STEVE VAI

The Story Of Light

2012 - Favored Nations

A CURA DI
LORENZO MORTAI
09/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

In questi anni, ogni volta che è successo, ce lo siamo sempre detto con assoluta sincerità, recensire un disco strumentale è il compito probabilmente più gravoso che possa toccare ad un critico musicale. Tutto questo per un semplice e quantomeno inevitabile motivo; a meno che nelle vene di chi scrive non scorra sangue da musicista, gli elementi su cui basare la propria analisi di brani a cui manca la lirica, sono davvero pochi, e bisogna avere capacità particolari per addentrarsi in una giungla come questa ed uscirne incolumi. Finché si tratta di una o due tracce inserite all'interno di un album, tanto fa, capita di continuo, dalle band misconosciute ai blasoni con trenta e più anni di carriera alle spalle. Quando però è un intero full lenght ad essere sviluppato così, se non si ha la giusta visione o capacità di rifrazione all'interno di quegli stessi slot, si rischia di perdere completamente il senso di quel che dobbiamo andare a fare. Tralasciando le analisi spicce e decisamente poco ortodosse di quel che stiamo per andare a raccontare, narriamo questa storia partendo dall'inizio, anzi, nominando un personaggio. Steve Vai è probabilmente uno dei chitarristi solisti più apprezzati degli ultimi anni; assieme a tanti altri virtuosi della sei corde, come Malmsteen, Jeff Beck, Joe Satriani e Paul Gilbert, il buon Vai nel corso degli anni si è ritagliato una ampia fetta di pubblico, che via via è sempre più cresciuta, fino a diventare egli stesso ispiratore di altrettanti axeman che hanno voluto imbracciare questo strumento. Un amore viscerale per la chitarra, una dichiarazione di intenti continua che Steve ha portato avanti fin dalla sua comparsa sulle scene, quando ha esordito al fianco di colui che possiamo considerare il più grande compositore mai esistito nella musica alternativa, Frank Zappa. Da lì le parallele carriere solista, con svariati album collezionati negli anni (fra cui spicca il memorabile Flex-Able e l'altrettanto gigantesco The Real Illusion), ma anche altrettante militanze in band conosciute, dai Whitesnake agli Alcatrazz fino a David Lee Roth. Tutto questo senza contare gli album e le esibizioni con i cosiddetti G3, un power trio ideato da Joe Satriani che riunisce ogni volta "i tre migliori chitarristi del mondo", ruotando ed andando a cercare guerrieri della sei corde per tutto il globo, risucchiandoli in esibizioni piene di scintille. Lo stile di Steve Vai lo conosciamo tutti; considerato fra i maestri indiscussi della tecnica del legato, Vai negli anni ha affilato le proprie lame, venendo particolarmente apprezzato sia per il modo che ha di far letteralmente "ridere" la sua chitarra, grazie ad una serie di combo azzeccate e cristalline, sia per la pulizia che dimostra durante i suoi assoli, collimando fra sé, oltre al legato, altrettante tecniche a lui molto familiari, come il tapping o l'uso smodato della barra del tremolo. Steve soprattutto è amato anche per la sua capacità geniale di fondere insieme varie tipologie di ritmiche; la sua enorme carriera infatti, oltre che essere stata costellata di successi, è stata anche letteralmente invasa da una miriade di stili diversi in ambito musicale, che il nostro capellone statunitense ha prontamente assorbito e poi riversato all'interno dei propri dischi solisti. Dalla Fusion più celebrale al Rock Progressivo in pieno controtempo, dall'Hard Rock di chiara matrice anni '70 fino all'acciaio fuso dell'Heavy Metal, Steve Vai è una vera e propria fucina e calderone di musicalità diverse, e compito dell'ascoltatore, ogni volta che  pubblica un album nuovo, è quello di andare a ricercare tutte le influenze ed i vari tasselli che il maestro ha cercato di mettere dentro la propria musica. Ciò che andremo ad analizzare oggi non è l'ultimo lavoro uscito in casa (che, allo stato attuale, risulta essere Modern Primitive, uscito nel 2016, esattamente il 24 giugno), ma facciamo un piccolo balzo indietro, al 2012, anno in cui grazie alla Favored Nations (etichetta discografica fondata dallo stesso Vai nel 1999), viene dato alle stampe The Story Of Light. "Inseguo costantemente la conoscenza, sono un cercatore dell'equilibrio spirituale, e la musica è gran parte di esso. Sono stato ossessionato da queste idee per anni", questa fu una delle dichiarazioni del maestro prima del rilascio dell'album, avvenuto ufficialmente il 14 Agosto (nel resto del mondo il 3 Settembre, mentre il Regno Unito ha dovuto aspettare l'11 Settembre per vederlo apparire sugli scaffali), una vera e propria stila di intenti per il nostro axeman, che ben ci fa capire l'atmosfera che respireremo all'interno delle dodici tracce che compongono l'album. Questo album è il secondo tassello della cosiddetta "The Real Illusion Trilogia", iniziata appunto con Real Illusion nel 2005, e conclusasi con l'ultimo album di quest'anno. L'uscita dell'album è stata preceduta dal rilascio del singolo Gravity Storm, che nel disco occupa la posizione numero sei; inoltre, ed è un altro dato da sottolineare per capire l'influenza che questo chitarrista ha nel mondo della musica stessa, la DiMarzio, fra i leader statunitensi e mondiali nella produzione di materiale per musicisti, soprattutto pick-up, poco dopo il rilascio di The Story rese disponibile il pick-up signature, denominandoli proprio Gravity Storm, come il singolo e la traccia stessa contenuta nell'album. Il disco è stato reso disponibile in formato digitale, CD Deluxe (contenente un booklet ed un DVD con intervista a Steve Vai circa l'album), e forse la versione più corposa e bella, la Platinum (contenete anche un vinile con le incisioni di John The Revelator e The Book Of Seven Seals, tre plettri, cartoline, DVD e materiale promozionale a cascata). Dalla copertina assai particolare, e che potrebbe essere accostata comodamente ad un disco di Rock Psichedelico o alternativo, l'artwork vede un albero dalle tinte rosse e rosa, inframezzato dai colori del bronzo e del marrone da un lato, mentre dall'alto abbiamo metà del viso di Steve Vai stesso, disegnato con un tratto che potrebbe ricordare alcune grafiche da pop Art. Al centro abbiamo il doppio logo triangolare (simbolo dell'artista da tempo immemore), e poco sotto il nome dell'album, scritto con caratteri secchi e decisi, il tutto nei toni del rosso. Tutt'intorno altrettante foglie, fiori e disegni che potrebbero ricordare anche alcune grafiche del Messico tribale, contornano e fanno da sfondo ad un painting chiaro e conciso, ma al tempo stesso morbido e rilassante. La storia della Luce sta per iniziare, andremo, come Vai stesso ha dichiarato, alla ricerca della conoscenza, abbiamo dodici slot per poterlo fare, vedremo che cosa avremo capito a fine ascolto. 

The Story Of Light

Compito di aprire le danze tocca proprio alla title track, The Story Of Light (La Storia della Luce); nei primissimi secondi si può sentir recitare un piccolo testo in russo, prima che il roboante suono della chitarra di Vai faccia il suo ingresso sulla scena. Unito ad alcuni precisi colpi di rullante, la sei corde prosegue la sua marcia, andando ad inanellare una serie di bridge morbidi e risoluti al tempo stesso. Un incipit che ti avvolge come una coperta e decisamente prolungato, le note vengono tirate senza troppa forza, il saliscendi viene inframezzato da altrettanti colpi delle pelli, soprattutto sul crash e sui piatti, dando quasi un senso che potremmo definire passionale. Le sensazioni che derivano dall'ascolto di questi primi secondi, sono proprio quelli di un tunnel buio in cui ci siamo spersi; andiamo e vaghiamo nelle tenebre, le nostre diafane mani cercano pareti che non esistono, finché non notiamo che un cono di bianca luce abbagliante si staglia in fondo al tunnel. Man mano che i secondi procedono, Steve annoda letteralmente le mani alla sua sei corde, il ligneo manico viene percorso con fare quasi da amante, alcuni accenni di tapping si legano ad altrettante combo e legato a più non posso. Un brano decisamente appannaggio del nostro artista e del suo strumento, anche se dietro ad esso possiamo ben avvertire la batteria, che da semplicemente il ritmo e dona ancor più corpo al pezzo stesso, ed alcuni brevi ed elettronici inserimenti di tastiera da parte di Dave Rosenthal. Siamo a neanche due minuti e le variazioni sul tema si sprecano, il sound è caldo, amorevole ed avvolgente come una pesante tenda invernale, Vai dal canto suo prosegue la sua marcia del cuore grazie al prolungamento del braccio, ed abbiamo, poco prima dei due minuti, una piccola accelerata dei toni che ci fa sobbalzare un attimo. Al cambio tempo segue un meraviglioso solo dai toni Rock e Blues, alternato ad un ritmo quasi Fusion ed al ritorno della lingua sovietica, che rende la canzone leggermente più dura di quanto ascoltato fino ad ora. Una sapiente combo Hard Rock, dalle forti tinte settantiane, spazza via il piccolo comparto vocale russo, e lascia la scena libera a Steve per la sua enorme cascata di note. Accordi e scale indissolubili che si legano fra loro in un ritmo quasi sincopato, forse abbiamo quasi raggiunto la luce in fondo al tunnel, anche se mancano ancora due minuti alla fine del brano. Il solo centrale, coadiuvato da alcuni controtempi delle pelli ed altrettanti eburnei tasti di pianoforte, viene prolungato a più non posso, la scala si fa sempre più cristallina e complessa. Un vero e proprio serpente che si lega alle orecchie dell'ascoltatore, portandolo a viaggiare con mente e corpo negli abissi siderali della musica, e rendendo questo ascolto quasi etereo, magico da un certo punto di vista. La combo non si arresta, non accenna ad andarsene, una pioggia di pianoforte comporta alcune piccole variazioni sul tema, i saliscendi continuano incessanti ed il prosieguo vede sempre Steve su un piedistallo, corroborare i nostri animi con la sua sei corde. Variazione importante avviene poco prima dei cinque minuti, in cui torna prepotente la voce sovietica, mentre altrettanti ricami di Vai in sottofondo legano la musica con fili d'acciaio; mentre la voce recita, la scena viene presa un attimo in mano dalla tastiera di Dave, che con morbidi accordi crea il tappeto per dare ancor più forza al testo recitato. La calma dura ben  poco però, perché mentre l'attrice continua a recitare, in sottofondo continuiamo a sentire le combo di Steve che si allacciano fra loro, ed un crescendo finale trasporta l'ascoltatore in un'altra dimensione, la voce man mano si fa più flebile, i toni spaziali della tastiera lasciano piano piano il palcoscenico, e poi il mesto silenzio dello stop. Per dare determinati effetti a questo pezzo, Steve ha suonato una chitarra a sette corde, e la sensazione che si ha, come abbiamo detto prima, è proprio quella di un viaggio nel buio, con i ritrovamento finalmente della luce alla fine del tunnel. 

Velorum

Di ben altro avviso invece è la traccia successiva, Velorum ; il titolo di questo slot fa riferimento alle stelle Gamma e Delta Velorum, della Costellazione delle Vele. Anche qui il buon Steve ha utilizzato una chitarra a sette corde per suonare il brano, e per le parti melodiche che vedremo è stata invece usata una sei corde acustica, a cui in fase di missaggio sono stati aggiunti vari effetti. Si apre con un incessante ed oppressivo ritmo quasi Heavy Metal, a cui poi fa seguito un roccioso riff portante dal tono duro e cristallino al tempo stesso. Tempi dispari della batteria si legano poi al primo cambio di tempo; la canzone inizialmente consta di due livelli, il main riff col suo granitico carico di aggressività, e lo strato superiore dato da alcuni orpelli della seconda chitarra. Il tutto crea un sound dai toni quasi Space Rock, seppur reso ancor più duro dalla ritmica che sfocia nel Metallo. Encomiabile fin dal primo vagito il lavoro di Jeremy Colson, che grazie al massiccio uso degli hi-hat del suo drumkit, riesce a donare ancor più corpo al pezzo. Brano che, come ci renderemo conto durante l'ascolto, è forse quello con più variazioni sul tema, nonché uno dei più belli di tutto il lenght. Il refrain continua incessante, le combo delle due chitarre si sovrappongono creando un viaggio spaziale senza precedenti, il ritmo ossessivo compulsivo ci schiaccia in un angolo. Tutto questo finché la chitarra acustica effettata non fa il suo morbido ingresso in scena, producendo un ritmo quasi spagnoleggiante, mentre in sottofondo la batteria, alcuni piccoli accenni d'archi e la seconda chitarra non fanno da tappeto. Si muta ancora; uno strabordante solo si lega poi ben presto ad un altro ritmo cacofonico ed in piena sete d'energia, che sfocia in altrettanti tapping e ritmi siderali. Un altro solo, dal sentore più classico, irrompe sulla scena dopo altrettanti secondi, e si lega al primo grazie ad un massiccio uso del tremolo e del legato in sé. Ritmo nuovamente cacofonico e chiassoso la fa da padrone, il sentore della batteria dona ancor più corpo al brano stesso, refrain granitici e cattivi, ma mai troppo oscuri, ci traghettano fino alla costellazione cui il brano è dedicato. La vediamo di fronte a noi, con la sua abissale luce che illumina il nostro volto, siamo cosmonauti in cerca della verità, ed abbiamo traversato l'abisso dello spazio per arrivarci. Azzeccatissimo cambio tempo a tre minuti dall'inizio, con un sincopato bollente e pieno di passione, pennate vigorose che si alternano ai colpi altrettanto cronometrici della batteria, soprattutto sui piatti. Una volta che il ritmo così aggressivo è passato, viene legato ad alcuni piccoli riff della chitarra acustica, decisamente più setosi, che creano un dualismo particolare e davvero bello da ascoltare. Luce ed ombra che si inframezzano nelle nostre orecchie, lo spazio buio e la luce delle costellazioni, e la corsa prosegue con altrettante variazioni sul tema, mentre le pelli donano forma e colore alla canzone intera. Steve muove le sue mani sulla chitarra con fare da guerriero, fino a far sfociare la canzone in un ritmo altrettanto Space, suoni alieni di tastiera si legano alla chitarra stessa, che con un massiccio uso d'effetti muta e cambia pelle ad ogni secondo che passa. Un progressivo crescendo che subisce a cinque minuti una accelerata di toni Heavy Metal, quasi Speed sotto certi aspetti, e sempre nel segno della durezza espressiva; il clangore delle spade affilate cozza dentro al nostro cranio, mentre Vai dal canto suo ci inietta l'ultima dose della sua energia, bruciando la stratosfera nell'ultimo minuto grazie ad una implosione sempre più devastante. Torna il main theme, suonato stavolta con ancor più acredine dal nostro axeman, e possiamo dire il nostro viaggio praticamente concluso, le due costellazioni ci salutano mentre la navetta fa marcia indietro e si immette nuovamente nel buio dello spazio, accompagnato da un chiassoso tema alieno che fa da sfondo agli ultimi secondi d'ascolto. 

John The Revelator

Terzo brano in scaletta proviene da una vera e propria istituzione della musica Gospel, una ispirazione che il nostro Vai ha avuto ascoltando Blind Willie Johnson eseguire il suo brano più celebre, John The Revelator (Giovanni il Rivelatore). Coverizzata praticamente da chiunque, dal Rock al Metal passando per il Blues ed il Jazz, questa canzone ha sempre nascosto una energia incredibile, e la sua versione originale, coadiuvata dal coro femminile, rimane ancora oggi una delle migliori mai registrate. Steve Vai ha acquistato la licenza per alcuni secondi del brano originale, che possiamo ascoltare durante la sua versione, per cui non si tratta propriamente di una cover, bensì di una reintrepretazione che il nostro axeman ha voluto dare omaggiando un artista immortale. Il titolo ed il contenuto della canzone fanno riferimento a Giovanni, apostolo ed evangelista, autore di diverse predizioni all'interno della bibbia. Per la versione personale del pezzo, Vai ha ingaggiato anche 10 cantanti di Los Angeles, le cui voci sono state sovrapposte fra loro come vedremo, donando un effetto davvero particolare. La canzone è stata pubblicata il 24 luglio 2012 su Rolling Stone, mentre il 14 agosto è stato reso disponibile al download. Per chi non conosce la versione originale, essa consta di un tema ricorrente, lento e costante, passionale fino al midollo, su cui si eleva la voce di Blind, inframezzata dai cori femminili e dalla ritmica Blues/Gospel che permea il tutto. La versione di Vai parte proprio con alcuni secondi del brano originale, la rauca voce di Johnson ben presto viene effettata da alcune pennate della chitarra e della batteria, che danno seguitamente il via ad un ritmo davvero particolare, un vero e proprio rimpasto di musica e voci. Sentiamo infatti il brano originale ripetuto in loop, a cui si legano i cantanti di cui sopra e la chitarra di Vai in stratificazione più alta. Potrebbe sembrare quasi una cacofonia senza alcun senso, suoni a caso mischiati insieme, ed invece più la si ascolta, e più ci si rende conto che il brano funziona dannatamente bene. Proseguendo in ordine, il ritmo sincopato ed erotico del brano originale viene ripreso quasi in tutta la sua interezza, finché non rimane in solitaria una sola voce, blues e profonda, femminile che dona un sapore di epico alla sei corde di Steve. Il ritmo incessante e le variazioni sul tema si sprecano man mano che si va avanti, la voce in solitaria si lega poi ad un coro di dieci voci, fra cui spicca anche una maschile rauca e profonda, simile alla originale. Mentre il comparto vocale continua la sua corsa, Steve dal canto suo inanella combo stando dietro alle ugole stesse, e trasformando il brano ed il comparto musicale originale, in una specie di marcia a tappe forzate nel segno del Rock. Un brano non per tutte le orecchie, e che sicuramente farà storcere il naso a qualcuno, probabilmente anche ai fan del brano originale; personalmente lo ritengo geniale, e ve lo dice uno che ama Johnson e la sua Revelator alla follia. Si tratta, più che di una cover o di una nuova interpretazione, di uno svecchiamento. Si è presa una ottima base di tanti anni fa e la si è portata nel ventunesimo secolo, grazie anche all'uso incessante di effetti e stratificazioni di varia tipologia, che in questo terzo slot si sentono più che mai. Durata assai breve (tre minuti scarsi) per questa canzone, che prosegue incessante la sua corsa sul filo del Blues Rock e del Gospel grazie alla immensa abilità di Vai nel collimare fra sé le voci calde e nere che sentiamo, e le ritmiche della sua sei corde. L'ultimo minuto e trenta viene occupato da alcune ossessive ripetizioni del tema portante, alternate al ritornello a più voci ed alla solitaria e meravigliosa voce di Beverly McClellan, la cui energia e forza nel cantare ci stupisce ogni volta che si piazza di fronte al microfono. La corsa si ferma grazie ad un crescendo che ben presto sfocia in un solo dai sentori Blues, caldo ed acido al tempo stesso, mentre le pelli in sottofondo vengono deflorate con cura, urla e schiamazzi della voce rendono il tutto ancor più incalzante, Beverly torna per gli ultimi secondi mentre Vai ricama gli ultimi orpelli sul suo manico, e poi nuovamente un brusco stop si porta via l'intera suite. Un brano davvero particolare, ed un'altra vera e propria perla del platter; ripeto, non è una canzone per tutte le orecchie, molti ci leggeranno solo una cacofonia senza senso, ma se si ha quella capacità d'ascolto leggermente più sviluppata della media, diventa un brano da cui è difficile staccarsi.

Book Of Seven Seals

Tuttavia, non è finita qui; ebbene si, perché lo slot successivo, Book Of Seven Seals (Il Libro dei Sette Sigilli), è in realtà la seconda parte di questa interpretazione di Blind Johnson operata da Steve Vai. Un brano spezzato in due dunque, da ascoltare tutto d'un fiato. Viene aperto dalla voce di Beverly legata ad un incessante ritmo della sei corde. Non appena la cacofonia se ne va, un coro Gospel a multiple voci intona il titolo della canzone, con una ritmica veloce e continua, che dona un sapore davvero alto alla suite in sé per sé. Steve dal canto suo non si lascia sfuggire alcuna occasione per presentarsi di fronte al pubblico e deliziarlo con le sue combo, sempre spazzolate e cristalline, vere e proprie gemme scovate sotto la sabbia che non aspettano altro di essere osservate. Il coro stratificato subisce una accelerata dei toni man mano che i secondi scorrono, mentre l'ottimo lavoro delle pelli ben presto viene spazzato via da un immenso assolo di Steve, stavolta meno Blues e più Rock, a cui si alternano nuovamente i cori Gospel, creando un ibrido in corsa a  cui è anche difficile stare dietro ogni tanto. SI tratta di una interpretazione magistrale, il ritmo che sfocia nelle nostre orecchie è carico di energia, ha sete di noi e della nostra mente, si insinua fra le pieghe del cervello e non se ne va neanche se glielo chiediamo. Le sapienti mani di Vai continuano ad alternare ritmiche Blues ad altrettante pennate Rock dure come l'acciaio, legato e tapping la fanno da padrone, oltre ad un massiccio e corroborante uso dell'effettistica. Compito assai gravoso, come abbiamo detto poco fa, stare anche dietro a tutte le variazioni presenti; il coro continua a donare il proprio comparto vocale al pezzo, alternando voci miste alle sole femminili. Poco prima dei due minuti il coro viene accantonato un attimo per lasciare campo libero a Steve ed un altro dei suoi mirabili assoli di sei corde; cattivo e giusto al tempo stesso, i crash ed i tom della batteria in sottofondo, unite anche al basso che, per quanto sia sempre relegato a metronomo, si sente eccome, complice anche la diamantata pulizia del sound generale, danno corpo e forza distruttiva al solo di Vai stesso. Solo dai toni duramente Rock, alternato comunque ad alcuni sentori della voce; giri concentrici sul manico si inframezzano in un botta e risposta col coro stesso, tapping e powerchords a cascata piovono sull'ascoltatore, le cui cuffie iniziano ad implodere per l'energia che ne viene scaturita. La ripetizione ossessiva del secondo titolo (come è anche nella canzone originale) viene proseguita da Beverly, la cui ugola riusciremo ormai a riconoscerla fra mille. Il suo comparto ben presto diventa anche un battimani in pieno stile Gospel (chi si ricorda l'enorme cover di Revelator suonata in Blues Brothers 2000 durante la messa nella chiesa episcopale? Ecco, quel che sta accadendo qui è dannatamente simile). Il crescendo sta andando piano piano ad esplodere sempre più, i botta e risposta fra voce e strumenti si fanno più serrati e veloci, manca circa un minuto alla fine della canzone. L'esplosione finale consta di un ennesimo alternarsi delle voci alle pennate di Steve, finché un enorme urlo del coro Gospel non lascia poi spazio ad una vera tempesta di fulmini e lampi creata con gli effetti. I sigilli sono stati aperti, l'apocalisse è vicina, e rimangono per gli ultimissimi secondi di pezzo a farci compagnia solo la morbida voce di Beverly che ripete gli ultimi stralci di brano, ed alcune morbide pennate di Steve, quasi impercettibili, come ultrasuoni che man mano si dissolvono nelle nostre orecchie. 

Creamiscle Sunset

Un morbido arpeggio invece ci apre alla quinta traccia, Creamiscle Sunset (Tramonto al Sorbetto D'Arancia); il titolo fa riferimento ad un meraviglioso tramonto alle Hawaii, che il nostro mastermind probabilmente ha visto proprio durante uno dei suoi viaggi, e che gli ha fatto pensare al dolce che solitamente si consuma a fine pasto. Per realizzare questo brano Steve ha suonato la JEM EVO e la FLO per le parti soliste, mentre per l'accompagnamento è stata usata una mitica Gibson LesPaul ed una Fender Stratocaster Eric Johnson Signature, il tutto amplificato da un enorme Fender Bandmaster. L'arpeggio iniziale così morbido e distaccato si trasforma prima in ritmi tropicali, come se fosse suonato con un Hukulele, la piccola chitarra che solitamente si vede nei film o di cui leggiamo nei libri inerenti a tali mondi, e poi, man mano che il tema si annoda, in sottofondo sentiamo un sussurro di ritmica, dato da alcuni colpi spazzolati alla batteria. Un ritmo quasi Jazzato fa il suo ingresso poco dopo, la chitarra morbida di Steve si annoda su sé stessa mantenendo comunque il sentore setoso che ci ha fatto apprezzare in apertura. Ritmi quasi oceanici si fondono nelle nostre orecchie, la stratificazione musicale è semplice e complessa al tempo stesso; i vari riff e bridge che si legano fra loro contornano la nostra mente di immagini riguardanti paesaggi lontani, meste terre mai calcate da piede umano, isole inesplorate in cui noi, capitani coraggiosi, ci dirigiamo col fare dei guerrieri. Al contempo però troviamo un senso di pace, un vero e proprio nirvana musicale mentre ascoltiamo questa dolce nenia hawaiana che il buon Vai ci propina. Si ha davvero l'impressione di sentire in sottofondo il continuo incresparsi dell'acqua e lo sbuffare delle onde contro la nuda sabbia della spiaggia. Così come si ha l'impressione lampante di vedere il sole che si tuffa direttamente nel mare al tramonto, e noi, sdraiati sulla nuda terra di quest'isola tropicale, rimaniamo estasiati dalla palette cromatica che madre natura riesce a metterci di fronte agli occhi. Arancio, rosso, nero e marrone si fondono insieme creando una vera e propria tavolozza in cui la natura dipinge a suo piacimento, spalma colori e sfumature come se non ci fosse un domani, come se volesse lanciarci contro tutta la sua beltà. Il blocco finale della canzone, l'ultimo minuto e mezzo per essere esatti, consta di alcuni inserimenti fogliari e tribali all'interno del pezzo, un saliscendi melodico della chitarra acustica ci accompagna ad un silenzio breve, e poi al tornare del main theme che ci ha aperto il brano. Continuano morbide le spazzolate di batteria, crash e tom se ne stanno in silenzio, lasciando che la ninna nanna della sei corde ci entri in testa e ci faccia rilassare. Un discreto intermezzo questo quinto slot, che si va a chiudere con alcuni mesti accordi inframezzati da altrettanti coni di silenzio, probabilmente il tramonto è finito, ed il sole ha definitivamente lasciato il posto alla stellata notte tropicale sotto la quale ci addormentiamo.

Gravity Storm

Di ben altro refrain e con una dichiarazione d'intenti diversa è invece la traccia seguente, il primo singolo estratto dall'album per pubblicizzarlo, Gravity Storm (Tempesta di Gravità); viene aperto da una serie di rocciose pennate alla sei corde, dal suono catchy e dannatamente Heavy Metal, di ispirazione classicheggiante. Alle pennate ricolme di energia si lega ben presto un altrettanto duro sound di batteria, che dona il tempo e detta legge in sottofondo. La chitarra si attorciglia su sé stessa, Steve strappa letteralmente le corde dalla propria sede con un massiccio uso del tremolo e del tapping, hammer on e powerchords a cascata (che potrebbero ricordare alcune sessioni di Malmsteen anni '80) ci martellano le orecchie fin dai primi secondi, un vero e proprio tsunami, come se la gravità terrestre ci volesse schiacciare. Ed in realtà è proprio questo il senso che Vai voleva dare alla canzone; far si che l'ascoltatore si sentisse premuto contro il muro, schiacciato dalla possente forza di gravità che un pianeta riesce a generare. Per riuscire a creare questo particolare effetto, il nostro axeman fa un ampissimo uso del bending, grazie proprio alla barra del tremolo. Inoltre in questa sessione l'accordatura era un tono sotto al normale, e le corde montate sulla chitarra decisamente più spesse del solito. Se vogliamo fare ancor di più i pignoli, in questa canzone Steve fa anche un ampio uso del double-stop, per rendere il tutto ancor più massiccio e roboante. Come roboanti sono le spire che si contornano al nostro collo man mano che procediamo nell'ascolto; il blocco centrale (dato che il brano non ha una durata così lunga) consta di un cambio tempo e di alcuni inserimenti delle tastiere, unito anche ad alcuni effetti laser/alieni per donare ancor più spazialità al tutto. Il crescendo prosegue finché una serie di plettrate che ben presto sfociano in un wah-wah tiratissimo non aprono all'assolo centrale. I bridge si concentrano in una cascata di note in piena regola, l'ascoltatore viene rapito e risucchiato all'interno di un enorme vortice, in cui altro non può fare che affogare. Concluso l'assolo torna il main theme, stavolta leggermente più veloce di prima e decisamente più incisivo di quanto ascoltato nella prima parte. La batteria continua a dettare il tempo e pestare duro sulle proprie pelli, complice anche la durezza delle spesse corde di basso, che ricordiamolo, pur non avendo mai un ruolo da protagonista, sono sempre lì a dare voce e colore al brano stesso. Come in un fantomatico loop a spirale veniamo di nuovo trascinati nel refrain ascoltato poco prima, quello aperto dalle plettrate granitiche a cui fa seguito un altro ritmo che sembra provenire dallo spazio profondo. Abbiamo ancora due minuti e mezzo a disposizione, tempo in cui il buon Vai prima sforna un sincopato da antologia, cattivo e pieno di forza al suo interno, note che riecheggiano e poi sfociano in un altro assolo, dal sapore metallico e durevole come il cemento armato. La corsa continua incessante finché l'ennesimo cambio tempo non ci riporta alla seconda parte di solo, più elettrica e cangiante, le note vengono fatte ridere dalle sapienti mani del nostro chitarrista, giri concentrici e saliscendi la fanno da padrone per l'ultima parte. Torna il main theme per il blocco finale, un minuto intero in cui la suite progressivamente deflagra ed implode su sé stessa, andando a toccare il picco massimo. Una ultima dose di pennate forti, forse le più rocciose di tutta la canzone, ci aprono ad un chiassoso refrain finale, in cui Steve consuma le ultime energie residue per spararcele direttamente in faccia, e poi il silenzio. 

Mullach A'Tsi

Come in ogni disco di Steve Vai che si rispetti, la settima traccia è quella più importante, un particolare legame che indissolubilmente si ripercuote ad ogni nuova uscita. Nel caso di questo disco specifico il settimo slot è occupato da Mullach A'TsiPer comporre questa melodia l'artista si è ispirato ad una ninna nanna propria della musica celtica, e viene aperta da un orchestrale e mellifluo suono d'arpa, cui poi ben presto si unisce la chitarra dello stesso Steve. L'arpa in questo caso è suonata dalla bravissima  Deborah Henson-Conant, che dolcemente pizzica le corde del suo enorme strumento, donando al suono quel sapore di dolce e setoso proprio di un canto che dovrebbe aiutare a dormire. Il dolce suono dell'arpa continua la sua corsa sempre unito alla sei corde, iniziando a disegnare ghirigori che possono ricordare quelli floreali presenti sulla copertina del disco. Il refrain continua ad essere morbido, per quanto alcuni inserimenti elettrici e distorsioni appena accennate amplifichino leggermente il sound e lo rendano un po' carico di energia. La batteria ed il basso in questo frangente rimangono silenti, nessun tempo viene dato, i coni di luce illuminano solo l'artista e la sua accompagnatrice all'arpa. Il dolce suono di questa melodia si insinua fra le pieghe del nostro cervello, si conficca lì come uno stiletto intriso d'amore e vi rimane piantato senza alcuna possibilità di toglierlo. Proseguendo ancora la cantilena prende sempre più il sopravvento, e veniamo dolcemente cullati dal suono di Deborah, ma anche di Vai stesso, un legame difficile da sciogliere, un mesto e setoso treno che sfreccia nella notte illuminato solo dal chiarore eburneo della luna splendente. Ben presto, per quanto ci dispiaccia ammetterlo, arriviamo alla sezione finale, in cui l'ultimo minuto e mezzo consta della ripetizione della nenia che ci aveva aperto il pezzo stesso, la sei corde si fa sempre più dolce ed avvolgente, suoni di campanelli si uniscono alle continue pizzicate dell'arpa, che come glucosio che scorre nelle nostre vene ci scuote l'anima dalle fondamenta. La passione che ne deriva è davvero alta, si carpisce fin dal primo accordo il sentimento con cui questa traccia è stata composta, niente di particolarmente difficile o articolato, solo il corroborante suono dei due strumenti che si accompagnano a vicenda fino alla fine, fino a che il silenzio non si porta via ogni cosa. Un pezzo da ascoltare ad occhi chiusi, nella propria stanza, immaginando mondi lontani ed abissi in cui sperdere la propria mente fino a non ricordarsi più chi si è davvero. Uno slot che farà felici tutti gli amanti delle sonorità meno dure, quelli che hanno voglia di emozionarsi davvero con una canzone, e che magari vogliono farsi scendere anche qualche lacrima, collegando la nenia che scorre nelle loro orecchie a qualche episodio della propria vita. Amplifica i sensi questa ninna nanna elettrica, li amplifica e ce li spara direttamente nel cervello, riducendolo ad un ammasso di emozioni contrastanti, dalla felicità alla tristezza, dalla dolcezza all'amore, passando per la bruciante passione. Successivamente troviamo una traccia che è nata da una improvvisazione totale di Steve mentre si trovava col suo gruppo nella ellenica Atene. 

The Moon And I

The Moon And I (La Luna ed Io) è stata registrata per la prima volta proprio durante il soundcheck di Steve con la propria band nella città greca; dalla registrazione di quel brano improvvisato è nato poi il vero pezzo che è stato inserito nell'album. Unico brano di tutto il platter in cui a cantare è lo stesso Vai, ed è stato pubblicato in singolo digitale come parte dei VaiTunes, una raccolta di singoli inediti dedicato all'artista. Per inserirlo nell'album è stato opportunamente remixato e rivisto in tutte le sue sfumature; viene aperto da alcune pennate non troppo aggressive ma comunque nettamente incisive, se consideriamo anche ciò che abbiamo ascoltato fino a questo momento. Dalla ninna nanna precedente passiamo ad una corsa contro il tempo, seppur sempre nei toni del dolce e del setoso, come un manto che ti avvolge le spalle. Il dialogo con la luna prosegue con l'inserimento di alcuni toni di tastiera dal sapore spaziale, la batteria picchia dolcemente sui piatti con un cha cha mesto e ricolmo di sentimento. Le spire della sei corde si annodano producendo ritmi a non finire, ma mai sfociando nell'aggressività sentita, per esempio, in Storm. Il suono di un ululato lupesco ci apre alla seconda sezione, in cui Steve avvolge nuovamente le mani al ligneo manico della sua chitarra, e si prodiga nel farci sentire ogni singola sfumatura del suo essere. Brano assai introspettivo questo, un vero dialogo interiore fra l'artista e la sua sei corde fra le mani, una dichiarazione d'amore come si fa con un focoso amante, accarezzandogli la testa e sfiorando i capelli con le dita. Anche uno dei brani più lunghi di tutto il disco, ben sette minuti, in cui Vai da sfoggio di tutta la sua abilità come compositore, entrando come abbiamo detto anche ad occupare il posto al microfono. Cantato pulito ed avvolgente anche esso, ed il nostro axeman immagina una vera e propria storia d'amore fra lui e la luna. Ci racconta che quando attraversa la via lattea illuminato dalla sua sola luce, l'animo nel petto si accende di sentimenti positivi e sempre privi di tristezza. La storia d'amore più bella che il suo cuore abbia mai avuto; la luna lo ispira, egli ci parla, guarda i suoi crateri e la sua tondeggiante forma, e trova lì il momento per comporre le sue dolci melodie di passione. Cerca la verità dietro i suoi occhi, ma non la trova mai, riesce soltanto a trovarla fra quelle bianche fronde del nostro satellite; è meraviglioso vedere che, mentre il nostro Steve canta, la musica scorra liscia e senza troppi orpelli, ricami dolcemente modificati dal sentimento del canto la fanno da padrone. Il crescendo arriva ogni volta che una nuova strofa viene pronunciata, i tasti del pianoforte donano quell'ennesimo sapore orchestrale all'intera suite. Steve si prodiga nuovamente per dare vita ad un pezzo da antologia, carico di emozione e pregno di rimandi alla nostra storia; un blueseggiante solo ci viene offerto verso i tre minuti, per dare quel carico ancor più emotivo a tutto quanto. L'assolo viene prolungato per oltre un minuto, passando dai toni Blues iniziali ad uno Space Rock seguente dai suoni alieni e provenienti da un'altra dimensione. Finito il blocco del  lungo assolo, un vero e proprio sfoggio di abilità da parte di Steve, abbiamo un cambio tempo e poi un altro solo, stavolta nettamente più duro del precedente. Le pennate si fanno più veloci ed incisive, il cantato ormai è scomparso per lasciare il posto alla sola sei corde, che si prende tutta la scena e mediante un massiccio uso degli effetti fa scaldare anche le pelli della batteria, che si risvegliano dal sonno ritmico tenuto fino a quel momento e ci danno dentro di improvvisazione totale. Il secondo solo viene nuovamente tirato per i capelli, tapping e saliscendi la fanno da padrone, le corde vengono spostate dalla loro sede ad ogni angolo, manca un minuto ancora, sessanta secondi in cui Steve Vai da il meglio di sé, sfoggiando l'innata abilità di improvvisazione. Un vero tsunami di note si abbatte sull'ascoltatore per gli ultimi secondi, il solo che stavamo sentendo in precedenza continua la sua folle corsa, e la luna ormai ci ama come non mai. Le abbiamo fatto vedere che cosa proviamo per lei, abbiamo squarciato il nostro petto e le abbiamo mostrato il cuore che batte all'unisono col suo, non ci resta che allungare la mano ed afferrare la sua, così da essere uniti per sempre. Una volta finito il solo enorme i toni si calmano di nuovo, e l'arpeggio iniziale va a chiudere nuovamente il cerchio così come era iniziato.

Weeping China Doll

Prendendo ispirazione invece dai fiori che si trovano fuori dal suo studio di registrazione, Steve Vai per loro ha composto Weeping China Doll (Bambola Cinese Piangente); dall'ennesimo tono duro e granitico la canzone ci viene iniettata in vena da una serie di pennate alternate di grande effetto, roboanti e piene di scintille. Una volta finita la prima sezione, il brano prende il via in maniera cupa e funerea, forse ricollegandosi al "piangente" che viene accostato ai fiori. La marcia funebre che sfocia quasi in toni sabbathiani ben presto viene interrotta dalla batteria, che con colpi ben assestati da inizio ad un liturgico movimento di unione fra chitarra, batteria e pianoforte che viene relegato quasi ad un organo. Un crescendo continuo ci trasporta al blocco centrale, in cui l'enorme comparto ritmico e la sei corde continuano a produrre questo ritmo che sa di notte oscura, di rituali orgiastici e di donne che ballano attorno al fuoco. Un ritmo che è al tempo stesso funereo e granitico, l'enorme e militaresco andante della chitarra, le pennate così decise su quelle corde, fanno si che sembri davvero di ascoltare un brano Doom, per quanto la sua base sia nettamente più Rock. La morte avanza e noi vediamo questi scuri fiori davanti al giardino di casa, ci perdiamo nel loro calice e nei loro petali, osserviamo ogni increspatura delle loro foglie, ed immaginiamo quasi di vederli letteralmente piangere per noi, così come il nome suggerisce. La marcia successivamente abbandona per un attimo i toni oscuri per concentrarsi su un elettrico assolo dal sapore ottantiano, accompagnato dal mesto suono del piano e da alcuni cronometrici colpi della batteria. Finito il solo un giro di boa enorme irrompe sulla scena, e poi la chitarra nuovamente si annoda su sé stessa come un drago famelico, distruggendo con un sol colpo tutto ciò che incontra sul suo cammino. Siamo al centro della bufera, ed alcuni tasti di piano vengono a portare un po' di calma nel caos che Steve genera con la sua sei corde fra le mani. Mancano ancora tre minuti abbondanti alla fine del pezzo, minuti in cui Vai da nuovamente sfoggio della propria abilità come compositore, mettendo in piedi una suite dalle trame fitte e complesse; vari stili si alternano sulla scena, dai toni del Rock più energico e comparto, al Doom col suo carico di tristezza e malinconia, fino a sfociare in un Hard'n Heavy dai toni decisamente più frizzanti. Un ibrido che continua la sua folle corsa sempre con andante progressivo e funereo, per quanto le variazioni sul tema si sprechino ad ogni rifrazione che incontriamo. La sette corde che viene suonata in questo frangente continua a ricevere incessanti colpi man mano che ci avviciniamo al cerchio più esterno del pezzo; gli ultimi due minuti constano di un enorme crescendo strumentale, non ci sono parole vere e proprie per esprimere l'energia che Vai riesce a trasmettere, la sua composizione è alta, e fa di China Doll uno dei migliori brani di tutto il disco, sicuramente uno dei più complessi. Arriviamo alla fine dell'ascolto con la faccia sudata ed esausta, ci guardiamo intorno ed i fiori sono ancora lì, a studiare ogni nostro movimento con i vacui sguardi naturali del loro essere, il tutto mentre il nostro artista continua a suonarcele di santa ragione fondendo fra loro strutture sempre diverse, ma sempre dannatamente accoppiate bene fra loro, in una enorme chimera che ci insegue famelica.

Racing The World

 Dai toni soffusi ed ultimo brano ad essere registrato, in posizione dieci troviamo Racing The World (Correndo Il Mondo): aperto da un altro refrain pieno di energia, la canzone parte quasi subito in medias res, trasportandoci in un mondo elettrico ed in una corsa che, nome omen, faremo fino alla fine. Solo tre minuti per questo slot, che è l'ultimo ad essere stato composto in ordine, Steve lo ha inserito perché voleva qualcosa che bilanciasse l'intero album, una specie di ennesima fusione di stili rispetto a quanto già ascoltato. Ed in effetti, una volta che le pennate sono scomparse, una serie di rullate poderose della batteria danno il via al brano vero e proprio, che subisce una brusca accelerata dal sapore metallico e classicheggiante. La chitarra torna nuovamente ad annodare le proprie spire attorno al nostro corpo, l'attesa ed il ritmo si fanno via via più spasmodici e continui, inserimenti elettronici qui e là fanno si che la canzone prenda immediatamente piede nella nostra testa, e lì rimanga ogni volta che la riascoltiamo. Il ritmo di base è di matrice quasi anni '80 col suo carico di pomposa energia quasi tamarra, ma Vai dal canto suo riesce a rendere profondamente di classe anche questo, giocando sui vari effetti e la componentistica a sua disposizione. La corsa continua incessante, l'andante allegro e progressivo continua a rimbalzare da un capo all'altro del nostro orecchio e della nostra testa. Encomiabile il lavoro della batteria, ed infatti lo stop and go che abbiamo poco prima dei due minuti, ci apre ad un corroborante solo dai toni Blues ed Heavy Metal, saliscendi e tapping, ma anche bending e barra del tremolo conducono l'orchestra sinfonica nella nostra testa, Vai da nuovamente sfoggio della sua abilità e ci lascia di stucco. Il solo viene tirato a più non posso, ormai il piede sul gas lo abbiamo premuto, non ci resta che dare un'altra botta al contagiri prima del fischio finale. Un andante decisamente più ritmico e sincopato invece occupa la sezione finale, un minuto in cui il gas viene spinto con più classe e meno aggressività di quanto ascoltato fino ad ora. Il comparto ritmico deflagra piano piano, cerchi concentrici che si susseguono come impazziti, ed al centro sempre la sei corde di Steve che piange letteralmente per noi. Combo a non finire per giungere alla conclusione vera e propria, ma non prima di averci iniettato un altro cambio tempo preciso e continuo. Rullate rocciose della batteria aprono all'accelerata finale, ottantiana fino nel midollo, che sgorga in un ultimo solo veloce ed ipertecnico, da lasciarti senza fiato. Le mani si muovono a velocità doppia sul manico, la grancassa della batteria viene deflorata per stare dietro alla sei corde, e l'intera suite esplode in una vampa incendiaria. Ascoltando il pezzo si ha la netta sensazione di trovarsi nella stratosfera, guardando il nostro pianeta dall'alto; il blu degli oceani e dei mari si fonde col marrone e verde della terra, la ex Pangea che ormai è un cumulo di continenti definito, e noi corriamo a destra e sinistra per osservarlo in tutta la sua magnificenza. Cumulonembi e cirri ci coprono un attimo la visuale, ma una volta scosse le fondamenta del tempo, osserviamo il mondo, la nostra ostrica, in tutta la sua forma. Siamo cittadini del globo terracqueo, un pianeta unico nel suo genere, e che non dobbiamo mai più permetterci di distruggere, né tantomeno di mancargli di rispetto come abbiamo fatto fino a questo momento, altrimenti perderemo l'unica cosa che ci fa sentire davvero vivi. 

No More Amsterdam

Aperto da una rullata quasi da parata trionfale è invece la penultima traccia, No More Amsterdam (Niente Più Amsterdam); come vedremo durante l'ascolto, per creare questo particolare pezzo, Steve ha unito in sé le registrazioni di decine e decine di chitarre, ma anche mandolini, banjo e sitar. Una vera babele di suoni che comincia fin dal primo secondo ad accoglierci con la sua aria funesta e piena di sentimenti. Con la canzone il nostro artista non vuole assolutamente riferirsi al consumo di droga, che come sappiamo nei Paesi Bassi è ampiamente legalizzato. Piuttosto è l'ennesima nenia avvolgente che l'axeman dai capelli lunghi ci vuole sparare direttamente nel cervello; Vai ci prende per mano e ci conduce all'interno del comparto ritmico, inframezzato da alcuni stralci di lirica che vengono cantati da lui stesso fin dai primi accordi di pezzo. Per comporlo fra l'altro, Steve si è unito alla bellissima Aimee Man, chitarrista statunitense con una enorme carriera solista alle spalle, che affonda le sue radici nel passato fino al 1993. Nella sua vita Aimee ha collaborato anche con alcuni gruppi davvero interessanti, fra cui spiccano i 'Til Tuestay ed i The Young Snakes, con cui ha inciso diversi dischi. Oltre che aver aiutato Vai nella composizione, la Man in questo frangente duetta anche con Steve stesso nella recitazione delle liriche. Le sovrastrutture che si vengono a creare fin dai primi secondi, complice l'enorme stratificazione in fase di missaggio che l'artista ha operato con i vari strumenti, ha dell'incredibile. Si viene letteralmente trascinati di peso in una dimensione parallela e stranissima, fatta di colori sgargianti e fluo. Se in alcuni slot precedenti infatti avevamo fatto riferimento allo Space Rock, qui invece si sfocia nella psichedelia sessantina, con l'inserimento soprattutto dei mandolini e del tribale sitar, tanto caro a molteplici gruppi del periodo "acido" del Rock, dagli Yardbirds agli Incense and Peppermints, passando per Iron Butterfly, Grateful Dead e Beatles stessi. L'alternanza delle due voci, unite al comparto strumentale, creano una atmosfera davvero unica nel suo genere; per eseguire questo pezzo Steve suona una chitarra Taylor a 12 corde, una Telecaster ed una Stratocaster, oltre al Sitar elettrico, mentre per l'accompagnamento di fondo è stata usata una classica LesPaul. Questo enorme calderone che sobbolle sul fuoco, fa si che ogni angolo del pezzo sia perfettamente bilanciato con gli altri, nonostante la grande varietà di suoni utilizzati; particolare è anche riuscire a riconoscere i vari "tiri" delle chitarre, ad un orecchio meno esperto ovviamente sembreranno tutte uguali, ma ad un "addetto ai lavori", l'energia di ogni tipologia di sei corde si sprigionerà nei suoi padiglioni auricolari con tutta la forza che ha. La nenia prosegue la sua melliflua marcia continuando a stratificare i vari strumenti, rimpastando il suono a proprio piacimento ed in ogni modo possibile. La vena compositiva di Steve sembra davvero senza fine, e come abbiamo detto poco fa, l'alternanza con la candida voce della Man, getta le basi per un raccordo sempre dai toni particolari. Voce di Man che viene lasciata anche ogni tanto in solitaria, mentre in sottofondo profondi accordi acustici si susseguono inframezzati dalla batteria stessa. Proseguendo in ordine ed arrivando al blocco centrale, encomiabile il momento in cui, dopo uno stop, viene ripreso il main theme infondendogli ancor più passione ed energia intrinseca, complice anche la doppia ugola. Alcune pennate aprono ad un solo in sottofondo dai sentori Blues, anche esso setoso e spazzolato come tutto il resto. Gli ultimi secondi vengono occupati dalla ripetizione del tema portante, impreziosito con alcuni ricami qui e là da parte di una delle sei corde (probabilmente la Strato a giudicare dal sound). Pennate acustiche si alternano alle sole voci, finché non rimane che concludere il pezzo dando un ultimo tocco alla LesPaul, e poi il roboante suono del silenzio fa da cono per tappare tutto quanto. Un brano che, come era accaduto per la "ninna nanna celtica", va ascoltato ad occhi chiusi, nel buio della propria stanza, facendosi cullare solo e soltanto dalla musica che passa dentro le nostre orecchie.

Electric Raindrops

Compito di chiudere l'intera suite spetta a Sunshine Electric Raindrops (Gocce di Pioggia Splendenti ed Elettriche); che ci viene aperto da un ritmo che potrebbe tranquillamente ricordare l'Hair Metal di metà anni '80 col suo carico di allegria e ritmo trascinante. A questo ben presto si lega la batteria, che con i soliti cronometrici colpi (aiutato anche dallo spesso basso, che come ribadiamo di continuo non se ne è mai andato del tutto), fa partire la suite nel migliore dei modi. Al ritmo iniziale ben presto si vanno a legare alcune perle da parte della sei corde stessa, ricami continui e combo a non finire, in un ritmo che, prendendo spunto dal titolo, sembra davvero solare. Per la prima volta dopo diverse tracce, Steve riesce a strapparci un sorriso dopo averci spremuto il cuore con i sentimenti profondi. L'annodamento della chitarra si fa sempre più conciso e cinico quasi, ritmi ottantiani a non finire si alternano alla batteria, che pesta duro soprattutto sui piatti, come la tradizione di quegli anni voleva. Le perle non finiscono qui; il pezzo altro non è che un enorme assolo diviso in più sezioni, in cui Vai gioca sia con gli effetti che con la barra del tremolo, donando un sapore che rimane sulla punta della lingua e risulta frizzante e brioso. Sembra davvero di stare sotto una pioggia di luce, gocce bianche che ci cadono sulle spalle e squarciano la notte col loro fascio luminoso. Blocco centrale vede una accelerata dei toni, anche se non così incisiva come abbiamo sentito in altri meandri del disco, e la pioggia continua; le combo si sprecano, il capellone sembra non ne abbia mai abbastanza di improvvisare ritmi funambolici muovendosi su quel maledetto manico. Le iniezioni di potenza si fanno via via più strette e piene di sé, Steve ci prende a schiaffi, anche se in maniera gentile, fino alla fine, in cui il roboante suono della sei corde, diventa scintillante e spruzza fuoco da ogni dove. Se il brano precedente andava ascoltato ad occhi chiusi, qui le corna al cielo e le mani a tempo sono quasi obbligatorie. Pezzo che sicuramente da il meglio di sé in sede live, nella quale Vai può ancor più impreziosire il brano intero andando a ritoccare alcuni toni; fra l'altro la registrazione originale su cui poi è stata scolpita la pioggia di luce, era originariamente presente sull'IPod di Steve stesso. Inizialmente il ritmo che ne era venuto fuori all'artista suonava come troppo Pop, ma una volta riascoltato per bene, si rese conto che aveva un enorme potenziale. Iniziò di nuovo a lavorarci sopra ed a costruire quel che stiamo ascoltando, una suite magica ed una degna conclusione di un disco che, pur non sfiorando la perfezione, gli si avvicina molto come competenza e composizione generale. Gli ultimi secondi di questa conclusione sono occupati dal tiramento continuo del solo iniziato ormai qualche minuto fa, ricami impossibili si alternano a momenti di pura estasi compositiva, il pezzo diventa sempre più acceso e frizzante, scalda il cuore ascoltarlo e fa alzare le mani al cielo seguendo il ritmo, cosa che un buon pezzo alla fine fa sempre e comunque. Il finale risulta comunque altrettanto scoppiettante come il resto che abbiamo ascoltato, con un crescendo progressivo che getta le basi per uno stop and play again davvero degno di nota, si ha la netta voglia di tornare a capo e premere play nuovamente per riascoltarlo di nuovo, in un vortice infinito. Non uno degli esercizi di stile migliori del disco, ma una ottima conclusione, composizione sempre a livelli altissimi ed una pulizia del suono invidiabile.

Conclusioni

Un disco sicuramente da avere questo The Story Of Light; particolarmente perché, nonostante sia pieno di tecnica e molti dei suoi elementi siano maggiormente relegati agli appassionati nudi e crudi della sei corde, è un disco che mette d'accordo tutti quanti. Al suo interno troviamo una vera e propria valanga di stili diversi; si passa dal Rock classico al Metal più sopraffino, da qualche piccolo accenno Funk al Blues che, come base di tutti i generi sopracitati, se ne sta lì, pronto ad essere usato ogni volta che se ne ha bisogno. Tutto questo senza dimenticare i vari elementi Fusion che hanno sempre contraddistinto Steve Vai fin dai suoi esordi. Quando la tua prima esperienza è con un mostro sacro come Frank Zappa, non puoi non diventare una vera e propria spugna, assorbendo tutto ciò che sta intorno a te come una vampa, ed usarlo poi nella musica più personale che ci sia, la tua. Frank è stato uno dei compositori migliori della storia musicale, sicuramente il più poliedrico, a livello solista (se avesse fondato anche una band a più elementi, avrebbe battuto anche i Beatles stessi a livello di suoni utilizzati), ed il buon Vai ha avuto questa enorme fortuna. Da quel momento qualsiasi cosa per lui è stata una avventura, un modo per mettersi alla prova e migliorarsi di anno in anno, cosa che ritroviamo in ogni suo lavoro. La pulizia cristallina del suo suono, se in alcuni casi può magari annoiare, in questo particolare disco non accade praticamente mai. Certo, vi sono momenti in cui se non si imbraccia una sei corde noi stessi, forse ci viene quasi da passare oltre; sono momenti però assai sporadici, a fronte invece di altrettanti in cui l'estro e la composizione alta la fanno da padrone. È un disco per palati fini, su questo non ci piove, ma se si riesce a valicare quella prima soglia di "oddio, un disco quasi tutto strumentale", se si riesce a capire che la chitarra può parlare anche per la voce, se si riesce bene a comprendere che ogni singolo elemento di questo album è fatto per stupire, allora diventerà un ascolto del quale non vi pentirete mai. Steve ha messo in piedi qualcosa di unico, un trittico di album da ascoltare l'uno di seguito all'altro, come un enorme testamento da lasciare ai posteri. Dischi che per quanto appannaggio di un pubblico più ristretto, sono entrati nella storia e la storia l'hanno anche scritta, così come la fetta di gloria eterna toccherà per sempre a questo artista straordinario, capace di comporre e suonare in un modo che ha solo lui, e che nessuno è mai stato capace di replicare, esattamente come accade per tantissimi altri axeman che si sono susseguiti nel corso della storia. Come abbiamo detto in apertura di recensione, non è mai semplice parlare di un disco strumentale, né tantomeno, se facciamo il ragionamento parallelo, è semplice ascoltarlo. Abbiamo sottolineato qualche riga fa come l'ascoltatore medio alla fine possa essere scoraggiato da un album in cui la "linea guida" per eccellenza, rappresentata dai testi, non sia mai presente, anzi, sia completamente assente. Nel caso specifico di The Story Of Light però, e questo ragionamento possiamo farlo praticamente per qualsiasi disco su cui Vai abbia messo le mani dall'inizio della carriera, l'assenza dei testi non pesa affatto. Così come succede per molti altri virtuosi della sei corde, anche se probabilmente con Steve la questione è ancor più pregna, l'assenza di liriche viene ampiamente compensata dalla capacità dell'artista di far letteralmente parlare il suo strumento. Quel modus operandi attraverso il quale ogni nodo, ogni riff, ogni costruzione che il nostro artista infila all'interno delle tracce, sia così ben fatto da trasmettere sensazioni pari a quelle di un cantante che ci narra la storia. Alle volte basta solo leggere il titolo della canzone stessa per rendersi conto di quanto il lavoro operato all'interno delle strutture sia pressoché perfetto, e si incastri alla perfezione con quanto l'artista desiderava dirci. Basta, come esempio, prendere il "tramonto al sorbetto d'arancia", una melanconica ballad in cui, fin dal primo accordo, l'atmosfera tropicale ed oceanica che Vai ha voluto imprimere su quelle note, viene fuori in tutta la sua interezza. Comprate questo disco dunque, compratelo e divoratelo dalla prima all'ultima nota, viaggerete come esploratori in erba attraverso i meandri della sperimentazione, garrirete come bandiere al vento barcamenandovi fra ritmi e stili diversi, cercando di capire quanti e quali siano stati inseriti dall'autore del disco. Soprattutto comprate questo album se amate la musica come Steve Vai stesso la ama, se riuscite sempre a carpire la vera essenza di quel "mondo dietro al mondo" che si cela dentro la mente di un musicista di prim'ordine, e se soprattutto ogni volta che ascoltate una canzone, la vostra mente viaggia come impazzita. 

1) The Story Of Light
2) Velorum
3) John The Revelator
4) Book Of Seven Seals
5) Creamiscle Sunset
6) Gravity Storm
7) Mullach A'Tsi
8) The Moon And I
9) Weeping China Doll
10) Racing The World
11) No More Amsterdam
12) Electric Raindrops
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