con un brano vero e proprio. Quasi due minuti di violenza presa direttamente dalla scena grindcore che campeggiava nei primi anni 90 in Gran Bretagna. Gregor quindi sceglie il cuore, la passione per la dissonanza di quello stile e l'amore per ritmiche senza fronzoli, segnate in maniera evidente da legnate chitarristiche condite da sfuriate di batteria linee di basse molto oscure, che sanno molto di Triptykon. Proprio queste dettano i primi assalti, che si manifestano come il preludio di ciò che accadrà mettendo in evidenzia tre componenti: "Sickness" (malattia), "Abomination" (Abominio), e "Contemptuous misery" (Miseria continua). La prima svetta nella prima strofa quando è solo il basso a prendere le prime note appena l'atmosfera si carica di violenza; la seconda si compone quando la batteria mostra un feeling con il grind evidentemente ben riuscito, data la voglia intrinseca stessa del mastermind di rendere onore a quel genere; e per ultimo il terzo componente, ossia la miseria continua, ci prende a testate con il vocione infernale di Mackintosh, ben calato nei panni dell'urlatore di professione.  La particolarità di questa Nocturnal Vermin è quella di riuscire a condensare in quasi due minuti una rabbia fittissima e oculata. In effetti è quello che ci aspettiamo da un'anima punk come quella di Mackintosh, cresciuto in un clima musicale unico ed irripetibile.

Seven Crowns

Questa volta Gregor decide di dare merito al torrenziale death metal anni 90, quello tipicamente svedese che fu la miccia per un nuovo modo di intendere il morte metallo. L'introduzione di Seven Crowns (Sette Corone) prende in prestito le chitarre " a motosega" di Grave e Entombed e le immerge in una melma maleodorante dai connotati tipicamente grind; la batteria compie ulteriori passi in avanti intervallandosi con le gesta di chitarra dello stesso Mackintosh, pronto a prendere il dominio di questa quarto brano del lotto; la voce invece è assente nei primi istanti quasi a significare l'importanza che ha il quadrare la giusta formula. Il classico temperamento del Sunlight Studio sound (quello che ha gettato il seme del death metal svedese per intenderci) prosegue con poche perplessità, e con una sicurezza che cresce progressivamente grazie a sapienti stop e agganci della chitarra di Martyn Stansson e del basso di Chris Casket. Tematicamente il disco prosegue incensando di cattiveria e malignità ogni buon proposito, con chiari riferimenti all'inutilità dell'istituzione religiosa e del suo simbolo, la bibbia (Biblical scum). Mackintosh pesca dal suo stesso archivio tematico (quello dei Paradise Lost dei primi dischi, morto cruento e poco avvezzo qualsiasi residuo romantico dei lavori successivi), in cui primeggia disillusione e nichilismo, asperità e dissenso di una forma di credo che è tutt'altro che favorevole per la delicata indole umana. Nonostante la poca complessità delle liriche prese in esame, è sempre l'uomo al centro del polo tematico degli Strigoi, sebbene, è bene dirlo, intervengano ulteriori effluvi intellettuali che mostrano strutture semantiche ben più globali. La tendenza di rifugiarsi al modo svedese di suonare death si spegna leggermente nei secondi successivi, appena le chitarre della coppia Stansson/Mackintosh rallentano di un millimetro nei pressi della seconda strofa, dove l'animo nero si fa sempre più concreto, quasi materiale. Il preludio perfetto per mettere i mattoni ad uno dei momenti più personali e interessanti di questa song, quando il drum set incendia con le dovute accortezze metriche il solo di chitarra di Mackintosh. Quest'ultimo strizzando l'occhio ad un eclettismo volutamente sguaiato, ricco di wah wah e distorsioni, dona un flavour retrò ma al contempo moderno ad un brano che si sta rivelando un vero schiacciasassi. Narriamo di un groove martellante figlio si' del death metal classico, ma odorante di partitura thrash e post thrash, dove il drumming si evolve, facendosi sempre più strutturato rispetto alle prime vulcaniche sezioni iniziali.

Throne of Disgrace

Rabbia, vigore e velocità sono gli elementi caratterizzanti la successiva composizione, la quinta dell'intero lotto. Throne of Disgrace, trono della disgrazia, similmente ad altri episodi visti in precedenza, col suo breve minutaggio, compie nuovamente un bel tributo alla scena grindcore britannica dell'epoca doro dell'etichetta Earache Records. Gregor Mackintosh e la sua band disegnano un minuto e quarantotto secondi pirotecnici in cui batteria, chitarre e basso si muovono fedelmente all'unisono prendendo d'assalto l'incauto ascoltatore, che mai si aspetterebbe un clima d'odio cosi fitto. La distorsione di fondo e l'accordatura bassissima delle chitarre permette il crearsi di un putiferio sonoro, in cui astuti stop & go ritmici permettono al growling/screming di Gregor di caricarsi a sufficienza prima di sganciare le proprie munizioni tonali; il carattere adrenalinico della combriccola invece si trova ovviamente a suo agio con le tematiche proposte, molto raggelanti e volutamente esplicite, come c'era d'aspettarsi data l'irruenza iniziale. Qui, con la dovuta forza delle parole, vengono incendiate alcuni frammenti del testo sacro della Bibbia (agnello, Dio etc) con la solita veemenza e noncuranza di incorrere ad eventuali dibattiti o discussioni sulla teologia. Gregor per l'appunto riesuma alcune caratteristiche dei Paradise Lost degli inizi, in cui la sfrontatezza giovanile portava a trattare tematiche anche abbastanza delicate, con un lessico molto oculato e acerbo. Anche se, tralasciando l'aspetto lirico, come ci hanno ben insegnato fino a questo momento, gli Strigoi hanno a cuore solo una cosa: dacci un cazzotto dritto ai denti e lasciarci stramazzare a terra grondanti di sangue, fino a farci morire. Un pugno che però non ci ferisce solo interiormente, ma anche, e soprattutto, psicologicamente: le sfilettate delle due chitarre, unite al percorso inesorabile del basso, spezzettano quella che una volta potevamo definire la speranza. Ed è proprio cosi: l'obiettivo della nostra band del Suffolk è limitare al minimo ogni sentimento positivo, al fine di fare spazio solo all'odio e alla violenza.

Carved into the skin

A certificare l'alto grado di creatività e di inventiva ci pensa la Carved Into The Skin (Scolpito sotto la pelle), un tunnel infernale in cui non noterete altro che creature malefiche, figlie della letteratura europea. Le ambientazioni sono come c'è da aspettarsi molto scure e poco accoglienti, del resto l'idea stessa di Mackintosh di mettere su carta la propria propensione al male assoluto doveva esserci di aiuto. Il brano, corredato come da "Phantoms" da un video in bianco e nero con un Gregor accuratamente nelle vesti di un essere alieno, inizia con un intro che si rifà molto alla recente esperienza del mastermind Thomas Gabriel Fischer con gli eccellenti Triptykon: l'ammantarsi del pastoso giro di accordi, con linee lugubri di basso, inondano di un nero seppia l'atmosfera gia' di per sé impenetrabile dove la band sembra a trovarsi nel suo habitat naturale. È chiaro che tale sfondo apocalittico non può non essere ospite di liriche nerissime come la pece: si passa dall'incastrarsi quasi matematico di una serie di invettive ("In labirinto dimenticato della sofferenza umana") ad uno spazio salvifico, quasi contrastante col colore globale della costruzione semantica, dove si lascia spazio ad uno squarcio di redenzione ("Prego che Dio si ricordi di me per tutto ciò che ho fatto / Perdona i miei peccati e liberaci dal male"). La miscela strumentale nei primi istanti viene letteralmente dominata da un attacco bicorde dell'ascia di Gregor, a cui si innesta il drumming secchissimo di Väyrynen, qui "doommoso" fino al midollo. Successivamente, appena gli occhi dell'alieno Mackintosh ci colpiscono visceralmente, tutta l'anima anni 90 del progetto sgorga fuori, con non poca incisività. Dopo appena un minuto di giochi semplici di destrezza strumentale, il vocione di Gregor si materializza con la solita spietatezza, che qui tange livelli alquanto subumani. Lo accennavamo prima, qui non abbiamo a che fare con il fondatore dei Paradise Lost, ma di uno strigoi di carne e ossa, pronto a sbranarci se non seguiremo i suoi consigli. "Carved Into the Skin", ad un primo impatto una delle migliori tracce di Abandon all Faith, spinge senza fermarsi: la salsa doom, assume una nuova fisionomia pseudo prog con struttura sonore mai simili tra di loro che si scontrano prima di unirsi in unica manciata di suoni. La straziante e aromatica fissione vocale di Mackintosh, con il proseguire del brano, ha dell'incredibile: il testimone visivo dell'apocalisse in terra vuole solo darci una mano per evitare la prossima estinzione ("Perso in un vapore / Scacciato dalla memoria / Attraverso scene barbare / La nostra stessa estinzione"). Il mattone sonoro continua con fragranze condite da una sezione batteristica tipicamente death doom, coronata da tempi lentissimi che a differenza delle altre tracce non sfoderano slanci rapidi e istrionici. 

Parasite

Accantonata la roboante "Carved Into the Skin", prepariamoci al definitivo collasso uditivo con Parasite, settimo monolite di Abandon All Faith. Tra divagazioni psichedeliche e chitarre grumose (come ormai abbiamo ben capito data la predisposizione di ogni minimo strumento all'assalto più totale), il riffing degli Strigoi si muove quasi come se prendesse vita. La chitarra di Gregor coordina il suono di base, mentre la batteria dell'ormai fido drummer dei Paradise Lost Wallteri Vayrynen scandisce i momenti infernali di questa "Parasite". Un catrame che ribolle sotto i nostri occhi, un incandescente crescendo che trova il suo picco nei pressi del ventesimo secondo, appena quel parassita dentro di noi scalcia a più non posso, prima di uscire definitivamente e possederci. La matrice death prende sempre più sopravvento, mettendo quella grindcore da parte; Gregor vomita sul microfono parole di fuoco, mentre la batteria si cementifica su assalti di doppia cassa violentissimi e pregni di fragore. La straordinarietà degli Strigoi è che propongono un sound rigonfio di personalità nonostante si appellino a gran parte dell'estremismo sonoro degli anni 90; non troverete da nessun'altra parte un monolite sonoro cosi' sfavillante e dinamico. Le scelte di chitarre, nonostante come abbiamo detto rasentino i clichè del genere (anzi dei generi), permettono al brano di energizzarsi a dovere secondo dopo secondo, appena l'impianto vocale si estremizza sempre di più, fino ad implodere su se' stesso dando un calcio allo stomaco al parassita insito che circumnaviga la nostra essenza interiore. "Parasite" prosegue corrodendo il nostro animo senza nessuna speranza di ritornare a come eravamo un tempo: lo schiacciasassi qui offerto dagli Strigoi infatti polverizza ogni oggetto o forma di vita che si trova di fronte. A differenza della precedente traccia, dove c'era un minimo di sfondo speranzoso, qui la rabbia primordiale e giovanile di Gregor fa si che tutto venga condotto in circuito infuocato e in perenne mutamento. I riferimenti ai primissimi e giovanissimi Paradise Lost dell'era "Lost Paradise" sono molto tangibili, infatti il clima perenne ricorda molto quello del paradiso perduto per quanto riguarda i break di chitarra che sezionano il brano permettendo di valorizzare il grandissimo operato di batteria.

Iniquitous Rage

Una rabbia compressa, condita a staffilate di chitarra, come sempre appositamente rabbiose e dirette, ci accoglie anche in Iniquitous Rage, la quale in poco più di tre secondi ci ricorda che Gregor Mackintosh non desidera compiere il giusto compitino per aprire un nuovo capitolo della sua carriera: il mastermind dei Paradise Lost non ha decisamente voglia di dare spazio all'atmosfera, o ad un tentativo, anche abbastanza azzardato, di concedere qualche apertura melodica. Il turbinio rumoroso delle chitarre fa si' che l'intelaiatura della traccia ricalchi un modus operandi fresco e avventuriero, con pochi citazionismi e tanto carico di adrenalina, portata avanti dal cantante: del resto trattiamo di una rabbia iniqua, brutale fino al midollo in grado di spazzare via l'intero universo. Sto forse esagerando? Direi proprio di no, appena la rabbia iniqua ci bussa la porta pensiamo ad ogni cosa che abbia a che fare con il brutale. Il clima della traccia infatti aumenta a dismisura già a partire dai primi pesantissimi segmenti, arricchiti da chitarre "svedesi" che si intervallano a dovere con i rapidi colpi di charleston. La ritmica del brano viene costruita in base ai fill di batteria, che dall'inizio si rendono protagonisti nella resa carica di groove, anche qui abbastanza personale, anche se diligentemente legati al filone estremo degli anni 90'. La voce di Gregor Mackintosh è come all'occorrenza ruvida e granitica, riesce a tributare al meglio la granulosità tonale dei grandi cantanti death degli anni 90; la crudeltà vocale trova nel basso e nelle chitarre ottime compagne di viaggio appena "Iniquitous Rage" scalcia definitamente, al fine di rompere quel guscio iniziale che sembrava inscalfibile. La cosa sorprendente è la violenza che sgorga da ogni nota, in ogni pattern e in gran parte degli agganci di basso presenti nel costrutto del brano. Una violenza se vogliamo legittima quando si tratta della razza umana, ricca di una storia fatta di barbarie e atrocità; elementi che hanno portato l'uomo stesso ad uccidere i propri simili solo ed esclusivamente per un rendiconto personale. Un'indagine quella del musicista inglese assai profonda, anche qui profumata da quell'anarchismo punk che svolazzava nell'Inghilterra del giovane Gregor.

Plague Nations

 Da non confondere con la song dei Grave, Plague Nations (Malattia delle nazioni) fa del tremolo la tecnica iniziale da sfoderare lucidamente nei primi assalti sonori, degnamente conditi da quadrati colpi di basso e batteria. Questa volta i passi strumentali tangono lidi moderatamente black metal, con chitarre che sfilettano riff appunto tremolanti e tipicamente in bilico con il fragore dell'estremismo sonoro norvegese. Il gusto scandinavo della composizione combacia anche con i songwriting di Gregor, molto "poco intelletuale" e fascinoso nella sua grezza oscurità. La "malattia delle nazioni" è quella dei loro abitanti, di umani incapaci di percepire e comprendere l'essenza della luce, ma bensi' inerti nel momento in cui bisogna reagire. Perché? Semplicemente perché gli uomini sono incatenati in ideali giusti e lodevoli, ma poco pratici e applicabili. Ciò che vuole comunicare Gregor è proprio l'incapacità reazionaria degli uomini nei confronti del potere e di chi lo detiene, anzi il potere gioca su questa ignoranza collettiva tanto da essere una vera e propria arma persuasiva. Coloro che detengono il potere, invece di fare le veci della propria comunità, si beffano della massa e opera solamente per i propri fini. La traccia quindi non può non risaltare tali aspetti mediante un utilizzo della doppia cassa che diventa sempre più ossessivo; a questa si aggiunge la cromatura delle chitarre, le quali con le ormai canoniche accordature basse, viaggiano spedite senza particolari stop; Gregor nel frattempo intona la paura e la disperazione di quell'apocalisse che proprio i potenti e i governanti hanno contribuito a far concretizzare. Il tremolo incessante della lead guitar, a differenza delle altre tracce, continua imperterrita, colorando gran parte dell'ossatura del brano, fino alla fine del primo minuto; qui la batteria frena un secondo la propria irruenza e permette al pedale distorsore delle due chitarre di "sgranchirsi" a dovere prima di un ultimo assalto. Venti secondi in cui Mackintosh si occupa della costruzione centrale della traccia abbandonando il microfono. Ripreso quest'ultimo, la violenza insita in questo strigoi di Halifax, fuoriesce rabbia e incapacità di controllo; nel mentre il tremolo black degli inizi accantona le coordinate death metal, prima di donare la giusta dose di atmosfera per concludere al meglio questo nono tassello di Abandon All Faith.

Enemies of God

La consueta introduzione ci accoglie in un altro brano tipicamente antibiblico. Enemies of God (nemici di Dio) non nasconde una vena polemica nei confronti del Creatore, colui che è il principale bersaglio lirico di Gregor Mackintosh, ma l'intenzione del songwriter è quella di criticare i cosidetti "uomini di Dio", che nel loro ruolo religioso determinano l'andazzo della nostra esistenza. La ricetta proposta qui rasenta un iniziale impasto death'n'roll prima di mutare forma nel canonico death metal svedese, che imprime con la sua rigorosa violenza il messaggio lirico proposto. Le chitarre respirano un'aria molto più "tranquilla" (in termini di metal estremo, ovviamente), non intricandosi fin troppo con la ormai canonizzata doppia cassa: Gregor Mackintosh corona il tutto con il suo fuoco vocale, che qui interviene dopo un catchy riff iniziale che ricorda molto gli Entombed di Wolverine Blues. La destrezza strumentale degli Strigoi incendia l'impianto della forma canzone con la rigorosa e serrata struttura ritmica fissata dalle due chitarre e dal basso, aspetto canonico del metal estremo che non si vuol minimamente smuovere. Il riff centrale, portante data la sua importanza nell'intervallarsi alle vocals del mastermind britannico, si muove in loop fino a spalmarsi in vorticose situazioni dove interviene la tendenza a dilatare ogni nota. Il drumming di Väyrynen è una delle cose migliori dell'intero brano: la capacità di intelaiare le giuste note al momento giusto favorisce la violenza del tono apocalittico di Mackintosh, soprattutto a partire dal secondo minuto. Qui il drumming abbandona il beat iniziale, in modo da abbracciare ora partiture molto più grind e sludge, mediante il suono della doppia cassa ora portata fino all'inverosimile fino a letteralmente esplodere. Non mancano cenni atmosferici, ovviamente miseri rispetto alla kappa estrema messa in porto, che si iniettano nella granulosa rabbia, la quale si muove parallela alla rigorosa prestazione chitarristica: una delle più effettive dell'intero lotto. I nemici di Dio che Gregor ha intenzione di combattere, non hanno a che fare con l'importanza della fede, ma racchiudono un desiderio intrinseco di non lasciarsi abbindolare da promesse. È bene tenere i piedi per terra e usare il cervello per non cadere in trappole che, secondo Mackintosh, possono essere pericolose.

Scorn of the Father

Scorn of the Father, disprezzo del padre. Non serve chissà quale arma intellettuale per comprendere una nuova profonda frecciata contro la teologia cristiana e i suoi precetti. Il lirismo degli Strigoi, da questo punto di vista, sta mostrando una certa tensione a tematiche molto care al nostro mastermind, anche se da questo punto di vista di potrebbe incorrere in una sorta ripetitività di fondo. Di certo da Mackintosh non potremo aspettarci linee soavi e tranquille, o che non rasentino truculenza: la rabbia insita nelle vene sta scalpitando per uscire fuori e fare stragi di pensieri, di stereotipi ormai fissati nel nostro vivere comune. L'introduzione di "Scorn of the Father", è come sempre affidata ad un inventario ritmico molto coeso e unito, anche se, è bene dirlo, già sappiamo dove gli Strigoi vogliano andare a parare: chitarre corrono con la giusta velocità, batteria disumana sa dove colpire, mentre il basso di Chris Casket è una scheggia impazzita. L'amalgama degli inizi esplode in un pogo luciferino dove poche anime sono destinate a sopravvivere; la grinta death metal si sente dalla voce di Gregor, capace di estensioni demoniache sempre molto efficaci; cosi' come le chitarre, che col passare dei secondi di adagiano a soluzioni di scuola grind, e la batteria, grintosa e ormai strutturata secondo i ben saldi blastbeats di scuola hardcore punk inglese. Ma quando pensiamo che Scorn of the Father prosegua con l'imprimitura estrema, ecco che le coordinate più doom si svegliano dal loro lungo sonno. Ovviamente alcuni rallentamenti ritmici non vanno a minare il suono essenziale degli Strigoi, infatti la catarsi prosegue senza fin troppi intoppi. Ciò che muta è Gregor, che ora invece di cantare, rigetta fiamme di fuoco ora compresse, ora dilatate, ripetendo il nocciolo del brano: il disprezzo che si dovrebbe avere, ovviamente secondo il musicista, per tutti coloro che si fanno veci della parola insindacabile di Dio, ma che invece sono soli venditori di fumo e maghi della parola. Molto interessante è il solo di chitarra del minuto 2.03; si rivela perfetto per rendere ancora più pregna l'impalcatura nevrotica di un brano dalle tante facce che, in fin dei conti, è ben posizionato nel lotto di Abandon Al Faith.

Abandon All Faith

Ora veniamo al dunque. Alla traccia più lunga tra quelle proposte, un mastodonte sulfureo di oltre sei minuti e mezzo dove la potenza esposta da Gregor Mackintosh raggiunge forse il proprio zenit. Qui il doom/death d'autore dell'inglese esplode con immane spigolosità prima di ammassarsi per alcuni minuti; successivamente un grammo di velocità sembra investire la composizione, anche se solo per pochi istanti, in quanto i musicisti tengono fin troppo alla struttura iniziale che ha investito la partitura della traccia "Abandon All Faith" (Abbandonare tutta la fede). La lentezza è infatti il minimo comune denominatore di una title track quasi estenuante, talmente ossessiva tra travalicare ancora i generi rendendo cosi' il sound degli Strigoi ancora più complesso e indecifrabile. La monotonia delle chitarre segue anche quella dei vocalismi slow di Gregor: ancora più immedesimato nel suo compito di narratore dell'apocalisse, nonostante la presenza qua e la' di cori tenebrosi che corrono con la medesima lentezza del comparto strumentale. Infondo parliamo del sentimento dell'abbandono, di quando noi rimaniamo soli con noi stessi, di quando perdiamo tutto quello che una volta sembrava essere dalla nostra parte. Abbracciamo solo la solitudine, che mai come ora, diventa la nostra ragione di vita. Come ben si ode dalla dodicesima canzone del disco, le cadenze doom rasentano quasi una delle sue branchie più estreme e tenebrose, il funeral doom; difatti le due chitarre parlano in un linguaggio che definirlo solo doom/death è estremamente (sottolineo estremamente) riduttivo. Il riverbero di fondo è stressante nella sua concezione più positiva è catartico nella sua capacità intrinseca di muoversi a mò di serpente tra le pesanti escursioni strumentali proposte dalla band. Gregor, al contempo, si presenta nella sua veste più negativa e furiosa, scegliendo un registro vocale capace di districarsi tra note abissali e distorsioni profonde, anche quando queste ultime cercano di abbracciare un minimo quantitativo di melodia. Cosa ovviamente impossibile in un catrame ribollente voglia di incendiare ogni minima cosa che ci circonda. Sembra che qui Gregor abbia voluto evocare quell'abbandono derivato dalla morte dell'amato padre, già fonte del precedente progetto Vallenfyre. Anche se, da un punto di vista strettamente musicale, la costruzione delle singole componenti del brano conclusivo ci permettono di capire che il processo di Abandon All Faith sia stato difficile e straziante.

Conclusioni

Lo strigoi nel folklore rumeno è uno spirito che sorge nella tomba e si nutre dell'oscurità. A differenza dell'altra figura dominante in terra romena, i ben noti vampiri, gli strigoi, nonostante abbiano lo stesso interesse nel risucchiare sangue dai viventi, si trasformano in animali o possono addirittura diventare invisibili. Essenzialmente gli strigoi si dividono in due categorie: quelli "buoni", una sorta di stregoni che non hanno interesse a far male, e quelli "cattivi", che invece coltivano la loro disarmante voglia di uccidere in gran parte della loro vita, come le migliori creature figlie delle credenze popolari. Gregor Mackintosh avrà studiato a fondo la tematica in questione, in quanto può essere idealmente collocato nella seconda fascia. Gregor è morto assieme all'amatissimo padre, ma è tornato ad uccidere le nostre anime con dodici pezzi pesanti come un macigno in pieno volto, con un chitarrismo che fa sembrare gli ultimi dischi dei Paradise Lost (quelli da In Requiem in poi per intenderci) meri esercizi da piano bar. Era prevedibile quindi un atteggiamento del genere da una personalità del calibro di Mackintosh, ma in pochi avrebbero scommesso che tale preparazione giungesse a calcare lidi cosi' estremi e tenebrosi; anche difficilmente decifrabile dato il modo con cui i tasselli del puzzle sono stati messi. La creatura che il chitarrista e mastermind dei Paradise Lost ha confezionato assieme a Chris Casket non poteva non mostrarsi più catacombale di cosi', con pezzi mai banali e prevedibili, ma costantemente macchiati da quel flavour lo-fi tipico dei primi anni 90, costruito in sede di mixaggio proprio negli studi dell'axeman. Gli Strigoi ci ammazzano interiormente con chitarre abissali, riferimenti al grindcore inglese della Earache Records (aspetto più volte menzionato dallo stesso Gregor nelle interviste prima del rilascio ufficiale disco), soprattutto nelle scelte batteristiche, e ovviamente al doom/death della Peaceville Records ed a act industrial come Godflesh e Fudge Tunnel. Il mix è decisamente esplosivo, cosi' come il growl del nostro che mostra tutte le sue qualità da frontman, ben nascoste nella venticinquennale esperienza assieme ai compagni del "paradiso perduto". Una voce, o meglio una pesantissima arma da fuoco in grado si spazzare tutto e tutti, perfetta per spiegarci l'apocalisse nella sua essenza; le catacombali parti basse, opportunamente ruvide e d'impatto, non lasciano un secondo di tranquillità, anzi la pace è l'ultima cosa che pensiamo appena clicchiamo il taso play o mettiamo il cd nel lettore. Possiamo dire che la coppia Mackintosh/Casket ha fatto vedere solo un granello delle proprie potenzialità, quindi è palese che nel secondo lavoro degli Strigoi vedremo ancora più coesione e unione. Elementi che però spiccano, con le dovute proporzioni, anche nelle dodici tracce, dove violenza, rabbia, claustrofobia e lentezza vivono a braccetto, accompagnandoci nel non facile percorso che porta alla consapevolezza che un giorno abbandoneremo questo mondo che noi stessi abbiamo contribuito a deturpare. E allora il buon Gregor Mackintosh vuole rompere il tessuto della nostra nonchalance ed aprirci la mente, forse l'unico meccanismo in grado di darci una mano concreta per evitare di sprofondare. Il suono degli Strigoi non è una novità nel mondo metal, sia ben chiaro. Quella litania funerea, imperniata su paletti ottagonali che riflettono talmente tante influenze che il nostro non ci fa nemmeno percepire, è stata più volte la miccia di tantissimi dischi del decennio 90': Gregor non vuole altro che porre un mattoncino in più per costruire un puzzle che molti precedenti gruppi contribuito a creare, con una mentalità solida e inossidabile. È innegabile, in conclusione, che un lavoro del genere non aggiunge niente a tutto quello che già è stato fatto e detto, ma c'è anche da dire che la maestria con cui è tutto è confezionato dona ad Abandon All Faith una marcia in più. In attesa del prossimo lavoro dei Paradise Lost, tra l'altro già annunciato dalla band stessa per bocca dello stesso Gregor Mackintosh, non ci resta altro che ascoltare questo granitico disco, uno dei più validi di tutto il 2019.

1) The Rising Horde
2) Phantoms
3) Nocturnal Vermin
4) Seven Crowns
5) Throne of Disgrace
6) Carved into the skin
7) Parasite
8) Iniquitous Rage
9) Plague Nations
10) Enemies of God
11) Scorn of the Father
12) Abandon All Faith