SONATA ARCTICA

Ecliptica

1999 - Spinefarm

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
05/11/2012
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Fondamentali sono determinate "locations" per la nascita e/o lo sviluppo di correnti e generi nell'ambito metal: mi piace ricordare la Bay Area nella prima ondata thrash, la Florida in un certo primo infernale germe death, la Svezia per il melodic death, la Norvegia per la prima vera e propria ondata black propriamente detta (lasciando da parte i vari gruppi "pre-black" che in qualche maniera li hanno ispirati, di diversa estrazione e nazionalità e sicuramente non black tout court), l'Inghilterra per il grindcore. E di capitale importanza è stata la Finlandia, per il varo di tre dei più importanti gruppi nell'ambito symphonic/power, tra i primi anni novanta e gli inizi del 2000: gli Stratovarius,  Nightwish e i Sonata Arctica, gruppo di cui andrò a parlarvi nella mia analisi. I Finlandesi Sonata Arctica vengono fondati verso la fine del '95 con il nome Tricky Beans da Jani Liimatainen (chitarra), Marko Paasikoski (chitarra) e Tommy Portimo (batteria). Con questo primo monicker (nel quale si aggiungono anche Pennti Peura e Tony Kakko) iniziano a suonare Hard Rock in giro per locali, un genere abbastanza differente dal Symphonic Metal a cui ci avrebbero abituato qualche anno più avanti. Dopo la pubblicazione di tre demo, tra il '96 e il '97, il gruppo cambia nome in Tricky Means. Due anni dopo (a seguito della sostituzione di Pennti con il bassista Janne Kivilahti), ispirati dai conterranei Stratovarius, i nostri cambiano genere virando verso il metal sinfonico. In concomitanza con la pubblicazione di una quarta demo (Fullmoon) il gruppo cambia nome in Sonata Arctica. E da qui inizia la storia.... 1999: esce il loro primo singolo, UnOpened, che spianerà la strada al celeberrimo Ecliptica, il loro primo album. Pubblicato dalla Spinefarm (il cui interesse per la band era stato alimentato proprio da quel singolo, a seguito del quale decise di metterla sotto contratto), l'album definisce buona parte delle coordinate che la band seguirà negli anni successivi, e nonostante le accuse di riciclare eccessivamente lo Stratovarius-sound, tale platter riesce ad essere incisivo e comunque a denotare i primi stralci di una personalità artistica destinata ad emergere gradualmente nel corso degli anni. L'album si apre con Blank File, che parte in quarta con ritmi accelerati pompati a suon di doppio pedale accompagnati dalla chitarra segaosse di Liimatainen, poderosa nei suoi devastanti ricami elettrici ma al contempo melodica. La voce di Kakko subentra quasi immediatamente, a pochi secondi dall' inizio del pezzo (dopo i tre secondi, quindi senza prima grandi preamboli strumentali). Le vocals non rappresentano l'apoteosi della tecnica ma sono incredibilmente calde e piene di feeling. Batteria e chitarra procedono spedite come uno schiacciasassi impazzito spianando la strada al vocalist (libero di "sireneggiare" con la sua voce in quell'ipnotico uragano sonoro, martellante come un motopico ma al contempo caldo e sensuale come le grazie della "Signora Gradisca") non cambiando di molto le coordinate sino al minuto e tre quarti spaccato, quando parte un bellissimo frangente strumentale in cui Liitimainen è libero di far vorticare a piacimento le note della sua chitarra destreggiandosi in un assolo da paura capace di dare la misura della sua innegabile classe. Nel mentre la batteria di Portimo procede spedita rivaleggiando per potenza con la furia degli elementi. A due e quarantasei il reinserimento della voce di Kakko, che con i suoi "o-ooooh oooh" definisce il secondo troncone del pezzo. A seguito di una nuova ripetizione del refrain la voce di Kakko si fa più controllata destreggiandosi in ritmiche più quadrate ma ugualmente veloci. Il pezzo si conclude scandendo ancora una volta il refrain, mai così solenne, maestoso, non più urlato a squarciagola..

Il brano sembra una critica al controllo di massa messo in atto attraverso il web, il virtuale, controllo da cui il protagonista si sente immune perchè giudica se stesso un "file vuoto" quindi privo di informazioni da estrapolare.

My Land inizia con un ricamo strumentale freddo ed evocativo che sembra trasportarci in qualche gelida pianura del nord. Verso i dodici secondi la batteria si incastona nella fredda tessitura sonora come un esoscheletro canalizzandola verso territori più ritmati.Ai ventitre secondi alcuni cori fungono da apripista al subentrare della voce decisa di Kakko, che inizia a declamare rampante sopra al tappeto sonoro. La sua voce è potente, piena di carica, un vento del nord che ruggisce impetuoso mentre gli strumenti in sottofondo si scatenano come la furia degli elementi. Solenne è scandito il ritornello (Keep in mind what you have heard today/You might find that you're not so brave/Are you man enough, carry the load all alone/When other have your own).

Il brano si distingue dal precedente per minori velleità speed in favore di atmosfere più ricercate, epiche se mi si consente il termine. 8th Commandment ritorna prepotentemente su binari spediti, fondati su un'incompromissoria velocità. Il brano prende il via con un botta e risposta tra un riff carico ed aggressivo, che attacca in maniera aggressiva in tutta la sua deflagrante potenza, e pochi decisi rintocchi di batteria. Dopo poco batteria e chitarra si fondono in un pattern rapido, spedito, un treno power che avanza senza sosta, melodico nel suo incedere. Kakko subentra in breve con la sua voce carica di grinta animalesca, a rendere più robusta la texture sonora. L'impressione è quella di un drago che si muove con abilità nel cielo in tempesta destreggiandosi con maestria tra lampi e fulmini. A seguito del refrain, che non cambia di una virgola le coordinate sonore (Stay for a while, stay forever. Sing for the times you are bound to betray.....) veloce, folgorante, un razzo che fulmineo si inserisce nel pattern musicale, parte un giro strumentale in cui la chitarra di Liimatainen è libera di ricamare un assolo alla velocità della luce. Il pezzo si mantiene su coordinate celeri sino alla fine distruggendo tutto al suo passaggio come un B2, ma usando uno charme non comune dato dall'enorme melodicità della sua struttura.

Si destreggia in atmosfere più calcolate il successivo Replica, che parte in fade in con pochi ricami di chitarra acustica, delicati sensuali, nel quale si inserisce la voce del singer, stavolta bassa, sommessa, confidenziale. Lentamente il brano acquista intensità: con l'inserimento della batteria il timbro vocale di Kakko acquista una nutrita dose di pathos impostandosi verso tonalità più drammatiche. Da qui è un crescendo: a 1 min e 36 si inserisce un breve assolo di chitarra, le tonalità di Kakko aumentano gradualmente d'intensità seguendo il climax del pezzo e a 2 e 38, a seguito di alcune evocative strofe urlate a squarciagola dal vocalist (Are you gonna leave me now, when it is all over/Are you gonna leave me, is my world now over...), ci si incanala in un frangente strumentale veloce, tirato ma pregno di evocatività, nel quale a tre minuti e dieci, si inserisce rampante la voce squillante, sibillina e fiera di Kakko. Il crescendo emotivo raggiunge qui il suo massimo vertice, al termine del quale poche strofe, narrate in maniera più cheta, fungono da preludio ad un ultima ripetizione del refrain, ripetuto solenne e carico di epos. Il pezzo si conclude con poche, placide declamazioni espresse con tonalità da pace dei sensi raggiunta, come se la tempesta fosse ormai passata per lasciare spazio ad un imperante senso di beatitudine.

Più spensierata Kingdom For A Heart, che ci delizia con una partenza cesellata su un riff scanzonato e divertente, intrecciato e colorato. L'attacco vocale di Kakko coincide con un andamento ritmico più diretto, puntellato qua e là da un riaffacciarsi del riff di apertura. A 1 min e 7 il refrain, che si distacca leggermente dall'andamento scapestrato del pezzo, fatto di ritmiche saltellanti per toni vagamente più epici. Kakko declama imperioso "I'd give it all for a heart/If was a King i would give away my kingdom/Treasures and crowns would't mean a thing/If i only had a heart, if i only had a heart.." e la voce sfuma sul riff scanzonato dell'attacco iniziale, che dopo poco si incastra in una parte strumentale leggermente più seriosa infarcita di variegati ricami chitarristici del buon Liimatainen. La batteria come al solito è potente e precisa, frustata con gran perizia da Portimo, ottima macchina da guerra capace di destreggiarsi con abilità dietro alle pelli. A due minuti e 38 la texture sonora sfuma in una parentesi in cui gli strumenti in toto cessano di colpo il loro mitragliamento sonoro: si instaura un frangente calmo in cui la voce di Kakko (effettata) ripete nuovamente il refrain. Dopo poco gli strumenti tornano a martellare l'arazzo sonoro, mentre il ritornello, scandito nuovamente con ruggente enfasi, chiude colmo di grandeur il pezzo.. FullMoon prende il via con un mood pacato,malinconico intessuto con poche note di pianoforte. Nel rilassato pattern si inserisce dopo pochi secondi il vocalist, con una voce dapprima molto calma, anch' essa riecheggiante le note malinconiche del pianoforte, poi gradualmente più grintosa. Al cinquantesimo secondo la voce del singer si fa molto decisa, mentre sullo sfondo attaccano quasi contemporaneamente poche note tonanti di chitarra e alcuni decisi colpi di batteria. Superata la soglia del minuto e dieci il pezzo accelera prepotentemente trasformandosi in una maestosa cavalcata. All' approssimarsi del secondo minuto il ritornello (She should not lock the open door/Run away, run away, run away...) che non fa altro che dare più enfasi ad un pezzo carico di grinta, scattante come una corsa nella notte a cavallo di un enorme lupo.  A seguito di una seconda ripetizione del refrain subentra un inframezzo strumentale decisamente calibrato, calcolato: la chitarra di Liimatainen si destreggia in un assolo ragionato pregno di inebriante malinconia, nel quale si incastrano ritmi batteristici quadrati, marziali.A 4 e 12 una nuova ripetizione del ritornello pone il sigillo sul pezzo. Letter To Dana ha inizio con un delicato ricamo di flauto ad opera del guest Raisa Aine, dolce, colmo di un' avvolgente mestizia, scortato da un giro di chitarra acustica ugualmente pacato, rilassato. Oltrepassati i venti secondi il flauto si stoppa per far posto alla voce di Kakko, che prosegue nel cammino verso territori quieti accompagnato fedelmente dall' anestetizzato giro di chitarra acustica. A quasi un minuto e venti assistiamo ad un crescendo d' intensità con il subentrare di un evocativo solo elettrico accompagnato da pochi dosati rintocchi alla batteria ad opera di Portimo. Dal minuto e quaranta Kakko si erge a protagonista del brano con la sua tonante voce, scortato da un tappeto batteristico tanto dimesso quanto efficace. Dopo poco anche la chitarra torna in scena prepotentemente dando man forte alle declamazioni del singer con poche tonanti note, che ci canalizzano, verso i due minuti e 17 al refrain, scandito con gran forza. Quello che segue è un continuo crescendo:  ai due minuti e cinquanta circa subentra un ottimo solo dotato di straripante potenza (mista a quel vago flavour malinconico che come un ombra sembra accompagnare il pezzo) che ci traghetta verso tonanti declamazioni di Kakko (And i think that i told you, i'd wait for you forever/Now i know someone else's holding you...). A quasi quattro minuti un altro frangente strumentale, corredato da un' altro bellissimo solo di Liimatainen, e dal ritorno del flauto trenta secondi dopo, stavolta scortato magnificamente dagli altri strumenti. E' Kakko, con un' ultima ripetizione del refrain, a porre fine al pezzo. A seguire, UnOpened ritorna prepotentemente su coordinate speed/power: il brano, straripante nella sua temibile potenza, segue i ritmi di una batteria spietata e precisa gestita come al solito da un Portimo in grande spolvero. Il tappeto sonoro scolpito dal drum kit serve a Kakko come al solito per dar sfoggio di una prestazione pregna di potenza e melodia, ingredienti fusi tra loro in maniera decisamente irresistibile.Il testo parla delle considerazioni di un uomo che riflette se i sentimenti dell' amata fossero stati realmente sinceri, ed ha timore ad aprire una lettera inviata da lei per paura che sia una lettera d' amore: una lettera che può fargli capire che il giudizio (negativo) espresso sulla donna amata è stato tutto sommato errato.

Picturing The Past prende il via con un riff vorticoso che ci fionda prepotentemente in un mulinello sonoro, preludio ad un altro pezzo in cui sono ancora una volta i ritmi spediti ed incompromissori a farla da padrone. Il brano è giostrato attraverso un' alternanza di parti spedite screziate dalla temibile voce di Kakko e il ripresentarsi dell' onnipresente riff convulso di apertura. Epico e solenne il ritornello (He cannot live neither die in this world/Burning sensation insid, you know how that hurst?/Making up for the crimes of your life..) capace di donare un surplus di emotività ad un pezzo, altrimenti forte perlopiù delle sue ritmiche veloci, scattanti. Di maggiore pacatezza rispetto al pattern del brano il breve affresco strumentale che parte dal minuto e diciannove: i ritmi si rilassano crogiolandosi in un frangente immerso in una maggiore quiete, necessaria per non rendere asfissiante la texture complessiva. Chiude magnificamente l' album Distruction Preventer, il pezzo più lungo ed articolato del disco (ottima la scelta di piazzare il "mammuth" alla fine dell'album, scelta già adottata dagli Stratovarius con Visions): il brano si apre in fade in con poche lontane ed evocative note di tastiera.A quasi un minuto la tastiera cesella un ricamo iroso, pregno di inquietudine, presto raggiunto dalla batteria e dalla chitarra, che si inseriscono nel tessuto sonoro con prepotenza. Dieci secondi dopo la batteria rincara di potenza e velocità incanalando il brano verso coordinate spedite di vaga reminiscenza Stratovarius. Il risultato da quasi l'idea di un bombardiere che sorvola una città distruggendola a suon di napalm La voce di Kakko si mantiene grintosa, aggressiva e ci dona un urletto da pelle d' oca verso il minuto e quarantatrè. Come al solito pregno di evocatività il refrain (scandito già dal minuto e 57), preludio ad una parte strumentale veloce, dinamica, aggressiva.

Ai tre minuti e diciassette si impone un rallentamento. La batteria scadisce pochi colpi decisi e la voce acquista toni più controllati, colmi di un epos allo slow motion. Dopo appena un minuto le ritmiche riacquisiscono nuovo vigore, traghettandoci gradualmente verso una nuova accelerazione. Verso i cinque minuti e dieci alcune note di chitarra prolungate sino allo spasimo ci incanalano verso un giro di chitarra pregno di fortissima malinconia che può riportarci mentalmente al guitar working della parte iniziale di Replica. E' il preludio ad un nuovo breve rallentamento, che ha il suo culmine con un nuovo corazzamento delle ritmiche in concomitanza del refrain.

Chiude il brano una breve parentesi di flauto, ispirata chiaramente all'intro di Letter To Dana



Considerazioni finali



Il mondo del metal ha avuto molte "triadi": da quella speed/thrash teutonica (Sodom/Destruction/Kreator) a quella melodic death svedese (In Flames/A The Gates/Dark Tranquillity). Di incredibile importanza nella storia del nostro genere preferito è la triade Symphonic Power, composta invece dagli Stratovarius, dai Nightwish e dai Sonata Arctica. Molto antica la genesi dei primi (vengono fondati nel 1984 da Staffan Strahlman, Tuomo Lassila e John Viherva, ma solo verso la fine degli ottanta danno alle stampe il loro primo full, Fright Night) mentre decisamente più recente è la nascita degli ultimi due gruppi, fondati ambedue nel 1996. La prima formazione presenta già idee chiare, tanto che ad un anno dalla sua nascita da alle stampe il primo full lenght (Angel Fall First, 1997), mentre più complessa è la strada che porterà i secondi ad una strutturazione definitiva e al rilascio del primo ottimo album, Ecliptica, un disco che pur incontrando detrattori per evidenti somiglianze nel sound con i loro fratelli maggiori (inutile ripetere chi...) si pone come tassello fondamentale di un certo modo di intendere, interpretare e codificare il verbo del Symphonic Power. Fondamentale è l'importanza dell' album: insieme a Visions e Oceanborn dei cuginetti si pone come tassello fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un genere ricodificato proprio da loro e dalle altre due band in questione. Secondo molti non il loro disco migliore. C' è chi osanna Winterheart's Guild, chi Reckoning Night, ma una cosa è certa...l'uscita del disco coincide con un periodo fiorente per il genere, considerato che viene dato alle stampe nel periodo in cui gli Stratovarius sono a cavallo tra due ottimi album come Destiny (1998) e Infinite (2000) e i Nightwish rilasciano, nello stesso periodo dell' uscita degli album appena citati, i bellissimi Oceanborn (secondo qualcuno il loro capolavoro) e Wishmaster. L' acquisto è quindi obbligato per chiunque si ritenga un amante del genere e per chi voglia ripercorrere la genesi di un gruppo, che con gli anni ha saputo regalarci numerose perle di inenarrabile bellezza.


1) Blank File
2) My Land
3) 8th Commandment
4) Replica
5) Kingdom for a Heart
6) FullMoon
7) Letter to Dana
8) UnOpened
9) Picturing the Past
10) Destruction Preventer

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