SONATA ARCTICA

The Days Of Grays

2009 - Nuclear Blast

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
26/11/2012
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Ritornano i Sonata Arctica dopo due anni dalla realizzazione del precedente Unia, album forte di una inaspettata originalità fondata sulla sperimentazione e sulla conquista di strutture progressive che avevano tanto fatto storcere il naso ai fan della prima ora. Il nuovo album The Days Of Grays prosegue sulla falsariga del precedente facendo solo parzialmente mezzo passo indietro e riacquistando strutture maggiormente godibili e dirette rispetto al precedente, forse troppo ostico per chi era stato svezzato a suon di My Selene e San Sebastian. Apre le danze la strumentale Everything Fade To Gray, introdotta da sonorità cupe e disturbate. Un ossianico rullo di tamburi ci trascina verso una desolata melodia di pianoforte, che ci trascina verso immemori lidi disperati e fuori dall'umano concetto di tempo, quasi in una magica, onirica dimensione lontana dal nostro mondo, una valle di lacrime in cui piangere in silenzio.  La successiva Deathaura si ricollega nei primi secondi a quel pattern malinconico per poi deflagrare in una struttura molto potente, magniloquente ingigantita dal pattern batteristico di Portimo. Presto si inserisce una voce femminile angelica (l' ottima Johanna Kurkela), la cui voce serafica spezza il precedente momento di tensione, a cui fa seguito la voce di Kakko, che riecheggia la delicatezza della Kurkela per poi esplodere all'unisono con gli strumenti in una nuova deflagrazione sonora trainata dalla batteria. I toni apocalittici, da scontro millenario si smorzano verso il minuto e trenta per lasciare spazio ad un momento più ragionato, in cui i toni si rilassano alla grande per poi salire gradualmente di tono verso una parte più epica dove a farla da padrone è perlopiù la ruggente prestazione vocale di Kakko. Il pezzo continua a muoversi in un saliscendi emozionale, tra repentine accelerazioni e rallentamenti, in continui cambi di tempo e di atmosfere, rimanendo su toni tanto epici quanto trasognati, regalandoci un brano tra i migliori del lotto (a parere di chi scrive quanto della maggior parte del pubblico). Tematica del brano è una sorta di narrazione dal retrogusto fantasy intrecciata in dieci parti differenti, parti in cui, tra l' altro è suddiviso il brano in questione.Con The Last Amazing Grays ci imbattiamo in un pezzo inaugurato da ritmiche abbastanza pompate, destinato a trasformarsi in un brano suadente, soprattutto merito delle vocals di Kakko delicate e dotate di grande appeal. Il carattere è molto simile a quello della ballad, ma l' iniezione di testosterone chitarristico è all' orizzonte: oltrepassato il minuto e 35 la chitarra diventa ben più squadrata, possente, traghettando come un panzer il vocalist impegnato a cullare l' orecchio dell' ascoltatore con la sua delicata prestazione canora. I ritmi presto incrementano la dose di epos, la voce di Kakko diviene sofferta. Scivoliamo così verso i tre quarti del brano, in cui a farla da padroni sono la chitarra e la batteria, potenti, davvero di grande impatto. La chitarra in particolar modo genera un muro sonoro capace di dare l'idea delle devastanti forze della natura. Si finisce in bellezza con una parte in bilico tra epos e malinconia con la solita ottima prestazione di Kakko, dapprima ruggente poi nuovamente suadente e delicata. La successiva Flag In The Ground parte spedita come i venti di guerra. L' impatto dei primi secondi è notevole, riportandoci alla mente i Sonata dei tempi d'oro (quelli dei primi album). Il brano non tradisce le aspettative dato che dopo il potente intro ci troviamo canalizzati in una struttura tanto grintosa quanto dinamica. La chitarra cesella con la batteria una struttura quadrata tipo panzer mentre Kakko si esibisce nella solita performance ad alti livelli capace di donare ampio flavour melodico ad un architettura che sembra assestata su ritmiche quantomeno aggressive e battagliere. Poco dopo il minuto siamo traghettati verso il refrain che ci offre un'apertura ariosa grazie al raffinato cesellamento della chitarra che riprende il tema dell'intro, ben supportata dagli svolazzi pindarici della voce potente ma dannatamente melodica di Kakko.

Una nuova ripetizione del refrain subentra oltrepassato il secondo minuto, al termine del quale la voce di Kakko si libera sempre più alto come una fenice in volo tra gli ampi spazi aperti. Da citare assolutamente, a questo punto, il magnifico solo guitar di Viljanen a partire dai quasi tre minuti, destinato a far godere in maniera incontrollata i nostri padiglioni auricolari. Il testo del brano è organizzato come una sorta di lettera o pensiero del protagonista, che cerca speranze in una nuova terra con la donna del cuore che aspetta di rincontrare. Il protagonista abbandona la terra madre per migrare in un paese in cui le possibilità sembrano essere più ampie, e nel frattempo aspetta con ansia di rincontrare il suo grande amore con cui potrà trascorrere felice il resto dei suoi giorni. Breathing, la quinta traccia è una sublime ballad inaugurata da delicate note di pianoforte e dalla voce del singer ancora una volta soave, suadente, in perfetta linea con lo strumento di accompagnamento. Poco dopo il trentesimo secondo esplodono all'unisono chitarra e batteria: la prima parte con una nota prolungata che viene ripetuta diverse volte nei secondi successivi, mentre la seconda si inserisce come accompagnamento con pochi, semplici rintocchi non troppo invasivi fungendo da ombra agli altri strumenti, accompagnandoli in sordina pacatamente. Al minuto e tredici si ricomincia sulla falsariga del primo troncone, con la sola eccezione che la delicata melodia in sottofondo viene gestita dalla chitarra, pregna di gran delicatezza, e dalla solita batteria minimale. Ma la sostanza non cambia..la melodia rimane colma di imperitura dolcezza. Di nuovo un'esplosione strumentale speculare alla precedente, al minuto e 44, che ci conduce stavolta al refrain (I can not control my life anymore/Feel a need to leave and breathe on my own...) e, subito dopo, ai 2 minuti e 25 a uno strepitoso, malinconico solo guitar che si inserisce come una pietra preziosa in questo splendido gioiello di pezzo. Finale in crescendo emozionale con una seconda ripetizione del refrain, che pone il sigillo a questo magnifico pezzo, tra i più intriganti del lotto. Il pezzo sopracitato ha come tematica la volontà di un uomo di rimanere solo data l' incapacità di essere compreso appieno. La seguente Zeroes risulta essere in qualche maniera una sorpresa, data la natura estremamente modernista che caratterizza il suo pattern strutturale. Dopo un intro in cui udiamo la voce filtrata di Kakko che ripete sino allo sfinimento "Dancing on the borderline.."una batteria  cronometrica ci trasporta verso un coretto che che ci traghetta verso una brevissima parte ancora caratterizzata da voci filtrate, e il seguente subentrare della voce di Kakko che ci introduce nel pezzo vero e proprio, melodico, accattivante, ma con quel vago flavour cinematografico, per da colonna sonora di qualche film della Marvel. Il pezzo si mantiene su una struttura moderna quanto melodica traghettandoci sino al refrain (All you little superheroes/Fall short whitout all them zeroes/A pie in the sky is your brave new world..) che non fa altro che confermare quanto già detto prima, e in un secondo momento, ad una bella parte strumentale. Ho ascoltato il brano una quantità infinita di volte, e il mio iniziale scetticismo si è tramutato ad un certo punto in entusiasmo: dapprima la strutturazione del pezzo, così poco in linea ai precedenti lavori dei Sonata mi aveva lasciato un pizzichino perplesso, ma dopo averlo assimilato nella giusta maniera non ho potuto negare quanto questo sia di gran presa, diretto ma molto orecchiabile... uno di quei pezzi che potreste ritrovarvi a canticchiare sotto la doccia. The Dead Skin si presenta con un'intro in cui sentiamo la voce di Kakko, filtrata con un effetto "telefonico", canticchiare una melodia dal gusto un po' retrò,  pompata dalla batteria che subito le inietta una certa carica testosteronica. Dopo poco ci troviamo canalizzati nel brano vero e proprio, molto melodico nel suo incedere, con il vocalist accompagnato dapprima da un riff semplice, ripetuto quasi a loop, sorretto dalla batteria che non cambia di molto l' andamento ritmico sfoggiato nell'introduzione. In seconda battuta la chitarra diviene parte dello "sfondo" perdendo un po' il suo ruolo da comprimaria, portando avanti pochissime note minimali per creare l'atmosfera sonora sulla quale continua ad avanzare imperterrito il vocalist accompagnato dalla solita batteria, sapientemente dosata. Al minuto e venti esatto ripetizione del primo troncone, con la ripetizione della parte già udita nell'intro accompagnata dalla batteria, e successivamente una parte speculare a quanto già udito precedentemente, con un incremento emozionale nella declamazione delle lyrics dai due minuti e 25. Inaspettatamente ci colpisce come una bastonata sulle ginocchia dalla trasformazione vocale di Kakko, che ai due minuti e trentasette tira fuori dalle sue corde vocali una specie di grugnito simil growl. E' il preambolo per una parte strumentale abbastanza violenta, squadrata e modernista, dominata dalla chitarra (che si esibisce in un assalto frontale dal flavour un po' groove metal ) e dalla batteria. Azzeccato (e spiazzante) l'inserimento di poche note di piano in quel pattern deflagrante. Quindi è la voce di Kakko a prendere il sopravvento, mentre sullo sfondo l' accompagnamento musicale giostrato sulla tastiera è solo un alone distante ed estremamente minimale. La batteria apre un' altra parte molto dinamica e potente che traghetta il pezzo verso una nuova apertura deflagrante e quadrata, dilaniata a sprazzi da alcune selvagge urla del vocalist. Pezzo senza dubbio di grande impatto, è tra i preferiti di chi scrive, nonostante il ben di dio presentatoci precedentemente.

Juliet, l'ottavo brano, prende il via con un quasi sincrono tra la voce di Kakko, il pianoforte e la batteria (delicata nei suoi rintocchi) dando l' idea, inizialmente che il pezzo si possa sviluppare in maniera molto leggiadra, ma conoscendo il pattern ritmico  cangiante già assaporato nei precedenti brani si intuisce qualche sorpresa, con eventuali cambi umorali nella struttura del brano: e infatti, poco dopo, a seguito di un urlazzo del vocalist i tempi accelerano incanalandosi in un breve frangente di carattere puramente power. E' solo un attimo, perchè subito i tempi tornano rilassati, dominati dal canto struggente del vocalist e dal piano. Il pezzo inizia così a snodarsi tra continui cambi ritmici e di atmosfere, donandosi in tutta la sua camaleontica mutevolezza alle orecchie dell' ascoltatore. Ottimo brano, soprattutto perchè nonostante il suo incedere trasformista è dotato del raro dono di non annoiare. No Dream Can Heal A Broken Heart inizia con delicate note di tastiera che ci avviano neanche tanto gradualmente ad un pezzo dotato di notevole carica. Importante il guitar work a partire dal trentunesimo secondo, in cui un riff molto semplice ma altrettanto carico di forza emotiva spinge il pezzo verso lidi di notevole impatto espressivo. Suadente l' inserimento della vocalist dopo i tre minuti, la cui voce da sirena contribuisce a creare nel pezzo un surplus emotivo. Tale inserimento funge da preambolo ad una bellissima parte strumentale tanto minimale quanto atmosferica, dominata dalla tastiera e ben condita dalla chitarra (che rantola a loop un riff quadrato, ridotto ai minimi termini ma di forte espressività) e dalla batteria. As If The Word Wasn't Ending parte con un dosato ricamo tastieristico, nella quale, dopo quasi venti secondi si inserisce il vocalist con una voce molto soave. Il pezzo sembra prendere i connotati di una ballad, ma al cinquantottesimo secondo subentra un cataclisma sonoro in cui deflagrano chitarra e batteria accompagnando un iroso "ooh yeaah" di Kakko. Il pezzo continua percorrendo binari dal flavour malinconico, con la batteria che scandisce rintocchi lenti e cronometrici, e la chitarra che si esibisce in note prolungate molto evocative. A due minuti e quindici un eccelso solo guitar, che in qualche maniera conferma l'aura di malinconia che pervade in toto il brano. Poche note di piano ci introducono The Truth Is Out There. Kakko stiracchia la sua voce in maniera abbastanza isterica declamando "Now I am crawling in" mentre in sottofondo un coro etereo continua "my crawling skin". Il copione si ripete per ben quattro tempi, con Kakko che continua a salmodiare con la sua voce un po' gallinacea e l'etereo coro che sembra rispondergli da lontano. E improvvisamente subentra il pezzo vero e proprio, dall'andamento, concedetemelo, un po' "irregolare", non votato alla ricerca della facile presa, ma in equilibrio su una struttura "diversa" illusoriamente claudicante (soprattutto nelle manovre vocali di Kakko, impegnato a seguire la struttura di fondo meccanica come un cimelio steampunk).  Questo fino al quarantaduesimo secondo, quando la voce di Kakko, dal puffesco saltellio si stabilizza  su toni più seriosi e stabili nell'andamento. La voce si lascia trainare da una struttura stavolta evocativa, fatta di punzecchiature al piano e note di chitarra tirate allo spasimo. A un minuto ventotto l' evocativo refrain (I found a truth beneath a lie/Buried deep, explain me why..)che ci catapulta verso un inattesa accelerazione (1 minuto e 44) con la batteria che parte in quarta, per poi riconvogliarci verso note più tranquille ed atmosferiche. Subito dopo, verso i due minuti e otto subentra la calma. Ciò che si sente, dietro l'apparato strumentale, sono dei lontani bisbigli di fondo. E in breve, a screziare la texture sonora, subentra malinconico un violoncello, che appare in concomitanza con il reinserimento della batteria. Tale inusuale inserto riesce a donare un surplus emotivo ad un pezzo molto godibile nonostante la sua non linearità.Il brano in questione è un altra perla incastonata in questo variegato diadema sonoro e non può non fare la gioia di coloro che amano la complessità e la ricchezza di brani mai banali e da analizzare nella loro gamma cromatica ascolto dopo ascolto. L' ultimo brano del lotto è Everything Fades To Gray (Full Version), pezzo che chiude circolarmente il disco così come era partito. L'inizio era affidato al suo "fratellino" strumentale, mentre il brano in questione parte con le sue stesse note malinconiche, per trasformarsi in un languido brano accarezzato delicatamente dalla voce di Kakko e da un soave pianoforte. ( e screziato a tratti da una voce femminile fugace come un' apparizione, evanescente come un lattiginoso fantasma). A partire dai tre minuti e dieci il pezzo cambia radicalmente registro diventando solenne, imperioso, magniloquente come una battaglia di angeli, come i cancelli dell' eden che si spalancano per lasciar uscire stormi di alati messaggeri.Pezzo pregno di grande emotività, pone il degno sigillo ad un album con molti picchi e poche cadute. Tutti quelli che avevano snobbato lo sperimentalismo di Unia possono tirare un mezzo sospiro di sollievo, dato che il qui presente parto vede mediare con stile le due anime dei Sonata Arctica, quella per l'appunto sperimentale, e quella  più diretta. Disco consigliato quindi ad entrambe le frange: agli "evoluzionisti" e alla vecchia guardia. Ascoltatelo, se non l' avete già fatto...sono sicuro che non ve ne pentirete.


1) Everything fades To Gray
2) Deathaura
3) The Last Amazing Grays
4) Flag In The Ground
5) Breathing
6) Zeroes
7) The Dead Skin
8) Juliet
9) No Dream  Can Heal A Broken Heart
10) As If The Word Wasn't Ending
11) The Truth Is Out There
12) Everything Fades To Gray
(Full Version)

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