STEVE VAI

Flex-Able Leftlovers

1984 - Urantia Records

A CURA DI
SIMONE D'ANGELO SERICOLA
21/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Flex-Able Leftlovers è il titolo dell'EP che raccoglie i brani rimasti fuori dalla track-list di "Flex-able". Il materiale composto per quel primo disco era abbastanza copioso. Ricordiamo che il titolo "Flex-able" deriva dal fatto che Vai in origine aveva pensato di realizzare tre dischi flessibili di quelli tipicamente allegati alle riviste di settore come omaggio. Proprio per il fatto che le canzoni a disposizione erano molte, il chitarrista decide di pubblicare un primo album e far seguire a quello un'appendice dal titolo "Flex-able leftlover". Dopo l'avvento del cd le versioni originali in vinile delle due pubblicazioni è quasi impossibile, infatti è più facile trovare la versione cd contenente album ed lp. I contenuti musicali non sono diversi, anzi, aspetto dovuto al fatto che sono il risultato delle medesime sessions. L'EP che andremo ad analizzare oggi, come detto in apertura, contiene una serie di canzoni che Steve Vai aveva escluso dalla forgia dell'originale Flex-Able, materiale scartato o che, al momento della confezione del full lenght, non aveva ritenuto "degno" di essere incluso nel disco. O forse più probabilmente il nostro axeman ritenne molto più economico far uscire i due album separati, piuttosto che magari un doppio LP che avrebbe fatto lievitare ingentemente il costo di gestione, stampa e distribuzione.  L'EP è uscito ufficialmente nel 1984, anche se il materiale contenuto al suo interno, così come l'intero corpus del full lenght, venne registrato anche nei due anni precedenti alla stampa del disco stesso, coprendo un arco abbastanza ampio di tempo. Le influenze, lo stile e le funambolesche pennate del nostro giovanissimo Vai, come vedremo durante l'analisi track by track, sono ampiamente frutto della sua militanza al cospetto della corte di Frank Zappa, probabilmente uno dei migliori (se non il migliore, certamente il più poliedrico) compositore che la musica alternativa abbia mai avuto, insieme a personaggi come Robert Fripp e pochissimi altri. Gli anni con Zappa hanno letteralmente formato il carattere musicale e chitarristico di Steve, tant'è che ancora oggi, a molti, moltissimi anni di distanza da quella esperienza, continuiamo a sentire le influenze del baffuto autore di Hot Rats in molte canzoni del nostro capellone americano. Tornando all'EP, uscì in due versioni distinte; la prima grazie alla Urantia Records, label spagnola che, per quanto relegata ad un immaginario musicale nettamente più underground, negli anni ha prodotto dischi di un certo pregio, come i Sacred Dolls o i Los Rebeldes. Tale versione, stampata solo in 1000 copie ed ormai divenuta un oggetto di culto per appassionati (anche se di semplice reperibilità, con costi non proibitivi), presenta un artwork simile a quello visto sul Flex-Able originale; nei toni del nero e del fucsia acceso vediamo uno Steve Vai intento a suonare il proprio strumento, il font dei caratteri sia del nome che del titolo del disco sono i medesimi del full lenght, mentre nella sleeve interna troviamo la stessa immagine del nostro axeman ma a figura intera, circondato dalle liriche delle sue canzoni e da alcuni simboli. L'EP però uscì anche in una differente versione, molto meno conosciuta, grazie alla Akashic Records, casa di produzione che aveva già dato alle stampe il primo LP di Steve. Anche questa versione, come quella brandizzata Urantia, venne limitata a 1000 copie, presenta però un artwork diverso, e forse più di impatto. Nei toni del grigio e del giallo, come in un quadro, vediamo una mano che si tende verso un cuore disteso, tendendolo come il titolo stesso suggerisce. Il tutto sormontato dal nome di Steve e dal titolo del disco  in caratteri morbidi e colorati. Per chiudere il cerchio aggiungiamo anche che, come avevamo raccontato nella recensione del full lenght (che vi invitiamo a leggere), la Akashic produrrà, nel 1988, una versione "deluxe" di Flex-Able, con il celebre artwork che tutti ricordiamo (quello in cui vediamo Steve suonare una chitarra verde che si sta sciogliendo fra le sue mani), contenente ovviamente il disco originale, e ben cinque tracce aggiuntive estratte proprio dall'EP che ci apprestiamo a recensire. Verrà successivamente rimasterizzato nel 1997 dalla Epic (e nel 1992 dalla Curcio, in Italia), divenendo, di fatto, il primo album di Steve Vai. Molti infatti non conoscono le prime due versioni, sia il full lenght che l'EP, quanto piuttosto la versione "fat" di più semplice reperibilità e che, grazie alla Epic, ha avuto canali di distribuzione più bassi. Per rispetto e completezza dell'opera però, abbiamo deciso di recensire i due blocchi separatamente, così da fornire una completa storia della discografia generata da questo talentuoso ragazzo italo-americano. Bando ad ulteriori indugi, e tuffiamoci nella recensione di questo EP. 

You Didn't Break It

You Didn't Break It (Non Lo hai Rotto) apre le danze con un bel ritmo solare e una melodia cantabile. E' infatti una traccia tipicamente legata alla forma-canzone, decisamente non sperimentale rispetto a quanto proposto su "Flex-Able". Ciò che sentiamo dall'inizio è la progressione di accordi che tornerà nel corso del brano a scandire le battute dedicate al refrain. In un primo momento la chitarra è l'unica a farsi sentire, ma poi il tutto viene ripetuto con la voce che canta proprio la parte del ritornello; in realtà più voci, dato che ad affiancare il cantante Bob Harris (che qui si occupa anche del drum programming) ci sono anche Suzannah Harris e lo stesso Steve Vai alle background vocals. L'ingresso degli altri strumenti sancisce l'inizio della strofa, un Hard Rock non eccessivamente aggressivo, eseguito senza troppi tecnicismi; infatti l'accompagnamento di basso e batteria è piuttosto basilare, eccezion fatta per alcuni abbellimenti in corso d'opera a firma Vai, i soliti "giochi" con la leva del tremolo e brevi fraseggi che tanto hanno contribuito ad edificarne lo stile, che non vanno a vanificare l'atmosfera spensierata della canzone. Quando entra il refrain la sensazione è quella di trasporto, proprio come all'inizio. La seconda strofa si ripete pressoché identica, l'unica piccola variante è costituita da alcuni inserti delle backing vocals in dialogo con la voce principale. L'assolo, bello e melodico, è eseguito in alcuni punti con un'altra linea di chitarra armonizzata, Vai accantona le migliaia di note in favore della musicalità. C'è tempo per l'ultima strofa, più breve delle altre, ed il ritornello finale allungato rispetto ai precedenti in cui le voci di Steve e Suzannah hanno modo di dialogare di più con Bob, fino alla brusca conclusione. Per quanto riguarda il testo, appare evidente che la situazione che ci viene descritta è la fine di una relazione a cui colui che narra la storia pare reagire meglio che in passato. la frase che più ricorre, infatti, è "Non hai spezzato il mio cuore". Certo, colui che parla non è affatto contento della fine di un amore, ma affronta la cosa da persona più matura, che sa reagire meglio agli abbandoni. Pur essendo consapevole che il suo cuore non è di plastica, che quindi un minimo di dolore lo sente comunque, è ormai più preparato ed il tempo della sofferenza si riduce sempre di più. E' proprio il caso di dire che se ne fa una ragione e si rende conto che non può perdere tempo passando le giornate a piangersi addosso è quindi il caso di guardarsi intorno ed attivarsi, perché la vita non è affatto finita insieme a quella relazione. A conti fatti quindi ha forse subìto una battuta d'arresto, ma le ali del suo cuore non sono state affatto tagliate e quindi è pronto per rimettersi in cammino.

Bledsoe Blvd

In Bledsoe Blvd tornano a farsi sentire le stramberie compositive che imperversavano su "Flex-able" e torna a farsi sentire anche una strumentazione non convenzionale, dato che è possibile ascoltare anche il violino, suonato da Tommy Mars (impegnato anche alle keys ed alle backing vocals) e lo xylofono (per la precisione piccolo xylofono), vibrafono e bell lyre suonati da Larry Crane. E' una traccia in cui si torna a flirtare con il Prog, infatti alcune scelte compositive rimandano alla scena inglese dei '70s, qualcosa fra Gentle Giant e tutto il resto. Il riff principale si adagia su un tappeto di batteria e percussioni varie ed efficace è la linea melodica, dapprima di sola tastiera e poi doppiata dal violino, il tutto su un tappeto sonoro molto piacevole ed in cui lo xilofono dà l'impressione di essere un carillon. Il tempo di base è un 4/4 su cui ogni tanto interviene qualche rapidissimo cambio costituiti da brevi breaks intervallati a delle fughe in cui gli strumenti si rincorrono. Dopo uno di questi passaggi parte l'assolo di chitarra, prima lento, con note tirate, quasi un lamento, seguito a ruota da pennate più veloci per terminare poi note nuovamente tirate, tanto da sembrare un'implorazione. Neanche il tempo di memorizzare quanto sentito che parte, sempre sullo stesso accompagnamento, un duetto fra voce (che si esprime in vocalizzi) e rumori di vario tipo; il tipo di linea melodica riporta direttamente a quelle tipiche del Jazz-fusion. Per concludere si torna al riff principale eseguito aggiungendo i piatti in maniera più presente, poi ancora una rincorsa fino alle parole di chiusura. Una canzone tossica, lisergica e che ben ci fa capire come fosse Steve Vai nella prima parte della sua carriera; un chitarrista eclettico, forse troppo sotto certi aspetti, pronto a tutto pur di sacrificarsi all'altare della sperimentazione. Non ci stancheremo mai di dirlo, la militanza con Zappa lo ha formato, lo ha cambiato e forgiato in quel che vediamo oggi; complice anche un forsennato ascolto di tutto quello che gli capitava a tiro sotto le orecchie, Steve nel tempo ha reso la propria musica raffinata, viscerale e piena di rimandi. Non è un album per tutti, questo EP probabilmente ancora meno che il full lenght da cui queste tracce sono state escluse; questo slot in particolare, così come molti altri nel corso dell'ascolto, ci fanno ben intuire quanto la follia compositiva di Steve riuscisse a raggiungere picchi inaspettati e completamente fuori di testa. Disarmonie che però, se ascoltate con attenzione, cominciano ad avere un senso; o almeno lo hanno per coloro che, come accade in generi quali Fusion, Acid Jazz e pochissimi altri, hanno la pazienza e l'intuito per andare "oltre le note", andando a scavare bene nelle emozioni che quella particolare musica ci sa regalare. Nel caso specifico di Blvd, si tratta come abbiamo detto di una concatenazione di variazioni una dopo l'altra, nel tentativo di dare vita ad un ibrido cacofonicamente controllato, ma allo stesso tempo completamente fuori da ogni schema logico. 

The Beast Of Love

The Beast Of Love (La Bestia Dell'Amore) si presenta a noi con un riff ed un cantato che creano un'atmosfera quasi canzonatoria, beffarda. Ed infatti, scorrendo le liriche del brano, l'impressione è proprio quella di ascoltare una persona che si fa beffe di qualcuno, ma ci arriveremo. Dal punto di vista musicale il pezzo non è veloce, anzi, pare procedere quasi a forza o quantomeno con noia. La voce di Joe Kernay è scura e profonda, quasi seducente, e per questo pericolosa, adatta ad impersonare la Bestia dell'Amore di cui qui si parla. Prima che inizi la sezione solista, le backing vocals, qui affidate a due ragazze, indicate sul libretto semplicemente come Rantin & Rayven, duettano col cantante e le loro voci sono molto sensuali. L'assolo di chitarra in clean tone, non è per niente esagerato, anche questo caratterizzato da note tirate, ma devo dire che questa volta l'effetto (sicuramente voluto) è quasi sgradevole, probabilmente per allinearsi al mood del brano e del contenuto delle liriche. Quando la strofa riprende l'apporto delle coriste è maggiore e si esprime in controcanti e vocalizzi molto dolci mentre Kernay continua col suo tono suadente; all'improvviso si ode l'urlo disperato di una donna irrompe per spegnersi subito seguito dal guizzo di una chitarra. La cosa non scompone per nulla le voci che continuano nella loro narrazione fino a smorzarsi lentamente. In ultimo si rivela la vera natura della Bestia dell'Amore che ci consente di udire la sua voce reale, un rantolo. Cos'è "La bestia dell'amore" di cui si parla nelle liriche? Sembra non essere una persona, ma piuttosto l'Amore in persona, di quello che cattura irrimediabilmente le persone (anche se qui sembra catturare solo le donne), quel sentimento che coinvolge totalmente le persone facendone delle facili prede da governare come marionette. Quando ne siamo totalmente presi ci sembra che non debba mai avere fine, sembra che siamo il centro delle "sue" attenzioni, mentre invece ci sta solo ingannando. Eppure questa bestia sembra vacillare per un attimo, venire meno ai suoi meschini propositi, perché ha incontrato una donna che lo ha quasi destabilizzato, tanto che anche lui ricorda i bei momenti che hanno trascorso insieme. Poi però la sua natura prende di nuovo il sopravvento ed anche quella donna sarà ingannata, inerme vittima della Bestia dell'Amore, Bestia che, forse, è esse stessa vittima della sua natura meschina. Un altro brano, un altro esercizio di stile eclettico e fuori dagli schemi per il nostro Vai; stavolta andiamo in qualcosa di ancor più particolare, una sorta di rappresentazione teatrale musicata che viene messa in scena davanti ai nostri occhi e dentro le nostre orecchie. Nuovamente torna il fantasma di Zappa a farsi sentire, dato che il baffuto compositore di Baltimora non era certo nuovo a tali formazioni musicali; una specie di teatro-canzone in stile prog/psych che viene montato davanti al nostro sguardo per raccontarci una storia, una storia di amori finiti e nati, di passioni travolgenti e di sentimenti contrastanti, che poi alla fine è la pozione magica che tutti ricercano, l'amore vero, quello che ti attrae a sé come una mosca nella tela del ragno. 

Burnin' Down the Mountain

La strumentale Burnin' Down the Mountain (Bruciando La Montagna), che vede come musicisti impegnati nell'esecuzione i soli Vai, alle chitarre acustiche ed elettriche, accompagnato da Pete Zelman, è anche il più semplice strutturalmente di quanto ascoltato fino ad ora, perché consiste nella ripetizione continua di uno stesso riff che ha come unica variante un breve cambio di tonalità ad un certo punto. Il brano incede con la chitarra acustica accompagnata dal tamburello. L'atmosfera generale sembra quella delle ballate più allegre del country che si può ascoltare nei film western. Man mano che il pezzo prosegue si aggiungono altre chitarre e le percussioni; specialmente le chitarre in aggiunta danno l'impressione che la velocità aumenti. Poi, per un attimo, tranne il tamburello, tutti gli altri strumenti si smorzano per poi rientrare con lo stesso riff per andare a spegnersi del tutto. Dopo qualche istante di silenzio si fa sentire una voce maschile che getta un urlo, come se stesse chiamando qualcuno, per attirare la sua attenzione. L'ennesimo esercizio sperimentale dell'artista, che funge da intermezzo fra la traccia precedente e quella successiva; viene quasi spontaneo vederla più come una sorta di ponte fra le due metà del disco, che come uno slot a sé stante. Complice anche la struttura così semplice e priva di variazioni o quasi, il risultato è che l'ascolto si inizia a fare davvero complicato, man mano che i secondi passano non vediamo quasi l'ora che finisca. Un tappeto di suoni che, si, risulta anche interessante a tratti, ma che alla lunga stanca, stanca e ci fa quasi passare oltre. Un modo che il nostro chitarrista ha trovato per entrare dentro la musica più particolare che ci possa essere; respiriamo aria di Fusion qua, quasi di Jazz d'annata, nonostante non vi siano pregni rimandi a tali culture musicali, l'attitudine espressa ce lo fa quasi pensare, senza alcuno indugio. Una babele di suoni diversi e così simili fra loro, le velocità che aumentano e diminuiscono senza alcun ritegno, e quel titolo così emblematico che porta alla nostra mente ricordi ed immagini davvero strane, come in un fantomatico trip dentro le note stesse. Un accompagnamento costante della acustica e dell'elettrica, che si fondono assieme per dare vita ad un sound strano ed ipnotico, anche se stancante come abbiamo sottolineato poc'anzi. Una traccia che, come altre dentro questo EP, lascerà il tempo che trova, ma rimane comunque una ottima testimonianza della follia compositiva che un artista riesce a mettere in piedi. 

So Happy

So Happy (Così Felice) è la traccia più stravagante dell'intero lp, quasi interamente narrata, infatti possiamo ascoltare quella che presumibilmente è una mamma che si rivolge al suo bambino, dal momento che si sente piangere un bimbo che si chiama proprio Steve. La voce è di Laurel Fishman, il pianto del bebè di Lill Vai, nipotina del chitarrista forse. La donna si augura che loro due possano essere sempre felici; anche quando tutti intorno sembreranno tristi ci penseranno loro due a farli sorridere, a metterli di buon umore con la loro allegria contagiosa. L'importante sarà sorridere, sempre, anche nei giorni in cui il sole non si farà vedere la loro gioia sarà tale che potrà sostituire la sua luce. La loro gioia non gli farà percepire il grigiore di una giornata nuvolosa e li farà ridere sotto la pioggia come se non stesse affatto piovendo. Anche nei luoghi pericolosi, come potrebbero essere quartieri malfamati, loro porteranno allegria alla gente che così non sarà più triste o arrabbiata. Durante questa narrazione fa il suo ingresso la chitarra che vai riesce addirittura a far "parlare". Lo strumento infatti viene impiegato in modo tale da seguire le parole della voce principale, come se fosse un'altra persona che dice le stesse cose, ovviamente con un suono piuttosto metallico. Le due "voci" sono fuse a tal punto da sembrare una sola, quasi quella di un robot e, in questa forma, continuano fino al delirio finale, dei vocalizzi che si interrompono bruscamente. Nuovamente, e forse qui con ancora più enfasi, torna il concetto del "teatro/canzone", che avevamo espresso in uno slot precedente; qui si destruttura completamente il concetto canonico di musica, e lo si trasporta verso un immaginario teatrale davvero particolare, ricco di pathos e di emozioni. Tuttavia, è altrettanto bene sottolineare quanto, in un album del genere, la presenza di una traccia come questa non faccia altro che alimentare il fatto che non sia un disco per tutti. Non molti ascoltatori infatti si troverebbero a proprio agio nell'ascoltare qualcosa che va così fuori dai canoni classici di un disco vero e proprio. E torna, come sempre, ormai è diventato un leitmotiv continuo e costante, la mano sacra di Zappa a poggiarsi sulla spalla di Vai; le influenze del compositore risultano sempre più pressanti, a tratti molto più che sul full lenght. Se nel disco completo infatti avevamo avuto la netta sensazione di trovarci di fronte ad una sperimentazione senza alcuna logica o precedenza, qui invece pensiamo di essere entrati nel lisergico sogno di un trip acido. Colori fluo, visioni macabre che si alternano a scene di vita familiare come quella appena descritta, alimentano un sentore davvero particolare e fuori dal mondo, che il nostro Vai sottolinea senza troppi problemi. Uno slot che sicuramente non verrà ricordato negli annali, ma che ben rappresenta fin dove possa arrivare la follia positiva di questo axeman, capace di passare dall'Hard Rock più duro e cacofonico, a composizioni così anti-classiche, ad una recitazione musicata che trasmette emozioni di vario tipo. 

Details At 10

Altra traccia bizzarra la sesta, dal titolo Details At 10 (Dettagli A 10). Si apre con un riff di chitarra, suonato su note singole, sorretto da arpeggi della chitarra d'accompagnamento e da batteria e basso. Il tempo è di 3/4. Dopo questa introduzione inizia, sempre in 3/4, la strofa che consiste di accordi di chitarra (suonati in tono pulito, quasi distaccato), ed una bella ritmica di batteria e basso, in cui emerge la musicalità di quest'ultimo. In alcuni tratti la ritmica si caratterizza in maniera molto vicina ai lidi propri del Reggae e la cosa emerge in particolare nel refrain. Devo sottolineare ancora una volta il buon lavoro di batteria (ad opera di Chris Frazier) e del basso, qui suonato dallo stesso Vai, mentre questa volta Stu Hamm è impegnato alle parti vocali. Dicevo del buon lavoro ritmico ed infatti la gran parte dell'ossatura e della musicalità dipende proprio da basso e batteria, e questa riesce ad essere serrata anche a moderate velocità. Buona parte del merito è anche del tempo utilizzato, un 3/4 infatti consente di ottenere un effetto diverso dal tempo "quadrato" del 4/4, perché riesce a rendere una sensazione di continuità, come un rotolare. Nel secondo refrain l'impiego delle voci riesce ad accostare ancora di più il pezzo al Reggae al termine del quale si sostituisce una parte di transizione, una sorta di bridge, in cui, oltre alle voci di Hamm e Vai, tornano a farsi sentire le coriste Rantin & Rayven che rendono il passaggio più corposo. E' qui che la voce di un'annunciatrice, piuttosto una giornalista, una certa Wilma Wasko, qui interpretata da Laurel Fishman, interrompe la trasmissione per riportare la notizia di un duplice omicidio, di due bambine, sempre con lo stesso ritmo della strofa in sottofondo. I particolari che la speaker rivela sono agghiaccianti, ma l'andare avanti del suddetto ritmo, che sembra quasi dare l'dea di una situazione di rilassatezza, crea un evidente contrasto. Al termine le trasmissioni riprendono, il brano riprende, come se niente fosse, con un'altra strofa ed un altro refrain che termina questa volta in un gioco di cori che coinvolge tutte le voci maschili e femminili. Per quanto riguarda il testo, in questa traccia le parole sembrano rivolte ai giornalisti dei Tg ed alle notizie che ogni giorno, a tutte le ore, ci sbattono in faccia restando impassibili, almeno questa è l'impressione, anche di fronte alla narrazione dei crimini più efferati. E' un continuo di notizie di cronaca nera e di tensioni fra Stati rivali che potrebbero portare addirittura ad una nuova guerra su larga scala; anche mentre si sta tranquilli a tavola, davanti ad un buon piatto di spaghetti, all'improvviso le trasmissioni si interrompono e compare sullo schermo la faccia di uno speaker che ci aggiorna sugli ultimi avvenimenti. In particolare qui, la già citata Wilma Wasko descrive con dovizia di particolari lo stato dei cadaveri delle due bambine uccise cui ho accennato più su, compreso il fatto che prima di essere uccise le due hanno subìto violenza sessuale, poi strangolate, accoltellate (su una di loro si possono contare addirittura ben 27 coltellate) e poi ancora abusate. La sensazione che prova lo spettatore è di disgusto, non ci sono altre parole per descriverla, si sente quasi soffocato dagli spaghetti che sta mangiando, non vuole più vedere queste cose o ascoltare queste notizie, specialmente in quei momenti.

Peaces of Seaweed

Peaces of Seaweed (Pezzi Di Alghe) è follia, pura sperimentazione, un patchwork di suoni e voci che arrivano da ogni parte e vanno in tutte le direzioni. Ad essere sinceri il risultato è quasi sgradevole, fra voci e suoni che si sovrappongono di continuo, che vanno per conto loro. Sembrerebbe una discussione fra più persone, ma a me dà piuttosto l'impressione di un manicomio. La musica di sottofondo è tutt'altro che degna di nota, però si adatta alla perfezione a questa accozzaglia di stranezze. Ogni tanto passa (è proprio il caso di dirlo) un brevissimo fraseggio di chitarra; batteria e basso sono quasi Funky e di quest'ultimo, sempre suonato da Stu Hamm, possiamo ascoltare lo slap. E' soprattutto Larry Kutcher che si occupa di prestare la voce ai bizzarri personaggi che compaiono nella traccia. Ho parlato di manicomio qualche riga più in alto, ed infatti l'immagine che evoca alla mia mente questa traccia è simile a quelle viste in molte pellicole in cui si tratta di follia, quelle in cui immancabilmente si finisce ad ambientare alcune scene i quei luoghi, in cui si vedono gli ospiti parlare guardando di fronte a se, come se si stessero rivolgendo a qualcuno. Le liriche avvalorano la tesi della follia al punto tale che Vai fa una premessa: ci dice infatti che questa è una sperimentazione in cui utilizza delle voci registrate da Kutcher per adattarle alla sua musica. Ci avverte anche del fatto che non è responsabile della nostra salute mentale a causa di ciò che ci accingiamo ad ascoltare. In effetti è difficile seguire il discorso; si tratta di una sequenza di frasi buttate qua e là, senza un filo logico, senza un vero significato così come ci vengono presentate. Si parla di un argomento, ma, all'improvviso, viene inserita una parola che non ha nulla a che vedere con quanto detto prima. Ciò che ricorre nella narrazione è il fatto che qualcuno ha cosparso il suo corpo di pezzi di alghe fino a sembrare ferito, tanto che si cita l'episodio di san Tommaso che volle mettere le dita nel punto in cui i chiodi avevano perforato le mani ed i piedi di Gesù, per avere una prova di quanto aveva sentito raccontare. Di punto in bianco l'ambientazione muta e ci troviamo, pare, all'interno di un carcere. Questo almeno sembrerebbe, guardando agli ordini che vengono impartiti a qualcuno. La follia aumenta fra citazioni di Einstein che combatte l'acne con il plutonio, gente maleodorante e poi Steve fa parlare la sua chitarra con il wha-wha, doppiando la traccia vocale. Si ritorna alle alghe sparse per tutto il corpo ed a San Tommaso, per poi passare, di nuovo, a tutt'altro, con tanto di gente minacciata con l'ausilio di un pellicano... infine ancora alghe sparse per tutto il corpo fino a provocare delle smagliature.

Chronic Insomnia

Le stramberie non finiscono qui dal momento che la traccia di chiusura non è da meno in quanto a stravaganza. Con varie tracce di chitarra Vai rende il senso di agitazione che scaturisce da una notte insonne, Chronic Insomnia (Insonnia Cronica) è infatti il titolo, il girarsi e rigirarsi nel letto; appisolarsi un attimo (o almeno la sensazione di averlo fatto) e trovare subito poco comoda anche quella posizione appena assunta; i mille pensieri che passano per la testa, far quelli riguardanti la giornata appena conclusa e quelli che si fanno per cercare di ingannare il tempo; la stanchezza che aumenta e l'impossibilità di riposare perché non si riesce a prendere sonno. I suoni che il chitarrista ottiene con il suo strumento sono a dir poco irritanti, all'inizio sembrano evocare un soggetto che russa poi, con l'aggiunta di altre linee di chitarra, sembrano addirittura dei gatti che miagolano nella notte, fino ad un'accozzaglia di suoni senza senso. Una babele di suoni che, ahimè, non riesce a rendere giustizia a chi l'ha composta, né tantomeno risulta essere appetibile; passando sopra il fatto che sono sempre e comunque opinioni personali, la particolare struttura di questa canzone la rende così particolare, così fuori dagli schemi classici, da risultare particolarmente ostica da ascoltare. Si rischia infatti ascoltandola di sfociare quasi nel cattivo gusto, nel senso che i suoni concatenati che vengono fuori dalla strumentazione, altri non sono che una accozzaglia di metriche messe qui e la dal nostro Vai per dare un'idea all'ascoltare. L'unica nota positiva che possiamo cogliere ascoltando la chiusura dell'EP, è che la sensazione che ci viene trasmessa è proprio quella di un insonne che si sta girando nel letto ormai da ore ed ore; le membra sono stanche, il cervello non è più reattivo come prima, ma egli è sveglio. Si gira da una parte all'altra cercando di prendere sonno, ma sa bene che non accadrà, non ci arriverà mai. Ed i suoni così fastidiosi che sentiamo, sono esattamente lo stesso fastidio che prova il nostro malcapitato insonne ogni notte quando si poggia sul letto; una catena di cacofonici ritmi uno dopo l'altro, la chitarra che ferocemente ricama frasi sconnesse e senza senso alcuno, esattamente come la mente dell'insonne, che viaggia libera senza mai trovare porto per potersi finalmente riposare e godersi il sonno del giusto. Una chiusura di album davvero particolare, che farà infuriare molti ascoltatori, i quali preferiranno saltare oltre, ma alla fine, la sperimentazione senza quartiere porta anche a questo. 

Conclusioni

Si chiude con questa l'ascolto di questo particolarissimo EP, e da una parte potremmo quasi dire "finalmente l'ascolto è concluso". Dico finalmente perché da parte mia ascoltarlo, ma soprattutto analizzarlo, è stato un vero calvario. Nessuno mette in dubbio l'originalità e l'essere fuori dagli schemi dell'artista in questione, ma a me sembra che qui si sia voluto strafare in tale direzione. L'impressione è che per la voglia, sacrosanta, per carità, di stupire e creare qualcosa di difficilmente catalogabile Steve Vai abbia smarrito la "retta via", se così si può dire. Ascoltare insieme l'album d'esordio e questo lavoro sinceramente per me sarebbe stato troppo pesante, dato l'alto numero di tracce nonsense. Dico queste cose con grande sforzo, perché la stima per questo chitarrista è sempre stata molta ed anche l'ammirazione, in particolare, va detto, per le sue incredibili doti tecniche, però se nel precedente "Flex-Able" le sperimentazioni risultavano equilibrate, nel presente Flex-Able Leftlovers sono arrivate davvero a livelli da capogiro, fino a sfociare quasi in metriche che, come è accaduto per la traccia di chiusura, rischiano di diventare quasi irritanti fin dal primo ascolto. Riguardo al primo lavoro dicevo del sottilissimo limite fra genio e disastro e di come Steve sia riuscito a non perdersi, qui invece quel limite è stato purtroppo superato ed il risultato non è entusiasmante. Ripeto che il parere è assolutamente personale e ripeto ancora che esprimere una tale opinione mi provoca un certo dispiacere. La troppa forse voglia di sperimentare ha portato il nostro giovanissimo axeman a confezionare un EP che forse è appannaggio di pochi, pochissimi ascoltatori, soprattutto nella musica Rock. È più un album dedicato a coloro che ricercano suoni rocamboleschi, partiture aliene e metriche non propriamente canoniche della musica alternativa; un corpus di tracce che, se sono state escluse dal disco originale, sicuramente ci sarà stato un motivo. Se andiamo a confrontarle con il full lenght infatti, sono state escluse ed inserite nell'EP proprio gli slot più particolari che la mente di Steve ha composto in quei primi anni da solista. Quasi come a voler dire al pubblico "ok, avete amato a metà Flex-Able, ma vi annuncio che ci sono altre canzoni, forse ancora più fuori dagli schemi, e le ho raccolte qui per voi, così da non sporcare la purezza del primo disco, ed al contempo offrirvi una retrospettiva completa sul mio operato". Chiariamoci poi, non tutto è da buttare; motivo per cui da una lieve insufficienza finale, siamo arrivati al voto che leggete nella recensione, complice anche la mia profonda stima pluriennale per questo artista. Stima unita al fatto che all'interno del disco vi sono comunque alcuni momenti che hanno il loro perché, a discapito purtroppo di altri in cui si, probabilmente la giovane età ed ancora il troppo sentirsi vicino a Zappa, hanno fatto peccare di superbia il nostro Vai. Un disco da avere per completezza di opera, ma che sicuramente deluderà le aspettative di molti, anche dei fan storici, che preferiranno di gran lunga ciò che il nostro chitarrista americano è riuscito a mettere insieme negli anni successivi.

1) You Didn't Break It
2) Bledsoe Blvd
3) The Beast Of Love
4) Burnin' Down the Mountain
5) So Happy
6) Details At 10
7) Peaces of Seaweed
8) Chronic Insomnia
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