SÓLSTAFIR

Masterpiece Of Bitterness

2005 - Spikefarm Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
12/08/2020
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Una "luce crepuscolare" si abbatte sul mondo del metal estremo durante la seconda metà degli anni 90, portando con sé un tocco divino che destina una combriccola di ragazzini a imporsi sulla neonata scena post metal. Sudore e costanza, questo il motto da seguire, ed è grazie a estenuanti sacrifici che una talentuosa formazione di Reykjavik, emersa nell'estate del 1995 in una fosca mattinata, con tanta pazienza e dedizione instancabile, ottiene presto consensi e venerazione totale da parte della critica e del pubblico. Si battezza Sólstafir, "luce crepuscolare", appunto, monicker che già da solo evoca un immaginario potente e che inevitabilmente rimanda alle terre ghiacciate della lontana Islanda, tra oceani impetuosi, ghiacciai eterni, scogliere a picco sull'acqua e cieli grigi nei quali, sovente, danzano leggiadri cristalli di neve. Nati negli anni 90 per volere del vocalist/chitarrista Aðalbjörn Tryggvason, cresciuti all'alba del 2000, dopo una serie di singoli e demo che faticano ad attirare l'attenzione delle etichette, arriva il debutto con Í Blóði Og Anda, album acerbo, ma sicuramente interessante e originale, che trasforma il black metal rendendolo progressivo e folkeggiante, concentrando disperazione, alienazione e foga in un originalissimo caos, forse creato ingenuamente ma ricco di magia. L'accoglienza nel panorama metal è calorosa, la band islandese si fa conoscere dal pubblico, anche se è ancora decisamente presto per evadere dai confini della terra natia e soprattutto dal mondo della musica estrema e di nicchia. Eppure, il cammino scelto dai Sólstafir appare guidato, addirittura benedetto, dalla benevolenza degli Dei del nord, che fanno di tutto pur di proteggere i propri adepti. Non è cosa semplice partire dalla capitale più settentrionale d'Europa, città culturalmente attiva, giovane e piena di vita, ma tradizionalmente e geograficamente isolata, per diffondere la propria arte nel mondo, giungendo fin dove molti hanno fallito, eppure, la costanza, il talento e un qualche aiuto divino premiano i ragazzi. Da questo momento tutto è in discesa e il successo li aspetta dietro l'angolo. Il passo da gigante arriva nel 2005 col secondo lavoro in studio, Masterpiece Of Bitterness, titolo che è tutto un programma, che proietta i Sólstafir tra i colossi del post metal. Qui la band abbandona la schizofrenia black dell'esordio, lima le asperità, raffina i suoni e coordina meglio i vocalizzi. Dal retaggio del black primordiale, che resta comunque in sottofondo quasi come il brusio del mare in lontananza, vengono recuperate le radici prog per congiungerle con le atmosfere desolanti e malinconiche dell'Islanda. I brani si fanno più lunghi e complessi, i cambi di tempo sembrano far riferimento al clima deprimente e aspro degli sperduti villaggi nordici, mentre il caos, se nel precedente album veniva originato ingenuamente, adesso viene studiato al dettaglio. Un fragoroso baccano, ma voluto, per una sezione ritmica schizzata e destabilizzante composta da centinaia di cambi di tempo che non seguono una linea retta, ma che sorprendono di continuo, passando dall'onirismo shoegaze e alla furia black metal. La melodia fa capolino, prendendo spesso il sopravvento, alternandosi con passaggi ipnotici e faticosi, e così la glaciale atmosfera si rispecchia in testi cantati interamente in inglese in modo tale da fare breccia nei cuori dei metallari di tutto il pianeta. Tra i ghiacci immortali al confine del Polo Nord ecco che il black diventa folk, il folk diventa prog, il prog si fa disperato e flirta spesso col viking, a tratti col doom. Post metal, appunto, un miscuglio di sottogeneri davvero affascinante, una selva musicale che ha l'ambizione di scagliare sul pubblico il suono dell'apocalisse e il brontolio della natura, trascinandolo contro vulcani in eruzione, boschi sferzati dal vento, tempeste elettriche che si abbattono sui ghiacciai e misteriose grida provenienti da sacri rituali vichinghi. Un album rivoluzionario, questo Masterpiece Of Bitterness, tanto meraviglioso quanto amaro. Un capolavoro di amarezza, giustappunto, che cattura la mente dell'ascoltatore, lo affascina con i suoi aridi paesaggi e con i suoi ricchi suoni destabilizzanti. Un lavoro costruito nel tempo, che mette insieme una manciata di brani composti in diversi anni tra la fine dei 90 e i primi 2000, modellati continuamente nel tempo, come pietre levigate e smussate dalle impetuose onde dell'oceano. Pazienza, costanza, coraggio, ovviamente genio artistico, sono gli ingredienti dei Sólstafir, capaci di illuminare un intero genere, imponendosi tra le migliori rock band del nuovo millennio.

I Myself The Visionary Head

Un canto lirico, che sembra fare eco ai film western e alle musiche di Morricone, irrompe in modo inaspettato. Il riffing chitarristico si libera nell'aria proiettando l'ascoltatore in territori lontani. La batteria attacca col suo incessante passo, mentre il basso batte colpi annichilenti. Fulmini e tempeste, I Myself The Visionary Head è pura tempesta. Rispetto al primo album della band, profondamente legato al black metal e interamente cantato in screaming, il vocalist ammorbidisce i suoi vocalizzi, mantenendo sempre uno stile gridato, ma certamente più composto. Questo lunghissimo brano condensa anni di musica, mettendo in evidenza la complessità della proposta della formazione islandese. La sezione ritmica alterna momenti di rilassamento, conditi da pennellate chitarristiche di grande emozione, con la furia apocalittica del metal estremo. Il tutto si muove su uno strato armonico piuttosto astratto e dotato di tantissimi cambi di tempo. La forma canzone, in questo caso, viene destrutturata, miscelata, scomposta, a dare un senso di smarrimento e di astrazione. Il titolo, non a caso, è metafora del pensiero umano, di una mente con tante idee accavallate tra loro, disordinate, alle quali non si riesce a dare un senso compiuto. Un brano onirico, il cui testo è irreperibile, e perciò non sappiamo di cosa si sta parlando, tantomeno impossibile capire le parole pronunciate da Aðalbjörn Tryggvason, che altro non sono che versi deliranti e grida disperate. A un certo punto, le chitarre si quietano, lasciando spazio all'ossessivo basso. Dopo la cavalcata di epica memoria si celebra l'aspetto più intimo dell'animo umano. La poesia prende il sopravvento sulla base metallica, tornano le atmosfere da western, unite però alle glaciali emozioni nordiche. Un tempo sospeso guidato dal basso, così pressante e magnetico. Il ritmo rallenta ancora, dischiudendosi su un paesaggio innevato e buio, per parlare direttamente dalla parte più remota dell'animo umano. Come uno spirito dispettoso le chitarre ronzano, il loro ronzio si staglia in mente per indagare sui macabri pensieri di un visionario. La fantasia umana è senza limiti, irrequieta, folle, e si abbandona spesso alla depressione. Dei lamenti arrivano in lontananza, lamenti di lacerante dolore, poi ecco che riprendono le vocals, aspre, sprezzanti. Tutta la fase centrale della composizione si muove tra questi lidi onirici, ipnotizzando l'ascoltatore, facendogli assorbire le fredde atmosfere islandesi. Il ritmo, così placido eppure così emozionante, fa venire in mente i corpi ammassati e appena tratteggiati presenti in copertina. Forse spettri in attesa dell'eternità. Un rituale folkloristico che riesplode nella terza parte, conducendo alla pazzia, al delirio. Il visionario è impazzito, i suoi pensieri stracciati. Torna la dinamica black metal, gli strumenti accelerano il passo, aprendo un buco nero nel quale indagare, nel quale perdersi per sempre.

Nature Strutter

Non si torna più indietro, la musica ha assorbito completamente la mente dell'uomo, il basso è una molla impazzita e accompagna i vocalizzi disperati di un uomo che sta per arrendersi alla vita, soccombendo per via della sua tossicodipendenza. Nature Strutter ha un'introduzione liturgica, un'ode alla solitudine pronta ad esplodere grazie al duello tra batteria e chitarre che prende piede subito dopo. "Anche se piango questo posto, sacrificherei i miei pensieri solo per avvicinarmi. In qualche modo mi sento sintonizzato, la mente è stata ipnotizzata, non ho incontrato nessuna prateria, ma solo disperazione". Gli assoli di chitarra sono onde magnetiche che evidenziano i malsani pensieri del protagonista, afflitto dal mondo crudele, stanco della propria vita. Il Paradiso è soltanto una landa desolata e arida sferzata dai venti, piena di spiriti smarriti e disperati. I toni epic viking emergono nella fase centrale, illuminati da una sezione ritmica che galoppa a tutto volume generando un caos apocalittico, da sacra guerra antica. "Anche se il tempo vola, non ho mai pensato che fosse così dannoso, ho iniettato in profondità la mia droga, nelle vene, non ho saputo resistere". La disperazione porta all'errore, alla voglia di evadere dalla realtà, conficcandosi una siringa in vena, le chitarre a questo punto si impennano all'unisono, creando un mood solenne, prima che la natura black metal riprenda il sopravvento. La lunga coda strumentale si infrange verso la fine, quando il ritmo rallenta, raccontando gli ultimi istanti del tossico, il suo cervello rallentato, paralizzato dalla droga che si diffonde nel suo corpo. Ma la chitarra non frena la sua corsa, segue il drumming fino agli ultimi colpi, scavando nell'uomo un buco nel cuore.

Bloodsoaked Velvet

Lo stesso buco nero che tutto inghiotte si palesa con maggiore insistenza in Bloodsoaked Velvet, feroce cantilena nella quale è lo stesso protagonista, stanco della vita, a infliggersi punizioni fisiche al fine di provare dolore. Il dolore lo eccita, lo fa stare bene, ne è talmente assuefatto che si procura lacerazioni profonde. "Ho percorso sentieri che avevo giurato di non prendere, ho cercato metodi che mi potessero condurre al buio, ho portato al limite la mia malattia. Sono in una stanza vuota, mi guardo attorno". Il buco nero assume le forme di una stanza vuota e fatiscente, pronta ad accogliere il sangue dell'uomo, nettare tamponato dal velluto della moquette. La trama tessuta dalla band è imprevedibile, la furia degli strumenti trasmette forti sensazioni, come un colpo dopo l'altro in pieno volto, lividi e squarci che emergono velocemente e a macchie di leopardo sulla pelle attraverso la voce sgraziata di Tryggvason. Il break centrale è uno squarcio nelle tenebre, il clima si fa ancora più claustrofobico, come se le pareti della stanza si stringessero sempre più. "Sono schiavo dell'autodistruzione, sanguino mentre sorrido. È così dolce il bacio del coltello, così forte che vomito risate. Allora forza, uccido la mia orribile anima". Il riffing assassino è di chiara scuola heavy metal, trascina l'ascoltatore in questo vortice schizofrenico di follia, intanto il protagonista delle liriche sorride alle ferite che si è inflitto, la lama del coltello è sua amica, lo consola dalla depressione, in qualche modo lo fa sentire ancora vivo. Ride, il pazzo, davanti alle sue insane gesta, e con la lama scava nelle profondità per estirpare l'anima dal suo corpo. Anima nera, peccaminosa, stufa della realtà. "Rompo il cerchio del giuramento che ho creato insieme a te, più profondo l'accordo e più liscio è il colpo". Il giuramento della vita viene infranto e la voce si fa remota, mentre sopraggiunge la morte la stanza si trasforma in un paesaggio aperto, uno spazio vuoto tempestato da un'aria gelida alzatasi improvvisamente.

Ljósfari

Ljósfari ha un sapore antico, una selva musicale incontaminata. Sin dall'arpeggio iniziale i Solstafir scoperchiano il vaso di Pandora e liberano il male, spargendolo per tutto il mondo. L'incanto prende il sopravvento, e se da un lato l'animo umano appare nero e inquinato, dall'altro Madre Natura mostra le sue eterne bellezze. "Nella tua ignorante beatitudine sei emerso, un dio della carne in questo mondo terreno. Ho mangiato i frutti della conoscenza proibita, ho scoperto le verità nascoste. Nelle pianure più basse ho visto le anime discendere". Troppa bellezza per i poveri mortali, troppa fragilità e vizi per un mondo così meraviglioso. Un brano molto melodico, dai tratti delicatissimi sostenuti dai continui arpeggi di chitarra, che trasformano la furia cieca del post metal in una catartica ballata folk. "Giù nelle paludi inferiori, in un pianeta solitario, alcune anime sono risalite, mentre mi limitavo a bere il flusso delle stelle", gli effetti ambient fanno capolino dando inizio alla seconda fase, che altro non è che una panoramica sul mondo ultraterreno, lo stesso che sarà trattato in un disco come K?ld. Nella valle le anime si gettano negli Inferi, ma alcune risalgono, puntando al Paradiso. C'è una speranza di salvezza, un piccolo e flebile bagliore di luce che si fa largo tra le tenebre e tra le macerie dell'esistenza. "Porzione di luce, hai visto in cieli diversi, con tante stelle diverse e diverse lune. La mia carne discende, la mia anima ascende. Vivo in pianure più alte!". L'orecchiabilità prende il posto delle asperità sonore, allietando i timpani degli ascoltatori. Le chitarre graffiano, incidono sulla pelle, ma hanno gli artigli limati, e così procurano brividi lungo la schiena senza far male. La coda finale è una veglia funebre, con le chitarre regali che svettano sulla valle, accompagnando il cammino delle anime dannate. Il drumming è quasi celato, messo in secondo piano, come per non interferire al passaggio dei defunti, e ciò determina una dinamica complessiva decisamente più soft. Dopo le sofferenze e le crudeltà sopportate in vita, ecco la redenzione, la pace eterna, l'estasi catacombale.

Ghosts Of Light

E dalle catacombe, in questo cimitero vichingo alle estremità della terra, risalgono in superficie gli spettri del passato. In Ghosts Of Light i fantasmi tornano in vita per raccontare la loro storia. I tempi antichi sono evocati dallo schiacciante ed epico drumming e dal battagliero riff portante. "Fantasmi di luce qui, fantasmi di luce ora, che continuano a cavalcare. Deserto illuminato di suoni e di immagini astratte, che cercano la terra e il cielo. Congelati, in pochi istanti saranno legati, senza spirito, ma continuano a cavalcare". Il mondo antico è costellato di leggende e di misteri, nulla è dato sapere al mortale, soltanto l'immaginazione può intuirne l'importanza. Le immagini si fanno astratte, i suoni sono eco lontane che rimbalzano tra le pareti rocciose, i fantasmi di luce solcano l'aria alla velocità della luce, mettendo il mondo sottosopra. È la voce del morente quella che ascoltiamo gridare, la voce di un uomo che sta per perire, forse suicida, forse affitto da una malattia, e che si rifugia nella storia del suo popolo. Tra poco anche lui sarà uno spirito di luce, anche lui fluttuerà nel cielo grigio, danzando con gli antenati. Il basso scandisce i secondi, un cuore pulsante che batte forte gli ultimi rintocchi, prima di spegnersi per sempre. "Mirini surreali per occhi sanguinanti, apertura e chiusura ampia. Se provo riesco ad alzarmi, insieme ai fantasmi di luce. Mi rialzerò e sarò con loro". Sembra un campo di battaglia, il mare in tempesta, i geyser che sputano vapori bollenti, la pioggia battente, un rituale ancestrale e magico che soltanto gli antenati conoscono. I cambi di tempo sono repentini, dall'atmosfera catartica si passa alla violenza pura, e ancora a momenti sognanti ricchi di malinconia. Arriva la serenità, la canzone da tesa si fa luminosa, evidenziando un paesaggio bellissimo, sperduto in queste terre lontane.

Ritual Of Fire

Anche Ritual Of Fire si apre con luminosità, il clima sereno ci raggiunge sin dal primo secondo, prendendoci per mano e accompagnandoci in questo lungo cammino di un quarto d'ora. I fraseggi di chitarra rintoccano freddamente, funestati dai colpi di piatti, questa volta leggiadri. In mente appare ancora la spiaggia che accoglie la spuma del mare calmo, ma è solo il principio, poiché il pezzo prende altre coordinate che si fanno via via sempre più aspre, guidate da un basso terremotante. La voce implorante arriva solo a metà, dopo una prima parte memorabile, e ci trascina nel vortice sonoro, accanto all'incredibile drumming di Guðmundur Óli Pálmason, mai fermo su un punto, in costante movimento, dotato di un dinamismo miracoloso. "Un'estasi per tutti noi, io sto bene" si declama, accogliendo serenamente la fine dell'universo, la scintilla che farà esplodere tutto quanto. La doppia anima di questo rituale si palese lentamente, la band si prende tutto il tempo necessario per organizzare la cerimonia, e così troviamo questa natura ambivalente che unisce in matrimonio la foga della strumentazione con la solennità della melodia. Un brano amaro, eppure così paradisiaco, che si ripete avvitandosi su se stesso come una serpe che morde la coda. Un richiamo sciamanico dalle parole incomprensibili, come nella traccia di apertura, se non nelle parole "Aspettando domani, siamo pronti ad andare!", urlate nella fase conclusiva. L'apocalisse è arrivata, portando con sé tutte le anime dannate, e non lascerà scampo. Nessuno sopravviverà, i languidi lamenti delle chitarre sono lì per ricordarcelo. Il mondo cade in picchiata, la natura si ribella all'essere umano.

Náttfari

Il mondo è finito, distrutto. O sarebbe meglio dire che a morire è stato il genere umano, estintosi perché fragile e impotente contro una natura irrequieta. L'apocalisse è giunta, finalmente, e Náttfari altro non è che una danza millenaria che, delicatamente, ricorda il passaggio dell'uomo sulla terra. Una strumentale il cui arpeggio acustico viene sferzato da continue incursioni elettriche, somiglianti a pianti e vagiti. Masterpiece Of Bitterness si conclude con la saggezza di una ballata folk di rara malinconia.

Conclusioni

Il ritratto in copertina, opera dell'illustratrice Sandra Maria Sigurðardóttir, esprime bene il concept che si cela dietro la musica dei Sólstafir, nonché l'unione così intelligente tra violenza psicologica e raffinatezza stilistica. Il tratto così delicato, con le sue sfumature porpora, delinea un ammasso di corpi senza forma, fusi tra loro su uno sfondo totalmente bianco. Questi corpi indicano le sofferenze umane, e guardando le espressioni astratte dei loro volti si intuisce una certa amarezza di fondo, quasi dolore fisico. Il disegno potrebbe dar vita ai pensieri di un uomo depresso, simboleggiando un mondo desolato e privo di luce. Masterpiece Of Bitterness svela la sua vera magia dopo diversi giri, rivelando ossessioni e follie che emergono lentamente fino ad abbracciare gli animi degli ascoltatori più attenti. I riff elaborati da Sæþór Maríus Sæþórsson e da Tryggvason paralizzano, i vocalizzi di quest'ultimo, stavolta un poco più addolciti rispetto al debutto, rimbombano in testa come voci spettrali, mentre il sound trascina l'avventato ascoltatore sulla sabbia, inghiottendolo tra le nebbie della baia, lì dove si infrangono le onde del mare del nord. Un disco che sembra infestato dagli spettri, con il basso di Svavar Austmann che fende l'aria come lama di rasoio e il drumming imprevedibile di Guðmundur Óli Pálmason, e un attento lavoro di composizione che lo arricchisce di una delicatezza inattesa, decorandolo con una poesia che impressiona e che accompagna la violenza della musica, fuoriuscendo di tanto in tanto per rasserenare i timpani, come quando un raggio sole, giunto all'improvviso dopo un mese di buio, squarcia il cielo terso, illuminando le incantevoli bellezze di cui l'Islanda dispone, allietando la vista davanti a cotanta meraviglia naturale. I Sólstafir travolgono ricreando scenari incantati e astratti, mettendo in musica un viaggio avventuroso nella loro Islanda. I testi trattano questioni personali, tendenze autodistruttive, tossicodipendenza, paure ataviche, e come sottolinea il titolo dell'album, sono tematiche piuttosto amare, ma che indagano su ogni essere umano e perciò parlano universalmente. Prodotto dall'etichetta finlandese Spikefarm Records, Masterpiece Of Bitterness non è ancora il raggiungimento dell'apice artistico della band, cosa che arriverà di lì a poco con la pubblicazione di K?ld e di Svartir Sandar, ovvero due degli album più belli ed emozionanti usciti negli ultimi decenni, che rappresentano il giusto equilibrio tra la potenza del metal, la sperimentazione di tutto ciò che può essere definito post rock e la genialità dell'aspetto melodico, ma è il primo tassello che definisce il sound dei Sólstafir. In questo lavoro la band islandese è consapevole della propria caratura e cerca di mettere ordine alle proprie idee, dando loro la giusta direzione. Alcuni passaggi strumentali risultano un po' prolissi, altri meglio modellabili, inoltre, ogni tanto, le linee vocali non sono del tutto a fuoco. Un disco transitorio, con pochissimi difetti e tanti pregi, che rivela al mondo la grandezza della band. Imponente, con i suoi 70 minuti di durata, Masterpiece Of Bitterness concentra sette brani dalla durata media molto dilatata, come l'introduttiva "I Myself The Visionary Head", che progredisce per quasi venti minuti, condensando tutto il repertorio del gruppo accumulato fino a quel momento, "Nature Strutter", risalente al 2002, che narra in prima persona il calvario della tossicodipendenza, "Bloodsoaked Velvet" del 2004, che parla di solitudine e disperazione, "Ljósfari", datata 1998, che contrappone la bellezza della natura alla cupezza dell'animo umano, o "Ritual Of Light", la più recente, composta poco prima dell'uscita dell'album e che racconta di una specie di rituale ancestrale con gli spiriti che celebrano la luce divina sotto il bagliore dell'aurora boreale. Per quanto bello e personale, il debutto Í Blóði Og Anda rappresenta un capitolo a sé, mentre il vero animo dei quattro islandesi prende piede a partire da questo secondo tassello discografico, per poi farsi più raffinato con gli anni, andando alla conquista del mondo intero, fuoriuscendo dai confini e dai limiti del genere stesso. Ótta e Berdreyminn, ad esempio, sono certamente più levigati e rinunciano all'impatto metallico per favorire l'orecchiabilità; il primo è nebuloso e melodico, costituito da intense e quadrate composizioni folk, il secondo è più dinamico e semplice nella sua struttura. In entrambi i casi, però, nonostante una maggiore accessibilità, la qualità non viene meno, e serve comunque tanta concentrazione per ascoltare le opere nella loro interezza. Una band che si evolve di continuo, senza mai rinunciare all'anima e alle idee di partenza, e che richiede un certo sforzo psicologico negli ascolti. Se il prossimo Endless Twilight Of Codependent Love vedrà un ritorno alla forma, almeno alla luce del singolo di lancio, staremo a vedere, intanto Masterpiece Of Bitterness resta un punto fondamentale per capire la grandezza e la complessità della musica dei Sólstafir.

1) I Myself The Visionary Head
2) Nature Strutter
3) Bloodsoaked Velvet
4) Ljósfari
5) Ghosts Of Light
6) Ritual Of Fire
7) Náttfari