STRIBORG

Solitude

2007 - Displeased Records

A CURA DI
SALLY REYNOLD
19/01/2012
TEMPO DI LETTURA:
5

Recensione

La one man band australiana Striborg è fra i più lampanti esempi di prolificità in materia di produzioni: il suo unico componente, Sin Nanna, è impegnato su vari fronti con una gran quantità di progetti e non manca di prodigarsi anche in campo cinematografico. In questa sede, però, ci occuperemo del suo ottavo full length, “Solitude”, dell'anno 2007. Inizierei perciò con delle piccole premesse su quanto, secondo la sottoscritta, può definirsi del buon black metal. La buona musica, in generale, si suppone venga fatta da chi sa suonare: c'è chi lo fa bene e chi meno, ma il pressupposto è quantomeno avere una minima idea di cosa si stia facendo. In seconda battuta sento di poter affermare con una discreta dose di certezza che il black metal non sia solo rumore e che, anche nelle sue sfumature più ambient, debba saper rispondere a delle alte aspettative stilistico formali. E' importante, nel black metal come nella musica in generale, saper sviluppare delle concordanze (o discordanze) concrete e reali, sensate e possibilmente con un certo fascino, il cui colore varia ovviamente di artista in artista. In questo caso mi duole dire che tutti questi elementi scarseggiano dove non mancano totalmente. L'opera si apre con un brano dalle atmosfere forzatamente transilvaniche che, più che a Dracula, fanno pensare a Fracchia che si prepara a fronteggiarlo. In circa quattro note, una pianola giocattolo imita (male) un organo spiritato, a cui s'aggiunge un fastidiosissimo sibilo. Il tutto senza il minimo accenno di cambiamento per cinque minuti scarsi. Il titolo, “Ectoplasmic Dreams”, dovrebbe giustificare quei rumori insensati trasformandoli in improbabili lamenti spettrali ma non fa che aumentarne l'effetto comico, palesando un fallimento totale degli intenti dell'artista, che per ora di oscuro e lugubre sembra avere solo il nome (Sin e Nanna, infatti, sono i nomi di due divinintà sumere della notte, spesso accorpate sotto la stessa identità). Il secondo brano, omonimo all'album, si alza leggermente di livello rispetto al primo: l'introduzione è la culla di una batteria sgranata ma non abbastanza veloce per essere di impatto, né abbastanza lenta per accompagnare o supportare l'ansia della melodia. Si sovrappongono delle urla discretamente affascinanti e qui, dopo poco, il ritmo rallenta sufficientemente da permettere una certa omogeneità dei vari elementi, guastata però da qualche piatto colpito a sproposito. Solo a questo punto ci si ricorda di quel ronzio incessante che accompagna il pezzo fin dall'inizio e ci si comincia a chiedere che diavolo sia, perchè sia lì, e perchè sia così dannatamente forte. Prima d'avere il tempo di rispondersi bisogna scontrarsi con una batteria che colpisce a caso, e quando ci chiediamo se mai finirà questo strazio, abbassando gli occhi verso il contatore ci accorgiamo che siamo a quattro minuti e ne mancano ancora undici. A questo punto la vostra volontà potrebbe cominciare a vacillare come ha fatto la mia. Il pezzo continua imperterrito su questi binari, rallentando leggermente verso il quinto minuto e riaccellerando al sesto, dove il desiderio di continuare ad ascoltare tocca il picco più alto, per poi cadere rovinosamente sotto quel continuo sbattere di piatti a cui seguono delle sincopi esasperatamente fuori luogo. Dal decimo minuto in poi la melodia viene quasi totalmente assorbita dal graffiare incessante, protagonista del brano. Al rientro della batteria e della voce c'è un certo sollievo: si fa qualche passo in un'atmosfera sensata, abbastanza coinvolgente, che occupa alcuni minuti di spazio mantenendo una linea uniforme, cadenzata e di discreto fascino, che si rompe a dodici minuti e venti in uno sproloquio batteristico da camicia di forza. La sottospecie di interferenza domina ancora e pare non abbia intenzione di cedere il passo. Il brano si chiude con uno stiracchiamento fin troppo drastico, un colpo di batteria, un altro po' di graffiante strazio ed i tre secondi di silenzio più belli della mia vita.

A difesa di Sin Nanna, però, ci sono le migliori intenzioni, felicemente incarnate in un testo denso di emozioni e stilisticamente lodevole, che purtroppo si perde nell'incomprensibilità dei vocalizzi. Le strofe, oltre ad evocare atmosfere filo norrene e introspettive, sono caratterizzate da un sapiente uso di terminologie azzeccate e di parole dal suono gradevolemente concordante, che rendono il tutto particolarmente adatto alla lettura (cosa che i testi solitamente non sono affatto). Il terzo brano,”Pernicious Paths of Perception”, parte da una pozza di disprezzo totale ed abnegazione e approda ad un concetto di misantropia fortemente motivato dalla crudeltà dell'uomo nei confronti della natura. Tra i vari brani è quello che in apertura risulta meno forzato. La batteria segue spedita un ritmo di locomozione, su cui viaggiano note leggere, eteree e monocromatiche. Si prosegue sulla stessa linea per più di un minuto fino all'ingresso della voce. Anche qui è preponderante un tono graffiato, aggiunto però con una leggera dose in più di cognizione di causa. Si inserisce poi un'infelice simil fisarmonica (probabilmente la pianola del brano precedente) per la quale ci si aspetta che da un momento all'altro Tognazzi e Moschin spuntino fuori fischiando “E' morto un bischero” come ai funerali del Perozzi. Uno slancio verso un ritmo più accelerato e decisamente coinvolgente segna una felice svolta nello schema della canzone che viene fortunatamente mantenuta per un bel pezzo con dei leggeri fronzoli batteristici abbastanza azzeccati e proporzionati. Un ulteriore cambio felice al quinto minuto circa segna un intermezzo alla “Drømmer om Død” (anche se il paragone è decisamente azzardato, il pezzo mantiene una certa rincuorante dignità, in una monotonia che risulta la soluzione ideale ad un caos di elementi). Accelerando al punto giusto il pezzo viene innalzato ad una qualità migliore, mantenuta fino alla fine in un bagno d'ansia ben architettata. Il quarto brano, “Untouched Land”, è interamente strumentale. Il registo iniziale risulta ben poco accattivante, soprattutto a causa di un'estensione esagerata, per la quale il brano risulta assai ridondante ed artefatto, pesantemente noioso. Il solito simil organo viene suffragato da campanelli acutissimi. L'intenzione apparente è quella di creare un sottofondo ambient alla Vikernes, cosa che non riesce affatto. Non c'è sviluppo adeguato di una tematica di per sé povera che solo i più navigati del genere possono permettersi di esplorare senza scivolare nel ridicolo. Mi pare d'obbligo, anche se scontato, fare presente che per tutti i sei minuti del brano non ci sono cambiamenti di alcun tipo.  Il quinto brano, dal titolo di “Doppelganger”, manca anch'esso di parole. Al principio i suoni risultano omogenei e vibranti in delle eco accattivanti. Ancora, però, il fantasma di una durata eccessiva tormenta l'immaginario del brano distruggendo ogni possibilità di riuscita, annegandola nella banalità, trascinata da un riverbero di quattro minuti e mezzo. Il brano seguente, “The Failure of Human Nature”, si apre con lo stesso graffio ripetuto e supportato da una batteria cadenzata. La voce interviene sempre sussurrante e roca. Fra le strofe, dei ponti troppo lunghi distolgono l'attenzione dal senso, dal filo conduttore del pezzo. L'amosfera risulta comunque meno patetica che nel resto dell'opera perché meno pretenziosa, eccetto che in alcuni rallentamenti terribili attorno ai due minuti e quaranta. Al quarto minuto, con una velocità aumentata esponenzialmente, il brano impone qualche momento di soddisfazione, che si scioglie in quella che inizialmente potrebbe sembrare una variazione artistica ma poi si rivela una banalissima sequenza di notarelle spente e ridondanti. Dopo troppo, una leggera variazione crea quello stacco, quell'evoluzione, che si agogna per parecchio, dalle forme vagamente interessanti. Con grande sorpresa dopo due minuti scarsi c'è già un altro cambiamento, un ritorno alla strofa discretamente avvincente, ma non sia mai che quelo corvo morente in sottofondo venga placato: il gracchiare torna più forte che mai. La batteria è lenta e scontata, timbricamente troppo aspra. Si ritorna così ad un nuovo ripetersi delle stesse lente, banali, sciape ed insignificanti azioni, fino ad una pretenziosa variazione al tredicesimo minuto circa, dai colori rimbombanti e simil avanguardistici. Anch'essa cade a strapiombo in un rallentamente di quelli che mettono a dura prova la mia pazienza, lasciandosi poi percorrere da qualche vezzoso sprint, per poi giungere ad un'attesissima conclusione. Ancora una volta il messaggio che traspare dal testo consta di un'evidente misantropia in un'apologia dell'eremitaggio con venature nietzschiane (come un lupo non fra le pecore ho vagato nella notte/come una pecora fra le pecore tu hai sprecato la tua vita/omologandoti nella luce del giorno). Va riconosciuto ancora una volta a Sin Nanna un sapiente uso del linguaggio ed una massiccia dose di abilità poetica.

Il brano seguente “The Grandeur of Melancholy”, non riserva purtroppo alcuna sorpresa dal punto di vista stilistico. L'introduzione si ripete identica e noiosissima fino all'ingresso di voce e batteria, che impattano piacevolmente sull'insieme, trascinandosi languendo per due minuti buoni. Non risulta così sgradevole all'orecchio tranne che per i soliti piatti colpiti a sproposito. Stavolta le poche note che inervengono a forgiare la melodia sembrano ben studiate ed hanno un che di suggestivo se considerate singolarmente (senza i precedentemente menzionati piatti e l'onnipresente graffio). Probabilmente, melodicamente parlando, si tratta del brano meglio riuscito di tutto l'album. Nelle parole che lo percorrono, questo pezzo risulta inesorabilmente straziante, gelido, pungente. Un nulla cosmico, divoratore di tutto ciò che è rimasto del bene nel mondo, lascia malinconici stralci vagare in solitudine, in un freddo ed umido angolo d'una foresta secca e senza speranza. L'ultimo brano, “Homosapiens Devoid”, non è che una variazione sul tema del primo pezzo, che però, grazie a toni meno acuti e melodrammatici, non ottiene quell'effetto smaccatamente grottesco. Purtroppo non riesce nemeno a bucare la noiosa patina grigio polvere che ricopre tutti i brani di quest'opera, nonostante un timido tentativo (verso il quinto minuto) che si trasforma presto in un'imitazione di un concerto di cicale in piena estate. Tirando le conlcusioni, tutta questa brutalità è uno strumento fin troppo drastico ma necessario a far capire quanto quel che ascolterete, se vi avventurerete fra le opere di Sin Nanna, sia distante dall'ottima musica a cui il black dei primi anni novanta ci ha abituato. Per chi non avesse mai sentito Vlad Tepes, Carpathian Forest, Ulver, Emperor, Bathory e simili potrebbe andar bene, ma di sicuro non per avvicinarsi al genere.


1) Ektoplasmic Dreams
2) Solitude
3) Pernicious Paths of Perception
4) The Untouched Land
5) Doppelganger
6) The Failure of Human Nature
7) The Grandeur of Melancholy
8) Homosapiens Devoid

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