STEVE VAI

Modern Primitive / Passion and Warfare 25th Anniversary Edition

2016 - Legacy Recordings

A CURA DI
MAREK
08/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Parlare di una personalità del calibro di Steve Vai è sempre un onore, oltre che un compito importante. Un uomo, un innovatore, un musicista talentuoso, una personalità musicale di spicco, di primissimo piano. Compositore eclettico e mai sazio di sperimentazione, personalità indecifrabile ed a volte sfuggente; indomabile, un po' come il vento, che soffia laddove vuole, senza chiedere il permesso. Questo e molto altro, si potrebbe inserire in un eventuale "panegirico" da erigersi in suo onore. In onore dell'uomo che, con la sua sei corde, può fare letteralmente ciò che vuole, in mille modi diversi. Continuando tutt'oggi a dimostrarcelo. Un percorso musicale intrapreso sin da giovanissimo, disparato e variegato in virtù delle numerose esperienze / sensazioni / incontri ai quali Steve fece man mano fronte, lungo tutta la sua vita. Un percorso che continua attualmente, senza mai fermarsi, e che trova il suo definitivo inizio nel 1965. Anno in cui il piccolo Vai scoprì per la prima volta il pianoforte, il concetto di suono: "..mi sedetti per la prima volta su di un pianoforte, e toccai un tasto. Notai subito che, andando verso sinistra, le note divenivano più acute. Viceversa, spostandosi verso destra, i suoni erano più bassi. Fu una rivelazione totale! Intuii immediatamente che alla base di tutto vi erano delle regole, un linguaggio musicale da apprendere; e che mediante quelle note, avrei potuto esprimermi in mille modi diversi. Realizzai che potevo farcela. Potevo fare musica. Che avrei potuto diventare tutto ciò che volevo". Fu però verso gli undici anni che Steve venne folgorato letteralmente sulla via di Damasco, entrando per la prima volta in contatto con quella che sarebbe divenuta la sua compagna di viaggio per la vita: la chitarra. Galeotto fu il solo e chi lo eseguì; il solo di Jimmy Page, tratto da "Heartbreaker" ("Led Zeppelin II", 1969), brano che fece vibrare l'anima del preadolescente Vai, il quale decise immediatamente di cimentarsi anch'egli sulla sei corde. Nel frattempo, arrivarono a dargli man forte altri illustri "maestri": Brian May, Ritchie Blackmore, Jeff Beck, ma anche musicisti Jazz Fusion come Alan Holsworth ed Al Di Meola. Fu però nel 1973 che Steve conobbe il suo primo, vero maestro. Un maestro che egli poté conoscere, con il quale poté parlare. Non più dunque il suono proveniente da una radio, bensì da una persona fisica e immanente, che lo stava introducendo a quello che sarebbe divenuto il suo mondo. Visti entrambi, oggi, a posteriori e coscienti di quel che entrambi sono e rappresentano, nel mondo della chitarra, nessuno potrebbe mai dire che Steve Vai e Joe Satriani erano soliti passare ore a suonare assieme, nel più totale anonimato, proprio come potrebbe accadere in una qualsiasi scuola di musica o sala prove in qualunque parte del mondo, proprio ora. Un promettente allievo ed un maestro che per primo donò a Steve il consiglio fondamentale, il principio primo, quello che dovrebbe essere il must per ogni musicista: suonare col cuore e non solo con le mani. Dare il giusto peso alla tecnica, certo; ma soprattutto, soprattutto riuscire ad esprimere quel che si ha dentro, nell'anima. Cercare di creare un qualcosa che sia solo nostro, e che non risulti un mero esercizio di didattica. Sacrificare l'Accademia, in nome della personalità. Una lezione che il giovane Vai non dimenticò e che lo rese il grande artista di oggi. Grazie alla sua dedizione ed alle preziose ore passate in compagnia di Satriani, il giovane Steve poco ci mise a trovarsi una sua dimensione musicale. Iniziò a militare in diverse band locali (The Ohio Express, Circus, Rayge), ed il suo talento gli valse l'ammissione alla prestigiosissima Berklee Music of School di Boston. Il chitarrista iniziò a frequentare l'esclusivo college nel 1978, anno in cui incontrò il suo secondo Maestro, un'ulteriore personalità che finì inesorabilmente col forgiare una "seconda parte" della personalità artistica del giovane musicista. Parliamo nientemeno di Frank Zappa, il quale prese Vai sotto la sua ala ingaggiandolo come trascrittore ufficiale delle sue partiture, e di seguito come membro effettivo della sua band. Frank era solito definirlo "il piccolo virtuoso italiano", proprio perché Steve era in grado di eseguire anche i passaggi più intricati e difficoltosi che la mente dell'estroso Zappa potesse partorire. Il periodo in compagnia del connazionale fu dunque molto prezioso per il giovane, come sostenevamo in precedenza. Vai poté infatti completare la sua "istruzione": se da una parte Satriani gli aveva insegnato quel concetto di musica "dell'anima", quasi "trascendentale", Zappa gli fece notare come egli potesse esprimersi nella maniera più "folle" possibile, senza per questo dover rendere conto a nessuno. Suonare con passione, per noi stessi; dando tutto quello di cui siamo capaci, senza mai fermarci a pensare troppo. Questo fu quello che un giovanissimo Steve apprese, durante quegli anni. Rimasto con Zappa sino al 1983, il chitarrista si trasferì a Los Angeles, ove poté fondare il suo primo studio di registrazione ed in particolare due band, rispettivamente i The Classified ed i 777. Iniziò dunque a comporre molto materiale audio, il quale non fu inizialmente pensato per un'eventuale pubblicazione, ma vide comunque la luce nel 1984, anno in cui Steve rilasciò il suo esordio come solista, "Flex-Able"; un disco licenziato dalla sua personalissima etichetta creata ad hoc (la "Akashic Records") ed in grado di stupire sin da subito. Un disco ancora in fase di definizione, ma già capace di far vedere di cosa il giovane italoamericano fosse capace. Virtuosismi, "follie", uno stile unico ed inclassificabile: elementi che lo portarono a farsi notare ancor di più, agli occhi di un pubblico che ormai cominciava a crescere a vista d'occhio. Nel 1985 registrò difatti l'album "Disturbing the Peace" con gli Alcatrazz, divenendo il loro chitarrista solista, rimpiazzando nientemeno che un allora giovanissimo Yngwie Malmsteen. Appena un anno dopo ebbe addirittura modo di farsi notare sul grande schermo, interpretando il ruolo di un virtuoso chitarrista nel film "Crossroads". Tuttavia, rimanendo fedelissimo al mondo della musica e non troppo attratto dalle sirene della celluloide, il Nostro intraprese una nuova collaborazione di lusso, di lì a poco. Fra il 1985 ed il 1989, infatti, Steve ebbe modo di entrare in pianta stabile nella band di David Lee Roth, fuoriuscito dai Van Halen e deciso a continuare come solista. In compagnia dell'estroverso ed istrionico cantante, Vai incise la bellezza di due full-length, fra i più blasonati dell'intera carriera solista di David: parliamo ovviamente di "Eat 'em and Smile" (1986) e "Skyscraper" (1988), entrambi licenziati dalla colossale "Warner Bros.". In questo modo, oltre che ad avere a disposizione folle oceaniche dinnanzi alle quali potersi esibire, Steve poté ulteriormente allargare il suo bagaglio cultural musicale, suonando fianco a fianco con personaggi del calibro di Billy Sheenan e Greg Bissonette. Non solo, proprio nel 1989 arrivò la chiamata da un altro mostro sacro del Rock, quel David Coverdale che volle assicurarsi la presenza di Vai in "Slip of the Tongue", ottavo parto in studio dei grandissimi Whitesnake. I tempi erano dunque maturi per donare a "Flex-Able" un fratello. Anno domini 1990, dagli sforzi congiunti della "Relativity.." e della "Epic Records" ha dunque vita "Passion and Warfare", il crocevia della carriera solista di Steve Vai, l'album che più di tutti lo lanciò verso l'olimpo della chitarra Rock e Metal, presentando uno stile assai più delineato e "deciso" di quello già percepibile in "Flex-Able". Un album registrato presso i "The Motership" studios (gli stessi dove Steve aveva già inciso le parti di chitarra per "Slip..") e basato su tutta una serie di sogni bizzarri fatti dal chitarrista in età giovanile. Egli stesso, nel libretto dell'album, riassume il tutto mediante una frase grottesca quanto simpatica: "Gesù Cristo incontra Jimi Hendrix in un party che Ben Hur ha organizzato per Mel Blanc (attore statunitense, ndr)". Una presentazione dunque assai insolita, che riprende dunque molto dello humor tipico di Zappa ma che al contempo non dimentica la lezione impartita da Satriani: lasciar scorrere, suonare col cuore. Si ritorna sempre ai primi, grandi maestri; senza eccezioni. Il nostro excursus nella carriera di Vai può dunque terminare qui, in quanto abbiamo sicuramente recato, al disco che ora vi presento, una presentazione più che esaustiva nonché connotativa. Compiere un viaggio attraverso i primi anni di carriera di Steve Vai era difatti propedeutico all'analisi track by track della nuova uscita del chitarrista italoamericano, una raccolta di rarities dal titolo "Modern Primitive", rilasciata lo scorso giugno dalla "Legacy Recordings"; un doppio disco, ovvero, tutta una serie di outtakes (risuonate e ri-arrangiate per l'occasione) risalenti al periodo di "Flex-Able", accompagnate da un secondo CD, il quale si configura invece come una riedizione rimasterizzata di "Passion and Warfqre", del quale proprio l'anno scorso è stato festeggiato il venticinquennale. Non ci resta dunque da fare che buttarci a capofitto in questa colossale opera, andando a riscoprire il Vai delle origini: quello ancora in via di definizione, ma già allora dotato di un'incommensurabile volontà di dominare il mondo con la sua sei corde. Let's Play!

CD 1: Bop!

Si comincia dunque con il primo disco, lo scrigno contenente brani sino ad ora rimasti sostanzialmente inediti, risalenti al primissimo periodo della carriera di Steve. Ad aprire le danze è "Bop!", suonata in combo con la giovanissima sensazione del basso Mohini Dey, musicista indiana dotata di enorme talento e salita in breve tempo alle luci della ribalta. Tornando al brano, quest'ultimo dimostra immediatamente un'estrosità fuori dal comune: tappeto ritmico assai tribale e tutta una serie di suoni quasi "cartooneschi", i quali dovrebbero simulare un qualcosa di vagamente orientaleggiante, riuscendo comunque sia a strappare un sorriso in virtù dell'intrinseca simpatia di cui sono dotati. Un suono che sembra simulare una sorta di "scivolo" su di una superficie liscia e splendente, per intenderci. Non passa molto tempo, tuttavia, e diversi effetti elettronici (fra cui uno "scat" vocale simulato mediante sintetizzatori) arrivano a monopolizzare la scena, donando la vita ad un brano in cui a spiccare è la bravissima Mohini; troppo brava, per essere così giovane! La ragazza dimostra di sapersi muovere a meraviglia, spaziando fra il Funky ed il Jazz Fusion, il tutto tenuto insieme da un'attitudine Zappiana praticamente onnipresente. L'andatura del brano è di per sé accattivante e molto coinvolgente: un pezzo in cui dominano i moltissimi effetti elettronici disseminati con maestria, i quali colorano questo pazzo arlecchino musicale di colori ogni volta nuovi e sgargianti. Sembra di trovarsi in un'altra dimensione, una grande festa dei folli ove tutto è concesso, e nella quale la giovane bassista sa dire il fatto suo, senza dubbio. Si giunge al minuto 1:54, il tempo rallenta considerevolmente e tutto sembra divenire ancor più "fiabesco", colorato, folle. La voglia di far festa è ancora ai massimi livelli, e di quando in quando il contesto generale vuole addirittura sembrare più "drammatico" e leggermente più "oscuro" che in altri frangenti (pur soppesando per bene i significati dei due termini, inseriti in questa situazione). A farla da padroni è infatti il sintetizzatore, i cui numerosissimi effetti dipingono su tela tutto un enorme test di Rorschach nel quale ognuno può vedere praticamente ciò che vuole. Le note scorrono via ora frenetiche ora in modo più "soft", sino ad arrivare al minuto 3:44, momento in cui tutta una serie di note cristalline e quasi giungenti dalle profondità oceaniche introducono la comparsa del maestro Vai, il quale sembra ricamare una dolcissima melodia in grado di catapultarci all'interno del Grande Blu, del cuore dei mari. Giochi di luce e di riflessi, tonalità d'azzurro donano una pace indescrivibile, mentre le creature marine nuotano eleganti fra scogli e coralli. Un tocco particolarmente delicato e per nulla invadente, che permette a Steve di giocare con la sua sei corde e di lasciar poi spazio ad un finale in cui l'ascia può "ruggire" di più, andando a chiudere repentinamente questa folle, pazza avventura.

Dark Matter

Si torna su binari più consoni al nostro mondo con l'avvicendarsi di "Dark Matter (Materia Nera)", aperta da una funkeggiante chitarra elettrica, posta subito in duetto con un basso anch'esso della sua stessa risma. Il riff portante è meravigliosamente scandito, e proprio su questo tappeto di ritmica e basso Vai può cominciare ad esprimersi andando letteralmente ad improvvisare, aggiungendo notevole tensione ad un brano molto particolare, incalzante, dal groove quasi settantiano. Sembra quasi di essere immersi in un mood poliziesco molto caro ai vari Franco Micalizzi e Isaac Hayes, visto che lo stile che qui Steve adotta potrebbe benissimo andar bene per una pellicola avente per protagonista il Gobbo o magari Shaft. Con una sola particolarità: Steve riesce a rendere il tutto sicuramente più pesante e tendente verso una fusion che molto predilige il mostrare il lato più Rock e virtuosistico. Di contro, la ritmica si mantiene su stilemi più incalzanti e meno virtuosistici della sei corde di un Vai assai ispirato, il quale non si nega ad assoli effettati, chitarre ora ruggenti ora sfoderanti tapping taglienti come rasoi. Un giusto mix di pesantezza e savoir faire ben congeniati ad una ritmica trascinante, particolare, soprattutto per quel che concerne le linee di basso. Steve mostra così un lato quasi "gangster", in netto contrasto con le ambientazioni "marine" e serafiche sfoggiate nella precedente "Bop". Il brano rinuncia in parte all'estrosità massima e decide quindi di vertere su stilemi più concreti, non mancando comunque di mostrare il genio di Vai in tutto il suo splendore, senza tralasciare nemmeno un dettaglio. Da amante dei polizieschi di vecchia data, il sottoscritto non ha potuto non pensare a cosa potrebbe suscitare questa track nei vari Tomas Milian o Richard Roundtree, qualora i due attori si trovassero ad ascoltarla. Sicuramente, rivivrebbero i fasti della loro carriera con un bel sorriso stampato sul volto.

Mighty Messengers

Proseguiamo con la terza track, "Mighty Messengers (Possenti Messaggeri)", cantata, la quale viene aperta dal poderoso basso funkeggiante di Stu Hamm, il quale comunque rinuncia all'andatura "poliziesca" del precedente brano per stagliarsi su stilemi ben più Hard n' Heavy, colmi di melodia; una melodia eterea, coinvolgente, particolarmente delicata ma resa incalzante dalla sezione ritmica, la quale spinge per rendere il contesto più veloce possibile (senza mai sfociare nel troppismo o negli eccessi, anzi). Verrebbe quasi da pensare, anche e soprattutto per via della tastiera posta a rinforzo del tutto, ad un brano dalle tendenze quasi "Power", colmo di melodia trascinante e quasi rimandante al mondo della fantascienza, delle ambientazioni più Sci-fi. Quasi come se stessimo ascoltando una versione ben più sperimentale e particolareggiata di gruppi come Stratovarius o al limite Gamma Ray, anche e soprattutto per via del ritornello particolarmente epico, arioso, quasi come se fossimo davvero in contatto con questi "poderosi messaggeri". Un titolo che lasciava già presagire un'ambientazione musicale di tal risma, non si può certo negare come la figura del "messaggero imponente" riesca a dipingere sotto i nostri occhi due enormi sentinelle guerriere, poste a difesa di enormi cancelli situati nelle profondità celesti. Si arriva al minuto 1:34, la voce del cantante ed i cori si lanciano quasi in una strana nenia "nativo americana", per poi darsi allo scat più puro e totale, emettendo tutta una serie di vocalizzi ben stagliati su di un tappeto musicale ora lento e suadente, ora melodico e trascinante. Si arriva così ad un veloce assolo di Steve, di chiara forgia Heavy Metal; tutto un poderoso susseguirsi di note su ritmiche incedenti e decise, che presto lasciano spazio ad un bel virtuosismo di basso Funky. A questo punto è il quattro corde a monopolizzare la scena, cambiando totalmente volto ad un brano che dimette i suoi panni più "prevedibili" per indossarne altri ben più estrosi. Possiamo udire addirittura sirene della polizia in sottofondo, mentre il basso continua a funkeggiare alla grande, lasciando però spazio ad una ripresa del tema portante. Ultimo giro di strofa e refrain chiuso da una struggente e celestiale melodia intonata da Steve. Note lunghe e cristalline, che vanno dunque a comporre un collier di emozioni in grado di chiudere degnamente questo bell'episodio. 

The Lost Chord

Quarta traccia, "The Lost Chord" ci presenta al microfono una vecchia conoscenza di Steve Vai, ovvero il vocalist Devin Townsend, già cantante di Vai nell'album "Sex and Religion" datato 1993. Un brano che inizia con un placido mood da ballad, il quale riesce a farci godere sia dell'attitudine delicata di un Vai incantatore che di un Townsend profondo e caldo, nel suo modo di cantare. Pochi secondi di situazioni eteree ed angeliche, le quali sono tuttavia pronte ad evolversi, proseguendo in un climax che ci fa sfociare in una vibrante tensione passionale. I Nostri hanno modo di esprimere il loro pathos con maggior decisione, rendendoci partecipi di un vero e proprio dramma intimo, sentito e vibrante. Un tocco di classe che va ad infrangersi, al minuto 1:08, in un insieme di virtuosismi vocali e chitarristici dal carattere quasi spaziale. Suoni che ci ricongiungono con l'universo e ci proiettano nel vuoto di stelle ed oscurità, quasi come se gli Hawkwind si fossero appena impossessati della scena. Un Vai enorme e sezioni corali degne dei migliori Queen riescono dunque a cambiare volto ad un pezzo partito come una ballad ed ora incappato in una cosmomachia mai vista sino ad ora, lungo tutte le tracce ascoltate. Tutto un gioco di rimandi ed inseguimenti, di tensione "oscura" e di suoni squillanti; scivoliamo e percepiamo l'attrito, finché il brano riprende il suo mood principale e torna ad essere una ballad. Spazio e romanticismo si fondono assieme, la voce di Townsend risulta effettata e supportata da cori sempre di chiara forgia Queen; la chitarra di Steve rimane tesa e drammatica, melodica e passionale, quasi piangente.. ed il brano può quindi accommiatarsi, facendo l'inchino e mettendosi delicatamente da parte. Candidato fra i migliori episodi di questo primo disco, poco ma sicuro!

Upanishads

Senza indugio alcuno arriviamo quindi a "Upanishads", pezzo che deve il suo titolo agli scritti indiani denominati "Upanisad", ovvero testi religiosi e filosofici scritti in lingua sanscrita a partire dall'ottavo secolo a.c. sino quarto, sempre a.c. Proprio in virtù del tratto orientaleggiante del tema portante, il brano è subito aperto da un bel connubio di effetti elettronici e melodie rimandanti al sitar, strumento tipico indiano. Frenetiche note di sintetizzatore emettono un tappeto sonoro frenetico ma piacevole, come una delicata e fitta pioggia primaverile; su questo, la chitarra del nostro può dunque esibirsi in un brano a dir poco trascendentale, sormontato dagli effetti del sitar e costellato da frenetiche impennate ritmiche che ben si confanno all'atmosfera orientaleggiante qui evocata. Quasi ci trovassimo ad intraprendere un viaggio meditativo, ci accingiamo a lasciare il nostro corpo per raggiungere una dimensione a dir poco onirica. Le folte giungle indiane fanno la loro comparsa, osserviamo il verde e la fauna locale rapportarsi in un sorta di equilibrio cosmico. Ruscelli d'acqua vengono tessuti dalla chitarra di Steve al minuto 2:35, il quale sembra quasi riprendere alcune melodie parecchio care al nostrano Dodi Battaglia per continuare a narrarci questo meraviglioso viaggio dritti al cuore delle antiche e misteriose terre d'oriente. Un lungo assolo che accende i nostri sensi, che li stuzzica con visioni e profumi d'ogni genere, facendoci letteralmente perdere in un sogno che sarà difficile da dimenticare, anche dopo aver aperto gli occhi. Minuto 3:56, il brano impenna ed i ritmi divengono più veloci e concitati: tutti gli strumenti coinvolti danno del loro meglio e creano dunque una meravigliosa armonia, un tutt'uno che di lì a poco si ammorbidisce in delicate note di tastiera che di fatto chiudono il brano. 

Fast Note People

Giro di boa raggiunto con la sesta traccia, "Fast Note People", aperta dapprima da un'oscura nota di sintetizzatore e poi da tutta una serie di effetti che fanno molto "sigla televisiva". Su questo sottofondo di continue ed irrefrenabili note effettate fa dunque la sua comparsa la stessa voce di Vai, abilissimo interprete, la cui ugola sembra perfettamente spalmata lungo tutta la melodia ricamata dalle tastiere. Queste ultime, infatti, mantengono il background tranquillo e morigerato, mentre i sintetizzatori provvedono a ricamare gli accorgimenti più scalmanati e frenetici. Si prosegue dunque in tal guisa, finché non si giunge in un momento di calma totale. Minuto 1:11, i cori fanno la loro comparsa e si alternano al parlato / cantato di Vai, ben sorretto da tutta una serie di melodie. Il sottofondo è questa volta dominato da basso e batteria, ed anche l'incombenza dei sintetizzatori è ridotta al giusto, in quanto il grande del lavoro viene fatto dalle enormi armonizzazioni vocali (anche questa volta debitrici ai Queen) e dalla sezione ritmica. Si cambia totalmente pagina, tuttavia, al minuto 2:04. Steve si lancia in un assolo romantico e denso di pathos, dapprima eseguito mediante l'emissione di note cristalline, melodiche, ariose ed eteree. Subito dopo questa prima parte il suono comincia a risultare leggermente più potente, seppur l'andatura calma e serafica non venga scalfita. Solo la melodia diviene più grave ed imponente per poi stagliarsi su registri medi, assai espressivi, aiutata da una sempiterna tastiera. Assolo che mano a mano sfodera un tapping niente male ed una velocità d'esecuzione non indifferente e che lascia poi il passo a note di sintetizzatore, le quali risultano sognanti e sospese in cielo quasi in guisa di nuvole. L'idea è quella di un tramonto di poco annuvolato: siamo lì che guardiamo sfumature di rosa e di arancione, quando la calma generale viene infranta da un ritorno alla "sigla televisiva". Il titolo della canzone viene ripetuto un paio di volte e tutto lascia dunque spazio al "refrain", riproposto anche mediante i cori e non solo con la voce principale. Si termina in un tripudio di melodia e piccole note scalpitanti, piccole fughe alternate ad un contesto vocale da settimo cielo. Un momento reiterato e portato dunque sino alla fine del pezzo, il quale giunge dunque dopo tutta una serie di vocalizzi. A chiudere definitivamente, effetti che sembrano rimandare nuovamente agli "Hawkwind", seppur l'idea di "spazio" pervada le nostre menti giusto per qualche decimo di secondo.

And We Are One

Abbiamo quindi "And We Are One  (..e siamo una cosa sola)", la quale viene aperta da un mood nuovamente adatto ad una ballad. Un brano che dunque si configura come una delicata canzone d'amore, come già il titolo ci fa capire. L'atmosfera è assai romantica e molto dolce, quasi melliflua, volendo esagerare. Una calda  voce maschile, ben distesa su di un tappeto sonoro delicato come una nuvola, si interfaccia di continuo con una femminile, stabilendo una sorta di amorosa tenzone, la quale si protrae per circa un minuto abbondante. Allo scoccare del minuto 1:14, Vai ci fa udire la sua chitarra, intenta a non disperdere per nulla al mondo la rosea atmosfera venuta a crearsi. La sua chitarra viene al solito sorretta da un abilissimo uso dei synth e può dunque sfociare in una vera e propria dichiarazione d'amore. Che alla base dell'ispirazione di questo brano ci sia la tanto amata Pia Maiocco, moglie di Steve? Probabilissimo, se non scontato. In effetti, l'assolo in cui il chitarrista si lancia sembra recare seco tutti i componenti di una perfetta ed importante storia d'amore: non solo un sentimento casto ed innocente, timido come un cucciolo di cervo, ma anche una sorta di passione intrinseca, una fiamma capace di bruciare solo fra due amanti in grado di completarsi al 100%. Il momento solista non è infatti monocromatico ma di quando in quando varia per intensità, andando quindi a dipingere su tela ogni aspetto della vita amorosa di una coppia affiatata ed inseparabile. Una dedica in questo momento priva di parole, ma assai significativa ed importante, in grado di spiegarsi mille volte meglio di milioni di poesie o testi. Nella seconda parte, l'assolo di Vai sembra aggiungere ancora più tensione, stando attento a non sfociare mai, comunque sia, nello sdolcinato. Tutt'altro, quella che percepiamo è una passione matura ed importante: un brano che solo chi ha amato sul serio avrebbe potuto concepire, passionale e dolcemente frenetico a tratti, soprattutto quando la chitarra inizia ad "urlare", compiendo dei veri e propri acuti. La fiamma divampa, il proseguo di questo momento costruisce un enorme cielo azzurro nel quale le nuvole altro non fanno che seguire le note emesse, scrivendo il nome della bella del Nostro chitarrista italoamericano. Possiamo dunque tornare agli scambi di sussurri uditi in apertura di brano. La voce maschile e femminile tornano presenti, chiudendo il pezzo con la loro ultima tenzone. Pochissime frasi, pronunciate direttamente dall'anima: "io sono tuo, tu sei mia.. siamo una cosa sola". Servirebbe forse aggiungere altro? Consiglio spassionato: al posto delle solite litanie / ballads strappalacrime, provate a dedicare al vostro amato od alla vostra amata questo brano. Successo garantito. 

Never Forever

 L'atmosfera languida e sognante del precedente brano viene dunque spazzata via da "Never Forever (Mai più)", la quale viene aperta da note nervosissime, un combo di basso, chitarra e synth che ben presto però prorompe in una melodia, ricamata da Steve, delicata come il burro fuso. Particolare il basso, "oscuro" ed incedente, frenetico come tutta la sezione ritmica, la quale funge da contraltare ad una chitarra solista intenta invece a dileguarsi in maniera serafica ed elegante, quasi galleggiando nell'aere, in maniera similare al volo di un uccello, libero e felice. Anche il cantato risulta caldo ed accogliente: Steve Vai, sfoderando un'ugola simile a quella del "crooner" Michael Bublé, ci dà prova di saper cantare ed adoperare la sua voce con gran maestria, ben conciliandosi con un brano che, con una ritmica differente, non avrebbe in effetti sfigurato se fosse stato concepito "à la Sinatra". Ma si sa, stiamo parlando di Steve Vai e la prevedibilità non è di casa: abbiamo quindi una lunga sezione, dopo la fine del cantato, in cui a dominare sono i groove di basso, presto raggiunti però da un assolo a tratti distorcente; delicato certo, ma non accomodante. C'è un che di onirico, di psichedelico quasi, posto alla base di questo tutto che stiamo udendo. Come se lo spazio venisse or ora frastagliato da lampi di luce arcobaleno, immergendoci in atmosfere sempre più Hawkwind. Un viaggio nell'oltredimensione che sfocia in un gioco di sensazioni ed emozioni uniche. La chitarra di Vai sembra letteralmente in grado di parlare, di comunicare. Non a parole, ma mediante suoni carchi d'arcani significati. Trasportati in pieno in un mondo del quale non conosciamo niente, ma tutto sembriamo ricordare. Non parliamo, ma capiamo. Non sentiamo, ma ascoltiamo. Non parliamo, ma sappiamo farci comprendere. Un assolo che non può essere definito un semplice assolo, ma un qualcosa di più: un vero e proprio "catalizzatore", un biglietto di sola andata per le profondità più recondite del nostro mondo interiore. Un insieme di suoni in grado di farci guardare l'universo dall'alto, e che di fatto chiude un brano stupendo.

Lights Are On

Arriva il momento di "Lights Are On (Le Luci sono Accese)", aperto da una voce femminile che recita il titolo della canzone. Annuncio presto sormontato da una tempesta di note melodicissime, condotte da una ritmica incalzante, che torna quindi a mostrarci il lato più Heavy di un Vai sempre più trasformista. Il Nostro bada comunque a non esagerare, non straripando mai ma anzi conservando l'indole del gentleman, anche quando il brano sfocia su stilemi più Funky (sempre ben tenuti da una ritmica incalzante) e c'è addirittura spazio per effetti di synth che evocano brevemente sezioni di fiati. La chitarra si dona quindi ad una melodia particolarmente ben confezionata, graffiante quando serve, delicata quando è il momento. Un gioco ritmico che rende l'ambiente piacevolmente "prepotente", distogliendo l'aura romantica e "spaziale" dei due brani appena ascoltati. "Lights Are On" è un bel saggio di forza e velocità, di tecnica e sopraffina eleganza. Ritmica Funky e chitarra a tratti Heavy, memore di tutte le esperienze che Vai aveva accumulato, negli anni in cui i brani furono concepiti. Al solito sono i lunghi assoli carichi di virtuosismo del nostro guitar hero, a tenere banco: tutto un saggio di eclettismo tecnico, mai sconfinante nell'accademico ma sempre fedele alla lezione di Zappa. Stupire divertendosi, in poche parole. Più un gusto per la melodia 100% Satriani. L'eclettismo diviene imponente verso il quarto minuto, momento in cui tutta una serie di effetti sonori stoppano e dunque fanno ripartire il pezzo, infarcendolo di sonorità a tratti "onomatopeiche". Come fossimo immersi in un fumetto, sarebbe d'uopo aspettarsi il sopraggiungere di qualche "boom!" e "crash!" di lì a poco. Difficile se non impossibile, spiegare cosa stia effettivamente succedendo. Una deriva musicale estroversa e pazza quanto uno scienziato da fiction scientifica. Folle, un rincorrersi sconclusionato di note e suoni, una pioggia incessante di arzigogoli, quasi andassero tutti assieme a danzare tondo a tondo senza mai fermarsi. Una follia che dura sino al termine del brano. Un brano che ci lascia assolutamente esterrefatti, meravigliati. Aveste bisogno di un saggio circa l'influenza di Frank Zappa sulla musica moderna, questo pezzo sarebbe sicuramente parte integrante di una tesi di laurea da svolgersi sull'argomento.

No Pockets

Penultima traccia prima dell'imponente suite finale, "No Pockets (Niente Tasche)" ruggisce tutto l'amore di Steve per l'Hard Rock settantiano. Riffone d'apertura affidato ad un'ascia à la Mountain, momento in cui Steve recupera stilemi Hard n' Blues cari a Leslie West solo infarcendoli di virtuosismi, come suo solito. Nei cori, sempiterne le armonizzazioni à la Queen, mentre l'andatura generale continua a tributare i mostri sacri del Rock duro anni '60 e '70. Potenza diretta e non troppo infarcita di trovate "particolari", un brano che fino ad ora si tiene ben saldo su di una ritmica ben più essenziale di quanto abbiamo udito in precedenza. Svolta "melodica" al minuto 2:28, momento in cui si respirano atmosfere care agli Yes e dunque Steve può giungere in una parentesi solista dal gusto effettivamente Prog. Sembra proprio di trovarsi al cospetto degli Uriah Heep di "Abominog" o comunque album post reunion: melodie particolari ed ispirate, eteree ma unite ad una potenza di fondo decisamente marcata. Il riff portante del brano, poi, sembra gridare "Hard Rock" da ogni dove. Un miscuglio vincente, meravigliosamente shakerato, in grado di rendere il brano mai noioso, anche se strutturalmente più semplice di tutti gli altri presenti nella tracklist sino ad ora analizzata. Ci si avvia al finale quindi con il refrain, duro e diretto, cantato con foga e destinato a chiudere il pezzo in maniera perentoria.

Pink and Blows Over

Un disco del genere non poteva certo essere concluso da un brano di lunghezza media. Era lecito, dunque, cimentarsi in una suite di oltre venti minuti, composta in tutto da tre fasi salienti. "Pink and Blows Over" è infatti suddivisibile in tre tronconi: due parti, ovvero le sue estremità, dalla durata abbastanza esigua, avvolgenti un imponente cuore di tredici e passa minuti. Si comincia con bizzarri effetti "naturali", caratterizzati dal verso dominante di uno strano animale, sorretto da cori di uccelli cinguettanti e festanti. La stramba creatura continua ad emettere le sue "fusa", finché una delicata voce femminile non prorompe a dettare un po' d'ordine in cotanta "anarchia" naturale. La voce delicata di una fata si diffonde ben presto nell'aere, mostrandoci un lato fiabesco e quasi infantile. Come se questo brano fosse una ninna nanna, la creatura fantastica è intenta a narrarci (pur ruggendo, ad un certo punto!) chissà che storie fantastiche. I cori in sottofondo aiutano ad alimentare l'aspetto cartoonesco dell'intero brano, il quale diviene leggermente più drammatico verso il minuto 1:30, quando una strana cupezza si fa largo e dunque permette ad una nota di chitarra di sopraggiungere. Dapprima una poderosa rullata di batteria ed in seguito il prorompere di un sintetizzatore che spazza via la sei corde e si rende protagonista del contesto. Pomposamente imperiale, lo strumento monopolizza dunque la scena, imponendo i suoi suoni grassi e grossi, seppur melodici. L'atmosfera d'allegro bosco viene spazzata via in un attimo, ed è dunque tempo, per la prima parte, di introdurci alla sezione centrale. La quale, si riapre sulle oscure note di sintetizzatori poste in chiusura della prima frazione. Presto si fa largo, comunque, uno scampanellio assai famigliare: ci rendiamo subito conto del fatto che Steve Vai ha ripreso nientemeno che la "Danza della Fata Confetto", direttamente estratta dallo "Schiaccianoci" di Tchaikovsky. Il carrilon, reso sinistro dall'aura "notturna" generale, preso si arresta e si stabilizza su di una melodia assai più contenuta, persa nei meandri di cotanta angoscia. Scampanellii nervosi e synth prorompenti, i quali lasciano spazio ad un inquietante fischiettio. L'arpa e le tubular bells in sottofondo non smettono un attimo di far sentire la loro presenza; un brano che in questo momento sembra riprendere senza vergogna alcuna delle vere e proprie atmosfere Horror. Un fischio che, udito di notte, per strada, farebbe accapponare la pelle anche al più duro dei duri, poco da dire. Si continua in tal guisa quasi ad oltranza, sino a che il pianoforte non fa la sua comparsa, dandosi a virtuosismi dapprima accompagnati da una voce, ed in seguito lasciati soli. La voce ricompare in seguito, emettendo vocalizzi a tratti drammatici e struggenti, proprio come il suono del pianoforte, il quale diviene assai più languido che inquietante. Lo "scat" intonato dall'ugola fa si che solo poche parole siano effettivamente comprensibili, ma tant'è. L'esperimento riesce alla perfezione ed il brano diviene più incredibilmente "pazzo" che mai. Non abbiamo tempeste di note o chissà che cosa, ma è altresì inconcepibile per un musicista "normale" concepire un qualcosa del genere. Il pianoforte prosegue quindi nella sua opera, ben alternandosi con la voce. Arriviamo al minuto 6:38, la voce diviene sempre più grave e sfodera dunque toni sinistri. Una risata orribile dà l'avvio ad una sezione più concitata del pezzo, la quale, colorandosi di Jazz, sembra quasi suonata da un quartetto di scheletri. La tensione cala man mano che questa nuova parte prosegue, fino a sfociare in una nuova porzione in cui a comandare sono ora i sintetizzatori. Oscuri, in agguato, rimangono ovattati e nell'ombra, andando a ricamare note che sembrerebbero provenire da una sezione d'ottoni. Giochi simil-orchestrali molto ben costruiti, che fungono da preludio per un rientro dello scat, il quale dà il via a tutta una serie di virtuosismi che per certi versi potrebbero ricordare, seppur in misura minore, gli esperimenti vocali di Demetrio Stratos. Si prosegue dunque fra fasi leggermente più dense di pathos ad altre più delicate, finché non torniamo a sentire la batteria ed i synth si donano ad una frenesia, nonché a tutta una serie di scambi con lo strumento a percussione. Il finale di questa parte è dunque condotto in tal guisa, fra scat concitati e tempi jazzati, i quali ci conducono all'ultima parte di questa suite. Il terzo ed ultimo troncone vede il ritorno imperiale dei tempi jazz prima di allora solo accennati, e qui mostrati senza reticenze. La chitarra di Vai può quindi concedersi a meravigliosi virtuosismi in linea con quanto condotto dalla sezione ritmica. L'axeman si destreggia brillantemente attraverso quanto compiuto dal "sottofondo", portando luce in un brano che sino ad ora era risultato certamente bizzarro, ma anche abbastanza "oscuro". E Steve dunque si diverte, si lascia andare; improvvisa, corre, gioca, non ha paura di mostrarsi per quel che è: uno sperimentatore folle al quale è impossibile porre freni. Magistrali i dialoghi con il resto dell'ensemble strumentale, grandi sfoggi di tecnica, estrosità che schizza alle stelle e vede anche la voce tornare per un breve periodo. La bizzarria si fonde nuovamente con il savoir faire di un Vai più che mai sul pezzo, portandoci verso un finale che dunque riporta in auge lo strano verso animale sentito in apertura di brano. Venti minuti inspiegabilmente meravigliosi. Non resta altro da fare che prorompere in uno scrosciante applauso, come se avessimo appena assistito alla fine di una rappresentazione teatrale e gli attori fossero lì, a ringraziarci, con un bell'inchino.

CD 2: Liberty

Arriviamo così al secondo disco di questa nuova uscita, una remastered edition di "Passion and Warfare", atta a festeggiare il venticinquennale della release in questione. Seguendo la tracklist ufficiale, la quale non cambia, la prima traccia nella quale ci imbattiamo è dunque "Liberty (Libertà)". Un "eeeeh.. zap!" dà il via dunque ad una melodia che sembra riprendere, inizialmente, la famosa "The Great Gate of Kiev" di Mussorgsky, salvo poi tradursi in un proseguo meno imponente della composizione classica. Quel che domina, infatti e come da titolo, è un enorme senso di libertà. Una chitarra fine, gentile ed elegante, che scorre liscia senza incontrare il minimo ostacolo, inanellando tutta una serie di note capaci di farci sognare. Steve Vai ci trasporta verso l'infinito e ci fa provare l'ebbrezza della libertà e dell'abbandono più totale. Siamo un tutt'uno con il Mondo e riusciamo ad avvertire in noi un profondo senso di completezza; l'emozione del momento diviene ben presto un'emozione incontrollabile, come se avessimo voglia di gridare la nostra soddisfazione, il nostro status di totale rinascita. Una volontà che dunque esplode di pari passo con la chitarra, in quanto il buon Vai, dopo una quarantina di secondi, preme sull'acceleratore dell'intensità e rende il suo sound prorompente, squillante e maestoso. Cotanta potenza, cotanta soddisfazione vengono dunque lasciate fluire senza la minima paura, senza mostrare la minima incertezza. Melodie trascinanti, imperiali, di forgia classica: quasi come un direttore d'orchestra, il chitarrista percepisce la musica fluire in lui, non lasciandosi scappare neanche la minima vibrazione. Fuochi d'artificio ed emozioni volanti, il brano arriva dunque alla fine, chiuso da una voce sussurrata ma profonda, nonché da un suono che sembra ricordare quello di un nastro avvolto in fretta e furia.

Erotic Nightmares

Arriva dunque il momento, per "Erotic Nightmares (Incubi Erotici)" di fare la sua comparsa. I riferimenti al forte sentire degno della classicità più ricercata, presenti nel brano precedente, vengono quindi soppiantati da un riff distorto, di chiara forgia Hard n' Heavy. La batteria inizia ad incalzare con il suo ritmo, mentre il basso riprende a mostrare aspetti funkeggianti da non sottovalutare. Per Steve arriva lesto il momento di cimentarsi in un'espressione potente, roboante: arzigogoli e tecnicismi ben si incastrano e si spalmano lungo una base potente e ben calibrata; un brano maschio e virile, spigoloso, ricco d'effetti capaci di rendere la sei corde dell'italoamericano uno strumento folle quanto fiero ed indomabile. Una chitarra che morde e si lancia ora a folli velocità ora attuando groove più cadenzati, ma mai rimanendo uguale a se stessa, nemmeno per un secondo. Basso e batteria, dal canto loro, cercano di supportare la corsa di questa feroce chimera, composta da melodie squillanti e trascinanti, da acuti intensissimi e da distorsioni scalpitanti. Un primo momento di "relax" si ha al minuto 2:14, quando il tempo rallenta e dunque Steve può mostrarci tutta la sua abilità sul versante più pacato e melodico. Sapienti innesti di suoni elettronici (sintetizzatori vari) cesellano finemente un lavoro egregio, il quale ha il compito di distendere gli animi e di far sfoggio di un lato ancora tenuto nascosto di questo complesso caleidoscopio di note, emozioni e sensazioni. Minuto 2:48, il volto del pezzo cambia ancora. Tornano i riferimenti "spaziali" molto cari a Steve, più alcuni innesti "naturalistici" come il ruggito di una fiera intenta a divorare un malcapitato, del quale udiamo mesti appunti di protesta, presto soffocati dal verso famelico dell'animale. A regnare sono comunque le soluzioni più à la Hawkwind; venti spaziali, suoni avveniristici ed a tratti fantascientifici, un tocco Progressive che non fa altro che rilanciare la volle corsa alla quale eravamo stati abituati in precedenza. Si torna ad accelerare, i groove di basso divengono predominanti e propedeutici al buon esito di battute finali dominate da un tapping effettato e melodicissimo, il quale segna il culmine di questo incubo erotico. Coinvolgimento virile in un contesto che prevede ora il piacere ora lo smarrimento più totale: un'avventura ai confini dell'immaginazione, in cui la carnalità ben si scontra con una malcelata oscurità la quale mina dunque le facoltà del protagonista di provare piacere.. ma, al tempo stesso, rende il piacere stesso incommensurabile, una volta che questo viene conquistato dopo tanta fatica.

The Animal

Senza indugio alcuno ci spostiamo verso "The Animal (L'Animale)", brano aperto da ritmiche potentissime ed ammiccanti, molto vicine al contesto Glam Heavy del quale lo stesso Steve ha fatto parte, nei primi anni della sua carriera. Anche la sua chitarra, pur risultando potente e tagliente, reca seco quel pizzico di lascività / fibrillazione erotica tipica di un contesto sensuale; anzi, decisamente infuocato. Il chitarrista ci mostra quindi il suo lato più roboante e selvaggio, per certi versi rimandante ai Motley Crue e per altri all'originalità tipica e topica del solo Vai. Due minuti di graffi e morsi, di movimenti sinuosi, simili a quelli di una pantera, pronta a ghermire la sua preda. Movimenti felini eppure letali: una micidiale miscela di topoi Hard n' Heavy rivisitati in chiave decisamente più tecnica e meno essenziale rispetto a molte altre band appartenute al glorioso movimento "cotonato" degli anni '80. Il basso ha la sua solita importanza e non si limita certo a "riempire". Al contrario, il quattro corde brilla di luce propria e non si nasconde nemmeno un attimo, ingaggiando dei veri e propri "duetti" con la sei corde del Nostro. Un Vai che quindi ammicca e tende a lanciare una rete verso l'ascoltatore, per intrappolarlo in un contesto quasi "da caccia". Un brano che potrebbe essere perfetto da affibbiare alla classica figura del Rocker playboy/scapolone impertinente, disposto a tutto pur di segnare sul suo taccuino il nome della prossima vittima. Impossibile non pensare, ascoltando questa prima porzione di brano, ad un Vince Neil o ad un David Lee Roth, alle loro movenze e al loro essere, in generale. Si arriva lesti al minuto 2:02, momento in cui l'atmosfera diviene più soft. Precisi stacchi di basso e batteria ci portano infatti in una sezione in cui la temperatura diviene a dir poco "caliente", ed il corteggiamento è forse un vago ricordo; si è passati direttamente alla topica "fase 2", la quale divampa letteralmente quando la chitarra di Steve adotta un sound distorto e violento, sfociando in una tempesta di note atte a descrivere il compimento / trionfo della natura (siamo in vena d'eufemismi, suvvia). Una scheggia impazzita, questa sei corde, che rende il suo sound duro e crudo, veloce, violento e distorto. Tosto e veloce, come l'amore che si sta consumando in quel preciso momento. Su queste velleità il brano giunge dunque alla sua fine. L'animale, per il momento, è sazio; ma presto tornerà in azione, garantito!

Answers

Brano numero quattro, "Answers (Risposte)" si apre con particolarissimi groove di basso e chitarra, perfettamente amalgamati fra di loro ed in grado di delineare un tempo incedente ma comunque mai eccessivamente veloce o frenetico. Ritorna comunque imperiale molta dell'estrosità udita lungo i brani del primo disco: tornando a giocare al Frank Zappa di turno, Steve si adagia su effetti elettronici e giochi di basso / chitarra atti a colorare un pezzo fino ad ora indecifrabile. Quando il nostro si lancia in uno splendido assolo, le cose sembrano riportate leggermente all'ordine: suoni vicinissimi al miglior Brian May, melodia à la Queen sapientemente sfruttata eppure arricchita di tutta una serie di particolarismi elettronici atti a rendere il pezzo più folle possibile. Il tempo è abbastanza sostenuto, batteria e basso compiono un lavoro splendido e nel mentre Steve inanella tutta una serie di virtuosismi però destinati a costituire un brano per nulla "freddo" od "accademico", tutt'altro. Un folle viaggio attraverso il mondo di Vai, un mondo interiore che ancora una volta non fa altro che disegnare dinnanzi ai nostri occhi un folle arlecchino intento a correre lungo il riflesso generato da un prisma. Immagini a dir poco psichedeliche, le quali scuotono di volta in volta questo meraviglioso caleidoscopio, facendoci osservare ogni volta figure differenti. Una fitta pioggia di veloci note, che disegna, disfa, ridisegna e disfa di nuovo. Eclettismo ai massimi livelli, come dimostrato nel minuto 2:17, quando la chitarra viene sorretta da cori "angelici" e giubilanti, prendendo poi a muoversi lungo un climax di emozioni e di sensazioni terminanti in uno "sfogo" chiuso dal recitare magniloquente di una voce fuori campo.

The Riddle

Viene il momento, per "The Riddle (L'indovinello)", di palesarsi. Quinto brano del lotto, viene aperto da una chitarra roboante ed a tratti orientaleggiante, nel suo modo sinuoso di porsi. Il che non stupisce, in quanto il titolo del brano potrebbe tranquillamente far riferimento alla Sfinge, secondo la credenza popolare abituata a porre indovinelli ai suoi interlocutori. Anche gli effetti posti alla base della sei corde di Steve, in effetti, evocano terre orientali: suoni che riescono a farci compiere un vero e proprio viaggio da seduti, riuscendo addirittura a farci percepire i climi torridi e sabbiosi di un deserto. Le note dell'italoamericano dipingono quindi un paesaggio assolato e misterioso al contempo: tanta è la forza con il quale determinate melodie vengono emesse, tanta è comunque la capacità espressiva delle quali sono dotate. Note gentili ma graffianti, tipiche di chi con la sua musica vuole arrivare a toccare più di qualche corda della nostra anima. Possiamo dunque goderci la potenza ma anche la grazia dei virtuosismi del Nostro, perfettamente inanellati e ben stagliati su di un tempo mai troppo veloce, certo deciso ma assai concreto. Particolarità in arrivo: verso il minuto 1:41 i tratti orientaleggianti vengono a dir poco "esasperati", mediante l'adozione di un sound particolarissimo e pacato, che sembra quasi fare il verso a molti strumenti tipici del medioriente, primi fra tutti il sitar. La velocità è comunque in agguato, e di lì a poco tutto "degenera" (in senso buono, s'intende) in un turbinio di note, quasi come se una tempesta di sabbia stesse sconvolgendo il nostro sogno ad occhi aperti. La chitarra di Steve riporta comunque la pace mediante l'adozione di una ritrovata pacatezza, scivolando come un serpente sulla sabbia in una piacevolissima e nuova parentesi. Minuto 2:59, dopo aver udito una voce misteriosa e mesmerizzante veniamo catapultati in una melodia capace di descrivere l'imperiale sagoma d'una Piramide al tramonto. Il freddo delle notti desertiche comincia ad accarezzare la nostra pelle, e notiamo come ben presto la melodia venga disturbata da un vociare prima sommesso e poi deciso; espediente che ci porta verso un climax in cui il chitarrista italoamericano prorompe in un assolo di chiarissima forgia Hard n' Heavy, pur non disprezzando l'andatura "mediorientale" sino ad ora instauratasi. Note squillanti e brillanti come il sole, che mano a mano riacquisiscono un po' di colori "egizi" e tornano a decantare la grandezza della "Valle dei Re". Minuto 5:05, udiamo ancora una voce fuori campo, e la melodia ricamata torna ad essere notevolmente più essenziale e suadente, tranquilla, pronta comunque ad essere corretta da un coro di voci distorte le quali fanno in modo di farci scivolare in un piccolo vortice di confusione. L'ascia si sforza di rimanere eterea ed il bel contrasto con le voci crea dunque una contrapposizione interessantissima. Arriviamo dunque alla fine di un bellissimo brano, ricco di sorprese e di gran carattere.

Ballerina 1224

La particolare "Ballerina 1224" nasconde nel suo titolo due significati assai particolari. Differentemente da quanto ci si potrebbe aspettare, il termine "ballerina" non si riferisce ad una danzatrice, ma anzi ad un particolare tipo di rosa. Detta appunto "ballerina", la quale è solita raggrupparsi in piccoli arbusti cespugliosi. Sul 1224 si è inoltre dibattuto molto: ma basta frapporre fra i due numeri uno "/" per ottenere una data assai famigliare, ovvero quella della vigilia natalizia. In America, infatti, il numero del mese è scritto prima di quello del giorno, a differenza di come accade nel nostro paese. Fatte queste dovute premesse, possiamo quindi approcciarci all'ascolto del pezzo, il quale viene aperto da una voce femminile la quale, in un italiano comprensibilmente stentato, spiega esattamente ciò che abbiamo asserito pocanzi. Il sorriso gioioso di un bimbo (visto e considerato che la donna potrebbe essere Pia Maiocco, non è strano che il bimbo che qui udiamo possa essere uno dei figli di Steve, ovvero Julian e Fire) lascia quindi spazio all'inizio vero e proprio del brano, costituito da una melodia di chitarra quasi simile ad uno scampanellio. Ben presto, Vai si lancia in una serie di arpeggi particolarissimi, che sembrano quasi eseguiti su di una steel guitar piuttosto che su di una chitarra vera e propria. Si continua dunque con questa fitta e delicatissima raffica di note, le quali vengono rese più "soffuse" e "sorde" lungo tutta una sezione che si estende per poco nella seconda metà. Ritorna in seguito lo scampanellio, il quale chiude questo brevissimo brano, lasciato a respiri / sospiri profondi, come se una persona stesse in effetti annusando un fiore assai profumato. Tutta la delicatezza e la grazia delle piante viene infatti glorificata, in questo breve intermezzo, il quale ci proietta dritti dritti in un campo sterminato, dominato dai soli fiori. A contatto con la natura incontaminata, la quale decide di donarci dunque i suoi colori più sgargianti ed allegri. Un piccolo brano, spensierato ed a tratti fanciullesco, capace di rievocare ricordi d'infanzia mai sopiti. I giochi in giardino, le scampagnate.. il periodo in cui serviva poco, per essere felici: solo una giornata di sole, e magari un pallone.

For The Love of God

Siamo quindi arrivati al giro di boa, costituito dalla canzone più famosa dell'intero disco nonché da una delle più celebri di tutto il repertorio di Steve Vai: parliamo di "For The Love of God (Per amor di Dio)", la quale contiene, a detta della nota rivista "Guitar World", uno dei più bei soli mai realizzati nella storia della chitarra. Tanto da essere stato posizionato come ventinovesimo su cento accuratamente scelti e selezionati. Particolarità delle particolarità, questo brano fu registrato ed inciso da Vai durante il quarto di dieci giorni di digiuno assoluto. Particolarità estrema tipica di un grande artista? Può darsi, visto che fu proprio lo stesso italoamericano a dichiarare quanto segue: "Dovevo provare a spingermi verso uno stato relativamente alterato di coscienza.. perché è proprio in quei momenti che riesci a realizzare cose incredibili, uniche, che nemmeno tu avresti mai potuto concepire". La chitarra estremamente melodica apre dunque un brano dal sapore 100% Whitesnake; una chitarra mesta e malinconica, sofferente, tipica di un cuore infranto.. la quale sembra letteralmente ululare di dolore, sola nella notte. Fioche luci d'astri diafani illuminano questa triste processione di note, la quale sorvola le nuvole e si guarda in basso, cercando di capire, di comprendere, guardando dall'alto. Una danza elegante quanto delicata, quanto sopraffina, quanto struggente: mille passi brevi in grado di recare seco delle emozioni e sensazioni uniche. Una chitarra che vive, che parla, che comunica: in questo contesto, la lezione di Satriani viene espressa in maniera meravigliosa, e capiamo dunque quanto il buon Joe sia stato un maestro eccezionale, per un Vai straordinario e comunicatore, capace di accendere nei nostri cuori interruttori che neanche noi eravamo consapevoli di avere. Sembra quasi di poter vedere un chitarrista intento a dispensare i suoi melanconici sospiri al cielo, struggendosi per un amore perduto, magari impossibile. Anche quando il tapping fa la sua comparsa, accelerando di molto il contesto, tuttavia questa patina di languore sembra non voler abbandonare un brano a dir poco straordinario, capace di entrarci nell'anima. Di toccarla, accarezzarla, sconvolgerla. Un pezzo strutturato come un lungo climax, come un continuo crescendo, come una scala per il paradiso (citando proprio i primi arrivati..) immersa in una coltre di blu scuro, fiocamente illuminata da una luna piena alla quale donare tutti i nostri sogni infranti, ogni nostro singhiozzo. Melodie eteree, trasparenti, a tratti impalpabili, a tratti concrete come il freddo della consapevolezza d'aver amato e perduto. Sentiamo qualcosa pungere nel nostro intimo, sentiamo il nostro cuore chetarsi poco a poco.. il brano finisce, e con esso il nostro lamento. Curiosità, esattamente alla fine possiamo udire la suddetta frase: "Walking the fine line... between Pagan... and Christian". Ebbene, pronunciarla è nientemeno che David Coverdale. Il riferimento agli Withesnake non era dunque casuale.

The Audience Is Listening

Proseguiamo di gran carriera con l'arrivo di "The Audience Is Listening (Il pubblico sta ascoltando)", aperto ancora una volta dalla voce della moglie di Steve, la quale ci introduce il musicista come se egli stesse per esibirsi in un contesto teatrale. Carpiamo dalle urla di approvazione che il pubblico è molto giovane, nonché scalpitante, quasi come se si trattasse in una festa di compleanno e Vai fosse egli stesso uno dei giovani invitati; vezzosamente chiamato "Stevie", fra l'altro. Tant'è vero che le parole di un ragazzino, di lì a poco, spiccano fra gli applausi e confermano la nostra ipotesi. Quel giovanotto è proprio il Nostro italoamericano, che si presenta dunque al suo pubblico in maniera a tratti timida, quasi impacciata. Dopo un minuto abbondante, la chitarra inizia a scalpitare: una melodia Funky prorompe dunque dall'ascia del nostro, ben supportata da un basso anch'esso in vena di grandi groove. Dopo questa parentesi, la batteria comincia a tenere un ritmo più essenziale anche se molto interessante; riffoni Hard n' Heavy vengono sparati fuori come lingue di fuoco, Rock n' Roll allo stato puro, con i soliti virtuosismi che ci fanno dubitare sull'effettivo status di "terrestre" del Nostro musicista. Arzigogoli a parte, tutto il brano sembra impostato su di registri Rock n' Roll, come se il chitarrista volesse apparire scoppiettante e spumeggiante oltre ogni limite. Suoni pirotecnici e melodie scalpitanti le quali saettano come scintille sono infatti i degni protagonisti di un contesto divertente ed accattivante. Il miglior Vai viene comunque fuori al minuto 3:35. La sei corde inizia ad inanellare tutta una rapidissima successione di note, quasi fossimo veramente al cospetto di uno spettacolo di fuochi artificiali. Melodie che ci fanno ricordare Eddie Van Halen e vanno poi ad infrangersi in un contesto di "calma", in cui la presentatrice loda il Nostro ed il pubblico rumoreggia alla grande. Un momento toccante e commovente, in quanto le grida dell'audience non sono più quelle degli amichetti del piccolo Vai ma quelle di una folla oceanica. Il bambino riprende quindi a parlare, "doppiato" dalla voce dello Steve adulto, il quale ha voluto in questo senso ricordare le sue radici, le sue origini. Un bambino sognante, folgorato dalla musica, ora tramutatosi in un chitarrista di successo che può vivere grazie alla sua musa. Dopo questa stupenda parentesi, la batteria inizia a scalpitare e si riprende a rockeggiare alla grandissima. Mancherebbe solo la voce di un David Lee Roth e potremmo dire di trovarci al cospetto di una hit dei Van Halen; un brano che dunque finisce fra il tripudio generale, splendido gioco di auto-citazionismo che dovrebbe far riflettere molti musicisti famosi. Mai scordarsi di chi si è stati, mai scordarsi della spensieratezza tipica del fanciullo. Proprio in quegli anni plasmavamo la nostra mente, le nostre emozioni. Il perché di tante nostre passioni è da ricercarsi in quegli anni di selvaggia / adamitica attitudine alla vita.

I Would Love To

Lesta giunge "I Would Love To (Potrei amare)", la nona traccia, di spiccato gusto AOR. Ritmi e melodie spensierate, tipiche dell'Arena Rock degli anni d'oro. Un genere che Vai dimostra di saper padroneggiare alla grandissima, riuscendo a trasmetterci una carica incredibile. Un brano che viene animato da una tastiera suonata in maniera impeccabile, che con i suoi effetti arricchisce un connubio musicale d'alta classe, d'altissima scuola. Velocità sostenuta, sei corde sfolgorante come un lampo nel cielo.. impossibile non pensare a velocissime auto da corsa, ascoltando questo brano. Una musica adatta a gare di Formula 1: eleganza e motori rombanti, sembra quasi di vedere la bandiera a scacchi sancire il via; i piloti scalpitano, accelerano, prendono curve, tentano sorpassi. Un pensiero non casuale, in quanto il pezzo che ascoltiamo sembra veramente uscito fuori da un videogame a tema automobili. Pur non potendo essere alla guida di uno di quei bolidi, grazie a determinati simulatori possiamo comunque sognare d'essere anche noi, dei novelli Senna. Eccoci dunque pronti a percepire l'adrenalina della velocità, a cibarci d'emozioni uniche ed irripetibili. Mangiamo l'asfalto, accompagnati da Steve, il quale fa letteralmente piombare le sue note sulle nostre teste, proprio come un falco farebbe con la sua preda. Savoir Faire incredibile, un excursus che avrebbe sicuramente reso felici band come i mai troppo osannati Glasgow, per citare un nome a metà fra l'underground e la notorietà. E continuamo ad accelerare senza mai fermarci, godendo di melodie squillanti, di note splendenti, riflettenti il bagliore dei raggi solari. Come la carrozzeria della nostra supercar, la quale avanza implacabile, facendo mangiare la polvere ai nostri avversari. Un brano che termina quindi sfumando, lasciandoci scappare un sospiro soddisfatto, una volta giunto alla fine. Che corsa, amici lettori! 

Blue Powder

Neanche il tempo di scendere dall'auto che subito ci imbattiamo in "Blue Powder (Polvere Blu)", aperta dal "mini Steve" udito già in "The Audience..". Il bambino ci presenta il brano come una ballad, ed in effetti questo è il suono che si materializza nelle nostre orecchie. Con fare da consumato bluesman, Vai dà via ad un nuovo brano assai sentito, meno struggente di "For the Love" ma altrettanto efficace, come brano "lento".. che poi lento non risulta nemmen troppo, in quanto l'italoamericano ama infarcire il suo sound dei "soliti" (ma SEMPRE graditi) virtuosismi e tecnicismi che molto richiamano il collega Yngwie Malmsteen. A discapito della lentezza, infatti, dal minuto 1:22 i tempi divengono decisamente più veloci, invitando il musicista a "sfogarsi" liberamente. E dunque il Nostro torna a giocare con le melodie, proprio come farebbe un giocoliere con i suoi birilli. Salti e voli pindarici, sino a giungere ad un nuovo cambio di volto. Minuto 2:00, il brano sembra cessare di colpo ed invece veniamo di nuovo reintrodotti in un contesto riflessivo e delicato, nel quale Vai fa letteralmente trillare le sue note ed in seguito si diverte a far "sbuffare" il suo strumento proprio come se quest'ultimo fosse la ciminiera di una locomotiva. Ancora una volta l'imprevedibilità è dietro l'angolo, e non passa infatti molto tempo prima che si cada in una sorprendente dimensione "funky poliziesca", tornando di nuovo a rimembrare le gesta di chissà quale eroe di film a tema. Basso in grandissimo spolvero, ben sormontato dalla potente chitarra di Steve, la quale conoscerà in seguito un nuovo momento di "relax"; quando il pezzo tornerà ad abbracciare il mood tipico di una ballad, finendo dopo tutta una serie di espressioni con l'emettere una lunga nota destinata ad un mesto fade out. Tuttavia, la campana del ride si fa presto sentire; c'è spazio ancora per qualche piccola scintilla, note emesse in maniera composta e brillante, le quali vanno dunque a concludere il brano, che ci dona un ultimo tapping prima della sua definitiva conclusione.

Greasy Kid's Stuff

Si arriva a "Greasy Kid's Stuff", brano molto breve (nemmeno tre minuti) , aperto da un Vai intento a parlare a raffica, presentandocelo. Un pezzo che parte subito in maniera scoppiettante, a tutto Rock n' Roll. L'eco di Van Halen torna prepotente a farsi scorgere, e Steve può dunque dar fondo alle sue energie per sfogarsi lungo una traccia sorretta da una ritmica meno arzigogolata del solito ma assai efficace; la voglia di ballare e parecchia, ascoltando questa pirotecnica sei corde, intenta a scoppiare poco per volta, fra tripudi di saette e melodie decisamente prepotenti, sfrontate. L'eleganza cede il passo alla carica selvaggia di un pezzo "spaccone", il quale non teme di mostrarsi quanto più divertente e "rowdy" possibile: un brano che avrebbe offerto a David Lee Roth la possibilità di dimenarsi come uno scalmanato, soprattutto quando Vai si lancia in sezioni di tapping ad alto tasso adrenalinico. Ed adrenalinico risulta essere l'intero pezzo, il quale si avvia quindi ad una lesta conclusione, non lasciandoci nemmeno il tempo di renderci conto di cos'abbiamo effettivamente ascoltato. Un brano veloce, rapido, divertente ma limitato da una breve durata, la quale purtroppo ci fa desiderare in maniera eccessivamente spasmodica quel minuto in più. Singolare la chiusura, quando i suoni della tastiera sembrano richiamare una sezione d'ottoni. Curioso il titolo, in italiano difficilmente traducibile. Per "Greasy Boy", difatti, si dovrebbe intendere il "prototipo" del Rocker, quello abbigliato in uno stile oggi noto come "Rockabilly". Uno stile che prevedeva un taglio di capelli assai particolare, esattamente come quello sfoggiato da Travolta nel film "Grease"; "grease", termine che indica la brillantina, ovvero quella particolare cera per capelli capace di mantenere il cosiddetto "ciuffo" ben saldo, senza scompigliarsi mai. Il cosiddetto "pompadour", al quale tutti i Rockers della prima era tenevano come non mai. Visto il carattere del pezzo, quindi, non ci stupisce che Steve abbia voluto tributare il Rock n' Roll nella sua forma più pura.

Alien Water Kiss

Altro brano assai esiguo per durata, "Alien Water Kiss" risulta il pezzo più breve dell'intero lotto. Sono subito effetti "spaziali" (come il titolo impone, del resto) ad inaugurare questa piccola parentesi, la quale degenera presto nel caos più totale. Suoni che di nuovo richiamano in causa gli Hawkwind o comunque tutta una serie di gruppi amanti delle velleità più "Space". La chitarra di Vai è profondamente effettata, come se quest'ultima provenisse da Plutone, e non fa altro che emettere una velocissima / rapidissima serie di note, le quali sul finire divengono talmente acute da stridere, addirittura. Un filler, un riempitivo piacevolmente simpatico che ci conduce immediatamente alla track successiva.

Sisters

Ed è proprio "Sisters (Sorelle)" ad accoglierci, aperta da una chitarra acustica dal flavour vagamente country. Un incedere abbastanza tipico di certe zone degli U.S.A., della cosiddetta terra dei cowboy, il quale va dunque ad instaurare un mood abbastanza delicato e "romantico" nel suo essere. Come la musica country sa emozionare, mostrando spesso una sorta di malinconia intrinseca, di polverosa poesia stradaiola, così lo Steve "acustico" di questo frangente indossa gli stivali ed il cappello, pronto a narrarci una storia attorno ad un falò, acceso nel mezzo di uno sterminato ranch. Un brano che non mostrerà chissà che virtuosismi ma si sa far apprezzare, nella sua linearità strutturale. Superata la metà il mood non cambia, e siamo sempre immersi in questa piacevole aria di campagna notturna. Un momento unplugged particolarmente poetico e soave, che si protrae quindi senza troppe pretese. Giochi melodici a seconda parte inoltrata, quando le note emesse da Steve sembrano quasi tintinnii, salvo poi tornare ad abbracciare una corposità melodica più intensa ed avvolgente. Il brano si staglia infatti su binari più sentiti e vibranti, terminando ben presto la sua storia, andando a sfumare educatamente in un dolce fade out.

Love Secrets

Ultimo brano di questa lunga e splendida avventura, "Love Secrets (Segreti D'Amore)" viene presentata nuovamente da un bambino.. la cui timida voce viene quindi sommersa e sbalzata via da un'esplosione melodica pazza e senza precedenti. Sembrerebbe tornare in auge un mood AOR, ma in quest'inizio c'è veramente di tutto: un pazzo carosello di suoni quasi emessi alla rinfusa, una nuova festa dei folli alla quale siamo tenuti a partecipare senza farci troppe domande. Abbiamo un unico momento di tranquillità quando sono le campane dei piatti a farsi udire, nervosamente percosse da bacchette danzanti; eppure, il crazy carnival continua di lì a poco, non fermandosi mai e dipingendo immagini ora grottesche ora comiche, ora simpatiche ora stranianti. Melodie che deflagrano in maniera improvvisa, pazze successioni.. "this is just a dream!" sembra urlare improvvisamente una voce, ed in effetti un sogno è quello che questa traccia sembra. Impossibile da descrivere appieno.. un episodio che andrebbe unicamente ascoltato. Nuovamente, Steve vuol mostrare quanta influenza ha avuto su di lui il grande Frank Zappa. Costruendo un brano non brano che fa del suo non essere la sua forza fondamentale. Non abbiamo punti di riferimento: non esistono strofe o ritornelli, non v'è un assolo, non v'è nulla che possa ricollegarci al normale concetto di "canzone". Un insieme di suoni, un semplice insieme di suoni che ci trasporta in una follia pazza e creativa, ispiratrice. Un tutto e niente composto mediante un'Arte magistrale. Giochi di suoni, suoni giocatori, giullari e arcobaleni, caleidoscopi, vetri infranti in mille pezzi riflettenti un colore diverso, ciascuno. Colori e suoni che mai avevamo udito prima. Questo è "Love Secrets", la fiera dell'assurdo, alla quale tutti siete invitati. Uno dei brani più estrosi e particolari mai concepiti dalla mente umana, il quale ha il compito di salutarci e calare definitivamente il sipario su quest'opera magistrale.


Conclusioni

E' sinceramente complesso e difficile riprendersi dopo ore di pazzi esperimenti, virtuosismi, soluzioni ai limiti dell'umana comprensione; inutile girarci troppo intorno, Steve Vai continua ad impartire sonore lezioni anche a distanza di venticinque anni. Perché questa è in effetti l'età anagrafica (sicuramente per ciò che concerne "Passion and Warfare", molto di più per i brani di "Modern Primitive") del materiale che abbiamo appena ascoltato. La bellezza di un'intera generazione, propostaci in chiave remastered e dunque resa, a livello di suoni e produzione, quanto più attuale possibile. Quel che vi propongo ora, dunque, è un breve gioco delle possibilità. Immaginate di aver appena sostenuto una blind listening session; ovvero, di aver appena avuto modo di ascoltare brani dei quali non sapevate nulla, sino ad ora. Né di chi fossero, né da quale stile musicale fossero contraddistinti.. nulla di nulla, proprio niente. Fatto? Bene. A questo punto, vi sfido a datare il materiale appena vagliato. Donargli una connotazione temporale. E di seguito uno stile, un aggettivo che possa racchiudere le estreme peculiarità di questi brani, ponendoli dunque in una precisa "fascia". So già che molti di voi, i più attenti, mi risponderanno che è IMPOSSIBILE, o quanto meno estremamente difficoltoso, compiere quest'impresa. Perché di impresa si parla, se ci troviamo al cospetto di Steve Vai. L'uomo che ha saputo far entrare nella sua vita l'estro di Frank Zappa, la passione di Satriani; l'uomo che ha lasciato travolgersi dal ciclone del Rock n' Roll.. ma anche folgorarsi dalle saette del Funky, del Jazz, della musica classica. Prendendo gli ingredienti che più lo aggradavano, mescolandoli in un tutt'uno tenuto ben compatto dai modi di fare che solo un GENIO potrebbe dimostrare avere. E genio s'è mostrato, il caro Vai. Perché se brani composti trent'anni fa riescono ancora a stupire e ad essere avanti oggi più che mai (lo erano già all'epoca e lo sono tutt'ora), non possiamo certo dire d'avere a che fare con un principiante. Al contrario, abbiamo avuto l'onore di scoprire i primi "vagiti" (se così si possono definire) di un autentico drago della sei corde. Di un folle innovatore, di un mago incantatore, di un uomo che a lasciato aperti i rubinetti della creatività non frapponendo dighe lungo il torrenziale flusso artistico qui lasciato letteralmente a briglia sciolta. Che "Passion.." fosse un pilastro della sua discografia e del solismo chitarristico in generale, tutti ne eravamo pressappoco al corrente: a stupire definitivamente e del tutto è infatti "Modern Primitive", i cui pezzi, risuonati e riproposti, hanno il compito di metterci in contatto con il lato più sperimentale e pazzoide di Steve. Operazione perfettamente riuscita. Un ascolto certo impegnativo ma capace di donare estreme soddisfazioni, a chiunque sappia slegarsi dalla mera catalogazione archivistica. A chiunque sappia scindere il gusto personale dal concetto di buona musica, in senso lato. A chiunque abbia voglia di ascoltare un qualcosa di incredibilmente "sopra le righe", a chiunque sappia spalancare le porte della percezione. Insomma, questo "cofanetto" è quanto di meglio possa chiedere, sia un fan accanito di Steve Vai, sia un novizio alla ricerca di emozioni forti. Perché, certamente, non si può dire che "Modern Primitive" sia il classico disco da poter tenere in sottofondo mentre si cucina o si fa una doccia; richiede ascolti attenti ed impegnati, seri e ponderati. Ma vedrete che, una volta superata l'iniziale "diffidenza", verrete catapultati dritti dritti in un mondo che, ve lo assicuro, non potrete più lasciare. Nell'era della freddezza dei rapporti umani, potersi approcciare ad un'opera che fa della fantasia la sua base definitiva.. beh, è quanto meno emozionante. E toccante, senza dubbio.

1) CD 1: Bop!
2) Dark Matter
3) Mighty Messengers
4) The Lost Chord
5) Upanishads
6) Fast Note People
7) And We Are One
8) Never Forever
9) Lights Are On
10) No Pockets
11) Pink and Blows Over
12) CD 2: Liberty
13) Erotic Nightmares
14) The Animal
15) Answers
16) The Riddle
17) Ballerina 1224
18) For The Love of God
19) The Audience Is Listening
20) I Would Love To
21) Blue Powder
22) Greasy Kid's Stuff
23) Alien Water Kiss
24) Sisters
25) Love Secrets
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