STEVE VAI

Real Illusions: Reflections

2005 - Epic

A CURA DI
LORENZO MORTAI & MAREK
23/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Di Steve Vai ormai ne abbiamo parlato a lungo, soprattutto nelle altre recensioni che abbiamo affrontato riguardanti la sua discografia (e che ovviamente vi invitiamo a leggere). Innovatore e sperimentatore, il nostro axeman capelluto negli anni ha saputo costantemente rinnovarsi, e portare il proprio sound a livelli maggiormente alti ad ogni nuova release. Partito come chitarrista di quello che possiamo considerare come uno dei più grandi sperimentatori di tutti i tempi, Frank Zappa, e poi passato per varie band nel corso della carriera, Vai ha saputo cogliere l'essenza intrinseca da ogni progetto in cui si è infilato o nel quale ha dato il proprio contributo. Ne ha estrapolato il succo più intenso e lo ha riversato nella propria musica; maestro del legato e fan della barra del tremolo, ogni suo album è una corsa contro il tempo, un enorme calderone in cui immergere braccia, faccia e gambe, e bere a piene mani dalla genialità di questo artista. Abbiamo anche parlato più volte di quanto recensire un disco completamente strumentale, sia un compito che non auguriamo neanche al nostro peggior nemico sulla terra. L'assenza di liriche o di una voce che accompagna il nostro ascolto, potrebbe destabilizzare anche il più granitico dei recensori, che si trova quasi spaesato nel mondo dello strumentale. A meno che non si sia addetti ai lavori infatti, carpire ogni sfumatura di un album la cui componente maggiore è la chitarra, risulta un compito assai ostico, che va affrontato con caparbietà e senso di appartenenza a quel che stiamo ascoltando. Nel caso di Steve Vai in particolare, se avete letto gli altri articoli che lo riguardano, abbiamo cercato di spiegare ogni singolo tassello del suo essere musicista. La sua straordinaria capacità di mettere insieme stili ed influenze apparentemente fuori luogo o contesto, magari mischiarle con ritmiche orientali o arabeggianti, mettere in collimazione partiture provenienti dal passato, con dinamiche nettamente più vicine a noi, ed alcune volte anche rivolte al futuro. Soprattutto, grande capacità di questo artista è quella di saper far letteralmente parlare il proprio strumento; mentre ascoltiamo i suoni che le canzoni trasmettono, si ha la netta impressione che la sei corde diventi al contempo strumento e cantante, pianga, rida e scherzi assieme a noi. Produce ritmi emozionali e carichi di sentimenti contrastanti, note che sgorgano passione ad ogni angolo, remoti pianeti da esplorare col fare di un cosmonauta coraggioso, persi negli abissi siderali che la musica di Steve riesce a portare. Non dimentichiamoci poi delle innumerevoli collaborazioni durante la sua carriera (fra cui spiccano gli enormi concerti dei G3, messi in piedi dall'amico e collega Joe Satriani, altro maestro indiscusso della chitarra moderna). L'abbiamo detto e lo ribadiamo senza troppi problemi, ci troviamo di fronte ad un vero chimico del suono, una sorta di scienziato pazzo che mischia provette, mai a caso, dando vita ad ibridi senza precedenti. La storia che racconteremo oggi necessita di una piccola premessa. Siamo nel 1999, ed il nostro axeman da vita al suo quinto album in studio, The Ultra Zone. Un album particolare sotto molti aspetti, spaccato in due dalla presenza di una metà strumentale e l'altra completamente cantata (esattamente come era successo nel disco precedente, Fire Garden). Da questo momento in poi, il nostro capellone si lascia alle spalle i full lenght per dedicarsi ad altri progetti; partecipa ad esempio ad album come Inferno dei Motorhead nel 2004, Rockin' In The Free World dei G3 (un enorme live album), ma anche Birdland degli Yarbirds e Compression del maestro di spesse corde Billy Sheehan. Fino ad arrivare al 2005, quando è il momento di tornare in studio, basta collaborazioni, basta live e compilation, adesso è il momento di mettersi nuovamente a comporre. Le idee sgorgano come un fiume in piena, i movimenti delle note si scrivono quasi da soli, e di fatto Steve Vai da, con l'album che ci apprestiamo a recensire fra poco, il via ad una trilogia epica, che culminerà quest'anno con il rilascio di Modern Primitive. Oggi invece, dopo aver anche recensito il capitolo centrale, l'epico The Story Of Light, ci concentreremo sul primo blocco, colui che ha dato il via al tutto, alla cosiddetta trilogia "Real Illusion", e che risponde al nome di Real Illusions: Reflections. L'album viene rilasciato ufficialmente il 22 febbraio del 2005 dalla Epic, etichetta abbastanza importante che negli anni ha visto fra le sue fila artisti come gli ABBA, i Judas Priest o i Motorhead stessi. Il font utilizzato per la copertina è molto simile a quello che, anni dopo, troveremo in Story Of Light. Abbiamo un disegno orientaleggiante, tratti morbidi e nettamente espressivi; sulla copertina si staglia una figura femminile, dal volto morbido e pieno di curve, gli occhi che guardano di lato, quasi a scrutare un orizzonte che non c'è. Tutto intorno fiori ed i toni dell'azzurro cielo che coprono altrettanti intrecci di rami e fili di foglie bianche, come catene invisibili che si allacciano al viso della donna. Al di sotto del volto troviamo il classico logo di Vai, ormai utilizzato in ogni release, e poco al di sotto il nome dell'album, scritto in un corsivo quasi scolastico, linee mai troppo dure, ma un tratto continuo e curvilineo, di colore rosso. Se giriamo il jewelcase invece, sul retro, oltre alla title track, troviamo una figura maschile (ispirata ad altrettanti metallari o rockers che vediamo in giro). Capelli lunghi, pizzetto e occhi vacui che scrutano anche essi l'orizzonte come la donna sul fronte dell'artwork. Un disegno quasi da graphic novel, che cattura l'attenzione dell'osservatore non tanto per la forza dell'immagine, quanto per il senso di rilassatezza che riesce a trasmettere se lo si sta guardando. Cercheremo dunque di riflettere su quale sia questa reale illusione, tuffando le mani nell'acqua di questi undici slot di sperimentazione sonora, accompagnati per mano dal nostro Vai che ci farà da guida per tutto il percorso.

Building The Church

Compito di aprire le danze è affidato a Building The Church (Costruendo La Chiesa); brano che inizia in maniera decisamente spaziale, con l'utilizzo di un lungo tapping dal sapore alieno, progressivo e continuo, a  cui poi vanno a legarsi pennate più incisive e dure. Per questo brano, ad eccezione della parte iniziale, Vai non usa tecniche particolari, neanche il suo amato legato, in compenso però si prodiga nell'uso di svariati effetti, dal wah wah al compressore, passando anche (come vedremo in seguito) ad una granitica distorsione. Le pennate ed il tapping creano un bellissimo dualismo fra durezza e tecnica senza compromessi, fra la pomposità tamarra che ricorda quasi gli anni '80, e l'energia rocciosa del Rock più frenetico. Le pennate iniziano anche a coadiuvarsi della batteria, finché un ricamo arabeggiante e continuo non fa il suo ingresso sulla scena. Steve tira i capelli della propria chitarra, distorsione al massimo e le sue mani scivolano veloci sul manico, le pennate alternate si fanno man mano più setose, mentre di sottofondo le pelli continuano a venir deflorate dalle sapienti mani del batterista. Il sapore che ci lascia sulla punta della lingua, considerando le varie stratificazioni che sentiamo, è quello di una enorme dicotomia fra aggressivo e morbido, bianco e nero che si fondono assieme. Vai decide infatti di sovrapporre le due parti, le pennate col loro carico di energia maligna, ed il tapping che sfocia in un corroborante assolo nella parte più bassa, dando vita ad una chimera da inseguire a più non posso. Sentiamo i muri e le fondamenta della chiesa che da il titolo al brano prendere forma; incisivo cambio di tempo poco prima dei due minuti, in cui le spire della sei corde si annodano alle mani di Vai, e dopo un piccolo stop and go, il ritmo prende un sapore nuovamente spaziale, un pad di batteria di sottofondo dona corpo e ritmo al tutto, mentre le mani del nostro axeman ormai sembrano muoversi da sole. Proseguendo i ritmi si fanno via via più attorcigliati, il tapping riprende forza mentre le pennate granitiche sopra non accennano a volerci abbandonare. Sentore che viene spazzato via quando sorpassiamo i due minuti ed un altro immenso assolo viene a batterci sulla spalla; tecnica sopraffina e spazzolate uniche sono il mix vincente, mentre sopra continuiamo a sentire il roccioso refrain della chitarra ritmica. Tutto sembra tacere finché un bridge apre le porte ad un altro assolo dal sapore metallico e pieno di forza; il saliscendi continuo e la distorsione fanno si che tutto questo risulti essere appetibile al primo ascolto. Terminato il solo torna nuovamente il tapping alieno dell'inizio, che prende       quasi la forma di una tastiera, tanto le note sono veloci. Silenzio nuovamente ed il solo che avevamo sentito prima viene ripreso al volo, stavolta tirato in maniera più dolce, sentori quasi Blues ci accompagnano al blocco finale. Pennate aggressive dipingono ricami bui sullo sfondo, mentre il compressore della chitarra ed il wah wah la fanno da padrone; meraviglioso l'alternato che si sente sul finale, in cui le pennate che avevano aperto il tapping ad inizio ascolto, finalmente mutano e ci danno un'altra sferzata di energia dritta sulla schiena, facendola sanguinare. Scudisciate musicali a più non posso fino alla dissolvenza che arriva dopo altrettanti secondi, in cui Vai decide di propinarci un piccolo affresco dai toni arabeggianti e siderali, e che man mano se ne va sempre più fino al silenzio totale. Ascoltando il brano si ha l'impressione di veder crescere qualcosa, che sia la chiesa del titolo o un albero, man mano che i secondi scorrono, la musica fa si che i nostri occhi immaginino qualcosa che diventa sempre più grande e poi appassisca di botto sul finale. Se lo rapportiamo alla chiesa che da il titolo alla canzone, l'inizio in tapping seguito dalle pennate così aggressive può essere interpretato come la getta delle fondamenta, mentre la progressione successiva sono i muri che vengono tirati su, ed al finale invece abbiamo la posa del campanile sulla cima, guardando sempre più al cielo, più vicini alla sovrastruttura del divino. Brano che da il meglio di sé ascoltato a volume giusto, in cuffia ed a occhi chiusi, mondi lontani aspettano l'ascoltatore che ci poggerà l'orecchio sopra.

Diyng For Your Love

A ruota troviamo Diyng For Your Love (Morendo Per il Tuo Amore); il secondo slot di questo album viene aperto da un ritmo cadenzato ed essenzialmente noise nella sua resa, refrain cattivo e pieno di distorsione continua ad avvolgere le sue spire attorno al nostro collo. E poi improvvisamente, sorpresa delle sorprese, entra anche una calda voce maschile a farci da contorno in questo morbido ascolto di chitarra; le parole recitate acquistano il sapore del sentimento più puro e crudo, senza troppi ricami o orpelli sopra, abbiamo soltanto il riff di sottofondo e la voce stratificata al di sopra, in un equilibrio perenne. I ritmi si fanno ottantiani quasi, saliscendi conditi da colpi di batteria scandiscono il tempo, piccoli accenni di tastiera fanno si che le ritmiche prendano il via in modo spaziale e ci trasportino in mondi lontani. La voce continua a traghettare il nostro ascolto fino al blocco centrale, eppure sentiamo che l'intera suite sta semplicemente incalzando, ed infatti è proprio così; alla ripetizione del titolo Steve fa partire dalle sue mani un alieno assolo distorto e tiratissimo. Inframezza esso con la voce stessa (voce che è di Steve Vai), un dualismo che risulta duro e morbido al tempo stesso; le ritmiche continuano la loro lenta corsa, e mentre le si ascolta si ha proprio l'impressione del sentimento che le permea. Se si presta attenzione al titolo infatti, e lo si rapporta a ciò che viene detto nel testo, il nostro protagonista sta letteralmente bruciando, bruciando per un sentimento che i poeti non sono mai riusciti a spiegare fino in fondo. L'amore, capire cosa è risulta la cosa più difficile della vita, anche perché ci sono svariati ed innumerevoli modi di amare qualcuno o qualcosa; in questo caso si parla del sentimento più nudo e crudo, quello che ti divampa nel petto e non ti fa vedere altro viso al mondo se non il suo. Giri per le vie della città ed ogni singolo dettaglio ti ricorda lei o lui, ogni momento, ogni angolo ed ogni rifrazione del mondo si collega in qualche modo alla persona che ti spacca il cuore in due. E ti senti letteralmente morire quando ci pensi, senti la tua anima che si divide in due parti, tagliata di netto dal calore di questo sentimento così forte, che se fatto fruttare nel modo giusto, è in grado di spostare le montagne. Il connubio fra voce e ritmica prosegue incessante, sempre nel segno della morbidezza, che ormai è il tratto distintivo di questo secondo slot; nei due minuti che seguono, il sentore generale del pezzo continua praticamente sulla stessa linea, un crescendo continuo, con la ripetizione ossessiva del titolo da parte del cantante, che sfocia poi grazie ad alcuni ritmi azzeccati in un altro assolo. Stavolta leggermente più aggressivo del precedente, le corde vengono strappate quasi dalla loro sede, la distorsione è al massimo, il controtempo regna sovrano. Momento di silenzio e torna la voce a farci compagnia, parole dure che vengono disciolte da alcuni effetti al microfono, mentre dietro il silenzio; poi l'ugola viene innalzata ripetendo nuovamente il titolo, scandendone ogni singola parola, ogni virgola che lo compone. E dopo il crescendo, un coro maschile coadiuvato da alcune ritmiche anni '80 ci fa da traghetto per gli ultimi secondi; ci aspetteremo un corroborante assolo finale, ed invece alcune pennate in dissolvenza si portano via la traccia. Brano molto particolare questo, atmosferistico e pieno di sentimenti contrastanti; da una parte abbiamo l'ardente desiderio del protagonista, che continua incessantemente a ripetere "sto morendo per il tuo amore", mentre dall'altra abbiamo l'incessante presenza della sei corde, che si ritaglia comunque ogni momento necessario per mettere in bella mostra le proprie tecniche e le proprie avvisaglie di genialità. Brano che in sede live sicuramente ha molto meno "tiro" che qui su disco, e ne consiglio vivamente l'ascolto proprio in stanza, cuffie in testa e traghettati dalla musica stessa, magari con le luci spente. È comunque un brano dal tiro sperimentale; la presenza di archi, tastiere e ritmi che sembrano provenire da un altro mondo, fanno si che la suite col suo continuo crescere e decrescere, spazi dal Rock alla Space Music, fino alla sperimentazione più lisergica e strana.

Glorious

Di ben altro avviso ed inizio è invece Glorious (Glorioso), le cui plettrate iniziali fanno sperare in una folle e malefica corsa contro il tempo. Il ritmo viene scandito dalla sei corde con alcune pennate alternate, rocciose e piene di sete energica. Il ritmo incalza finché un controtempo aggressivo seguito da alcune distorsioni non fa esplodere il brano letteralmente nelle nostre orecchie; il sentore che si ha è proprio di una bella corsa su una autostrada, a bordo di una lucente macchina dagli scarichi cromati e dalle fiamme sul cofano. Pedale sul gas e via, la strada è tutta nostra; Steve condisce il suo distorsore con alcuni effetti al pedale, donandogli comunque quel sapore spaziale che ormai permea quasi tutte le canzoni ascoltate fino a questo momento. Pur mancando il testo, la sensazione di gioia ed energia che si prova ascoltando le ritmiche è qualcosa di unico nel suo genere, soprattutto risalta l'enorme pulizia ed il lavoro effettuato in post-produzione. Riusciamo a carpire ogni singola nota che il nostro capellone Vai ha voluto mettere nei suoi pezzi, il missaggio è pressoché perfetto, le sfumature si colgono dalla prima all'ultima, senza tralasciare assolutamente niente. Proseguendo con i secondi, ci imbattiamo, dopo aver lasciato ancora spazio alle ritmiche siderali, ad un andante cadenzato, in cui la sei corde letteralmente parla al nostro orecchio. È un crescendo bello e buono, una ritmica in salita e noi scalatori stiamo andando sempre più in alto; sentori di campanelli aprono al primo assolo, ricolmo di setosa cattiveria. Dal sapore Rock più che Heavy Metal, la canzone prosegue imperterrita la sua corsa grazie anche al wah wah che incessante ci martella il cranio ad ogni nuovo secondo che passa. La chitarra canta, suona e balla per noi, Vai la fa diventare un letterale prolungamento di sé stesso, e poi alza nuovamente il tiro, pur rimanendo sulla stessa ritmica, per donare quel sentore ancor più epico alla suite. Azzeccato e cronometrico stop and go sulla metà esatta  del brano, cui fa seguito uno scambio incessante fra chitarra e batteria; precisi colpi alle pelli rispondo alle pennate di Steve, che toglie la distorsione e preferisce andarci giù pesante col solo plettro fra le dita, agendo sui pick up del proprio ligneo strumento. Suoni altrettanto provenienti da un altro mondo accompagnano l'annodamento successivo, il manico viene percorso a più non posso, le spire diventano a maglie sempre più fini, finché tutto d'un tratto nuovamente torna la ritmica principe, ma stavolta velocizzata al massimo. Atmosfera da tastiera Space Rock fa da inframezzo fra la parte appena ascoltata ed un'altra cavalcata della sei corde, nettamente più gloriosa della prima, per citare il titolo. Il crescendo deflagra, in attesa che noi ascoltatori ci poniamo sotto questa cascata di note che Vai vuole scagliarci addosso. Ed in effetti gli ultimi secondi di pezzo sono occupati proprio da una serie di virtuosismi senza precedenti, che vanno ad affondare le mani tanto nel Rock classico, con qualche sfocio sul Metal andante, senza mai risultare eccessivamente aggressivo però, mantenendo la classe innata che contraddistingue questo axeman. I secondi scorrono senza tregua, ed il pezzo ormai è giunto quasi alla sua conclusione; ma prima di lasciarci andare del tutto Steve decide di regalarci un ultimo momento corale spingendo per l'ultima volta il piede sull'acceleratore e facendo alzare l'asta del contagiri fino al massimo delle sue potenzialità. L'esplosione arriva diretta al nostro cervello, la macchina corre senza sosta, rullate delle pelli si accompagnano nuovamente al wah wah che imperterrito torna a fare la sua comparsa sulla scena per gli ultimi scatti di musica prima della dissolvenza finale. Un pezzo che sembra scritto appositamente per essere suonato in versione live; la sua sete di energia è inarrestabile, non c'è mai un momento di stanca in questo slot, e quando abbiamo semplicemente l'impressione che sia finita, è l'ennesimo stop che ci trasporta al blocco successivo. Sentendola e parafrasando il titolo stesso, si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad una dichiarazione d'amore verso una scoperta sensazionale. Avete ricordi di quando magari siete arrivati in un luogo che aspettavate di visitare da tempo, ed il sentore che ha arso nel vostro petto era quello di "finalmente riesco a poggiarvi lo sguardo". Ebbene, in questo brano si ha la netta sensazione di una scoperta, magari un monumento o una città perduta, ed il buon Steve intona la sua nenia energica per questo mistico luogo, pieno di gloria antica e moderna, pieno di ricordi e di certezze del tempo che fu. Canzone che non può non farti muovere le mani a tempo con il nostro chitarrista, ed è assolutamente impossibile stare fermi mentre la si ascolta.

K'm-Pee-Du-Wee

Slot successivo è occupato dalla canzone col titolo più strano di tutto il jewelcase, parliamo di K'm-Pee-Du-Wee; nominata come una delle canzoni più belle di tutto il disco (la cui pronuncia corretta è Kum Pee Doo Wee, per chi volesse saperlo), viene aperta da un melanconico riff carico di passione, lemme e costante. Ben presto le pennate si alternano ai piatti della batteria, fino a produrre una ritmica cadenzata che quasi sfocia nella Fusion andante, tanto è il tempo dispari che viene tirato fuori. Dai sentori quasi Blues e Rock classico, il main riff tira la propria corda mentre dolci pad di tastiera in sottofondo fanno da accompagnamento, senza dimenticare il basso, che fino ad ora non avevamo ancora nominato, ma che in questo album è suonato da una vera leggenda vivente, il buon Billy Sheehan (componente dei Mr.Big assieme all'amico e collega Paul Gilbert). Le spesse corde non si sentono così alte come ci aspetteremo dalla consueta tecnica sopraffina di Billy, ma è semplicemente per lasciare il giusto spazio alla sei corde ed alla sua sete di potere, visto che l'album intero è una enorme dichiarazione d'amore a questo strumento. Il riff continua la sua distorsione alternando effetti al pedale con un saliscendi continuo ed incessante; ritmi quasi tribali fanno da sfondo alle sapienti mani di Steve, che si muovono con fare da maestro sullo strumento, e la consueta pulizia di suono ce lo fa apprezzare appieno in ogni sua forma. Il sentore che si ha è quello che la sei corde stia letteralmente versando lacrime per noi, pianga mentre ci sta facendo ascoltare il proprio suono. Momento di corale silenzio e poi la chitarra stessa viene lasciata nuovamente in solitaria a parlare col pubblico, ce la immaginiamo illuminata da un unico cono di luce, bianco e tondo, che si riflette sulle corde e sulle mani di Vai stesso, mentre le dita sciolgono lo strumento fra le mani. Questo momento, se è stato marchiato come uno dei quattro slot migliori del disco, ha tutte le carte in regola per esserlo. Al di là del titolo strano infatti, la sensazione che proviamo ascoltandola è quella di un enorme pacco di emozioni che cozzano fra loro; c'è gioia, mestizia e melanconia, ma anche una piccola dose di rabbia, data da alcune ritmiche nettamente più incisive di altre. Un vero momento intimista col proprio strumento che Vai si ritaglia quasi alla metà esatta dell'album, proponendoci un corale accompagnamento solista con la sua amata metà. Nuovamente silenzio e poi alcune elettrificate pennate ci trasportano al blocco finale, in cui constatiamo che le ritmiche prendono corpo e diventano leggermente più rabbiose. La distorsione viene alzata di qualche grado ed il brano parte, seppur con passo militare, per poi arrivare alla fine; il sentimento continua la sua corsa contro il tempo, vaghi ricordi di un Blues anni '30 scorrono nelle nostre vene e nelle pieghe del nostro cervello, prima che un tapping non troppo forzato vada a chiudere il tutto lasciandoci un ottimo sapore in bocca. Un brano davvero strano questo, che sembra quasi la sezione centrale di un pezzo più lungo; attenzione, badate bene, non stiamo dicendo che sia brutto, l'esatto opposto, ma si ha la netta sensazione che sia il tassello di una canzone ben più articolata. In realtà ascoltando il disco tutto d'un fiato, questa impressione l'abbiamo di continuo; ogni slot quando finisce non fa altro che risultare un bridge per il brano successivo e così via fino al finale vero e proprio. In questo caso abbiamo un enorme coro alla chitarra, solista e lasciata libera di esprimersi come meglio crede, sperimentazione ed improvvisazione pura, niente altro. Un brano che in sede live da sicuramente il meglio di sé, forse ancor più che il pezzo precedente, semplicemente perché un momento così personale col proprio strumento merita di essere visto dal vivo senza alcun dubbio. Si ha la netta sensazione che Steve e la sua sei corde abbiano un vero e proprio dialogo mentre le note scorrono incessanti, ed è un ascolto che fa davvero piacere fare, si sente soprattutto la grande sperimentazione che questo talentuoso artista mette in ogni angolo dei suoi lavori. È un enorme calderone di Blues, Fusion, Rock e musica delle sfere, una chimera da inseguire senza mai riuscire ad afferrarla veramente; l'unica cosa che dispiace è non riuscire a dare una corretta interpretazione al titolo, sembra quasi un gioco di parole o uno scioglilingua (ed in effetti potrebbe anche esserlo ) che però non ha alcuna attinenza con la musica, o forse ne è solo la trasposizione a parole (del ritmo principe di tutto il brano, per intenderci).

Firewall

Proseguendo in ordine troviamo invece Firewall (Muro di Fuoco), in modo davvero strano viene aperto da una sorta di talk box improvvisato dalla voce, come nelle improvvisazioni hip hop. La voce campionata prosegue finché la chitarra non inizia la propria corsa, inframezzata dalle spesse corde del basso, che non è mai andato via del tutto. Il ritmo che ne segue è dai sentori quasi Funky, anni '70 e Disco al tempo stesso, pur conservando la vena Rock che contraddistingue Steve. Anche qui abbiamo la presenza della voce, che inizia un cantato ritmico e quasi in rima, dal sapore Rap e moderno al tempo stesso. La sei corde però certo non si fa attendere, e la sua corsa continua incessante finché le spire non vengono avvolte sul serio attorno al manico; il ritmo da Disco Inferno prosegue incessante, sezioni di fiati vengono alternate alla chitarra stessa donandogli un sapore da black music incessante e pieno di energia. Si scava a piene mani tanto nella sezione di vita passata da Steve con Zappa (che non era certo nuovo a certe ritmiche, basti pensare a brani come Muffin Man o Don' Eat Yellow Snow), ma anche in gruppi che sicuramente il nostro capellone conosce davvero bene, come Chic, Earth Wind & Fire o Kool and The Gang. La ritmica di base è trascinante, ti costringe quasi a ballare con lei, e quegli inserimenti di fiati ed archi altro non fanno che aumentare l'hype di ascolto fino all'inverosimile, senza alcuna interruzione o pausa, soltanto noi e la musica. La voce prosegue col suo cantato ritmato e pieno di sentimento, ritmi dispari si alternano alle trombe ed alla sei corde stessa, che adesso decide di dare alcune pennate nettamente più aggressive. A tutto questo fa capolino un enorme assolo dal sapore Rock fino nel midollo, alternato sempre ai momenti soul e Disco che ormai fanno parte del DNA di questo brano. La voce ci accompagna alla seconda parte delle pennate, rocciose ed incisive a più non posso. Qui, data la musica di sottofondo, la presenza della voce alza ancor di più il tiro; bellissimo lo stop and go fra le sezioni di sottofondo e la sei corde stessa, momenti che rimarranno nella storia della musica. Steve tira fuori al blocco finale un altro assolo da antologia, mentre dietro l'ugola continua a cantare; il solo che sfocia in tapping e saliscendi ha il sapore della musica nera e del Rock più energico. Torna ai tre minuti invece il talk box che ci aveva aperto il brano stesso con la sua energia così particolare, e crea uno stacco quasi netto con tutto il resto, spezzando il brano in due e dandoci l'impressione di ascoltare più canzoni stratificate insieme. Ultimo minuto di ascolto prima della dissolvenza è occupato dalla talk box e poi dall'ingresso nuovamente della voce; altro blocco Disco e Black Music mentre Vai di sottofondo dona il sentore rockeggiante che serve per l'ultima parte della canzone. La suite implode nelle nostre orecchie, i piedi ormai si muovono da soli, mentre cori e fiati ci spaccano i timpani in due. Un vero e proprio muro di fiamme che arde nel petto di chi canta, ma anche di noi che stiamo ascoltando, una vampa incendiaria che ci ustiona le dita e la mente, e che ci fa sentire liberi. Brano che, forse più di tutti gli altri ascoltati finora, è stato espressamente progettato per comparire su un palcoscenico; la sensazione che da è quella di una libertà senza precedenti, un sentimento di rivalsa e di gioia che si staglia sulle orecchie e sul cuore di chi vi appoggia l'orecchio. Il muro di fuoco del titolo è dato dalle diverse composizioni che si stratificano l'una con l'altra: abbiamo la Black Music col suo ritmico carico di energia, abbiamo il Rock con la sua granitica sete di pennate alternate ed incisive, abbiamo il Blues, la madre di tutte le musiche alternative ed il suo melanconico sentimento intrinseco, e poi abbiamo qualche piccola virata anche al Gospel ed alla R'n B, date soprattutto dalla presenza di strumenti orchestrali come la tromba, e dai cori femminili che si alternano alla voce principale. Voce che peraltro scopriamo essere di Steve stesso (mentre in altri album aveva chiesto la presenza di guest stars); ogni tanto al nostro capellone piace improvvisare anche con la sua ugola, fondendola con la sei corde che tiene fra le dita e donando un sapore ancor più particolare al brano stesso. Pezzo sicuramente memorabile, performance canora fra le migliori della sua carriera, ed un brano che non verrà dimenticato tanto facilmente negli anni a venire.

Freak Show Excess

Proseguiamo dunque con Freak Show Excess, sesta traccia, aperta da uno strano effetto sonoro: sembra quasi di udire un didgeridoo (strumento tipico aborigeno) in qualche modo effettato grazie all'utilizzo del talk box, famoso apparecchio grazie al quale un musicista può modificare il suono di uno strumento musicale attraverso la propria bocca. Espediente molto più utilizzato in ambito chitarristico, campo nel quale ha trovato diverse fortunate applicazioni; tornando comunque al pezzo che stiamo ascoltando, notiamo come il suono di questo simil-didgeridoo venga presto soppiantato da una tempesta di note orientaleggianti, le quali vanno leste a ricamare una melodia dal sapore a metà fra l'indiano ed il nipponico. Il ritmo comincia a divenire incalzante grazie a rapidi ed accattivanti giri di rototom, finché la chitarra di Steve subentra perentoria, rubando la scena ed iniziando a declamare tutta una serie di veloci note. Notiamo come il subentro dell'elettrica (meravigliosamente coadiuvata da una tastiera perfettamente a suo agio nel ruolo di tappeto sonoro) faccia si che il tutto si sposti verso un altro tipo di "etnia". I tratti orientaleggianti si fanno molto più contenuti, per fare in modo che Vai possa quindi cimentarsi in rapide melodie ispirate alla tipica musica "da nozze" Bulgara. Ispirazione da lui stesso confermata, fra l'altro. Uno dei tratti maggiormente "Zappiani" della sua personalità, dopo tutto, sta nel riuscire ad incorporare nella sua proposta quante più suggestioni possibili, riuscendo a prendere un po' praticamente dappertutto. I virtuosismi del nostro connazionale si fanno dunque ricchi e variegati, come rapide saette le frasi di Vai compaiono e scompaiono, rincorrendosi rapide e sempre giovando di effetti elettronici ben calibrati; alcune volte sembra quasi di udire tintinnanti note di vibrafono e xilofono, poste a sostegno di un ensemble accattivante e dall'andamento frenetico, instancabile. Tutto un mix di parentesi e frangenti, ora tendenti verso una "rockizzazione" di stilemi etnici ora tendenti verso il Metal più classico, sino ad arrivare al minuto 2:03, momento in cui giunge fine ed elegante un mood neoclassicheggiante. Note squillanti unite fra di loro in un lungo susseguirsi che non ci lascia sosta, scampo, attimi di respiro nemmeno brevi. Velocità infranta momentaneamente da uno scampanellio, il quale non fa altro che "stoppare" tutto per un nanosecondo; si riprende alla grande, almeno fin quando non arriva il momento di cedere il passo ad un riffing work molto più Hard n' Heavy, verso il minuto 2:49. La tempesta di suoni orientali-est europei è così soppiantata da un bel virtuosismo vecchia scuola, nel quale Steve Vai può mostrare appieno la sua attitudine "metallara" venendo sempre sorretto da una ritmica incalzante e particolare, assai cadenzata. Un assolo che si protrae per diverso tempo, riandando a recuperare velleità neoclassic verso il quarto minuto. Da lì in poi, una cavalcata molto vicine, per stile, ad un altro grande virtuoso, ovvero Yngwie Malmsteen. La vera sorpresa è tuttavia dietro l'angolo, ed arriva esattamente al minuto 4:44. Un suono di chitarra rimandante ai sitar indiani irrompe infatti sulla scena, ricatapultandoci nell'estremo oriente, mostrandoci di nuovo il lato più etnico ed eclettico di Vai. Le tastiere emettono suoni cristallini in sottofondo, fin quando non è l'elettrica a tornare trionfante, emettendo la "solita" scarica di note a mo' di gentile mitragliata. Come tante frecce scagliate all'unisono, le plettrate di Steve donano la vita all'assolo che di fatto chiude il brano, presentandoci tutta l'abilità che il Nostro dimostra di avere in ambito di velocità d'esecuzione e virtuosismo in generale. Tutto sembrerebbe finito.. ed invece no! C'è spazio per un ultimo giro di "sitar", un ultimo pazzo guizzo che di fatto conclude un brano avvincente; per certi tratti, addirittura avventuroso.

Lotus Feet

Senza sosta alcuna si giunge a Lotus Feet (Piedi di Loto), brano eseguito da una formazione di tutto rispetto. Troviamo infatti nientemeno che Bryan Beller (famoso per aver collaborato con artisti come Satriani, James LaBrie dei Dream Theatre, i The Aristocrats e molti altri ancora) al basso e Chris Opperman (arrangiatore "orchestrale" dei brani di Vai) al pianoforte, più l'intero ensemble della "Metropole Orkest", un'orchestra olandese, diretta dal Maestro Dick Bakker. Si inizia quindi in maniera eterea, angelica: la traccia viene infatti aperta da una dolce quanto delicata chitarra acustica, la quale ha quindi modo di stagliarsi sulle note emesse da un paradisiaco ensemble di fiati e cordofoni. Campane tubolari di quando in quando, finché un malinconico pianoforte non sopraggiunge, con le sue note, a far da degno comprimario alla chitarra di Vai. Note avvolgenti e toccanti, fresche come un pomeriggio autunnale, le quali scorrono lente ed inesorabili, mostrando un carico di pathos incredibilmente elevato. Come se il nostro Vai si trovasse sulla cima del Monte Fuji, rimirando il panorama sottostante e dovendo dunque descriverlo in musica, le sue frasi giungono a dipingere ambienti extrasensoriali, extradimensionali: una pace pressoché infinita, una quiete serafica ma comunque percepibile, palpabile. Le note tutte vibrano di passione, sembra quasi di percepire la loro scia, durante i loro passaggi. Steve Vai, maestro d'emozioni, qui reso ancor più imperioso da un'orchestrazione davvero imponente, incredibilmente adatta ad un contesto che richiede a gran voce il guizzo / urlo definitivo, il quale può dunque avvenire solo con un tocco "classico". Un brano in cui l'estro matto ed arlecchinesco è dunque messo da parte in favore del calore e della passionalità, della freschezza e della gioia messa in musica. Sembra quasi di poterle vedere dinnanzi ai nostri occhi, le fronde variopinte di ciliegi in fiore, al massimo della loro bellezza. Minuto 2:24, dopo l'apice di un climax arriviamo ad un momento di "pausa", in cui è l'orchestra ad essere presente; finché Steve decide di fare nuovamente il suo ingresso, questa volta presentandoci un lavoro di chitarra lievemente più "intenso" che etereo. Vai preme leggermente e riesce così a donare la vita ad un frangente più orientato verso i mood tipici di una power ballad, riuscendo meravigliosamente nel suo intento. Tuttavia, di lì a poco, assistiamo alla definitiva trasformazione del pezzo: l'orchestra esplode e la sei corde torna a "soffrire", a "melodiare" in maniera Alfieriana. Un forte sentire, un "volli, fortissimamente volli" meravigliosamente espresso dalle vibrazioni paniche di un'orchestra praticamente perfetta, sul pezzo, esplosiva nel suo modo di porsi. Pur non accelerando ed anzi mantenendo un'andatura sempre molto pacata, Steve riesce comunque a "far male", colpendoci dritti al cuore con un dardo scagliato in maniera silenziosa e gentile. La chitarra tipicamente Rock, le sezioni di cordofoni e fiati.. il tutto dona la vita ad un vero e proprio ensemble dal flavour Rock Progressive, con quel tocco di gentile melodia che non può non ricordare, secondo alcuni frangenti, il nostrano Dodi Battaglia magari alle prese con brani come "Parsifal" od "Io e Te per altri giorni". Tensione emotiva che raggiunge la cima dopo una lunga sessione di tapping, sino a sfociare nel minuto 5:00, in cui tutto sembra calmarsi. Il brano può quindi rilassarsi, andando a recuperare tratti vagamente "nipponici" (anche grazie all'aiuto di campane tubolari di quando in quando udibili). Si arriva così al minuto 5:48. Udiamo un sottofondo frenetico, presto lasciato da parte per favorire l'ultimo virtuosismo melodico di uno Steve Vai che sembra mimare il volo del calabrone.. almeno, fin quando il tutto non si infrange in una vera e propria standing ovation. Un pubblico entusiasta, che applaude in maniera scrosciante, urlando di gioia.

Yai Yai

Brano numero otto, Yai Yai risulta essere la traccia più breve dell'intero disco, dall'alto dei suoi due minuti abbondanti di durata. Ad aprire il pezzo, un accattivante ritmo sostenuto da effetti elettronici, sul quale ben si staglia un talk box dall'andatura incalzante e dalla resa assai simpatica, ricordando alla lontana il verso di un ranocchio. Si prosegue in tal guisa praticamente per tutto il pezzo, il quale è praticamente basato su di un ritmo proposto in loop sul quale si "esibiscono" dunque tutta una serie di virtuosismi "vocali", diversi fra di loro, andando a ricamare una parentesi assai insolita, particolarissima, buffa quanto incredibilmente "pazza"; talmente matta, sa risultare incredibilmente efficace. Un pezzo che smorza notevolmente i toni di "Lotus Feet" ed ha dunque il grande pregio di farci prendere fiato. Il titolo della canzone, a questo punto, può dunque dirsi onomatopeico. I vari suoni emessi in talk box sembrano infatti ripetere di continuo la parola "Yai", simile al verso di un animale. Suoni che sembrano quasi provenire da una giungla infestata da bizzarre creature, le quali non fanno altro che emettere i loro richiami per metterci in guardia. Tuttavia, sarebbe impossibile rimanere impauriti dinnanzi a successioni "vocali" come quest'ultima. Un frangente allegro, particolar, estroso ed assai eccentrico. Un bel modo di spezzare questa seconda parte, assai intensa.

Midway Creatures

A riportare tutto su binari più "concreti" ci pensa la nona Midway Creatures (Creature a metà strada), introdotta da un riff effettato ma di chiara forgia Hard n' Heavy. Vaghe venature blueseggianti unite ad un mood tipico della musica più dura si fanno dunque largo lungo questi solchi, donando la vita ad un brano se vogliamo "oscuro", i cui effetti elettronici lo rendono quasi "psichedelico" per alcuni versi. Come se Steve volesse in qualche modo omaggiare i Black Sabbath più sperimentali e particolari (quelli di "Sabbath Bloody Sabbath", tanto per citare un titolo), riprendendone le ambientazioni ma rielaborandole a modo suo e solo suo. La pesantezza è quella tipica dei tempi che furono, eppure le melodie che di quando in quando squarciano la coltre oscura sono 100% Steve Vai. Il Nostro non manca, infatti, ocn il suo estro ed i suoi virtuosismi, a rendere il contesto meno pesante di quel che potrebbe essere, andando a pennellare di chiaro laddove altrimenti il risultato sarebbe di troppo "da incubo". Lo strascicarsi violento dei riff portanti viene dunque reso, al momento giusto, più leggero e leggiadro. Quando se ne presenta l'occasione, il chitarrista italo-americano sa sempre cosa fare, per rendere un brano assai più variegato e meno scontato di quanto sia effettivamente possibile. Arriviamo al minuto 2:20, una violenta valanga di note dona la vita ad un momento di grande tensione, finché Steve non riprende un'andatura più controllata, esibendosi in un variegato e melodico assolo, il quale va ad intrecciarsi meravigliosamente con il riff portante, a mo' di Ying con Yang, giusto per fare un paragone "visivo" di impatto. Giorno e notte che convivono pur scontrandosi: questo è il sunto di un momento che, di lì a poco, prende tutt'altra direzione sfociando in una parentesi rocciosa e granitica, pesante e rugginosa, quasi rombante. Tre minuti di potenza alternata a bagliori improvvisi, tre minuti di cieli plumbei sapientemente squarciati e resi affascinanti da improvvise scariche elettriche, le quali danzando sfolgoranti riescono a rendere il paesaggio meno minaccioso ma anzi, terribilmente affascinante.

I'm Your Secrets

Penultimo brano del lotto, I'm Your Secrets (Io sono i tuoi segreti) ci ripropone, in sede di percussioni, la presenza di Greg Bissonette e Jeremy Colson. Si inizia proprio con dei precisi colpi di timpano, i quali vanno a comporre un ritmo quasi etnico, tribale, il quale viene presto soppiantato dalla dolce melodia di un'ispiratissima acustica. Una chitarra dal vago sapore country, nonostante l'andatura delle percussioni risulti più vicina ad un qualcosa di asiatico che "americano". Sorprendentemente, l'ensemble viene quindi raggiunto dalla calda voce di Steve Vai, il quale si cala perfettamente in questo particolarissimo mood, sfoderando una prestazione vocale decisamente apprezzabile, se non perfetta. Intanto, ai timpani "tribalmente" percossi si aggiungono anche degli schiocchi simili a battiti di mani. Uno scomparto ritmico davvero di prim'ordine, accattivante e coinvolgente. Il quale, unito alla chitarra "country", rende il tutto estroso ed affascinante. La sensazione scaturita dall'ascolto di "I'm Your Secrets" è infatti quella di trovarsi dinnanzi ad un brano che dovrebbe essere dotato di una struttura precisa, ma proprio in virtù di questo rinuncia alla normale "prevedibilità" di una canzone "qualsiasi", sfoderando quindi un sound praticamente indecifrabile, difficile da inquadrare e da catalogare. E tutti ne sono consapevoli, quando una canzone di Steve Vai risulta NON essere, allora il successo è assicurato. Farsi cullare da questi ritmi, anche quando il Nostro si lancia in un piccolo assolo, è quanto di più particolare ed emozionante ci sia. Sembra proprio di ritrovarsi, privi di pensieri e preoccupazioni, attorno ad un falò, al calare del sole. Sconfinate praterie si spalancano dinnanzi ai nostri occhi, il crepuscolo dipinge di viola ed arancio le montagne assai distanti, una leggera brezza soffia sul nostro ranch, mentre siamo impegnati solamente a goderci questo bel momento. L'unica particolarità è riservata per il finale. Le note orientaleggianti tornano infatti a far capolino proprio nell'ultima manciata di secondi, quando un simil-sitar decide di rubare momentaneamente la scena, decontestualizzando i nostri pensieri, riportandoci al cospetto delle notti d'oriente, dal sapore speziato. Giungiamo alla fine di un ottimo brano, più semplice d'altri ma non per questo da trascurare; tutt'altro. Il breve testo presente non fa altro che elogiare l'occhio in quanto non semplice organo, ma in quanto vero e proprio specchio di verità, riflesso della nostra anima. Il protagonista, infatti, invita il suo interlocutore ad incrociare i rispettivi sguardi, ad osservarsi in maniera fissa e sincera. L'occhio non mente mai. Possiamo pronunciare bugie, ma verremo sempre traditi dal nostro sguardo. E' proprio negli occhi, secondo Steve, che si cela tutto quel che siamo. Segreti, essenza.. tutto è percepibile, scrutando le altrui pupille. Carpire determinati messaggi, comunque, non è un compito adatto a tutti. Solamente pochi eletti possono riuscirvi; persone dal cuore e dalla mente aperti, persone in grado di percepire la vera natura delle cose, del mondo. Persone come il protagonista delle liriche, il quale invita il suo comprimario ad aprirsi totalmente. A raccontargli le sue ansie, le sue paure, le sue angosce.. a confidargli qualsiasi segreto. Egli lo capirà e lo conforterà, lo farà sentire protetto e capace di schivare ogni dardo avvelenato che la sfortuna deciderà di lanciargli, da quel giorno in poi. In parole povere, un elogio alla vera amicizia od al vero amore. Un elogio ai rapporti sinceri e forti, basati sulla capacità di capirsi al volo, gli uni con gli altri. Del resto, quando si vuole veramente bene ad una persona, capiamo al volo il suo stato d'animo. Che ella sia triste o meno, riusciamo immediatamente a comprendere cosa le stia frullando per la testa. Basta uno sguardo, appunto.

Under It All

Si giunge quindi al gran finale, con l'arrivo di Under It All (Sotto tutto quanto), la traccia del disco che presenta più guest star in sede "backing vocals" in assoluto. Sarebbe davvero impossibile nominare per intero il lungo elenco di coristi. Basta unicamente citarne uno a caso, ovvero Fire Vai, esattamente figlio di Steve. Brano "dei record", "Under.." risulta esserlo anche per quel che riguarda la sua durata. La bellezza di otto minuti, un cronometraggio che ne fa quindi il pezzo più lungo dell'intero disco. Tornando al discorso più squisitamente musicale, notiamo come il brano venga aperto da una potente quanto mordace rullata di batteria, la quale lascia dunque spazio ad un riff che nuovamente si diverte a pescare a piene mani nell'ambito Hard n' Heavy, proprio com'era successo in "Midway Creatures". Stavolta, però, non abbiamo affatto andature oniriche, ossianiche, oscure e Sabbathiane. Tutt'altro, notiamo quanto un certo tipo di Heavy massiccio ed evocativo sia prepotentemente chiamato in causa. La chitarra di Steve ruggisce ed ammalia.. ma per un frangente brevissimo, tutto si ferma. Udiamo rumori di folla, di bambini che giocano; solo un espediente momentaneo, visto che l'ascia riprende di lì a poco a muoversi con la forza e l'eleganza di un Cobra reale. La melodia pesante e minacciosa emessa da Vai si tinge di pesantezza e pathos, andando a risultare particolarmente ispirata, benché tagliente come la lama di un rasoio. Un primo minuto che non sembra quindi dar sfoggio di chissà che estro, preferendo concentrarsi su di un bello sfoggio di tecnica e sulla "preparazione" di un tappeto - così chiamiamolo - emozionale che servirà quindi ad introdurre soluzioni più complesse ed elaborate. E' proprio al minuto 1:35 che tutto cambia definitivamente. Le chitarre divengono più ariose, pur mantenendo la pesantezza e la potenza sino ad ora espresse; un'ariosità donata dall'entrata in scena della voce di Steve, la quale risulta sia effettata che al naturale, capace con le sue linee di modulare il pezzo e di condurlo verso delle vere e proprie esplosioni di melodia e passionalità. Grande carico di pathos che disperde la fredda "affilatezza" del sound in favore di una melodia assai più accomodante. Subito dopo i primi versi cantati, il tutto sembra incanalarsi verso le soluzioni d'apertura.. ma come Steve ci ha insegnato, tutto è possibile nel suo pazzo mondo. Minuto 3:09, strusciata di "china bells" e tutto entra in una fase assolutamente leggera e scandita da suoni squillanti e cristallini. Frasi dunque meno rugginose e ruggenti, anzi più chiare e fresche, le quali ora si spalmano con leggiadria ora premono sul pedale, accelerando lievemente i tempi ma mai senza esagerare. Una splendida cavalcata onirica, un cielo appena annuvolato da forme sempre nuove, caleidoscopiche, le quali ci accompagnano dunque verso la metà dopo un improvviso "scatto in avanti". Dal minuto 4:35 è quindi il ritmo, a comandare. Un ritmo ancora una volta tribale, cerimoniale, sul quale si staglia tutto l'ensemble di voci corali del quale parlavamo in apertura di descrizione. Un insieme sovrapposto, che pronuncia in maniera veloce e subitanea tutto un insieme di frasi, rese incomprensibili. Ritorna brevemente la chitarra: abbiamo un bel combo di elettica ed acustica, con Steve che torna a cantare, di quando in quando "interrotto" e "disturbato" dal coro di voci concitate già udito. Sussurro di Vai al minuto 6:00, abbiamo quindi le voci chiamate in causa, che questa volta possono parlare a turno, prendendosi ognuna il suo spazio e comunicando ognuna un messaggio diverso. Tocchi d'arpa alternanti, donatici nientemeno che da Pia Vai, moglie del Nostro; e così si continua finché il tutto diviene nuovamente concitato, supportato da una potente melodia di tastiera, la quale innalza l'asticella del pathos e permette dunque un'esplosione finale, i cui cori così in pompa magna richiamano da vicinissimo i migliori momenti dei Queen, più quel pizzico di Uriah Heep post anni '70. E' quest'esplosione di melodia onirica, dunque, che ha il compito di chiudere il solito, brillante, spiazzante brano finale di un disco di Steve Vai. Un commiato d'eccezione, particolare, estroso, incredibile. Da applausi vivi e sincerissimi. Per quel che concerne l'apparato lirico, da quel poco che possiamo desumere ci troviamo dinnanzi ad un testo apparentemente confuso e visionario, il quale però ci porge un invito chiaro e semplice. Immaginiamoci dotati di un'enorme tela bianca, con in mano un pennello: or bene, abbiamo a disposizione una vasta gamma di colori, di tutti i tipi, con i quali poter creare sfumature infinite. Possiamo adoperare le tecniche che più ci aggradano, disegnare ciò che vogliamo.. a patto che su quella tela ci sia raffigurato ciò che siamo VERAMENTE. E per "veramente", manco a dirlo, non si intendono certo i soli lati positivi del nostro essere. Siamo obbligati a rappresentare tutto, dall'inizio alla fine. I nostri pregi, i nostri difetti, i nostri sogni, le nostre delusioni, quel che di buono abbiamo fatto nonché i peccati commessi. E' questo quindi il senso delle liriche. E' la voce di Steve ad invitarci a compiere questo passo, e come rispondendo alla sua domanda, tutte le voci udite lungo la track confessano una ciascuno tutto ciò che possono. Si inizia dai sogni fino ad arrivare alle colpe, passando per i segreti più inconfessabili. In questo modo abbiamo quindi un prospetto pressappoco esauriente della personalità di ognuno, carpendo al volo il senso d'ogni verso. Siamo quel che siamo, nel bene o nel male. La vita non è un bel sogno ma nemmeno un incubo: consiste semplicemente in un ballo che continua, e continua fra mille passi brevi. Su di un palco, quello della Terra, nel quale non v'è persona che non sia come noi. Siamo tutti uguali, tutti innocenti ed ugualmente colpevoli. Essere noi stessi è quello che importa. Imparare la differenza fra il bene ed il male tramite l'esperienza diretta. Vivendo, cadendo, sognando e disperandosi. Questo è quel che ci spetta, e capirlo significherà avere le spalle abbastanza robuste da sopportare il peso del domani.

Conclusioni

Giunti alla fine di questo splendido viaggio, al solito sarebbero innumerevoli le considerazioni da farsi. C'è poco da dire, un genio come Steve Vai non ha modo e maniera d'annoiare, neanche qualora volesse mettercisi di impegno, sfidando se stesso e cercando di porsi un freno. Del resto, stiamo parlando di uno degli sperimentatori più estrosi e folli della storia della chitarra elettrica. Un musicista che sfugge ad ogni controllo o logica, capace ora di ammaliare con melodie suadenti, ora di dilaniare a suon di riff potenti e roboanti. Ora orchestrando un tripudio di fiati e cordofoni, ora optando per velleità orientaleggianti. I dischi di Steve, possiamo dirlo senza timore di smentita, non sono semplici raccolte di canzoni. Tutt'altro. Essi assurgono, come nel caso di Real Illusions: Reflections a veri e propri audiolibri privi di parole o voci narranti. Dei libri fatti di note, da sfogliare e risfogliare. Libri capaci di cambiare la propria storia e trama a seconda di quello che, in fin dei conti, è il nostro stato d'animo in quel preciso momento. Dei veri e propri sogni dalla pelle mutevole, arcobalenata, variopinta. Come si potrebbe tastare e valutare con certezza, un simile potpourri di emozioni e sensazioni? Semplicemente, non si può. Non resta altro da fare che lasciare al cuore ed all'anima il compito di descrivere un tipo di musica della quale sarebbe altrimenti impossibile parlare in termini troppo tecnici. Intendiamoci, però: non che le tecniche / gli espedienti utilizzati da Steve in questo platter non abbiano un nome, né siano comunque esenti dalla possibilità di esser analizzati con piglio più musicologico e - perché no - scientifico. Tuttavia, una speculazione eccessivamente tecnica svilirebbe e non poco il concetto stesso di un disco come "Real Illusions..". Lo dice il titolo stesso, dopo tutto: illusioni reali. Cos'è, un'illusione? Un'immagine irreale, la proiezione del nostro animo, delle più recondite profondità del nostro cuore, della nostra vera essenza. Come poter descrivere in maniera troppo fredda ed asettica, dunque, un qualcosa che già di per sé si pone come sfuggente? E' chiaro che questi solchi vanno interiorizzati spalancando le porte della percezione, per dirla alla Jim Morrison. Privarci dei cinque sensi per attivare il nostro sesto, partendo alla ricerca del nostro Io, compiendo un vero e proprio excursus trascendentale ed onorico. Una volta attuata questa difficile operazione, ecco che ci accorgeremo della vera capacità di Steve Vai. Ovvero, quella di rendere reale l'irreale. Quella di farci vedere e percepire cose che, nel mondo di "tutti i giorni", praticamente non esistono. Viaggi musicali degni della miglior esperienza extracorporea, i quali risultano quindi inesplicabili "a parole". Un disegno "astratto", una canzone.. l'Arte nella sua forma più pura, la quale diviene mezzo per narrare l'altrimenti inenarrabile. "All'alta fantasia qui mancò possa", diceva il Sommo, chiudendo la "Divina Commedia". Ebbene, questo verso dantesco è perfetto per sottolineare ancora una volta lo splendido lavoro compiuto da Steve Vai. Un qualcosa che non si può spiegare, di fatto. Un qualcosa che va vissuto, per essere capito appieno. Un disco nel quale ci si deve immergere anima e corpo (soprattutto anima), lasciando da parte le distrazioni del mondo moderno, azzittendo per un momento tutte le sovrastrutture atte a frastornare il nostro io, imprigionato fra migliaia di input eccessivamente effimeri. Acquistate una copia di "Real Illusions..", dunque, e fatela vostra. Comprendete questo lavoro, capitelo, addentratevi lungo i suoi meandri. Scavate, immaginate, divertitevi, emozionatevi. Piangete, ridete, urlate.. fate in modo di imprimere, sulla tela di "Under It All", tutto quello che siete, tutto quello che le illusioni reali riescono a trasmettervi. Prendete questo lavoro come il vostro confidente, come lo specchio nel quale riflettervi. Un riflesso nel quale poter vedere tutto ciò che siete, eravate e sarete. Del resto, gli specchi non dicono mai le bugie.. e spesso, ci aiutano a tirar fuori quel che altrimenti vorremmo fosse nascosto per sempre. Un nascondere però figlio della sofferenza e dell'incapacità di lottare. Guardarsi in faccia è il primo passo per superare i propri ostacoli, le proprie paure ed incertezze. Ebbene, accompagnati da queste note, ne avrete la possibilità. Non gettate alle ortiche un'occasione più unica che rara, e fate quindi in modo di partire alla ricerca di uno sperduto Kadath. Le note di "Real Illusions..", la sua poliedricità, il suo essere così magnificamente caleidoscopico, vi aiuterà a trovare la strada, senza perdervi. Ascoltare in successione queste tracce è infatti come percorrere un sottile filo conduttore, sul quale siamo bravi a mantenere l'equilibrio.. pur venendo letteralmente bombardati da immagini e suoni mai uguali, sempre variegati e differenti. Una camminata che, una volta intrapresa, ci aiuterà senza dubbio a sentirci più leggeri, e soprattutto consapevoli di quanto sia impossibile ricondurre la musica ad un mero concetto tecnico. Che dire, Steve.. sei riuscito ad emozionarci ancora!

1) Building The Church
2) Diyng For Your Love
3) Glorious
4) K'm-Pee-Du-Wee
5) Firewall
6) Freak Show Excess
7) Lotus Feet
8) Yai Yai
9) Midway Creatures
10) I'm Your Secrets
11) Under It All
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