SOILWORK

The Ride Majestic

2015 - Nuclear Blast

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
24/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

E' il tempo di parlare dell'ultima (per ora!) fatica in studio degli svedesi Soilwork; i quali, dopo quel capolavoro di "The Living Infinite", hanno giustamente avuto bisogno di un'ulteriore prova del nove per consolidare il proprio nome. "The Ride Majestic", quindi, iniziò la sua genesi sotto le più rosee aspettative, forte dei precedenti ottimi riscontri ottenuti dal capitolo precedente. Entusiasmo, certo, ma al contempo pressioni non indifferenti, considerando le grandi pretese che un po' tutti nutrivano, nei riguardi del combo svedese. Nemmeno a dirlo, una "delusione" o comunque un disco "così così" non avrebbero certo giovato a quell'età dell'oro che il gruppo scandinavo stava vivendo, in questa seconda decade dei 2000. Erano passati circa due anni dal 2013 e tutto sembrava perciò andare a gonfie vele: i Soilwork sembravano davvero in grandissima forma, come dimostrato dalla pubblicazione del singolo omonimo "The Ride Majestic". Una piccola anticipazione con la quale la band dimostrò di essere ancora in grado dire molto. I toni più melodici ascoltati nelle precedenti release fanno strada ac un sound più oscuro, che spiazza un po' le orecchie e sconvolge non poco. Un qualcosa quindi di sostanzialmente diverso da quanto udito nemmeno troppo tempo fa? Gli svedesi, infatti, avevano a tutti gli effetti deciso di attuare una leggera sperimentazione, rischiando e mischiando un po' le carte in tavola, pur di non ripetersi e di non presentare minestre riscaldate. Sarà questo un atto propizio, preludio del loro ennesimo e fortunato lancio? La copertina, intanto, non smentisce quel che abbiamo percepito ascoltando il singolo: un insieme di dannati emerge dal mare a causa di una tromba d'aria. Il cielo è in tempesta mentre le onde sono feroci, e rivelano tutta la cattiveria del mare burrascoso. Si tratta di un artwork molto particolare che rimembra quella drammaticità de "La Zattera Della Medusa" di Théodore Géricault, quadro emblematico del romanticismo storico e punto di divisione con l'arte classica a causa, appunto, di quel movimento drammatico che contraddistingue l'opera. Per quel che concerne il lavoro alla consolle, notiamo come fra il team di produttori (fra i quali spicca lo stesso Speed, il quale ha curato personalmente le parti vocali del disco) emerga il nome di David Castillo, già in precedenza collaboratore di realtà come Bloodbath e Katatonia. Affiancato da Jens Bogren nelle vesti di addetto al mastering ed al mixing finali; lo stesso Bogren che, oltre ad aver collaborato con importanti nomi quali Opeth ed Amon Amarth, era stato anche produttore del fortunato "The Living Infinite". Insomma, una squadra vincente, in grado di poter dire e dare ancora moltissimo; per nulla volenterosi di adagiarsi sugli allori, i Nostri. Per quel che concernette la distribuzione, i Soilwork si affidarono naturalmente alla "Nuclear Blast Records", da sempre sinonimo di grande professionalità e qualità. La "Nuclear Blast..", infatti, ha sempre seguito band metal di buon livello nelle accezioni più moderne, fornendo a tutti i suoi protetti una registrazione limpida e cristallina, che valorizzasse il sound senza snaturare alcun aspetto delle release. In ultima battuta, qualche info sulla line-up occupata in questo "The Ride Majestic": la formazione si compone del buon vecchio Bjorn "Speed" Strid alla voce, David Andersson e Sylvain Coudret alle chitarre, Sven Karlsson alle tastiere e, infine, Markus Wibon. Quest'ultimo,solamente accreditato, in quanto non subentrato in tempo per poter degnamente sostituire il dimissionario Ola Flink, nel frattempo uscito dai Soilwork. Le parti di basso sono state quindi registrate da Andersson e Coudret?. Andiamo, quindi, ad esaminare traccia per traccia questa release datata 2015 degli svedesi Soilwork, un lavoro che si prospetta leggermente diverso dal precedente a causa di alcune scelte stilistiche. La qualità, però, sarà la stessa? 

The Ride Majestic

Iniziamo subito con la titletrack, "The Ride Majestic (Una corsa maestosa)". Dalla intro possiamo percepire delle note melodiche ma estremamente malinconiche, chitarre dal sound delicato supportate da lunghe note di violoncello. Queste ultime emesse dallo strumento di Asa Hanna Cralsson, anche pianista nel corso della stessa traccia nonché già "violoncellista" in alcune sparute situazioni riguardanti il precedente "The Living..". Il contesto, tuttavia, si fa sempre più aggressivo, acquistando in aggressività, in un puro Melodic Death Metal. Le urla di Bjorn Strid si alzano subito dalle ceneri e ci portano quindi all'intrapresa di questo grande viaggio. Sentiamo molti riferimenti allo scorso "The Living Infinite" ma con un approccio più oscuro, più "dark" nell'utilizzo degli intrecci musicali. Le lyrics ci portano verso questa tribolazione delle anime che viaggiano tra mari e tempeste alla ricerca, probabilmente, di loro stesse. Notiamo come tutto sia molto influenzato dalla Divina Commedia di Dante Alighieri, un viaggio fatto di sofferenza ma, allo stesso tempo, di redenzione. L'inizio di un cammino carico di difficoltà, irto di pericoli e di dolore. I nostri occhi dovranno essere, nostro malgrado, testimoni di innumerevoli atrocità. Per aspera ad astra, comuque: dal dolore, la salvezza. Da un lungo cammino, la salvezza finale. E' destino dell'uomo, proseguire per questa valle di lacrime. Solo guardando il dolore e capendolo, potremmo distinguerlo dalla vera felicità. E mentre Bjorn Strid racconta tutto ciò vi sono continui cambi di prospettiva, variazioni particolarissime, un qualcosa a cui i Soilwork raramente ci hanno abituato. Il range vocale del cantante, unito alla sua moltitudine di timbriche, tocca livelli mai visti prima: vi è molta più versatilità, specialmente nelle parti urlate, mentre la canzone si districa tra toni calmi e più accesi. Le parti in pulito sono profonde e sentimentali e mostrano tutta la loro potenza espressiva. Siamo di fronte a uno dei brani più belli di tutta la discografia degli svedesi: una canzone che possiede una grandissima gamma di varietà, unita a una interpretazione vocale magistrale da parte del cantante che dona un impatto inimitabile, rimanendo sempre nei terreni congeniali alla band. Intanto le anime comprendono di essere dannate e di aver perso la loro spoglia terrena ma, allo stesso tempo, non accettano questa verità e delineano questo viaggio come maestoso, ricco, pieno di speranza. Si tratterà di una illusione? Questo, per ora, la band non ce lo rivelerà. Sta di fatto che, imbarcati in questo viaggio della speranza, i protagonisti faranno di tutto pur di portare a termine quest'oscura quanto importante avventura. Notiamo, comunque, come la sinergia degli strumenti abbia appreso molto dallo scorso platter, andandosi a concretizzare con "The Ride Majestic". In sostanza, una titletrack che risulta una traccia fresca, pimpante, energica ed estremamente originale per la formazione che, grazie a uno splendido lavoro di songwriting, riesce a colpire in tutte le sue parti. 

Alight in The Aftermath

E' la volta, quindi, della seconda "Alight in The Aftermath (Sceso, subito dopo..)". Notiamo subito qualcosa di non molto convenzionale: il blast beat che rimanda un pochino ad influenze vagamente Black Metal, manifestandosi con fredda ed oscura aggressività. Si tratta di una sperimentazione mai vista (o se proprio, rarissimamente) nel sound dei Soilwork, da sempre ancorati su terreni Melodic Death o, al massimo, Alternative con una punta di Metalcore. Il Black, però, era stato un qualcosa di mai preso in considerazione dagli svedesi, almeno fino ad adesso. Per il resto la traccia si svolge tra il cantato estremo di Bjorn Strid e vorticose strutture ritmiche che si susseguono senza sosta. Questo viaggio dei dannati è illuminato, o da compiersi nella completa oscurità? Come si mostrerà a noi l'idea di redenzione? E' proprio questa traccia che apre il teatro vero e proprio: le anime, smarrite, continuano questa lunga tribolazione in attesa della loro rinascita, mentre le luci si fanno via via più fioche, forse tagliando di netto ogni sensazione positiva. Come proseguire fiduciosi, se non v'è luce? Camminare al buio è sempre un grande rischio. Non sapendo dove stiamo andando e perché, come potremo giungere alla tanto agognata salvezza? Insomma, la voglia di "scendere" e di non proseguire è molta. Eppure, vogliamo andare avanti. Ciò che più è significativo è che questi spiriti non hanno alcun nome e vagano senza una meta precisa: potremmo, in fin dei conti, essere tutti noi. Tutto ciò si snoda mentre Bjorn Strid ci mostra l'interpretazione vocale più convincente da quando è nella band: urla in pulito si alternano a growls e harsh vocals taglienti e ruggenti, mentre la batteria si lancia, spesso e volentieri, in altri blast beat di ispirazione tutt'altro che Soilwork. Non facciamo in tempo a percepire questa moltitudine di note che, come mitragliatrici, esse ci irradiano di epicità, senza farci rendere conto che la traccia è ormai finita. In modo brusco ma lasciandoci segnali molto positivi per quest'album. Del resto, un background musicale del genere doveva essere propedeutico al messaggio di base: confusione, smarrimento, paura e disillusione. Nessuno aveva detto che questo cammino sarebbe stato semplice.. ma, di certo, non ci aspettavamo tanto orrore e tanta sfiducia.

Death in General

"Death in General (Morte in generale)" è la terza traccia di questa promettente e potente release. Si apre con delle note dal tocco blues e disperso, mostranti una struttura organizzata a mo' di climax ascendente: lo stesso riff, in fatti, viene ripetuto con maggiore distorsione, in maniera progressivamente più potente. Bjorn canta in modo molto più calmo ma i toni sono molto più sperduti e stranianti del solito. Del resto, tutto deve essere funzionale alla narrazione: le anime non riescono a capire dove si trovano e tutto ciò che hanno davanti a loro sono semplici sospiri, lacrime versate, ansie ed angosce. Il mondo sta finendo, portando via gli innocenti: la morte è cieca e trascina con sé chiunque senza la minima distinzione. Ma la verità trascende il dolore e non si mostra a tutti attraverso il cielo. Anzi, essa è destinata davvero a pochi eletti, riservandosi solamente per coloro i quali sapranno vedere. Non con gli occhi "fisici", ma con quelli interiori. In particolare, essa sarà lucente per coloro che abbandoneranno la loro idea della vita mortale per intraprendere, appunto, questo viaggio fatto di redenzione e sofferenza, accettando la fine del mondo così come si + conosciuto. E tutti questi toni sono esplicati attraverso una semi-ballad che possiede tocchi più dolci nella prima sezione, più arrabbiati e feroci nella seconda. Bjorn è sempre magistrale, riuscendo ad alternare costantemente le varie timbriche. La sua versatilità, ormai, ha raggiunto livelli mai visti prima, memore anche della lezione di "The Living Infinite". Questa traccia, comunque, spiega utilizzando toni molto generali che cosa sia la morte e quali sono i suoi effetti. Mentre l'anima si fa sempre più oscura nella seconda sezione del brano, gli strumenti si adattano di conseguenza. Ed ecco, quindi, che si spiega la scelta musico-tematica e, di conseguenza, la chitarra che si alza imperante e distorta solo dopo la metà del pezzo. La morte che tutti temiamo.. ma se questa fosse solo un inizio, e non una fine? Un testo colmo di riflessioni anche filosofiche, se vogliamo, una dissertazione circa un pilastro delle argomentazioni esistenziali. Cosa ci sarà dopo, quando, come e perché. La vita è un cammino verso la morte? Finirà con essa, o raggiungerà uno status di perfezione divina? Solo vivendo scopriremo la verità.

Enemies in Fidelity

Ed ecco, quindi, che arriva il turno di un altro dei singoli estratti dal platter: "Enemies in Fidelity (Nemici in buona fede)". Nel videoclip realizzato per l'occasione, un incappucciato membro Soilwork ci mostra nell'oscurità le sue doti vocali (abbiamo una mezza idea di chi possa essere.. o no?). Si tratta di un brano potente, energico sin dalle prime battute ma con un costante riferimento a quella melodia che ha contraddistinto "Sworn To A Great Divide" e che, paradossalmente, rimane invariata anche nel blast beat del ritornello. In questa release i Soilwork hanno giocato molto con il comparto ritmico andando a sperimentare soluzioni appartenenti ad altri generi. E mentre la canzone procede tra vorticosi riff e melodici inserti vocali, apprendiamo come nel nuovo mondo ci si giuri letteralmente fedeltà quando si esplicano i rapporti di inimicizia. Se ogni anima viaggia per la propria redenzione è ovvio che entri in competizione con gli altri, in una guerra alla sopravvivenza. Chi potrà, infatti, terminare questo nefasto viaggio? Solo coloro che riusciranno a esprimere la propria superiorità sugli altri. Mentre i temi musicali cambiano, apprendiamo come vi sia una volontà di guidare il nemico. Di non schiacciarlo o sopraffarlo con viltà e violenza, ma anzi entrare con lui in una sorta di competizione onorevole, la quale richiederà comunque una correttezza fuori dal normale. Siamo tutti l'uno contro l'altro, ma questo non significa dover rinunciare alla propria umanità, mostrando un pizzico di pietà, quando ce ne sarà bisogno. Non è chiaro se questo nuovo percorso sia verso la dannazione o la salvezza. Nel secondo caso, infatti, si aprirebbe un vero e proprio paradosso, spiegato anche tramite i cambi fugaci di tempo e tonalità. Nel dubbio, comunque, cerchiamo di non divenire bestie, immersi in questo marasma. E le vocals di Bjorn Strid rimangono indiscusse protagoniste in questo "minestrone", specialmente nel ritornello finale in cui, in dissolvenza, queste vocals precedono il ritornello accompagnato dal piano (suonato sempre da Aaa). Si tratta anch'esso di un brano multiforme capace di imprigionare gli ascoltatori in vortici di melodie e rabbiosi riff che si susseguono senza sosta. Non manca, inoltre (e questo possiamo dirlo in generale) un lato catchy dei brani che permette a determinate strutture di rimanere scolpite nelle menti degli ascoltatori. Il platter, fino ad ora, ci ha mostrato delle tracce di livello estremamente alto, le quali svelano questo lavoro come il migliore mai realizzato dalla band, sia a livello di ispirazione che riguardo la varietà e l'originalità del sound. Bjorn, intanto, è migliorato tantissimo nelle sue esposizioni vocali, specialmente sulle clean vocals che appaiono più compatte e, per certi versi, drammatiche. Insomma, la narrazione prosegue. Le nostre anime sono sempre più smarrite ed in competizione, ma non esitano comunque a farsi forza, lungo un tragitto che richiede fortezza d'animo e carattere oltre ogni immaginazione.

Petrichor by Sulphur

"Petrichor by Sulphur (Petrichor allo Zolfo)" è una traccia dal titolo estremamente particolare. Il Petrichor è infatti quell'odore caratteristico della pioggia sul suolo asciutto. Spesso è stato associato a origini divine, indicato come "sangue degli dei". Proprio nel 2015 si è scoperto qualcosa di nuovo sul petrichor, ovvero come esso si origini in una forma che ricorda quella legata ai procedimenti coinvolgenti il ben noto aerosol. Se riflettiamo sul fatto che lo zolfo è uno dei principali elementi che compongono la pioggia acida, abbiamo ottenuto la particolarità del titolo. I Soilwork ci mostrano una terra desolata dove l'odore che aleggia nell'aria è quello dello zolfo, probabilmente alludendo a una qualche guerra che ha devastato l'essere ed il genere umano. In realtà si parla di una figura femminile che sta cercando un interlocutore. Ma ogni ricerca è vana visto che l'aria velenosa vanifica ogni minimo sforzo, dissolvendolo in un livore composto da malvagità e sofferenza. La canzone, d'altro canto, possiede un che generale di estremamente malinconico; con un Bjorn Strid sempre sul pezzo, che si destreggia tra riff melodici e battute dal sapore death metal. Il ritornello ricorda un po' lo stile classico dei Soilwork di release come "Sworn To A Great Divide" e "The Panic Broadcast", riadattate in una verve più convincente e vivace. Sebbene si tratti di una canzone più anonima rispetto a quelle precedenti, riesce comunque a garantirsi un solido connubio tra tutte le caratteristiche che hanno reso grandi gli svedesi. E' una canzone che decanta sia tristezza che la speranza di ritrovare qualcosa, sentimenti che straziano l'animo di questa figura femminile, probabilmente inserita anch'essa all'interno di questo viaggio ultraterreno. Quindi, emergono i vari caratteri che rendono la "Ride Majestic" un qualcosa di irripetibile, sia per ciò che concerne la redenzione umana che per la conoscenza del mondo ultraterreno. Una sola corsa, solo andata.

The Phantom

Si arriva quindi a "The Phantom (Il Fantasma)", una traccia che si mostra come la migliore delle undici che compongono il platter e uno dei punti più alti della discografia dei Soilwork. Bjorn Strid si lancia in una prestazione assurda, accompagnato anche da Pascal Poulsen, un cantante svedese turnista che aiuta il frontman nel ritornello di questa sesta traccia. I riferimenti al black metal sono molteplici: dalle ritmiche serrate al tremolo picking e ai leggeri blast beat. "The Phantom" è una traccia completa che racchiude in essa pathos, energia, drammaticità e, soprattutto, la migliore performance vocale di Bjorn Strid all'interno dell'album. Il momento più alto, infatti, è proprio quello del ritornello; esso è un concentrato di pura furia nella quale il cantante svedese si lancia in un grido lancinante in grado di raggiunge note altissime, perdendosi poi tra la vorticosità dei riff. Appare logico come l'anima che intraprende il viaggio di "The Ride Majestic" sia costantemente pensierosa rispetto la sua vita terrena. Si rende conto che essa è stata costellata da insuccessi e fallimenti ma è anche consapevole del suo degrado morale e, quasi, se ne compiace. Questo è dovuto al fatto che essa ha sempre seguito il cammino dell'oscurità poiché esclusa dal mondo, incapace di osservare la verità, preferendo rintanarsi nell'oscurità. A questo punto sente una voce che, dietro di sé, suggerisce le azioni da intraprendersi, lo status di "mediocrità" da preservare: il fantasma, è lui a parlare. Non si tratta di un'entità corporea quanto di un qualcosa di etereo che, come un deus ex machina, controlla l'anima e la fagocita letteralmente. Lo spettro materializzato di ogni delusione e fallimento precedente, sempre accanto a noi, a ricordarci ogni situazione andata storta. Il tema del degrado morale è qualcosa di molto caro ai Soilwork ed esso è qui esplicato mediante questa sontuosa track dai toni epici ma, allo stesso tempo, estremamente catastrofici. L'anima dell'uomo degrada con l'incedere della canzone, ed è proprio l'urlo del ritornello la spannung, una liberazione all'interno dell'oscurità; poiché è proprio la voce del fantasma ciò che guida l'essenza del protagonista.

The Ride Majestic (Aspire Angelic)

La settima traccia si rivela singolarmente una sorpresa, poiché si tratta di una seconda titletrack dal nome "The Ride Majestic (Aspire Angelic) - Una corsa sountuosa (aspirando all'angelicità)". In questa enigmatica canzone l'uomo continua il viaggio all'interno dell'Oltremondo. Nel caso in questione, però, esso conduce a un'esistenza che sembrerebbe quella di un angelo; in poche parole si tratta di una canzone che descrive l'ascesa dell'anima verso i cieli dell'Empireo. La canzone presenta diverse similitudini con la prima titletrack, ad esempio l'estrema varietà dei temi musicali. Tutto inizia con calma con delle note soffuse di chitarra che, via via, si fanno sempre più aggressive e ciniche. Notiamo sempre la costante della potenza di Bjorn Strid che, specialmente in questa release, ci delizia con un vasto range di timbriche. La lezione qui espressa consiste nel fatto che le nostre vite sono collegate da un unico fattore: ovvero, dall'essere oggetti in mano ad un qualcosa di superiore a noi, un concetto abbastanza complesso rimandante ad una capacità quasi divina di poter comprendere l'indirizzo che le nostre esistenze intraprendono. Riusciamo a distinguere il bene dal male solo guardando con gli occhi del cuore, ed in realtà, non conta cosa siamo fuori ma ciò che nascondiamo oltre il guscio; la morale è: non possiamo aiutare gli altri a farsi del male. Questo enigmatico insegnamento è ripetuto incessantemente dai Soilwork mentre le note scorrono tra riff dal sapore melodic death e strutture vorticose e repentine. Bjorn Strid rammenta quanto l'esistenza degli uomini sia caduca. Le colpe, però, vengono sempre nascoste nella vita terrena e, in un certo senso, vengono a galla solo dopo aver abbandonato quest'ultima. E di seguito perdonate, qualora avessimo veramente voluto espiarle. Ed eccoci, quindi, al concetto più profondo presente dentro al platter: non importa quanto male arrechi al prossimo, basta redimersi veramente e sapersi perdonare, per aspirare a una vita angelica. A questo punto, però, sorge un altro quesito. Quanto solido è l'aldilà? Su quali fondamenta esso è basato? Quelle della falsità? I Soilwork ci lasciano intendere una risposta affermativa a quest'ultimo quesito. Visto e considerato i fatto che, se basta veramente "così poco" per lavare via colpe anche gravi, tutti possiamo in qualche modo darci alla pazza gioia optando poi per un pentimento lampo, quasi a mo' di "furbata".

Whirl of Pain

L'ottava traccia, intitolata "Whirl of Pain (Vortice di dolore)", si apre con un inserto melodico che riprende dagli ultimi album della band, per poi procedere con un ritmo sostenuto anche nei secondi successivi. Già dal titolo comprendiamo come vi sia il riferimento ai mulinelli e, quindi, al mare tempestoso presente in apertura. Da cosa scaturisce, quindi, questo vortice di dolore? Forse dal fatto che siamo destinati alla morte senza essere ricordati, nell'anonimato più totale. Questo è a causa del fatto che il viaggio a cui è soggetta ogni anima è uguale per tutti e non fa distinzioni tra ceti sociali. Il mondo, inoltre, è destinato alla fine e non risparmierà nessuno. Sarà in quel momento che capiremo il vero valore delle cose, quando saremo accomunati dal dolore che ci strazierà e distruggerà. E' importante compiere questo viaggio, ma è altrettanto duro proseguire con la consapevolezza che nulla di ciò che ci lasciamo indietro è valso qualcosa. Forse, non è nemmeno mai esistito. Bjorn si districa tra le strofe musicali di questa canzone dalla struttura abbastanza convenzionale. Le influenze percepite in questo album derivano da tutta la produzione Soilwork: vi sono molteplici riferimenti a "The Living Infinite", in particolare nelle parti di chitarra, mentre il cantante continua a stupire per la sua evoluzione nelle parti in pulito. La modernizzazione del sound, inoltre, è sempre presente attingendo da sottogeneri quali l'alternative e il groove. I Soilwork dimostrano di avere un sound che continua ad evolversi e a mutare forma, pur evidenziando sempre quei tratti che hanno reso la band capace di distinguersi, nel corso degli anni. L'assolo è ben curato e mostra un Andersson in splendida forma. A questo punto apprendiamo, mentre le battute conclusive ci lasciano al nostro destino, come ogni voce al mondo sia incapace di distinguersi dal resto, dato che tutte possiedono lo stesso suono, pur provenendo da una identità differente.

All Along Echoing Paths

"All Along Echoing Paths (Lungo sentieri di sussurri)" riprende il tema dell'eco e delle voci in dissolvenza. Il brano, però, parte in modo estremamente aggressivo riprendendo influenze dal Death Metal svedese più classico al quale vengono aggiunti innesti melodici derivanti maggiormente dalla magistrale interpretazione vocale. Il ritornello appare, invece, leggermente sotto tono dal punto di vista della presa sull'ascoltatore. Le anime si rendono conto di essere dannate anche nell'aldilà e decidono di prendere consapevolezza della loro posizione. Lo scenario descritto è apocalittico, con anime doloranti che tremano di paura mentre l'interlocutore cambia di punto di vista nella seconda parte del pezzo. Dalla creatura passa tutto al creatore, la somma entità divina. Ella espone il fatto che la sua creatura è stata danneggiata dalla presenza del male. A causa della rabbia degli uomini, infatti, la creazione è stata corrotta ed è sprofondata nell'abisso. Il brano, però, non rende giustizia all'epicità delle tematiche poiché appare leggermente sotto tono a quelli ascoltati fino ad ora. Si tratta, infatti, di una canzone filler che non aggiunge nulla alla qualità dell'album. Le caratteristiche che emergono dal disco, però, vengono comunque evidenziate: il guitar work è ispirato, Bjorn Strid alla voce riesce a conferire la giusta drammaticità ai momenti, mentre dal punto di vista ritmico vi è sempre una varietà maggiore a molte precedenti release. Insomma, diciamo un qualcosa privo di infamia o lodi, ma che se paragonato ad altro che abbiamo già ascoltato, quasi "scompare". O meglio, appare semplicemente come un qualcosa di modesto e nulla più. Un bell'episodio in grado di intrattenere ma non di catturare. Del quale, detto senza cattiveria alcuna, riusciremo a liberarci presto. 

Shining Lights

"Shining Lights (Luci scintillanti)" è la penultima traccia di "The Ride Majestic" e possiede una intro dal sapore estremamente moderno e alternative. L'influenza principale parte proprio da quel bistrattato "Sworn to a Great Divide". Si tratta di un pezzo dal sapore già gustato, che però possiede ottime soluzioni chitarristiche atte a rendere l'esecuzione più fresca e pimpante. Le anime assumono le sembianze di luci che brillano nell'oscurità: non essendoci più un punto fermo sia nella vita terrena che in quella ultraterrena, lo smarrimento è sempre più forte e deciso. Non vi è una meta precisa per questo viaggio che dovrebbe condurre le anime alla redenzione; nella Divina Commedia di Dante Alighieri tutto era finalizzato al raggiungimento di Dio nell'Empireo. Ciò, nel concept di "Ride Majestic" non avviene: tutto il viaggio, infatti, è solo reso maestoso in apparenza ma non possiede nulla di strettamente deterministico. Per questo motivo si tratta di un percorso che porta alla perdizione e dove la verità è costantemente offuscata agli occhi delle anime. La presenza delle voci non clean è ridotta all'osso in questa traccia, facendo spazio a un Bjorn Strid più espressivo, specialmente nella fase ritornello. Modernità e Melodic Death Metal classico si fondono, quindi, in un mix in cui è davvero difficile riconoscere una o l'altra parte. I Soilwork con "The Ride Majeistc" ci stanno proponendo un'opera continuatrice del precedente "The Living Infinite" dove il mix tra le due epoche è sempre più radicato e forte. Una traccia, insomma, che ben dipinge l'essenza di questi "flash" persi nell'oscurità. Bagliori continui, mille lucciole incapaci per forza di cose a far giorno. E' questo, il nostro destino? Forse. Per il resto, non ci è dato sapere.

Father and Son, Watching the World Go Down

"Father and Son, Watching the World Go Down (Padre e Figlio, guardate il mondo che termina)" è la drammatica conclusione di questo grande viaggio. I Soilwork ci mostrano quale è la reale verità che governa il mondo: il Figlio e il Padre identificati nelle figure di Gesù Cristo e di Dio, i quali guardano il mondo dall'alto; lo guardano annaspare e collassare su se stesso, senza che vi sia il minimo intervento da parte loro. Nella vita terrena, infatti, tutte le anime sono destinate alla devastazione più totale ed il potere divino è decisamente distante dall'intervenire, lasciando tutti al loro destino. Si tratta di un retaggio di un'antica visione greca secondo cui i poteri divini sono indifferenti al destino dell'uomo. Non solo, possiamo identificare anche la tipica visione "Leopardiana" della "natura matrigna, una identità suprema che sovrasta il mondo pensando solo alla propria auto-conservazione. Le idee di morte e vita sono meri strumenti di riproduzione della natura stessa. Musicalmente il brano non mostra particolari inserti o spunti originali. Vi è la costante dicotomia tra la melodia della voce di Bjorn Strid in splendida forma e l'aggressività derivante della chitarra ritmica e dalla batteria. In "The Ride Majestic" tutte le componenti sono esaltate pur amalgamandosi in un mix che, come sempre, unisce la violenza alla melodia, il retaggio anni '90 del Melodic Death Metal svedese di Goteborg agli innesti più moderni. La traccia, comunque, si presta come una degna conclusione al platter poiché, nelle sue battute conclusive, ci mostra ottime soluzioni melodiche derivanti sia dall'assolo che dalla calma finale.

Conclusioni

Giunti alla fine di questo drammatico viaggio, compiuto alla ricerca della Verità ma poi terminato ritrovandoci in mano un pugno di mosche, possiamo dunque darci alle conclusioni. Fortunatamente, agli antipodi delle condizioni umane qui evidenziate. Per noi ascoltatori, infatti, si è trattato di un viaggio musicale di grande livello. "The Ride Majestic" è infatti un disco fenomenale, in cui sono presenti tutte le soluzioni adottate nei precedenti album ma adattate e ricomposte per garantire un sound più fresco e innovativo. I Soilwork, infatti , hanno deciso di inserire addirittura sparute influenze di stampo Black Metal (con tutte le riserve, si intende) laddove fosse stato necessario per garantire una soluzione più espressiva ed eterogenea ma, allo stesso tempo, ben mixata e mai confusionaria. La produzione limpida e cristallina, davvero ottima, ha reso giustizia al combo svedese esaltando ogni singolo secondo delle tracce. Se il disco da una parte può risentire della presenza di alcune tracce filler (specialmente nella seconda parte del disco), le due titletrack e "The Phantom" elevano lo status di questo lavoro a quello di un vero e proprio capolavoro. "The Ride Majestic" sembra infatti la continuazione di quell'ottimo lavoro che è stato "The Living Infinite" e, rispetto ad esso, presenta punti di forza e di svantaggio. Il minutaggio più contenuto derivante da un unico disco certamente esalta quest'ultimo lavoro rispetto al precedente, forse troppo "impegnativo". Probabilmente, in "The Living Infinite" c'era poi minor sperimentazione, andando ad abbracciare più i fan di vecchia data della band. Infatti, per coloro che non amano la novità, "The Ride Majestic" non si presenta come un disco digeribile e, anche per gli amanti, risulta comunque un ascolto più complesso e multiforme. Tuttavia, dopo un tot di ascolti, nessuno potrà più fare a meno di questo disco. Se e qualora venga compreso come merita, ma su questo non v'è dubbio: "The Ride.." sa come farsi apprezzare, poco ma sicuro. Mettiamoci poi che il lato "radiofonico" di certo non è stato trascurato (anzi!), con alcuni ritornelli riescono ad entrare subito in testa al primo colpo; non c'è dubbio, quindi, che i Soilwork abbiano studiato il tutto nei minimi dettagli. Dal punto di vista tematico, invece, il lavoro non è stato soddisfatto al massimo delle capacità. L'eccessiva cripticità delle parole, infatti, non rende agevole la comprensione della visione di insieme. Consideriamo, però, che gli svedesi hanno sempre adottato questo linguaggio nell'esposizione dei contenuti, proprio per dare a ciascuno di noi la facoltà di poter interpretare soggettivamente le lyrics e di trarne il proprio contenuto. Si tratta, perciò, di testi multiformi capaci di scandagliare ogni "io" in modo diverso. Dal punto di vista musicale siamo di fronte al capolavoro dei Soilwork assieme a "The Living Infinite", un lavoro maturo, variegato e capace di accontentare chiunque: dai fan di vecchia data a coloro che si sono appena avvicinati alla band. In conclusione, bisogna ascoltare questo disco per rendersi conto che i Soilwork sono una band che non smette mai di stupire e che, probabilmente, si è scavata un posto nell'immortalità di questa generazione. Possiamo davvero gioire con questo disco fra le mani, carico di spunti per il futuro, capace di incollare allo stereo davvero chiunque e che, sicuramente, si piazza come uno dei migliori album di tutto il 2015. Onore e gloria ai Soilwork, e che per loro il futuro sia radioso, nonché capace di illuminare il mondo con del buon e sano metal!

1) The Ride Majestic
2) Alight in The Aftermath
3) Death in General
4) Enemies in Fidelity
5) Petrichor by Sulphur
6) The Phantom
7) The Ride Majestic (Aspire Angelic)
8) Whirl of Pain
9) All Along Echoing Paths
10) Shining Lights
11) Father and Son, Watching the World Go Down
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