SONIC YOUTH

Goo

1990 - Geffen/DGC

A CURA DI
TIZIANO ALTIERI
03/02/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Cosa hanno in comune i Sonic Youth con la Dreamworks Picture? E coi Black Flag? Il Seattle sound è sorto grazie a Goo oppure è stata una contaminazione reciproca? Proviamo ad andare con ordine. Alla fine degli anni '80, il famigerato gruppo newyorkese composto da Kim Gordon, Lee Ranaldo, Thurtston Moore e Steve Shelley scende alla ribalta con un disco icona dell'indie rock, dell'alternative, e chi più ne ha più ne metta, il popolare Daydream Nation, uscito nel 1988, un disco doppio il cui successo occupa la band, tra tour mondiali ed apparizioni televisive, dall'ottobre dell'88 fino al dicembre dell'89. All'epoca è considerato il miglior disco doppio degli anni '80, insieme a Double Nickels On The Dime dei Minutemen e Zen Arcade degli Hüsker Dü, dischi fondamentali per l'hardcore e per il post-hardcore. Daydream Nation, quinto lavoro in studio dei Sonic Youth, è l'ultimo pubblicato da un etichetta indipendente, ciò influisce anche sul sound, tanto che da Goo in poi la fase che attraversa la band fino al penultimo disco viene definita la ''Geffen Era'', dal nome del famoso produttore David Geffen, il quale, oltre ad aver sotto contratto molti giganti del rock mondiale, è noto al grande pubblico per essere stato, insieme a Steven Spielberg e Jeffrey Katzenberg (ex presidente dei Walt Disney Studios), il cofondatore della Dreamworks Picture, il noto studio cinematografico d'animazione. Ed è curioso pensare che i prodotti della Dreamworks siano destinati ad un pubblico prettamente infantile, mentre la musica dei Sonic Youth terrebbe sveglio un pargolo per notti intere, funestandolo con effetti psichedelici e incubi sonori. Non solo la musica è assai interessante, ma anche la copertina di Goo è degna di attenzione: questa è la versione vignettistica di uno scatto reale, raffigurante Maureen Hindley e il marito David Smith mentre guidano per andare a testimoniare contro Myra Hindley, la sorella di lei, e il compagno Ian Brady. Questi ultimi due nomi per un periodo sono molto noti in America perché implicati nei cosiddetti "omicidi delle brughiere'', tra le più efferate sequele di omicidi mai avvenuti negli Stati Uniti. Per accrescere l'aura macabra del fattaccio, l'autore della copertina, tale Raymond Pettibon, decide di apporre delle scritte, una sul lato dell'art-work ("Ho rubato il ragazzo a mia sorella. Era tutto un turbine di calore e un lampo. In una settimana abbiamo ucciso i miei genitori e siamo partiti") e un'altra sul retro del disco, dove vediamo una ragazza intenta a pulire la bocca del suo amante con un fazzoletto ("Non è niente, solo rossetto e un po' di sangue"). Pettibon ha un'idea vincente, apprezzata da molti fans, non a caso il suo lavoro è parecchio richiesto nell'ambiente musicale, tanto che aveva già avuto modo di collaborare come grafico per le iconiche copertine dei Black Flag, storica band hardcore punk capitanata da Henry Rollins, e i già citati Minutemen. Tra i tanti artisti ai quali il disegnatore presterà la sua matita ci sono anche i Foo Fighters, ed è proprio con la band di Dave Grohl che ci allacciamo a un dibattito fondamentale: Goo è un disco proto-grunge? Sicuramente le affinità tra i Sonic Youth di quel periodo e il trio Cobain-Grohl-Novoselic non sono poche. Basti pensare ai 50 dischi preferiti dello stesso Cobain, tra i quali compare Daydream Nation. Ma il disco d'esordio dei Nirvana (Bleach, 1989), caposaldo del Grunge, risale al periodo in cui i Sonic Youth stavano completando il loro tour mondiale, ben quattro mesi prima che tornassero in studio. Allora come mai questo equivoco? Le schitarrate anni '90 dei Sonic Youth risultano più smussate rispetto alle spigolature di certe distorsioni che possiamo trovare in un album come Daydream Nation, e i tempi di certe digressioni strumentali di Goo si fanno più contratti e sicuramente più fruibili al grande pubblico. D'altro canto, il suono si fa più robusto ed è proprio in questo aspetto che il disco può risultare quasi grunge, a dimostrazione di come Moore e soci sapessero perfettamente cosa stava emergendo nella città di Seattle in quegli anni. Proto-grunge o no, una cosa è certa: a quasi dieci anni dalla fondazione, con Goo i Sonic Youth smettono per sempre di essere un fenomeno alternativo ed entrano di diritto tra le icone del rock firmato U.S.A..

Dirty Boots

Prendete Goo da qualsiasi dispositivo a vostra portata. Premete play e parte Dirty Boots. Vi accorgerete già dai primi 30 secondi di essere da un'altra parte. Non nella vostra automobile o nella vostra stanzetta; non sopra l'autobus con le cuffie nelle orecchie. Siete in un'altra dimensione. E questa dimensione è quella che i Sonic Youth hanno scelto per voi. Una dimensione in cui la band, conscia del cambio di rotta, in questi primi trenta secondi vi proietta nel passato. Un passato costituito da Daydream Nation, da Sister e addirittura da Bad Moon Rising, loro secondo disco. Un passato fatto sì di noise, ma anche di psichedelia, che rendeva il sound più sommesso ed orecchiabile. Questi primi trenta secondi di viaggio nel tempo lasciano spazio ad altrettanti secondi di ritmica che attendono le parole di Thurston Moore. Appena la sua voce irrompe, ci dice che stiamo ''andando verso un'altra candela che conosco" (probabile riferimento alla copertina di Daydream Nation) e che delle ragazze ''giocano con un lecca-lecca di gelatina''. A questo punto, ritmica e voce si fanno meno oscure, forse ad annunciare che i Sonic Youth stanno cominciando ad imboccare la strada dell'orecchiabilità. Thurston ci dice però che la strada verso ''un'altra candela'' va percorsa immaginandosi ''la via più folle''. In poche parole, ci sta dicendo di non giudicarli a priori e di aspettarsi di tutto. Arriva il secondo verso, e forse cominciamo a comprendere qualcosa di più concreto; che Thurston ci stia parlando di un viaggio intrapreso per caricarsi in macchina una prostituta? Gli indizi ci sono tutti. ''Il sesso è un colpo di fortuna'' dice Thurston, aggiungendo che qualcuno ''se la farà con una strega in un furgoncino''. Questa ipotesi potrebbe inoltre dare senso al titolo: gli ''stivali sporchi'' potrebbero essere quelli di una prostituta sul ciglio della strada. E ciò darebbe senso anche al lecca-lecca del primo verso. Finisce anche il secondo verso e si va verso l'iconico ritornello. O meglio quello che comunemente dovrebbe essere il ritornello. I Sonic Youth decidono infatti di accompagnare quel paio di strofe graffianti cantate da Thurston quel tanto che basta, per poi recuperare le atmosfere dell'inizio del brano donando così all'opening track una sorta di struttura circolare.

Tunic (Song For Karen)

Dall'accordo lungo del finale di Dirty Boots, lasciato risuonare in maniera molto melodica, si passa al ribattuto martellante dell'intro di Tunic (Song For Karen), dedicata a Karen Carpenter, ex cantante dei Capenters, prematuramente scomparsa. Stavolta è la voce sgraziatamente sussurata di Kim Gordon ad accompagnarci negli impervi percorsi sonori scelti dalla Gioventù Sonica. E sarà un gancio dritto allo stomaco. Il punto di vista è quello della stessa Karen, morta per complicazioni dovute al suo stato avanzato di anoressia. Ci dice che sogna di una ragazza simile a lei. Le chiede: ''Cosa aspetti a sfamarmi?!''. Ma Karen non può. Seppur ridotta pelle e ossa, allo specchio si vede sempre ''più grande in ogni senso''. Il parlato delle prime strofe, accompagnato da una struttura ritmica lineare, lascia spazio ad una parte più cantata, con gli strumenti che sembrano doppiare le cadenze di Kim. Questa parte, non è nient'altro che il ritornello di un viaggio verso l'oblio del disturbo alimentare. Il punto di vista raddoppia: Kim prima parla per bocca della ragazza sognata da Karen che le rimprovera di non andare ''mai da nessuna parte'', poi interviene Karen che conferma: ''non vado mai da nessuna parte''. Al disturbo alimentare si aggiunge quello sociale. Il risultato è l'isolamento. Senza mezzi termini, Karen/Kim ci dice che è in paradiso e che può vedere suo fratello Richard da lassù. A farle compagnia, tra i tanti, ci sono anche Janis Joplin ed Elvis Presley. Ora non è più sola. Soli adesso sono tutti i suoi ammiratori, Sonic Youth compresi. Uno sbalzo temporale ci riporta a quando Karen era ancora in vita, per donarci la frase più bella di tutto il testo: ''Questa Tunica svolazza attorno alle braccia e alle ginocchia. Mi sento come se stessi per sparire, ogni giorno più piccola. Ma quando apro bocca per cantare, sono più grande in tutti i sensi''. La videografia della band ci dà una mano in questo caso. L'idea di rendere per immagini lo scioccante scenario costruito dalle parole di Kim rende l'esperienza ancor più immersiva, e così vedrete la Gordon indossare questa famigerata Tunica, quella tipica degli angeli, di chi non è più tra noi. La simbologia della scala rende il tutto più comprensibile, ma non meno scioccante. Il montaggio alternato tra la faccia di Kim e quella di uno scheletro lascia senza fiato.

Mary Christ

Come spesso accade, la seconda traccia è la più rappresentativa dell'intero disco, e dal punto di vista del contenuto possiamo dire che Tunic conferma questa teoria; ma dal punto di vista formale, Mary Christ -terza traccia di questo disco di culto- è molto più in linea con le composizioni che seguiranno. Si distanzia persino dalla prima traccia, proponendo una struttura compositiva disorientante in cui scompaiono gli intrecci psichedelici delle distorsioni sostituiti dai brevi passaggi noise dell'outro e del bridge, ovvero le parti che in questo caso precedono la ripetizione del testo. Probabilmente la divertente e curiosa storiella in cui lo stesso Thurston ''cazzeggia'' con un prete borchiato e con la cresta piaceva molto, tanto che decise di cantarla per ben due volte, salvo omettere un paio di versi durante la ripetizione. Interessante in questo racconto è la presenza di questa strana figura cristologica al femminile -la Mary Christ del titolo, appunto- che allontana Thurston dal prete per condurlo per mani sulle numerose vie del peccato. Soffermandoci in particolare sul genere, potremmo addirittura accostare questa perla musicale al famigerato pop-punk, col quale condivide la brevità, la ripetitività, e la dinamica a due voci che a molti potrebbe ricordare qualcosa di Feeling This dei Blink 182, brano di una decina d'anni più tardi.

Kool Thing

Il brano Kool Thing inizia con la coda stessa di Mary Christ che si fa più corposa e accompagna la voce di Kim, relegata nel brano precedente a cantare giusto un paio di frasi. Il connubio tra lei e Chuck D, leader dello storico gruppo rap dei Public Enemy, dona una seconda perfomance in spoken word -dopo quella di Tunic- stavolta col botta e risposta. Ne emerge un semi-dialogo femminista, nel senso che Kim si fa portavoce del ramo più estremo di questo movimento e non lascia molto spazio alle parole di Chuck, il quale si limita ad incalzare le affermazioni di lei senza aggiungere altro. La canzone è famosa per essere stata la prima traccia dei Sonic Youth a possedere un videoclip prodotto da una grande etichetta. Ciò fu comunque di intralcio rispetto alla videografia precedente, costellata di immagini macabre e costruite su un montaggio frenetico (Death Valley '69; 1985). David Geffen infatti proibì alla Gordon persino di indossare un "innocuo" fucile mitragliatore scarico, simbolo, secondo la Gordon stessa, dell'appropriazione da parte di una stereotipata ragazza bianca della rivalsa sociale dei gruppi Black Panther, cui il video fa riferimento. Dal punto di vista musicale, i passaggi noise sono ancora più assenti e la canzone tira dritta per i suoi 4 minuti con la sola voce di Kim a sostenere tutta la baracca. Per ora la traccia più debole del disco, complice una scrittura del testo veramente basilare che comunque non aiuta a comprenderne a pieno il significato che lòa band cerca di trasmettere, un testo che sfocia ora nel servilismo remissivo (''sarò la tua schiava; ti farò la barba''), ora nella sfrontata indipendenza femminile (''hai paura del mondo femminista?!''). Il brano in questione, che può far quindi storcere il naso, lascia però spazio col suo finale tronco alla performance di Lee Ranaldo, voce del brano successivo.

Mote

È alla seconda chitarra che è affidata Mote (Pulviscolo), dove ritorna con prepotenza la carica noise, complice anche la notevole durata del brano (quasi otto minuti). Per meno della metà del brano, siamo dalle parti di J Mascis dei Dinosaur Junior oppure da quelle di Bob Mould degli Husker Du. Il timbro, la cadenza e il testo non in rima scelti da Ranaldo ci proiettano esattamente in quel limbo tra Zen Arcade e You're Living all Over Me, capisaldi dello stile alternative americano anni '80. Potremmo accostare il brano ad un'altra band di quel ramo e precisamente ad una loro canzone in particolare. La-La Love You dei Pixies, uscita appena un anno prima di Goo, traccia facente parte del loro secondo disco capolavoro Doolitle. In questa canzone, la linea vocale è affidata niente meno che al batterista David Lovering, il quale dona al brano una sonorità singolare. Lo stesso vale per questa Mote, una sorta di ''fulmine a ciel nebbioso'' potremmo dire: un brano che illumina questa prima parte di Goo in cui siamo ancora abbastanza disorientati. In questo caso, l'influsso di Mascis fa la differenza. Il cantante dei Dinosaur Junior presta la sua voce ai cori, così come accade in Tunic e come accadrà nella traccia 6. La voce di Mascis si amalgama con quella di Ranaldo per neanche trenta secondi di brano, eppure questo connubio riesce in maniera perfetta. Il videoclip del brano è stato affidato al regista Ray Agony -collaboratore del gruppo per più di 10 anni- e ben si sposa con la confusione determinata dalla parte strumentale. Non è attinente al testo come nel caso di Tunic ma ne rispecchia l'animo allucinato, celato nei primi 3 minuti dalla voce sommessa di Ranaldo.  Immagini sgranate, pixelate, autopsie e filmati di repertorio si amalgamano ai primi piani di Ranaldo che canta. Il testo di Mote è di difficile comprensione, come spesso accade per i testi dei Sonic Youth, perché molto astratto e imprevedibile, come la musica prodotta dalla band. Ma ci viene in aiuto un'espressione dialettale tipicamente angloamericana, presa pari pari da un passo del vangelo secondo Matteo: ''Perché vedi il pulviscolo nell'occhio di tuo fratello ma non consideri la trave nel tuo occhio?''. In questo caso, ''a mote inside my eye'' -citando letteralmente una parte del testo- risulta autoreferenziale, infatti l'intero testo sembra cantato dalla bocca di qualcuno che si sente impotente di fronte a qualcosa (''sono senza aria, un pargolo vuoto'') ed entra in uno stato di autocommiserazione. Queste contorte frasi coprono solo la prima parte della canzone, mentre l'outro che segue l'ultima strofa, della durata di 4 minuti, cambia le carte in gioco: dei feel di batteria accompagnano le distorsioni delle chitarre, mentre la parte più strutturata e ridondante è affidata al basso. Ne emerge un ensemble disturbante, quasi da trip psicotropo, dove le dinamiche che sembrano esplodere da un momento all'altro svaniscono soppiantate da armonici naturali e infine dal solo basso distorto.

My Friend Goo

Un basso pesante apre la sesta breve traccia: My Friend Goo (Il Mio Amico Goo), dove torna la voce di Kim più in forma che mai. La foga hard rock del brano procede spedita verso il finale, dove la bassista cita insistentemente il titolo del disco. Il lato B di Goo si apre quindi in maniera magistrale, con questo brano che riesce a condensare in soli due minuti tutta la grinta e l'originalità del gruppo (il glissato a 1:47 ricorda addirittura certe trovate dei Prodigy). Come accennato, nonostante la breve durata, ci scappa un piccolo duetto Gordon/Mascis che arricchisce ulteriormente il brano. I due ci rivelano qualcosa di questa fantomatica canzone che omaggia Goo, una ragazza? Un ragazzo? Una metafora? Mah, fatto sta che questa persona indossa mutande verdi e non ha mai niente da fare, e quello che le riesce meglio è ''stare in piedi e guardare''. Sa anche suonare la batteria. Ma ciò che è più interessante è la sua identità. Quella che dalla traduzione poteva sembrare solo gelatina (in inglese Goo, appunto) con l'ultima battuta sappiamo che si tratta di una ragazza in carne e ossa.

Disappearer

Arriviamo adesso al brano più melodico ascoltato finora, Disappearer (Scomparso); stavolta c'è Thurston al microfono. Poche attinenze coi brani precedenti ma molte con quelli che avrebbero scritto in seguito, specie nella produzione post-2000. Stavolta i cori sono affidati a Don Fleming, produttore in seconda del disco che accompagnerà la band nel terzo millennio. Vicino alle esperienze di Thurston e dei Dinosaur Junior, Fleming è quasi impercettibile in questo brano così come nel resto del disco, nonostante vi appaia anche come percussionista aggiunto. Il pezzo è calmo e disteso, forse proprio grazie (o a causa, a seconda delle preferenze) alla presenza di Fleming, il cui contributo cambierà le sorti della band più di quanto non abbia fatto Geffen. Il videoclip è anch'esso più disteso, quasi un road movie in miniatura che si concentra sui volti dei personaggi, in questo caso dei membri della band. Non mancano certo le trovate schizoidi tipiche dei Sonic Youth -come ad esempio i musicisti vestiti da astronauti- ma si trovano nella seconda parte del video, dove troviamo una Kim Gordon in lacrime che sta per essere toccata nell'interno coscia, salvo guardare in cagnesco l'uomo che cerca di abusare di lei, fino a farlo desistere. Appare in questa parte del video uno stralcio del testo sotto forma di rompicapo che viene risolto ogni qual volta Thurston ne pronuncia le parole: ''western starland''. Il video è più corto di un intero minuto rispetto alla versione studio, dove la parte strumentale risulta più lunga. In generale non stupisce come Tunic, che con le sue simbologie era fondamentale per comprendere le vere ragioni del testo, in cui compaiono chiari riferimenti alla strada (''lampeggiare'', ''rallentare'', ''corsia di sorpasso'') esattamente come in Dirty Boots. Ma a differenza dell'opening track qui risulta più complicato intuire i soggetti delle azioni. Dal punto di vista sonoro, il brano risulta decisamente avanti rispetto alla produzione anni '90, e forse ciò ne determina la poca riuscita. Cosa che assolutamente non si può dire per il brano successivo.

Mildred Pierce

Siamo arrivati al brano più corto e contorto di tutto il disco, Mildred Pierce (Perforazione Delicata). Troviamo un giro di basso che parte deciso per poi essere raggiunto dalla chitarra. Una voce, dall'audio corrotto e soffocato, ci dice il nome del brano, lo pronuncia sussurrando. Il riferimento è di nuovo letterario: siamo dalle parti dell'hard boiled britannico, genere poliziesco dai forti tratti realistici che trova appunto in Mildred Pierce di James M. Cain un fulgido esempio. Il macrogenere è quindi il noir, ma i Sonic Youth optano per un total black. Finita la parte strumentale, irrompe brutalmente la voce straziata di Thurston che si limita a pronunciare il nome del brano nella maniera che si addice più a un blackster che a un noise rocker. In realtà, con gruppi noise attuali come i Daughters, abbiamo visto come il confine tra generi estremi come il grindcore e il noise rock sia piuttosto labile. Ancora una volta, i Sonic Youth risultano dei veri precursori.

Cinderella's Big Score

Torna Kim in questa terzultima traccia, e lo fa con un testo arrabbiatissimo. Questo Cinderella's Big Score (Gran Punteggio Di Cenerentola) è molto meno retorico di Kool Thing nel significato, e ci parla di un uomo che ''ha fatto davvero una cazzata'' e della sua signora che ''si sta lucidando il pugno''. Ma la rivalsa parte prima a parole: lei lo accusa di essere gretto, dicendogli che ''preferirebbe un dollaro ad un abbraccio di sua sorella''. A metà del testo il rapporto sembra rinsaldarsi (''tienimi più vicino, amore'', oppure ''avrei paura se tu piangessi'') ma la parte in spoken words anticipa la strumentale che, una volta conclusa, lascia spazio al ritornello. Qui ci accorgiamo che la primissima parte del testo non era nient'altro che un'anticipazione del finale. La relazione di cui parla Kim non durerà quindi per molto. I Sonic Youth sono da sempre stati molto abili a descrivere situazioni amorose tramite il loro sound graffiante. Ad esempio possiamo tornare indietro di addirittura 5 anni, quando nel 1985 fecero uscire il loro secondo disco: Bad Moon Rising. Ebbene quel disco contiene un brano, tale I Love Her All The Time, che può essere perfettamente considerato la controparte di questo nono brano di Goo. In quella canzone -come possiamo intuire dal titolo- Thurston tesse le lodi di una giovane che ''quando le viene in mente, torce i suoi nervi'', e quando lei gli parla ''non capisce una parola di quello che dice'', talmente è abbagliato dalla sua bellezza. Ma il disordine sonoro, ben costruito dalla band newyorkese, ti ingabbia in quelle stesse sensazioni provate da ognuno di noi: lo smarrimento prima del riavvicinamento, identificato con la chitarra pulita che emerge dal noise. Nel caso di Cinderella's Big Score, assistiamo ad una prova simile. Il riff dell'intro, a metà tra il melodico e l'allucinato, lascia spazio alla foga punk del verso che provoca una cesura istantanea. Qui emerge tutta la rabbia per il torto subito ma, mano mano che si arriva al bridge, i toni si fanno più calmi, fino alla parte in spoken words quasi sussurrata, dove addirittura gli accordi si fanno maggiori, suonati quindi in tonalità che rimandano spesso ad arie allegre. Ma l'affetto oramai non basta più, è arrivata la fine per quei due. Il pretesto per la rottura però è sempre quello iniziale, di conseguenza il modo migliore per chiudere il brano è riprendere l'introduzione e il primo verso. Il feedback stoppato dell'ultimo secondo del brano sembra quasi un ultimo grido di frustrazione. Interessante come questo feedback pregno di significato anticipi un brano costituito da solo feedback fine a se stessi, anche se il termine ''brano'' per Scooter and Jinx è un po' esagerato.

Scooter + Jinx

È difficile guardare la copertina di questo disco e non riportare alla mente la band prodotta da Wharol e il loro disco più iconico, Velvet Underground e il loro esordio con l'art-work disegnato dallo stesso Andy Wharol. Ebbene, questa traccia fatta di puro feedback probabilmente non esisterebbe se Lou Reed non avesse registrato nel 1975 Metal Machine Music, disco già campionato dai sonici nel loro debutto. Bene, Scooter + Jinx è una breve composizione di solo feedback e nulla più. E tanto basta. Il massimo della sperimentazione e dell'astrazione sonora.

Titanium Exposé

Quale modo migliore di concludere un disco se non con un brano che ti fa venire voglia di rimetterlo da capo? I sonici non si smentiscono mai, e con questa Titanium Exposé (Esposizione Titanica) concepiscono il riff più orecchiabile di tutto Goo. Serve solo arrivare alla fine per apprezzarlo. Esattamente al contrario della traccia precedente, quando arriva la voce (stavolta affidata a Thruston) i toni si fanno più calmi e gli accordi più lunghi. Interviene Kim con i suoi cori essenziali, doppiando sapientemente con la voce le note della chitarra che a metà brano si abbandonano a bending lacerati. Segue una parte schizzata e frenetica che si conclude con la ripresa del riff iniziale stravolto nei bpm. Per l'outro ci si affida ad ogni genere possibile di rumore generato da una chitarra: colpi di plettro perpendicolari alla corda, manipolazione del jack, ed ovviamente i famigerati feedback, tratto distintivo della cifra stilistica dei Sonic Youth stavolta portati all'esasperazione. Il videoclip inizia con una fantasia di bolle di sapone cui segue l'introduzione del brano, che ci accompagna per le vie di un mercato in compagnia di un uomo con una tavola periodica. I titoli di testa che gli appaiono affianco sembrano tratti da un episodio di Mister Bean. Lontano dalle strade, appaiono Kim e Thurston in atteggiamenti intimi. Cantano entrambi sdraiati su un letto e si baciano (''sugar babe sugar babe, do it to me''). Nel frattempo il nostro chimico, sempre più ossessionato dalle formule, nel suo vagheggiare si ritrova ad assistere ad un concerto privato insieme agli stessi Kim e Thurston, raggiunti in seguito dal resto del gruppo. I membri della band concerto sembrano in tutto e per tutto degli emuli dei Sonici, ma appaiono molto più giovani di loro. Questa trovata potrebbe riferirsi direttamente ad una parte del testo: ''sento il mattino scivolare nella vista del tuo specchio. Ora vedo nel modo in cui tu potresti vedere e mi è abbastanza chiaro''. Quella band di giovani emuli potrebbe essere nient'altro che una proiezione degli stessi Sonic Youth. Quindi quello che nel testo viene decantato per il singolo, nel video appare stratificato ed esibito come potrebbe accadere in un film di David Lynch, dove i diversi piani di realtà si sovrappongono. Nel testo, un giovane amante si sveglia di punto in bianco e si rende conto di vedere le cose nell'ottica della sua amata, mentre nel video, i membri della band guardano ai loro doppi del passato. In entrambi i casi: come osservare attraverso uno specchio. E il chimico girovago? Forse una versione dello stesso Thurston intento a sciogliere quel ''mistero da non sottovalutare'' citato nel testo.

Conclusioni

L'analisi di Titanium Exposé e del suo video ci consente di fare il punto della situazione. Così come i Sonic Youth con dieci anni d'esperienza sulle spalle guardano in quel videoclip a una loro versione giovanile, allo stesso modo l'esperienza di Goo, la prima con una grande major, mise la band newyorchese nella scomoda posizione di confrontarsi col passato, costruendosi nel frattempo delle basi per il futuro. Abbiamo visto infatti come alcune dinamiche strumentali messe a punto per questo disco rimandino ai fasti passati (come l'introduzione di Dirty Boots), mentre in altri atteggiamenti si possono leggere le future svolte della band sotto l'ala vigile di Don Fleming, seppur in una versione ancora abbozzata (Disappearer). Una sfida lanciata da loro stessi per imporsi nel panorama musicale non più come fenomeno underground proveniente dalla corrente No Wave ma come fulgido esempio della possibilità di rendere pop delle scelte sonore che esulano dal concetto di hit parade, esempio che da lì a breve il compianto Kurt Cobain avrebbe abbracciato in pieno. Ci sono sicuramente tra i fan della band dei detrattori della Geffen Era di cui Goo costituisce l'anno zero, ma mai e per nessuna ragione Kim, Thurston, Lee e Steve hanno ripudiato questo disco fondamentale per gli anni '90. Esiste persino un cofanetto uscito nel 2004 dove, affianco ad altri grandi successi della band composti a cavallo tra i due millenni, spicca l'intera scaletta di Goo in formato videoclip. Questa compilation visiva dal nome Corporate Ghost vanta la presenza di grandi registi quali Spike Jonze, Harmony Korine e Richard Kern, già regista del citato Death Valley '69 e qui accreditato come autore del video del non-brano Scooter + Jinx. Nel cofanetto compaiono tutti i videoclip citati -alcuni anche in versione estesa- ed è sintomatico che la sua pubblicazione sia avvenuta nel periodo in cui la band era ancora in attività. Spesso può accadere infatti che vengano rilasciati questi cofanetti nel periodo immediatamente postumo allo scioglimento di una band, così da fornire ai fan materiale inedito che non faccia sentire la mancanza dei propri idoli. Invece, Corporate Ghost, omaggio visivo al disco della svolta musicale dei Sonic Youth è uscito circa quindici anni dopo Goo, ben cinque anni prima di The Eternal, loro ultimo disco e primo senza Geffen dopo quasi vent'anni. Nel lasso di tempo che intercorre tra Goo e Corporate Ghost, costellato da altre sette pubblicazioni, la band non ha mai smesso di guardarsi indietro, rendendosi conto del debito morale che avevano nei confronti di questo loro parto fortunato. Non certo travagliato come Daydream Nation -che ricordiamo essere più lungo di Goo di circa venti minuti- ma sicuramente decisivo non solo per la carriera della più famosa noise band di sempre ma per l'intera storia della musica, totalmente stravolta in questo scenario alternativo creato dai Sonic Youth. Probabilmente, senza l'influenza di questa band non saremmo mai stati colpiti dall'impatto emotivo trasmessoci da un Kurt Cobain qualunque, magari costretto, senza il successo di Goo, a pubblicare coi Nirvana per etichette sempre più scadenti e rinunciando alla gloria commerciale. Oppure in Giappone, la carriera dei Boredoms non sarebbe durata tanto a lungo, e in un altro arcipelago, nel nostro paese, non avremmo mai sentito parlare di Marlene Kuntz e Verdena. Musicisti rabbiosi e odierni come i già citati Daughters e i novelli Idles sarebbero solamente il parto di una fervida immaginazione. C'è da dirlo: Goo, come abbiamo visto nell'analisi delle tracce, non è certo esente da difetti. È stato l'azzardo di una band che si è giocata il tutto per tutto per non rischiare di venir dimenticata. E anche se alcuni potrebbero considerarlo un disco minore rispetto al successivo Dirty, Goo ha superato a pieni voti la prova del tempo, riuscendo ancora oggi dopo trent'anni ad emozionarci con Tunic, a stordirci con Mildred Pierce, a far pogare con Dirty Boots e a farci ragionare con My Friend Goo. Perché nonostante gli indizi di Kim, l'identità di Goo non è chiara, restando ancora oggi una chimera da decifrare. E sta a noi scoprirla un po' di più ad ogni nuovo ascolto.

1) Dirty Boots
2) Tunic (Song For Karen)
3) Mary Christ
4) Kool Thing
5) Mote
6) My Friend Goo
7) Disappearer
8) Mildred Pierce
9) Cinderella's Big Score
10) Scooter + Jinx
11) Titanium Exposé