SOILWORK

The Panic Broadcast

2010 - Nuclear Blast

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
18/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Siamo giunti all'ennesima fatica del combo svedese, il gruppo guidato da quella mente geniale di Bjorn Strid che, da anni, continua a deliziare le nostre orecchie con la sua fortissima versatilità canora. I Soilwork erano nel (nemmeno troppo lontao) 2002 diventati un punto di riferimento per il Melodic Death Metal moderno (o meglio, sono divenuti la realtà principale) grazie a dischi come "Natural Born Caos"; riprendendo sostanzialmente da quelle che erano le lezioni importanti dei grandi di Goteborg, non avevano fatto altro che affinare il sound portandolo a livelli di originalità mai visti prima. Non tutte le discografie risultano però impeccabili, e dopo i meritatissimi elogi iniziarono ad arrivare le prime critiche: le "battute di arresto" che si ebbero con "Stabbing The Drama" e "Sworn To A Great Divide" posero difatti la band in una scomoda fase di stallo stallo: come riuscirono dunque, i Nostri, a districarsi da questo denso ed avvolgente pantano? Con il loro lavoro datato 2010, "The Panic Broadcast", oggetto di questa recensione nonché decisivo passo avanti rispetto al precedente "Sworn to a Great Divide", possiamo sicuramente dire che i Soilwork abbiano intensamente provato a porre rimedio alla faccenda, cercando in tutti i modi  di mostrarsi al pieno delle loro potenzialità. Con questa recensione vedremo sicuramente l'esito di quel che fu. Ai tempi di questa release -lo ricordiamo- datata 2010, la band era composta da Bjorn Strid (voce), Peter Wichers (chitarra, di ritorno nella band dopo cinque anni di assenza nonché anche produttore di tutto il platter), il nuovo entrato Sylvain Coudret (chitarra, proveniente dagli Scarve come il suo collega Verbeuren), Sven Karlsson (tastiere), Ola Flink (basso) e Dirk Verbeuren (batteria). Si registra dunque l'abbandono di uno dei membri storici del combo svedese, ovvero Ola Frenning, il quale fu un'autentica colonna dei Soilwork sin dal primo album. Il disco fu registrato negli U.S.A., precisamente in due località del North Carolina (Mooresville ed Asheville), e fu presentato dalla band stessa come un album differente dai predecessori, sicuramente molto più interessante e capace di stupire. In modo positivo, si intende. Un prodotto, "The Panic Broadcast", che si presenta anche accattivante ed interessante dal punto di vista visivo: l'artwork è difatti molto particolare e variopinto; ci mostra una figura che ricorda un sovrano ottomano/turco seduto su di un trono ed accompagnato da due guerrieri ai lati, anch'essi capaci di rievocare tantissimo il tipico vestiario arabo-medioevale. Due draghi circondano la scena, creature concepite secondo l'antica arte di raffigurazione cinese; digrignando le zanne e spalancando le fauci, paiono ergersi dalle rocce prepotentemente ed epicamente. Questa volta, a detta di Peter Wichers (lo ricordiamo, non solo chitarrista ma anche produttore) i Soilwork hanno voluto produrre un qualcosa di diverso che guardasse certamente indietro nel passato, ma che aggiungesse anche un pizzico di novità, mantenendo comunque intatta una sorta di componente "catchy" tipica del metalcore all'epoca assai in voga. Proprio Peter, in un'intervista, non ha nascosto quanto la genesi dell'album sia stata impegnativa e quanto soprattutto le influenze presenti lungo i solchi di "The Panic.." fossero diverse, addirittura parlando di toni "blues" che il disco assumerebbe, alla fin fine. Inoltre, sempre seguendo le parole del Nostro, si è puntato anche ad una ri-aggiunta degli assoli, permettendo poi un ruolo maggiormente preponderante della batteria. La pubblicazione è anche questa volta a cura della famosissima "Nuclear Blast Records" (la quale ha curato anche un'edizione comprendente un bonus dvd con un "making of" del disco in questione) etichetta che da sempre si occupa di forgiare talenti nel metal estremo, specialmente realtà particolari come i Soilwork. Detto questo, partiamo con l'analisi delle tracce una ad una, com'è di consueto nel nostro stile.

Late for the Kill, Early for the Slaughter

"Late for the Kill, Early for the Slaughter (In ritardo per l'omicidio, in tempo per il massacro)" è la prima traccia del lotto che parte, inizialmente, presentandoci un'ensemble di suoni e sensazioni abbastanza stranianti nel loro complesso. I toni si alzano comunque subito, mediante una sezione di brano che riprende molto il Thrash Metal, soprattutto nell'impostazione nelle parti di chitarra. Bjorn Strid è molto aggressivo (come ai tempi di "Blind Eye Halo"), e con lui tutta la band. Tuttavia si parlava di elementi di forte novità, ed è curioso in questo senso notare come sia fortissima l'influenza blues nel refrain, espediente in grado di far si che questo momento strizzi (addirittura!) l'occhio al mondo più Hard Rock. Persino l'assolo è fortemente ispirato a questo contesto musicale; ciò è sisucramente da considerarsi come il simbolo ultimo della volontà di una band che, ormai, ha i suoi anni di esperienza alle spalle ma nonostante tutto cerca di rinnovarsi completamente e rinfrescarsi. Tuttavia, la traccia non indugia certo in qualcosa di leggero, anzi, il contesto rimane 100% Soilwork. Il tutto è testimoniato dalle parti di batteria, le quali sono davvero più concitate e marcate rispetto alla sequenzialità piuttosto monotona della precedente release. Dal punto di vista chitarristico, invece, si sente eccome il tocco del rientrante Wichers, il quale è tranquillamente considerabile come il miglior chitarrista che la band abbia mai avuto. In sostanza, i Soilwork stanno cercando di rinascere anche se è ancora incognito il risultato del tutto. Per il momento abbiamo una traccia si estrema ma che si alleggerisce durante i refrain, andando ad indugiare in situazioni comunque piacevoli. La trasmissione del panico inizia dunque con questa traccia, la quale ci presenta un tema lirico fortemente criptico nonché misterioso. Abbiamo dinnanzi agli occhi la figura di un uomo, il quale risulta fiero delle battaglie che ha vinto e dei successi che ha conquistato nel corso di innumerevoli battaglie. Il contesto, comunque, risulta fortemente astratto: sembra quasi che il protagonista sia dominato dal senso di colpa. Quello che lo pervade per essere arrivato tardi per uccidere ma, presto, per osservare il macello compiuto. L'uomo sembra molto fiducioso delle sue capacità e si dimostra estremamente profondo, nel valutare il suo contesto. Sembra quasi che egli voglia battersi per una giusta causa: vi sono infatti riferimenti ai regimi totalitari, in realtà, poiché il guerriero sembra essere un vero e proprio ribelle nato per voler sovvertire uno schema malato, fatto di bugie e uccisioni, un sistema che cerca in ogni modo di sottomettere l'uomo al volere di un solo individuo. Apprendiamo però, ad un'attenta lettura, che l'individuo non sta riuscendo affatto nel suo intento poiché si auto-evidenzia costantemente in ritardo, come se non riuscisse a prendere parte alla battaglia. Il suo essere in anticipo, invece, sottolinea la volontà di non volersi fermare. Egli continua dunque in una sorta di giro infinito, cercando di poter combattere. Non riuscendovi, ma comunque ritentando anche la volta dopo.

Two Lives Worth of A Reckoning

Anche "Two Lives Worth of A Reckoning (Due vite valgono una vendetta)" continua sulla scia delle melodie particolari già udite del precedente brano, seppur con toni leggermente più moderati anche se sempre concitati. Anche questo pezzo, in fin dei conti, ha una chiara impronta Thrash, sia nella batteria che nella chitarra: il ritornello (com'era comunque di intento, fra l'altro), di contro, guarda moltissimo indietro agli ultimi album, fornendoci un intermezzo melodico che strizza l'occhio a sonorità Alterantive, le quali vengono comunque preservate per la forte presa che riescono ad avere sul pubblico degli ultimi anni, quello più giovane. Una mescolanza di stili che non risulta certo fastidiosa ed anzi, riesce a fare in modo che il tutto sia perfettamente amalgamato per fornirci un prodotto estremo che non sia eccessivamente elitario ma neanche troppo "radiofonico". Compromesso perfetto. La sezione solista si rivela, ancor una volta, fortemente curata da un Wichers decisamente ispirato il quale (perfettamente sicuro di una base ritmica solidissima), contemplando gli orizzonti gloriosi di quello che era il mood tipico di "A Predator's Portrait", ci offre una prova di capace di destare fortissimo interesse. Anche le sezioni ritmiche non lesinano in quanto a ferocia e creano il giusto groove durante le strofe. La sezione finale conclude circolarmente l'intro e sottolinea la gradevolezza costante del pezzo, che non ha strutture complesse ma è capace di esaltare. Ritornano nelle liriche tematiche profonde e particolarmente sfuggenti, in certe occasioni. Vi sono sostanzialmente due vite da vivere, le quali valgono sicuramente una vera e propria resa dei conti, una battaglia finale da condurre esattamente contro noi stessi. Già nella precedente traccia si è parlato di un'astratta "soglia" fra il presente ed il passato (l'arrivare in ritardo ed in anticipo contemporaneamente), la quale viene ripresa nuovamente, come tema, all'interno di questo secondo pezzo. Le due esistenze si scambiano scontri reciproci e minacce combattendo strenuamente, senza fermarsi mai, solo quando una delle due risulta sconfitta ed impossibilitata a proseguire lo scontro. Apprendiamo dunque il fatto che i Soilwork parlino molto probabilmente della dicotomia dell'essere, sempre mutevole e dinamico; un dualismo chem spesso e volentieri, porta l'uomo ad intraprendere strade opposte e contrastanti. Non è una novità che la band parli del conflitto dell'io e della sua risoluzione (lo avevamo visto in diversi altri episodi dei dischi precedenti), un conflitto in cui spesso è l'anima ad essere costantemente lacerata e ferita, piuttosto che il corpo. Questo scontro, però, sembra necessario ai fini di una chiarezza mentale maggiore: lo scontro genera nuovi equilibri e la band evidenzia proprio questo nel brano, sottolineando quanto dopo una tempesta giunga sempre la quiete.

The Thrill

"The Thrill (Il Brivido)" comincia con un timido riff di chitarra il quale, grazie al subentro del potente growl di Bjorn, si ripropone in una versione decisamente più dura. Riff diretti ma molto vivaci e, soprattutto, una parte vocale in costante miglioramento, fanno di questo pezzo un piacevole "passatempo", una traccia capace di farci divertire senza avere certo la pretesa di folgorarci con cambi improvvisi o strutture complesse. I toni sono addirittura più calmi rispetto alle precedenti tracce, ed il tutto sembra possedere un carattere molto più Alternative Metal che Death o Thrash. Anche Bjorn a lungo andare risulta essere molto espressivo; infatti, nelle parti in pulito dà decisamente il meglio di se, confermandosi sempre come una delle personalità di punta del metal estremo mondiale. Capiamo, giunti ad inizio inoltrato, quel che i Soilwork dicevano di questo album: nonostante la vena abbastanza melodica ed alternata alle consuete sfuriate, possiamo percepire anche un'atmosfera quasi misteriosa ed oscura, di gusto addirittura "hard rockeggiante" al tempo stesso. Toni che continuano a essere malinconici in questa "The Thrill", sfiorando addirittura il "sentimentalismo" nell'assolo, che risulta essere coinvolgente e accattivante. I Soilwork, a questo punto possiamo dirlo, hanno di nuovo puntato tutto sugli assoli come avvenne nel secondo e terzo album, dato si che i momenti solisti sono considerabili dei grandi simboli di riconoscimento nonché prestigio, nella loro discografia. Sembra quasi, però, che dopo il primo elemento di novità i pezzi si stiano assestando su uno stilema troppo ripetitivo. Manca infatti una leggera dose di varietà che non rende (per ora) il platter a livello dei primi lavori, cosa che si percepisce moltissimo nelle sezioni ritmiche non completamente ispirate. Torna in compenso un tema molto caro ai Soilwork, quello al quale molte loro liriche sono state dedicate. Mentre il decadimento dell'uomo continua, le strutture sociali e politiche non possono che fare altrettanto. I Soilwork dunque denunciano, come in molte tracce, un mondo costruito sulle bugie, diffuse biecamente da chi cerca di provocare il panico generale. Probabilmente, questo testo è la denuncia più forte e decisa che i nostri abbiano mai lanciato contro uno schema sociale reo di basarsi su di un regime totalitario. Gli svedesi condannano tutto ciò che riguardi la repressione delle libertà individuali, la cui violazione conduce irrimediabilmente verso la dannazione. Con le dita ben salde su di un grilletto, inoltre, è facilissimo incutere il terrore nelle anime altrui: quando la vita è parte di un meccanismo molto delicato, le variabili in gioco diventano tantissime e aleatorie. E' facilissimo dominare come può essere inevitabile essere dominati, il potere non è mai sicuro ma di una cosa si può star certi.. chi lo ha farà di tutto per difenderlo, e per prevaricarci. Tutto, a volte, risulta quasi ironico e mentre la storia va avanti il cancro continua a svilupparsi nell'odio e nella sofferenza, esigendo come tributo il sangue di molte vite spezzate. Ciò che guida fortemente l'essere umano è la "corruzione da parte della corruzione": gli esseri corrotti donano la vita ad un incessante gioco in cui gli effetti domino continuano ad alimentare il malessere generale. Non bisogna mai sottomettersi né tantomeno permettere a certi personaggi di fare ciò che vogliono. Tutto è imprevedibile ed a sovvertire le regole del gioco basta meno di quel che si creda.

Deliverance is Mine

"Deliverance is Mine (La Liberazione è Mia)" inizia subito con un riff aggressivo per poi piombare nella vorticosa essenza delle vocals di Bjorn, sempre in grande forma e contraddistinto da una strenua tenacia. Nonostante la bella prova del vocalist, comunque, il pezzo ha un andamento piuttosto lineare e non si lascia andare in attimi fortemente degni di nota. Il ritornello, invece, è molto più interessante, proprio perché le parti in clean vocals toccano livelli altissimi di energia e passione, rendendoci partecipi e coinvolgendoci nell'economia del brano. Nella seconda sezione, dopo un sussurro di Bjorn, si sentono alcuni echi Hardcore nell'impostazione generale, varietà che si fa sicuramente ben accogliere. L'assolo, invece, è particolare e diviso in due sezioni: un preambolo in tremolo e una sezione maggiormente ispirata con Wichers che si lascia andare nei suoi impetuosi ma (stavolta) brevi fraseggi. Un ulteriore ritornello completa la struttura di un pezzo sostanzialmente abbastanza anonimo se non proprio, appunto, nel refrain stesso. Non un sostanziale passo in avanti, anche se il ritornello fa ben sperare. Come si ottiene, la liberazione tanto declamata nel titolo? Difficile a dirsi, difficile a rispondersi. La salvezza si ottiene soltanto se si mettono da parte le congetture sociali e si comprende, definitivamente che l'unica guida di noi stessi è il nostro stesso io, quello inconfondibile e puro. Le "diffusioni del panico" sono proprio le volontà altrui, ree di volerci chiudere in schemi predefiniti che controllano la nostra mente, tenendoci ingabbiati e sottomessi. Essa, inghiottita dalla stessa oscurità, non possiede più un'identità definita e ci conduce alla dannazione eterna, facendoci letteralmente impazzire. La salvezza arriva sin da quando si inizia a combattere per ciò in cui si crede, anche a costo della vita. I Soilwork vogliono davvero insegnarci a non farci ingannare dalle menzogne le quali sono sempre raccontate da altri, mai dal nostro cuore. Credere in noi stessi permette di non perdonare chi ci fa del male ma di trasformare la rabbia in forza e, di conseguenza, in pura e immacolata libertà.

Night Comes Clean

Durante l'ascolto del platter verrete sicuramente colpiti dalla traccia che di fatto chiude la prima metà del disco, "Night Comes Clean (La Notte giunge limpida)" presentataci dalla sua grintosa intro, la quale ci mostra un riff davvero accattivante; forse quello degno di maggior nota, stando a quel che abbiano sentito sino ad ora. Un brano che colpisce ma continua comunque a presentare qualche sostanziale "debolezza" qui e là. Partiamo dal buono: il pezzo, complessivamente, non è per niente complesso dal punto di vista strutturale ma è comunque in questo preciso momento che i Soilwork rivelano una delle prove più groovy del disco, risultando decisamente sul pezzo ed in grado (se non altro) di conquistare il nostro udito a suon di particolari ritmiche. Giungendo alle dolenti note, in realtà l'andamento generale si indebolisce abbastanza nella sezione centrale, anche se il tutto sembra riprendersi col proseguo, assumendo dunque un andamento fortemente atmosferico e straniante in stile Alternative Metal, con voce completamente in pulito. Questo interessante intermezzo ci introduce all'assolo certamente riuscitissimo che, però, non mostra alti vertici di rabbia o comunque ispirazione. Le melodie sono abbastanza armoniose e pacate, per poi ricominciare con il riff portante che conclude direttamente l'opera. Questo, però, non avviene prima di un outro sempre molto contenuta, anch'essa sicuramente pacata come l'armonia generata dal momento solista. Un bel pezzo, se non fosse stato per qualche calo di tensione in più. A questo punto, cala la notte, la quale giunge a noi limpida e pulita. Viene descritta un'anima tormentata che cerca di rimediare ai disastri, agli errori compiuti in passato, essendo comunque impossibilitata ad affrontare questo percorso perché sostanzialmente spaventata dal cambiamento. Il cuore viene quasi costantemente spezzato ad ogni mutamento al quale facciamo (spessissimo nostro malgrado) fronte, dato che (e più o meno siamo tutti testimoni di ciò) risulta difficilissimo adattarsi a una nuova individualità. Soprattutto quando ci ritroviamo a dire addio, a staccarci da situazioni e persone che ormai percepivamo come nostre. I Soiwork, comunque, ci fanno coraggio: essi reputano il cambiamento una componente necessaria della vita, perché permette di scegliere strade migliori di quelle che si stanno effettivamente percorrendo. In questo processo, però, si combattono i demoni e si osserva anche come questi prendano possesso, spesso e volentieri, degli angeli. Il bene ed il male, i problemi che sopraffanno la serenità.. uno scontro al quale ogni essere umano ha dovuto partecipare, almeno una volta nella sua vita. Gli svedesi ci mostrano un viaggio ai confini del nostro io, da intraprendere per migliorare ed epurarci dal male. Siamo noi, però, che dobbiamo comprendere la strategia migliore per poter diventare persone migliori; prima di tutti ai nostri occhi, poi per il resto del mondo.

King of the Threshold

La frenetica "King of the Threshold (Il Re della Soglia)" possiede in minima parte atmosfere che strizzano l'occhio al prog anni '70, in piccolissime sezioni di tastiera in sottofondo; anche se, sostanzialmente, si pone come un pezzo movimentato e frenetico che lascia poco spazio all'immaginazione o comunque alle sperimentazioni tipicamente progressive degli anni d'oro. Siamo pur sempre in un disco prodotto da una band che non lesina certo premute di acceleratore piuttosto importanti. Notiamo sempre di più il fortissimo miglioramento di Bjorn nelle parti in pulito; facendo anche caso al fatto che talvolta, il bravo vocalist si lancia addirittura in alcuni yells dal sapore hardcore, mondo da sempre estremamente tributato dal mondo metal estremo. L'impostazione della chitarra, invece, è maggiormente improntata sul Thrash Metal mentre l'assolo possiede un retrogusto Blues / Bluegrass che si amalgama benissimo con quanto suonato dal combo. Insomma un bel momento tirato che farà la felicità di più di tante persone, riuscendoci a far vedere quanto i Soilwork riescano ancora a correre come ci hanno mostrato nei dischi passati. Sono le urla del frontman a concludere questo movimentatissimo pezzo che, seppur non fortemente geniale, ci mostra sicuramente una buona rinascita del gruppo svedese. Una pausa e, successivamente, una sezione di chitarra acustica ci portano dunque alla fine definitiva di questo momento, esaltante ed incalzante, meravigliosamente ben confezionato. La fantomatica "soglia" di cui si è parlato nei primi due pezzi è il punto in cui si sono davvero compresi i propri limiti ed errori. La personalità è straniata ma sente di poter dominare queste mancanze, una volta che è divenuta padrona conscia di sé stessa. Più si scava in profondità con la mente e maggiormente si comprendono i punti bassi della propria essenza, punti dai quali poter imparare per migliorarsi. Si rivela però un avvenimento oscuro, andando a scavare sempre in maggiore profondità: un'analisi davvero approfondita della propria essenza rivela, difatti (e seguendo addirittura i dettami filosofici di Pirandello), l'impossibilità di poter procedere oltre, l'impossibilità di poter varcare completamente quella soglia. L'io è frammentato in maniera quasi quasi impossibile da ricomporre definitivamente. Possiamo, a questo punto, prendere coscienza di cosa siamo veramente se anche l'analisi interiore può risultare inutile? Ai posteri l'ardua sentenza.

Let This River Flow

"Let This River Flow (Lascia che questo fiume scorra)" è un pezzo dal gusto maggiormente alternative, che strizza l'occhio a sonorità maggiormente moderne. Il tutto è giocato su intermezzi melodici e maggiormente tirati, a partire dall'arpeggio iniziale al dipanarsi più massiccio del brano lungo il suo poseguo. Alternanze sulle quali sprizza la voce altrettanto melodica ed armoniosa di un Bjorn decisamente sugli scudi, uno dei tratti distintivi di questo disco; il quale, se riesce ad alzare leggermente l'asticella rispetto al precedente, lo deve soprattutto al bravo vocalist. Parlavamo di un contesto moderno ed a tratti molto melodico, cosa che comunque non pregiudica l'anima ruggente dei Nostri. I growl, comunque, certamente non mancano visto che nelle sezioni più "fredde" ed in power chord si ergono prepotenti sulla struttura. Il lavoro della batteria è encomiabile, poiché i Soilwork sono bravi nel mostrarci sezioni batteristiche sicuramente molto più ispirate e tecniche che in altre circostanze, in linea con i proclami pre-release. Si strizza l'occhio al passato ma si cerca, comunque, di rivoluzionare il sound rendendolo più atmosferico ed accessibile per le nuove generazioni. L'arpeggio che avevamo già udito nella intro, portatore di grande melodia, è anche la conclusione del pezzo. I Soilwork, come ci hanno abituati, tendono a fornirci una struttura quasi sempre circolare delle varie sezioni ed in generale delle canzoni tutte. Il testo , dal canto sui, prosegue sulla falsariga dei precedenti: solo gli avvenimenti ed il tempo possono, a questo punto, rivelare la soluzione del conflitto interiore. Il fiume continua a scorrere e presto incontrerà il mare, nel quale potrà confluire e realizzarsi, liberarsi. Allo stesso modo, i nostri fantasmi del passato confluiscono lungo questo cammino, ammassandosi nel letto del nostro fiume, cercando di straripare. Fantasmi che possono concretizzarsi ma che noi, comprendendo maggiormente la nostra vita passata, di giorno in giorno, possiamo tranquillamente tenere a bada, fino a disperderli una volta raggiunto il mare. Possiamo farci un'idea ulteriore della nostra essenza, di ciò che siamo davvero. A questo punto riveleremo i nostri pregi e le nostre virtù, dei quali potremo farne tesoro. Attraverso l'attualizzazione del nostro io, attraverso la comprensione di esso "alla giornata" e non proiettata verso futuri o passati remoti, riusciamo a prendere coscienza di ciò che siamo, risultando dunque capaci di ribellarci a tutti quegli schemi registrati / oppressioni / sovrastrutture che in tempi non sospetti erano capaci, ahinoi, di farci piombare nel panico costante e infinito.

Epitome

"Epitome (Quintessenza)" risulta essere un pezzo assai particolare, poiché possiede una ritmica abbastanza tranquilla ma, allo stesso tempo, accattivante e galoppante. Le vocals di Bjorn sono inizialmente cupe e morbide, per poi procedere in una veste maggiormente graffiata ma comunque assai ricca di versatilità. La particolarità maggiore risiede nel fatto che che, in questo brano, non vi sono vere e proprie parti Death dal punto di vista canoro, mentre la componente estrema si deduce maggiormente dalla melodia strumentale, ruggente e rabbiosa ma tuttavia carica di atmosfera. L'assolo è strutturato bene e risulta molto accattivante, seppur non mostrando nulla di particolarmente speciale o virtuoso. I Soilwork, sicuramente, non sono una band che possiede alti dosi di tecnica ma che sa il fatto suo in quanto a inventiva e "carico di groove" dei pezzi. Si ripeteranno magari un po', ma risultano quasi sempre divertenti ed adattissimi per passare un po' di tempo in compagnia di ritmiche incalzanti e riff accattivanti. Il vero e proprio growl si sente solo nelle fasi finali del brano mentre, per tutta la durata, la song rivela un'atmosfera abbastanza misteriosa sorretta da chitarra ritmica maggiormente rabbiosa. Un pezzo dunque che stacca dal continuum dell'album e ci mostra un qualcosa di "nuovo", di maggiormente pregno di spirito di iniziativa. "Epitome", la quintessenza: il riassunto, la summa, l'esempio di tutto ciò che è nella sua perfezione d'Essere. L'anima, dopo aver capito la strada giusta da prendere, si rende conto di dover fare un resoconto delle lezioni che ha imparato, dal quale desumere importanti insegnamenti. Ora apprendiamo che la coscienza, purificandosi, ha imparato e desunto moltissimo dalle sue sconfitte; una presa di coscienza essenziale per poter rinascere migliore e perfezionata. Tutte le perdite, infatti, sono state il vero insegnamento che ha permesso al momento della rivincita di arrivare. Un pezzo, come alcuni della discografia Soilwork, fortemente influenzato dalla filosofia hegeliana di tesi, antitesi e sintesi. È necessaria, infatti, l'interiorizzazione dei propri sbagli e difetti per potersi liberare definitivamente dei dissidi interiori. Ciò che è contrario a noi, infatti, non è completamente estraneo alla nostra essenza ma è un mezzo chiarificatore per le nostre idee e un ponte ideale che ci permette di migliorare e evolvere.

The Akuma Afterglow

Dopo una sezione atmosferica, con un leggero palm muting parte prepotente "The Akuma Afterglow (Gli Ultimi Bagliori del Male)", pezzo che si fregia in questo frangente di riff intrecciati dal sapore malinconico. I Soilwork ci mostrano una perizia compositiva non indifferente riguardo il punto di vista maggiormente groovy, quello adatto dunque a creare ritmi coinvolgenti ed in grado di farsi ricordare. Anche le parti vocali sono molto azzeccate e scandiscono le ritmiche armoniosamente e mantenendo alla grande l'equilibrio generale. Si può dire tranquillamente che questa nona traccia è una delle più ponderate e, probabilmente, la migliore del lotto, almeno per quel che riguarda le melodie ed il refrain. L'assolo possiede un lato sentimentale e quasi romantico (dal punto di vista filosofico del termine) ma, in generale, svela comunque dalla sua interiorità un che di rabbioso; prevaricatore ma allo stesso tempo, abbastanza dolce rispetto ad altre release, un connubio decisamente particolare ed azzeccato. I riferimenti ai vecchi tempi ci sono: non saranno fondamentali e preponderanti, ma comunque sono ben amalgamati allo spirito aggressivo dei primi dischi. Notiamo, comunque, una differenza notevole con le prime release che mostravano dei Soilwork maggiormente gloriosi, in questo senso sempre più orientati verso le nuove tendenze del Metal. Finora il disco, comunque, possiede un'ispirazione maggiore rispetto a lavori come "Stabbing The Drama", anche se l'ensemble generale sembra in alcuni punti peccare di un'anonimia aleggiante ed incombente. "Akuma" è un termine generico giapponese che identifica un'entità maligna di chiara ispirazione "oni". L'oni è una creatura mitologica demoniaca giapponese simile a un incrocio tra un classico demone e un orco,  provvista di corna (proprio per non far mancare nulla al suo curriculum di "malvagità). Improvvisamente, quindi, si rivela in noi quel lato vendicativo proprio di ogni individuo; il momento in cui la rabbia viene perfettamente incanalata e pronta ad essere sparata per fare definitivamente piazza pulita di tutti gli oppositori. Il combattimento finale, però, si rivela contro noi stessi, i veri e propri nemici dell'io. Troppo spesso, è proprio la nostra anima, la nostra indole ad essere la principale nemica della nostra serenità. Dissidi interiori, autocondanne, autocommiserazione.. dopo aver -appunto- interiorizzato i propri sbagli, la coscienza vuole liberarsi del male e ridurre il demone ai suoi ultimi bagliori. Questo è il senso generale del brano: il combattimento finale che libera definitivamente dal proprio oscuro passato e dalle tempeste dell'animo, come una sorta di Ragnarok atto ad epurarci definitivamente dal buio, dal sonno della coscienza, dalle imposizioni.

Enter Dog Of Pavlov

 La finale "Enter Dog Of Pavlov" inizia con un tranquillo arpeggio di chitarra dal sapore quasi "unplugged", per poi andare in contro ad un inasprimento generale dei toni, negli istanti immediatamente successivi. Notiamo che la parte strumentale si prolunga per circa due minuti per poi procedere con le vocals aspre e dure di Bjorn. Dal punto di vista ritmico, finora, è la traccia più soddisfacente, poiché possiede una varietà non indifferente rispetto ai brani precedenti. Le ritmiche, infatti, si susseguono senza sosta in un andamento meno lineare e quasi, a tratti, progressivo. Una volontà di rendere il tutto più complesso e particolare, intricato, capace di dettare ritmi sempre differenti e particolarmente affascinanti, sia dal punto di vista della batteria che del basso o della seconda chitarra. Successivamente all'inizio della parte cantata non vi è alcun assolo; sarebbe stato gradevole sentirne uno, ma a conti fatti (forse, ipotesi plausibile) è stato sostituito dalla lunga intro strumentale. Il brano continua dunque nella sua corsa aspra e movimentata, ricamando trame particolari e non mostrandosi per nulla prevedibile.. di contro, è molto variegato e piacevolmente esaltante. Un pezzo che continua a sorprendere anche nelle parti finali, con un riff ossessivo in palm muting dal sapore fortemente Thrash che, duramente, conclude un pezzo davvero ispirato e mai noioso, per nulla monotono ed anzi, sorprendente. Ivan Pavlov fu un medico a cui siamo molto riconoscenti poiché a lui è dovuta la scoperta del riflesso condizionato. Pavlov dedusse che un determinato stimolo, se ripetuto, può provocare una reazione condizionata da parte dell'individuo: poiché molti dei suoi esperimenti sono stati effettuati su dei cani, è logico il motivo della scelta del titolo da parte dei Soilwork, un titolo che ad una prima impressione poteva risultare assai particolare. Ad esempio, se a un individuo canino associamo il cibo al suono di un campanello diverse volte, l'animale per riflesso interiorizzerà il determinato suono riconducendolo al suo pasto giornaliero. Se il gesto verrà reiterato, il cane comincerà a bramare il cibo ogni qual volta un suono simile giungerà alle sue orecchie, anche se effettivamente non sarà ora di pranzo o cena. Il tutto deve essere dunque rapportato al tema filosofico che abbiano sino ad ora trattato: la canzone ci mostra il momento finale della realizzazione della coscienza che, dopo aver combattuto contro i suoi demoni, affronta persino la sua morte, uscendone vincitrice. Questo è stato un vero e proprio riflesso condizionato, dovuto al fatto che è stata associata la liberazione dei mali interiori alla stessa volontà di doverli distruggere. La distruzione del male sarà dunque sempre associata al sentimento di benessere e vigore. Per rincorrere questo "nirvana", saremmo dunque -in futuro- automaticamente predisposti a salvaguardare la nostra serenità, combattendo valorosamente. Per questo, l'anima può concludere il suo percorso, finalmente alzandosi e ergendosi su tutto, proprio come una fenice che risorge dalle proprie ceneri. In maniera forte, fiera e coraggiosa.

Conclusioni

Cosa dire, dunque, di questo "The Panic Broadcast"? Si tratta in sostanza di un lavoro abbastanza "ruffiano", poiché i Soilwork hanno cercato, sempre rimanendo fedeli all'impronta commerciale degli ultimi lavori, di accaparrarsi le simpatie dei giovani Metalheads; gli stessi cresciuti con l'Alternative ed il Metalcore della seconda metà dei '90 / prima decade del 2000, una nutrita schiera di fan che sicuramente avrà di che gioito sentendo più di un brano tratto da questo platter. Contemporaneamente, però, c'è stata la volontà di non esagerare in questo senso, "ruffianeggiando" anche con i vecchi fan, cercando con qualche "passo indietro" di riprendere quelle fasce di ascoltatori che erano rimaste deluse dall'ultimo "Sworn To A Great Divide" nonché dal suo predecessore. Il gesto, però, è andato in parte a buon fine: la ritrovata aggressività dei brani unita al sapore alternative dei ritornelli melodici ha fatto sì che il lavoro uscito fosse di un buon livello e sicuramente superiore agli ultimi due platter. La perizia degli assoli è encomiabile, così come le parti di batteria. In grandissimo spolvero le doti canore di Bjorn Strid,il quale continua a perfezionarsi ed evolversi raggiungendo picchi di assoluta maestria, specialmente nelle parti in pulito. Di contro, invece, la monotonia di alcune strutture risente ancora di una mancanza marcata di idee orientata a produrre, conseguentemente, brani fin troppo simili tra loro e privi di personalità. Non si contano punte di elevatissima qualità, quindi, e tutto gioca su livelli abbastanza omogenei. Dal punto di vista tematico, invece, i Soilwork stanno dimostrando di non sapersi rinnovare, continuando a giocare sempre sulla "lotta contro sé stessi" che, da una certa parte, ha iniziato leggermente a stancare gli ascoltatori. Nota di merito, però, per i riferimenti alla mitologia giapponese e a Pavlov, che sono stati abbastanza originali e graditi. I temi interiori che sono emersi da questo platter sono fin troppo stereotipati e comuni a tantissime band Melodic Death Metal e persino Metalcore. I Soilwork hanno dimostrato, comunque, di essere consapevoli del lavoro svolto e di averci messo grande cuore, soprattutto nella parte strumentale. Non possiamo che promuovere abbastanza bene questo lavoro, reputandolo sicuramente come una ripresa parziale dal buio della precedente ed (eccessivamente) "mielata" release. Parliamo certamente ancora di un lavoro di transizione.. il quale lascia, però, ben presagire nel futuro. Le aspettative, vedremo, non saranno deluse, poiché di lì a poco uscirà un capolavoro dal nome di "The Living infinite" che sorprenderà sia la critica e gli ascoltatori, in maniera a dir poco unanime. È innegabile, in sostanza, anche alla luce del futuro "svelato", che "The Panic Broadcast" sia stato il perfetto "nuovo" trampolino di lancio di una band che sembrava non avesse più nulla di concreto da dire.

1) Late for the Kill, Early for the Slaughter
2) Two Lives Worth of A Reckoning
3) The Thrill
4) Deliverance is Mine
5) Night Comes Clean
6) King of the Threshold
7) Let This River Flow
8) Epitome
9) The Akuma Afterglow
10) Enter Dog Of Pavlov
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