STEVE VAI

Flex

1984 - Urantia Records

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
18/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Steve Vai è il secondo fondamentale tassello della triade dei tre più influenti Guitar Gods dell'Heavy Metal. Nasce il 6 giugno 1960. Il suo secondo nome è Siro, così si chiamava suo nonno, un nome che alle nostre orecchi di italiani suona alquanto paesano. Ed infatti, come tutti sanno, Steve ha origini tricolori, in quanto anni prima i suoi nonni erano emigrati in America dallo Stivale, precisamente dalla Lombardia. La musica si affaccia subito nella vita del giovane, già all'età di 6 anni, anche se all'inizio i primi approcci avvengono su uno strumento diverso da quello che lo ha reso famoso: si diletta infatti con un piccolo organo, a suonare la chitarra è invece sua sorella minore. A 10 anni scrive la sua prima canzone, dal titolo di "Hot chocolate". Quando finalmente passa alla sei corde l'impegno e la dedizione sono grandi, il giovane studia seriamente ed i suoi genitori lo supportano al massimo, soprattutto il padre che arriverà anche a privarsi di qualche agio pur di assicurarsi che il suo figliolo possa sempre prendere lezioni. Come molti ragazzi della sua generazione (e per buona parte di quelle successive) Steve resta folgorato dall'ascolto del grandissimo Jimmy Page. In particolare è l'assolo di chitarra di "Heartbreaker" che lo cattura irrimediabilmente. E' a questo punto che avviene il primo di una serie di importanti incontri che saranno fondamentali per la formazione del giovane chitarrista. Come lui stesso racconta, un giorno sta camminando per i corridoi della scuola, quando sente le urla di un professore provenire da un'aula; da una porta esce un ragazzo dai capelli lunghissimi che rivolge un gesto sprezzante all'insegnante e se ne va. Quel ragazzo altri non è che Joe Satriani, colui che per tre anni sarà il suo primo maestro e la sua più grande influenza di sempre. Steve ha circa 14 anni quando entra in contatto con Joe; questo è più grande di pochi anni, ma sono pochi anni che fanno la differenza, dato che Satriani  è già un tipo risoluto. Da questo giovanotto, anch'egli di origini italiane, Vai apprende la tecnica ma non solo, dato che il suo maestro lo invita ad esplorare, ad essere curioso per tutto ciò che ruota attorno alla musica. Ne nasce un rapporto di grande amicizia e stima reciproca che dura tutt'ora, addirittura un domani Steve, che raggiungerà la fama prima del suo mentore, sarà il tramite attraverso il quale Satriani arriverà al contratto discografico, nonché, a quanto pare, all'incontro con l'Ibanez, per la creazione di un suo personale modello di ascia. Gli insegnamenti di Joe, che istruirà anche altre future star della sei corde come Kirk Hammet dei Metallica, Alex Skolnick dei Testament e Larry LaLonde (Heaten ed in seguito Primus) facendone un personaggio importante non solo per Vai, ma per il movimento Metal in generale, danno ben presto i loro frutti e spingono l'aspirante chitarrista ad iscriversi al Barklee College of Music, in quel di Boston, luogo in cui affina anche la teoria imparando a trascrivere meticolosamente le proprie composizioni, e quelle di altri musicisti. Il Barklee è anche un mondo in cui il ragazzo fa un sacco di conoscenze importanti, in quanto tutti gli insegnanti sono musicisti preparatissimi e fra di questi spicca in particolare Mike Metheny, fratello del più noto Pat. Quando però un giorno Steve decide di contattare Frank Zappa per chiedergli lo spartito del brano "Black page number one", non sa ancora che quello sarà il passo che gli aprirà le porte della vita da musicista. Zappa infatti lo prende con se e l'attività al seguito del famoso artista si rivelerà un'ottima palestra per la costruzione di una sua precisa identità da artista. A mio avviso è bene sottolineare che gli anni in cui si svolge la vicenda personale di Steve sono molto importanti per la nostra musica. Come avviene ormai dalla cosiddetta British Invasion, i cui portabandiera furono quattro geniali ragazzi di Liverpool (l'equivalente dei più grandi compositori classici per la musica Popular, coloro ai quali anche i più feroci blacksters devono qualcosa, senza i quali la Musica oggi non sarebbe quella che è), il Regno Unito traccia la via e dall'altra parte gli U.S.A., anche grazie ai maggiori mezzi di cui dispongono, fanno in modo che le nuove tendenze arrivino ad essere (potenzialmente) conosciute da tutti. Proprio grazie a questo continuo sistema di scambio e diffusione spuntano in ogni angolo del globo nuovi talenti dall'enorme potenziale; proprio negli stessi anni in cui Vai si forma, in un lontano Paese del nord Europa un turbolento ragazzino svedese sta già mettendo a ferro e fuoco la sua terra con concerti travolgenti. Dopo la sua esperienza con Frank Zappa, un giorno Steve, il cui talento ormai non sfugge a nessuno, sarà chiamato a sostituire proprio quel ragazzino svedese negli Alcatrazz di Graham Bonnet. Senza dilungarci troppo sull'attività al servizio di altri artisti, diciamo che il concepimento della sua opera prima, questo "Flex-able" appunto, ha inizio proprio con la cessazione dell'attività alla corte di Zappa. Vai si chiude nel suo studio casalingo e condensa le sue idee e creazioni in 45 minuti di musica, facendo quasi tutto da solo; addirittura crea un'apposita etichetta per l'album e agisce nei diversi ruoli di autore, discografico, produttore oltre che, ovviamente, compositore e musicista. L'album è uscito ufficialmente nel 1984 grazie alla Urantia Records (l'etichetta fondata dallo stesso Vai a cui accennavamo prima), ed è oggi un rarissimo pezzo da collezione. Nel corso del tempo l'album è stato ristampato varie volte, aggiungendo alcune tracce che erano state escluse dal full lenght (e che facevano parte dell'EP "Flexable Leftlovers", ordinabile solo tramite posta). Copertina iconica e semplice al tempo stesso, vede nei toni del nero e del fucsia più psichedelico una mano che tende un cuore, ed al di sopra logo dell'artista e nome dell'album. Le ristampe avranno artwork diversi dall'originale (fra cui figura la più famosa, che vede Steve Vai in versione disegno stringere fra le mani una chitarra che letteralmente si scioglie fra le sue mani). Al disco partecipano vari ospiti, fra i quali spicca il nome di Stuart "Stu" Ham, bassista di grande preparazione tecnica.

Little Green Man

Già dalla prima traccia, "Little green man" (Piccolo Uomo Verde), Vai si conferma artista eclettico ed imprevedibile. Quello che sembra essere il rumore prodotto da una moneta che lentamente finisce di rotolare su di un tavolo dà inizio alle danze, ed è proprio il termine adatto, dato che il riff che subito prende il sopravvento fa pensare ai bar all'aperto tipici dei posti caraibici. Il ritmo, tutt'altro che lineare ed immediato, è frizzante, e dà l'idea di estate anche in pieno autunno, la chitarra elettrica rinuncia alla distorsione in favore di un suono pulito, ma quello che più colpisce è il bizzarro impianto armonico che sembra non avere senso, con tutti quei suoni e quelle voci fuori campo che intervengono qua e là. In realtà la linea melodica di chitarra e basso è alquanto ripetitiva (cosa voluta ovviamente, in quanto stiamo parlando di uno dei chitarristi più originale e creativi mai comparsi sulla Terra) ed ossessiva mentre la batteria si occupa di cambiarci i riferimenti in modo da far sembrare il brano più complesso di quanto sia in realtà. Si tratta di tempi composti che diventano più complessi nel momento in cui entra la voce. All'improvviso un brevissimo break in cui alcune voci dialogano fra di loro e subito riparte il riff portante, prima che un intermezzo di tastiera, dal sapore alquanto Prog, introduca un'altra voce che dà l'impressione di essere quella di un presentatore che parla supportato dalla linea melodica dello stesso riff, anche se a volume leggermente più basso. Al termine della parte narrata si riparte subito con il riff su cui si innestano così tante voci in presa diretta, che sembra quasi di vedere saltare omini verdi da ogni parte. Ancora un break in cui spunta una vocina distorta subito seguita dal medesimo ritmo su cui si innestano delle diteggiature impazzite, non nel senso della difficoltà di esecuzione, ma in quello della "non linearità" della linea melodica. Addirittura esordisce un solo di xilofono a completare il tutto, ed a rendere il sound quanto più lisergico possibile. Per il resto, il brano è un susseguirsi di breaks con vocine che intervengono e ripresa del riff iniziale che cambia solo leggermente nel finale che chiude in modo secco. Dal punto di vista dei testi il lavoro non è meno bizzarro, soprattutto per questo primo brano che parla di alieni, piccoli omini verdi, alti poco più di quattro piedi, atterrati sul nostro pianeta in visita e che fin dal loro arrivo suscitano negli uomini sentimenti contrastanti. C'è infatti chi vorrebbe scappare per la paura, chi invece in un secondo momento si ferma a riflettere ed arriva addirittura a considerare come provata la Teoria dell'evoluzione di Darwin, affermando che loro sono la nostra versione evoluta, e che da sempre, a scadenze regolari, ci fanno visita e ci rilasciano informazioni che saranno poi utili per i nostri progressi. In fondo questi piccoli omini verdi che saltano dappertutto sono simpatici ed addirittura alcuni vorrebbero prenderne qualcuno per tenerlo in casa proprio come si farebbe con un animale. Anzi, i nostri governanti ne hanno già presi, o meglio catturati in passato, per servirsene in qualche modo. Ma gli omini verdi hanno in realtà qualcosa di importante da comunicarci, basta aver il cuore di ascoltarli.

Viv Woman

Più canonica la seconda traccia, "Viv  Woman", caratterizzata da un bel riff cantabile e non caotico (nel senso dei tempi) in cui a colorare l'atmosfera ci pensa il dinamico gioco di batteria. Il brano non presenta particolari stravolgimenti, dal momento che il riff si ripete pressoché identico per la buona parte. A circa due terzi del brano si ha un cambiamento nella linea melodica ed un rallentamento del ritmo. Qui la ritmica cambia: prima una breve parte in 3/4 e poi una in 5/4 e, su questo tempo emergono i fiati con una piccola parte solista al termine della quale la musica si arresta e si ode una voce femminile pronunciare qualche parola seguita subito dal riff portante impreziosito questa volta da un originalissimo assolo di chitarra, proprio del tipo cui Steve ci ha abituati e che si chiude con una corta scala la cui ultima nota chiude la traccia nello stesso istante degli altri strumenti. L'atmosfera generale del brano è alquanto sensuale, con un suono caldo come il sangue che ribolle nelle vene quando pensiamo in particolare ad una rappresentante dell'altra metà del cielo. Si ha la netta impressione di trovarsi di fronte ad una sinuosa donna che ci vuole, sta danzando per noi, lentamente si spoglia e rivela il suo morbido corpo. È un brano sensuale, che prende a piene mani le radici del Blues più lisergico, e le traghetta verso lidi che sfociano nella psichedelia sotto certi aspetti, ma senza mai esagerare troppo. Anche i tempi composti che intervengono nell'esecuzione sono forse utilizzati per rendere l'imprevedibilità delle donne. La traccia infatti sembra strutturata in modo tale da rispecchiare le diverse sfaccettature del carattere del mondo femminile, passando da una ritmica più famigliare, quasi "amica", con suoni che trasmettono una certa quiete, a vari cambi di tempo che stanno a significare cambiamenti improvvisi di umore. Ascoltando la traccia si ha sensazione palpabile che Vai stia descrivendo un esercito femminile in piena regola, delineandone caratteristiche peculiari, pregi e difetti, andando a foraggiare alcuni elementi propri dell'essere femmina, ed altri che invece le rendono vere e proprie bandieruole che garriscono al vento, capaci di attrarti con un solo abbraccio, e di abbandonarti il secondo dopo. Un pezzo che, se ascoltato con attenzione, risulta moderno ancora oggi, con scivolate di vario tipo che ben dimostrano l'attitudine compositiva di questo grande artista.

Lovers Are Crazy

"Lovers are Crazy" (Gli Amanti Sono Pazzi) si apre con una ritmica complessa: un 4/4 suonato però con accenti che spiazzano, anche qui infatti, come nel brano di apertura, il ritmo sembra più complesso di quanto sia in realtà. Dopo una brevissima pausa inizia la strofa vera e propria in cui le cose si complicano un po'. In particolare risalta il cantato, con una linea melodica che ricorda molto le parti vocali tipiche delle parti affidate alla voce nei lavori dei Gentle Giant, con alcuni sconfinamenti verso gli Yes. Nel ritornello, che si accompagna allo stesso riff iniziale, fa l'ingresso anche una voce femminile che a volte risponde, altre si affianca a quella principale. Altra breve pausa e la strofa si ripete e devo dire che più la si ascolta più non si riesce a dire se quella che stiamo ascoltando è una linea melodica piacevole o addirittura irritante. Dopo il secondo refrain abbiamo un intermezzo ancora più bizzarro cui fa subito seguito una sezione solistica ai fiati dal finale squillante. Alla ripetizione di strofa e ritornello fa seguito un'altra breve sezione di fiati che chiude definitivamente il brano. Come ho già accennato in questa traccia un uomo ed una donna dialogano, più che altro parlano uno dell'altra, elencando tutti i lati del carattere della controparte, fra accuse reciproche di comportamenti che possono portare la relazione sull'orlo di una crisi di nervi. I comportamenti che ognuno di loro assume ne riflettono il carattere o lo scopo ed è per questo che il Nostro afferma che gli amanti sono pazzi, capaci di farsi continuamente del male. Nel complesso una traccia che, nuovamente, fa sfoggio della follia musicale che permea questo axeman fin dalla sua comparsa sulla scena musicale; l'influenza di un mostro sacro come Zappa qui probabilmente si sente ancor meglio che su altri brani della sua carriera. Talmente tanto che, come abbiamo accennato in vari momenti, non si riesce bene a capire se ciò che stiamo ascoltando sia geniale o profondamente tossico e fastidioso alle nostre orecchie. Si crea poi un dualismo davvero degno di nota, grazie anche alla presenza della doppia linea vocale, che mette in piedi una specie di teatrino per noi in cuffia e durante le sessioni live, portando il brano ad un livello superiore. Traccia che probabilmente non rimarrà troppo a lungo nella mente degli appassionati, anche di Steve Vai stesso, ma che ben rappresenta le capacità di questo artista, la sua voglia smodata di sperimentare sotto ogni forma ed ogni sorta di sound, senza mai fermarsi di fronte a niente.

Salamanders in the Sun

Un allegro ritmo di 3/4 costituisce invece l'ossatura della corta "Salamanders In The Sun" (Salamandre Nel Sole) in cui ancora fa bella mostra un utilizzo di strumentazione non convenzionale, come ad esempio flauto e xilofon, al limite vibrafono, non si riesce bene a capire quale dei due strumenti sia stato utilizzato durante le sessioni; il tutto supportato da un lavoro non invasivo di basso e batteria. E' soprattutto il flauto a spiccare in questo primo frangente, ricavando una melodia dolcissima e sognante che consente un accostamento ai Genesis dell'era Gabriel. Le trame musicali rimandano infatti decisamente alle leggendarie trovate compositive del grande gruppo inglese, segno che nella mente di Vai confluisce tutta la musica in circolazione. L'atmosfera sognante di cui sopra si incupisce per un attimo prima di lasciare spazio alla chitarra che, con linee armonizzate, ripete quanto detto dal flauto nella prima parte, compreso il momento in cui l'atmosfera si incupisce. Dopo una nota lunga il finale cambia leggermente, però di quel tanto che basta perché si possa utilizzare ancora l'aggettivo "imprevedibile". Protagoniste di questo brano sono le salamandre, conosciute fin dall'antichità, alle quali sono attribuite caratteristiche diverse a seconda delle epoche. Tralasciando i miti e le varie credenze popolari, che le vogliono abitanti del fuoco, la musicalità e dolcezza della traccia mi fa immaginare i piccoli anfibi che danzano in riva ad uno stagno, immagine evocata anche per via del leggero tono fiabesco della linea melodica. Le si può quasi vedere impegnate ad omaggiare con doni il Re (o la Regina) dello stagno, che sorridente veglia costantemente sul suo amato popolo.  Cosa dire, un piccolo gioiello; nel complesso forse la canzone in cui i lidi dello Space Rock vengono toccati con maggiore enfasi, soprattutto grazie all'ausilio di vari tappeti musicali (come quello del flauto di cui accennavamo prima), che garantiscono una atmosfera dalle tinte fluo e dai colori generali pressoché sgargianti. L'atmosfera generale che si viene a creare è quella di un trip acido, come il Prog, lo Psych stesso, ma anche lo Space, ci hanno abituato, soprattutto dalla seconda metà degli anni '60 in poi. Steve Vai è una vera e propria spugna musicale, ed il suo mentore Frank questo glielo ha insegnato bene, facendogli bene capire che nella vita qualsiasi sound, fosse anche il più lontano da noi, va carpito ed immagazzinato, perché non si sa quando ci potrà tornare utile.

The Boy / Girl Song

La quinta traccia, "The Boy/Girl Song" (La Canzone Del Ragazzo e Della Ragazza), è più movimentata, con un ritmo incalzante di batteria e basso, mentre la chitarra suona accordi in clean tone in levare. Il tutto rimarrà invariato per l'intera durata del brano. Per quanto riguarda il cantato abbiamo la prima strofa ed il primo ritornello eseguiti da una voce maschile cui risponde, nella seconda strofa, una voce femminile, in alcuni punti doppiata da un'altra linea vocale. Dopo il ritornello possiamo ascoltare una sezione di fiati che sostituisce le voci nell'esecuzione della strofa, terminata la quale le due voci, maschile e femminile, dialogano fra loro per poi proseguire insieme. Il finale è affidato ancora alla sezione fiati che ripropongono di nuovo la linea melodica della strofa per poi chiudere definitivamente con una nota lunga. Come si può capire dalle parti vocali del brano, a livello di liriche ci troviamo di fronte ad una lite all'interno una coppia, in realtà una finta lite, più un gioco amoroso, con le due parti che si lanciano rispettive critiche ed accuse e si rinfacciano le stesse incomprensioni. E' così che il ragazzo si chiede come deve comportarsi con la sua compagna che con il suo caratterino lo fa diventare pazzo. La vita con lei è davvero un'incognita ed il "malcapitato" sa mai cosa aspettarsi. Come se non bastasse, lei sembra prendere la loro storia con una certa pigrizia, con distacco. Questa cosa lo porta a farsi mille domande sulla natura del loro rapporto, ma allo stesso tempo si rende conto di essene profondamente innamorato e non può assolutamente pensare ad una vita senza di lei. Cosa pensa invece la ragazza? Le stesse identiche cose. Anche lei si pone le stesse domande del suo amore, anche lei si rende conto che in fondo non può fare a meno della sua presenza. Se in un primo momento i due si rivolgono a terze persone immaginarie, dopo pongono le stesse domande direttamente l'uno all'altra ed il senso è sempre lo stesso "Mi fai impazzire con il tuo carattere, con i tuoi modi, ma ti amo da morire e non posso assolutamente fare a meno di te!". Insomma il classico esempio di quella sottile linea di confine fra il maschile ed il femminile, linea che, anche se sottilissima, fa si che difficilmente un uomo ed una donna si toccheranno in modo totale, eternamente in balia di sentimenti che li avvicinano e li allontanano allo stesso tempo. Una danza che durerà fino a quando il mondo sarà popolato da uomini e donne.

The Attitude Song

La successiva "The Attitude Song" (La Canzone Dell'Attitudine) è invece riconducibile alle composizioni più tipicamente alla Vai, quel tipo di composizioni per cui il grande chitarrista è amato e venerato da schiere di emuli in tutto il mondo. L'inizio è molto dinamico, la batteria (assieme al basso col suo carico di sound pomposo ed aulico) procede in 2/4 mentre la chitarra con note su corde singole, in 7/16, varia di continuo gli accenti in modo da cambiare i riferimenti degli ascoltatori. Arrivati a quella che dovrebbe fungere da strofa iniziano le ormai famose svisate chitarristiche di Steve , linee melodiche che sembrano andare ovunque, frasi impazzite fra chitarre armonizzate, improvvise scale eseguite col suo tocco sopraffino, corde tirate, brevi innesti di basso, mentre la batteria non incalza sempre col suo ritmo, il tutto fino al momento in cui Vai si esprime in un assolo inizialmente più moderato, ma la cui complessità aumenta nel prosieguo fino a raggiungere il suo massimo nel punto in cui il basso inizia a doppiare la chitarra. Al termine di questa strabiliante esecuzione si riprende fiato per un attimo con un passaggio di chitarra che definirei "liquido" al punto da far sembrare lo strumento scordato. Poi il ritmo riprende identico prima di subire una variazione sul finale in cui c'è ancora ilo tempo di ascoltare dei virtuosismi alla sei corde eseguiti poi in tandem col basso nelle ultime battute. Di nuovo sfociamo nella lisergica energia dello psichedelico in questo nuovo slot; Vai è sempre stato un amante delle sovrapposizioni in fase di incisione (basti pensare ad uno dei suoi ultimi lavori, dove decine e decine di chitarre sono state campionate e messe su pista, di modo da dare la sensazione di una enorme orchestra che accompagna la musica. Sperimentazione, questa è la parola giusta per definire anche questo nuovo comma del disco; attitudine, di che tipo? Ovviamente quella che porta un artista a superare i propri limiti, a mettersi in gioco e non farsi fermare di fronte a niente, andare avanti e continuare a carpire la vera essenza della musica che ci circonda, senza avere paura di sfociare in sonorità particolari o mai sentite.

Call It Sleep

"Call It Sleep" (Chiamalo Sonno) è un altro brano più inquadrabile nello stile dell'artista in questione. Dopo un colpo secco parte un'atmosfera rilassata costituita da un tappeto di batteria giocato principalmente su di un sapiente uso dei piatti, alla quale contribuiscono anche le tastiere con un sottofondo delicato ed armonici di chitarra. Su tutto ciò Steve è libero di esprimersi con dei fraseggi in clean tone. Per un po' si va avanti così, ma dopo un'altra nota secca ha inizio una parte resa leggermente più irruenta in seguito all'ingresso della distorsione, e qui abbiamo un'ulteriore dimostrazione delle capacità tecniche del Guitar Hero: l'assolo è di quelli suoi classici con ancora l'alternanza di note sostenute all'inverosimile ed improvvise valanghe di note che fuoriescono libere dallo strumento quasi fosse acqua di un bacino che rompe la diga. Segue il ritorno al clean tone iniziale e nelle frasi di chitarra sembra quasi di ascoltare dei miagolii che vanno a spegnersi pian piano. Sembra tutto finito ma all'improvviso un'ultima nota secca, quasi stonata, fa sobbalzare sulla sedia per quanto avulsa dall'atmosfera di cui prima. E' quest'ultima nota che mi ha fatto arrivare alla mia personale interpretazione del brano, facendomelo apparire come la narrazione di un sonno con fasi diverse, dalla tranquillità all'agitazione (magari per qualche brutto sogno) e di nuovo alla calma, fino al suono della sveglia. Un altro brano dunque in cui le atmosfere particolari la fanno da padrone, soprattutto nella seconda parte. Steve ci dimostra ancora una volta di essere un grande amante del miscuglio di suoni, perché in fondo un compositore fa questo. Dai blasoni come Robert Fripp o Akerfeldt andando sulla musica estrema, finanche agli stessi musicisti "classici" del genere, sperimentare significa proprio unire insieme partiture e ritmi che apparentemente non sono così assonanti fra loro, ma che funzionano. In questo caso, come abbiamo accennato, si ha una descrizione (molto probabilmente) di una notte di sonno, di quelle che prendono chiunque di noi ogni volta che ci corichiamo la sera. Ogni fase è descritta senza l'ausilio di alcuna parola, basta la musica a comunicare i vari stati d'animo.

Junkie

L'ottavo brano, "Junkie" (Spazzatura), è un altro riuscitissimo gioiello di creatività, così ben concepito da permettergli di spiccare su tutte le altre tracce contenute nel disco. L'inizio sembra quello di una canzone dal classico schema strofa-ritonello strofa-ritornello. I primi strumenti a fare il loro ingresso sono le campane ed il vibrafono accompagnati da un delicato arpeggio alla chitarra, e questo è l'impianto melodico che fa da base al cantato. La voce del singer è calda e particolarmente adatta al suono in sottofondo ed a tratti raggiunge dei riflessi malinconici. Dopo una parte cantata con il tono di cui vi ho già detto, cominciano i cambiamenti nel brano a partire dalla batteria che si fa più presente: il batterista non si limita più a suonare i piatti, ma prende a suonare anche le pelli del suo strumento. La voce va progressivamente in crescendo e dai toni delicati passa ad un cantato urlato, quasi disperato, fino ad esplodere e smorzare la tensione creata appena un attimo prima, arrivando ad una strofa più canonica in cui tutti gli strumenti si fanno sentire bene per poi mutare ancora di atmosfera e smorzarsi subito. Come abbiamo avuto modo di ascoltare già in altre tracce del disco, un atmosferico tappeto fatto di accordi di chitarra sostenuti sono ancora la base per un altro monologo della chitarra, e non a caso, visto che in alcuni momenti lo strumento sembra parlare. Note imprevedibili e scale improvvise. Proprio subito dopo una di queste il brano subisce un altro cambio, punto in cui l'atmosfera rilassata di poco prima cede il passo ad una sezione più allegra in cui la chitarra sembra la voce di un bambino che intona una filastrocca, ma anche in momenti come questo il geniale axeman non rinuncia a complicare un po' le cose, e lo fa mettendo da parte l'immediatezza della linea melodica affidandosi ad incursioni di strutture più propriamente progressive. Subito arriva un'altra brillante apertura melodica in cui spiccano chitarre armonizzate in tono alquanto trionfale. Quindi un altro cambio, un'ultima parte in cui la batteria procede con colpi cadenzati ed il vibrafono funge efficacemente da contorno, mentre la chitarra suona uno stranissimo riff, la parte a mio avviso meno riuscita della traccia, fino ad arrivare in crescendo all'ultima spiazzante nota che grazie ad un effetto, seppur leggero, di eco, si fissa più profondamente nelle mente di chi ascolta. Qui sembra che a parlare sia un tossicodipendente, che chiede disperatamente un po' di "spazzatura" per trovare la forza di andare avanti. Ha provato a sostituire ciò di cui ha bisogno con altro, ma non ha funzionato, vaga per le strade della città come un automa come un relitto, tanto si vede ridotto male. Le ha provate tutte, persino mangiare rocce, ma non ha funzionato, e quindi l'uomo spazzatura, probabilmente il suo alter ego ha preso il sopravvento e lui non può più impartire ordini al suo cervello. Il bisogno del "carburante" diventa sempre più pressante, al punto tale che per provare un'emozione analoga a quella che la "spazzatura" gli da arriva a prendere in considerazione l'ipotesi di ammazzare qualcuno. Alla fine, in un barlume di lucidità, si rende conto che deve chiedere aiuto se non vuole andarsene nell'indifferenza più totale, perché oltre a non voler morire non vuole neanche vivere da spazzatura, proprio come ha fatto fino ad ora. Quando si dice la follia, successivamente troviamo ad aspettarci "Bill's Private Parts" (Le Parti Private di Bill), brano davvero particolare, la cui struttura è costituita da una fulminante dimostrazione di drumming (appena 16 secondi!) da parte del batterista Billy James un lasso di tempo però più che sufficiente per permettere al musicista di dare prova di cosa è capace. In quella manciata di secondi infatti, riesce a non trascurare una singola parte del suo drum-kit che sia una. Un piacevole e davvero notevole intermezzo che permette a Vai di far ben capire all'ascoltatore quanto un musicista solista, alla fine, non è niente se non è circondato da altrettanti personaggi bravi quanto lui. In questo caso, il corale momento del drummer da la dimostrazione lampante della sua tecnica, condensata in pochissimi secondi, quasi come una scarica elettrica che passa il cervello a velocità incredibile, ma che non può non rimanere impressa. Le ispirazioni del buon Billy sono molteplici, dal compianto Bonzo passando per Ginger Baker ed i blasoni della batteria sperimentale, coloro che facevano di tecnica, velocità e possanza il loro pane quotidiano.

Next Stop The Earth

In "Next Stop The Earth" (Prossima Fermata: La Terra), anch'essa molto breve (qui i secondi sono 34) Vai dà voce all'alieno attraverso il suo strumento, con un effetto ormai divenuto un suo marchio di fabbrica, grazie al quale riesce appunto a dare all'ascoltatore l'impressione che qualcuno stia parlando. I piccoli ometti verdi sono riuniti in consiglio, si stanno confrontando ed hanno deciso che la prossima fermata del loro viaggio di esplorazione della galassia sarà quello strano pianeta chiamato Terra, abitato da creature ancora più strane. Si fanno chiamare umani, una specie bizzarra, così arretrati da risultare deludenti. Difficilmente il confronto con loro porterà ad un arricchimento rilevante delle esperienze che stanno facendo durante la loro missione, ma tant'è, ormai è deciso "Prossima fermata, la Terra!". Sono anche trovate come questa che fanno la differenza tra il genio ed il disastro: non basta infatti munirsi di un determinato effetto per riuscire nei propri intenti, ma si deve essere anche in possesso della capacità di inserirlo in un contesto adeguato ed usarlo in modo tale da non scadere nel ridicolo. In questo caso Vai ha deciso di fare suo un particolare andamento della propria ascia a sei corde, rendendola talmente personale che, negli album che seguiranno nel corso del tempo, diventerà un vero e proprio marchio di fabbrica; gli insegnamenti non solo di Zappa, ma anche di Satriani, qui emergono con altrettanta particolare attenzione, stendendo un vero e proprio tappeto alieno sulla musica, iperspazio e parabole curve che ci sparano direttamente nel cosmo, fluttuando fra pianeti ed universi inesplorati. 

There's Something Dead In Here

"There's Something Dead In Here" (C'è Qualcosa di Morto, qui) è il brano con cui il grande Steve ci saluta. Si tratta di una composizione stranissima ed apparentemente caotica, più riconducibile alle sperimentazioni della Musica Contemporanea che un brano tipicamente Rock. Esordisce proprio Vai con più linee di chitarra che creano un effetto quasi sgradevole, tante sono le dissonanze e la tracotanza di suoni a cui il nostro orecchio si deve abituate. A complicare le cose ci pensano, con il loro intervento, gli altri strumenti. E' lo stesso chitarrista che si occupa di suonarli (per la precisione si tratta di una drum machine e dell'immancabile synth) e va a creare un disturbante muro di suoni che rende quasi difficile trovare un filo logico nella traccia. Spuntano infatti qua e là degli innesti di batteria costituiti da rullate improvvise, intervallati da suoni elettronici molto simili a quelli emessi dai giocattoli per bambini, in particolare finte pistole laser e l'accostamento ci potrebbe anche stare, dato che una certa connotazione "Sci-fi" emerge in più punti del disco. Magari questo insieme di suoni, quasi un'accozzaglia indistinta in realtà, altro non è che il linguaggio proprio del popolo di quel "Little green man" la cui conoscenza abbiamo fatto all'inizio della release. Sembra quasi che, dopo averci fatto visita (come suggerisce la traccia precedente) e resisi conto della nostra triste condizione, abbiano deciso di passare oltre ed esplorare ancora le profondità dell'Universo, in cerca di forme di vita più interessanti della nostra.  Dopo varie stranezze la composizione si chiude con deliranti note di chitarra che vanno a spegnersi lentamente, al pari di una lunga agonia, ma che in realtà dà il senso della continuazione del viaggio degli esserini verdi, e quel trascinarsi dei suoni è l'eco dei motori della nave spaziale che si perde nel buio cosmico. Il viaggio si conclude, come dicevamo, sparandoci nella stratosfera con la ferma convinzione che avremo ancora molto da esplorare, che ci saranno ancora altrettanti sistemi solari da visitare, pianeti su cui atterrare ed interagire con i suoi abitanti, e soprattutto l'altrettanto ferma convinzione che non siamo soli nell'universo. Una composizione in cui Vai da fondo a tutte le sue ultime energie residue per mettere in piedi una suite che ci fa viaggiare con la mente e con il corpo, senza alcuna remora, senza alcun limite, solo noi e la fredda perserveranza dello spazio, con il suo carico di infinito.

Conclusioni

Così si conclude questa prima release solista del grande virtuoso italo-americano, un lavoro che ci permette di scrivere a caratteri cubitali la parola "originalità". Come ho avuto modo di dire già nel corso dell'esame track by track del disco, infatti, ci troviamo di fronte ad un artista singolare, che spicca nell'ambito  dell'intera scena musicale Rock/Metal e non, dotato com'è della capacità di adattarsi, con maggior facilità rispetto ai suoi colleghi, alle diverse esigenze delle varie realtà compositive, discorso che non si può limitare alla sola produzione di musica in proprio, ma che si allarga tenuto conto delle diverse entità che lo hanno impegnato come sessionman. Prendendo in esame le varie tracce contenute in "Flex-Able" possiamo infatti notare come nella sua chitarra confluiscano tutte le soluzioni e conoscenze musicali possedute dall'uomo [dall'umanità]. In questo album possiamo infatti apprezzare diverse spezie, diversi sapori, presi in prestito qua e là e rielaborati brillantemente attraverso la sua solidissima preparazione musicale, in maniera così peculiare e personale al punto tale da costituire un nuovo paradigma a partire dal quale tutto ciò che viene dopo sarà destinato a trovare confronto. Proprio per questo motivo ribadisco che Steve Vai è il secondo (lungi da me fare una graduatoria, se non almeno dal punto di vista cronologico) dei tre chitarristi più importanti dell'Heavy Metal. Come il suo (futuro) amico Yngwie Johan Malmsten, che ha appena stupito il mondo della sei corde mostrando a tutti la perfetta fusione tra modernità e tradizione classica, nonché il raggiungimento di un elevatissimo step evolutivo per quanto riguarda la tecnica, creando un primo filone, Vai ha segnato un'altra via esplorando il lato più sperimentale dello strumento. Il terzo fondamentale pilastro sarà posto qualche anno più in là ad opera dell'altro grandissimo axeman  Joe Satriani, che inaugurerà uno stile forse meno tecnicamente esuberante (laddove "meno" non vuole affatto essere un termine per sminuirne capacità ed importanza), ma in una certa qual misura più accessibile e forse più portato ad essere amato. Tornando al disco in questione, l'influenza di Frank Zappa è notevole dal punto di vista compositivo, così come da quello più tecnico si può ravvisare quella di Joe Satriani, in particolare per quanto concerne l'uso della leva. Influenze ben assimilate da Vai il quale però passa oltre nella creazione del suo stile, del suo suono. C'è da dire però che in questo disco la sua identità sta ancora prendendo forma ed è per questa ragione che il platter mostra una notevole varietà nelle composizioni; si passa infatti da brani più immediati, a vere e proprie sperimentazioni, fino ad arrivare a divagazioni progressive, tanto nell'uso dei suoni come in quello dei tempi composti, mentre solo alcuni brani mostrano i germogli di quello che sarà lo stile con cui un giorno lo si potrà identificare, quando quei germogli arriveranno finalmente a maturazione. Mi riferisco in particolare a brani come "The attidute song" o "Call it sleep". Ad ogni modo le basi sono gettate, anche Steve si è appena lanciato alla conquista della notorietà. Meglio ancora, alla conquista di un generale riconoscimento come artista eclettico ed in continua ricerca di soluzioni sempre nuove.

1) Little Green Man
2) Viv Woman
3) Lovers Are Crazy
4) Salamanders in the Sun
5) The Boy / Girl Song
6) The Attitude Song
7) Call It Sleep
8) Junkie
9) Next Stop The Earth
10) There's Something Dead In Here
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