SOILWORK

The Living Infinite

2013 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
24/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Un disco, quello che oggi recensiamo, che potrebbe tranquillamente essere definito come "il momento della resa dei conti", per una band svedese che tanto abbiamo apprezzato, nell'arco di tutta la loro discografia; una discografia non priva di difetti, che non sempre ci ha esaltato in pieno, ma che a conti fatti risulta ben riuscita e comunque capace di far spiccare il nome dei Soilwork all'interno di un panorama assai affollato. Un percorso che arriva quindi alla già citata resa dei conti, dato che il gruppo ha deciso, una volta per tutte, di far capire di cosa è capace; sul serio, al mondo intero, ancor più che in altre occasioni. Seguendo e trasformando la tradizione di Goteborg, i compari di Bjorn "Speed" Strid hanno cercato sempre di trovare soluzioni alternative che li rendessero sempre più personali e variegati, all'interno del panorama metal mondiale. Un ensemble che giunto nella seconda decade del 2000 decide, con il loro nuovo lavoro, "The Living Infinite" (2013), di tentare il tutto per tutto, a livello di qualità e quantità. "The Living Infinite", infatti, può definirsi tranquillamente come il lavoro più complesso e pretenzioso della band: un doppio disco, composto da ben venti canzoni (dieci per CD) e dalla durata di oltre un'ora e venti. Con la formazione comprendente il solito Bjorn Strid alla voce, Daniel Antonsson alla chitarra (il quale sostituisce Peter Wichers, che lascia a causa dei complessi rapporti con la band, e conseguenti incomprensioni), Sylvain Coudret come seconda chitarra, Ola Flink al basso, Sven Karlsson alle tastiere e Dirk Verbeuren alla batteria, gli svedesi si possono dunque permettere di pensare in grande, presentandoci un lunghissimo viaggio da intraprendersi a suon di puro melodic death metal nell'accezione più personale del termine. Come sempre, del resto, i Soilwork sono stati soliti fare dai primi del 2000 in poi. Alla consolle troviamo inoltre un produttore d'eccezione, niente meno che Jens Bogren, fra i più esperti del settore e già collaboratore della band in "Stabbing the Drama" (2005) e nel precedente "The Panic Broadcast" (2010). Oltre al nome dei Soilwork, sul curriculum di Jens possiamo trovare monickers del calibro di Opeth, Amon Amarth, Paradise Lost, Katatonia, James LaBrie, Bloodbath, Arch Enemy e molti altri ancora. Parlando della confezione e dell'aspetto grafico, poi, possiamo notare come l'artwork di "The Living Infinite" sia composto da uno sfondo verde acqua sul quale si erge un simbolo che ricorda quello dell'infinito, salvo per il fatto che presenta un cerchio che lo sormonta, risultando quasi inscritto al suo interno. Due figure che ricordano quelle al servizio del Dio greco dei mari Poseidone (dei tritoni) sono presenti alle due estremità dell'infinito, mentre il logo dei Soilwork (al centro ed in alto) presenta, al di sotto di esso, una nuova forca più grande e visibile che termina con un gancio a forma di "S", espediente che chiude il sigillo. La pubblicazione è stata curata ancora una volta dalla "Nuclear Blast", da sempre casa discografica di spicco per il metal estremo, in particolar modo per quel che riguarda quei generi spinti ma a tratti più melodici e/o maggiormente più "smerciabili" e diffondibili (non è un caso che, per il loro "nuovo" corso, realtà come i Dimmu Borgir si siano accasate ai tempi presso questa importante etichetta). I due dischi che compongono il platter, come dicevamo, presentano entrambi dieci tracce e ciò rivelerebbe, sulla carta un andamento generale piuttosto equilibrato. Nel secondo, però, sono presenti due strumentali che accentuano la varietà del disco. A questo punto, possiamo anche chiederci: il fatto che siano venti tracce, renderà il tutto sconnesso? C'è il rischio che il filo generale si perda? La durata non sarà eccessiva? Lo scopriremo con un'analisi graduale, track by track.. pronti ad incappare in delle graditissime sorprese.

Spectrum of Eternity

Iniziamo analizzando il primo disco, apprestandoci ad ascoltare la traccia iniziale: "Spectrum of Eternity (Lo Spettro dell'Eternità)". Dopo una misteriosa intro il brano si sviluppa nel modo più rabbioso e potente possibile, sprigionando un'energia senza uguali e di fatto dissolvendo l'alone di mistero. Notiamo come le linee vocali di Bjorn siano migliorate tantissimo nella sezione clean, esaltate da una produzione coi fiocchi; il nostro raggiunge "altezze" degne di nota, come del resto possiamo già renderci conto udendo il possente scream iniziale. La strofa scorre quindi potente ed incalzante, mentre il ritornello è quanto di più accattivante mai ascoltato negli ultimi Soilwork. Anche le vocals più "harsh", inoltre, sono sempre di ottimo livello, sintomo che la "cattiveria" non è certo stata persa. Riguardo le chitarre, l'impatto è leggermente inferiore a quello delle vocals (vere e proprie mattatrici del brano), ma la differenza non si nota molto poiché la sinergia tra gli strumenti è talmente elevata da non evidenziare notevolmente questo fattore. Strofe possenti, ritornelli accattivanti e di seguito un breakdown che ci conduce in una sezione dalle ritmiche meno veloci, in cui i riff più malleabili ci deliziano adagiandoci in una culla di suoni e melodie. I ritmi si fanno però e successivamente più forsennati, grazie a un feroce assolo, seguito dal growl di Bjorn, il quale pronuncia le parole "Embrace me", poi ripetute in clean nel ritornello. A proposito del refrain, il grido di Bjorn in clean è uno dei più belli dell'intera discografia; si toccano livelli di qualità davvero elevatissimi, possiamo dirlo. "Spectrum of Eternity" rappresenta l'inizio perfetto per questa monumentale release. Apprestandoci ad entrare nei meandri dell'apparato lirico, notiamo quindi una figura protagonista, la quale si sta risvegliando in un oceano dopo aver vissuto una precedente vita. Possiamo dire che quest'uomo è un vero e proprio "spettro dell'eternità", che continua a vivere in eterno, morendo e rinascendo infinite volte. Egli è memore delle passate esperienze, di qualsiasi tipo esse siano state: positive ma anche negative. Ha imparato a respirare, a vivere, ma anche come essere ingannato. Dopo essere rinato si sente costantemente afflitto perché qualcosa lo rende inquieto e lo perseguita. Passati tre anni dall'ultima rinascita, egli si pone domande sul perché sia ancora in vita e probabilmente attribuisce la causa al fatto che egli debba vedere qualcosa che altri non hanno mai avuto occasione di scrutare o di percepire. Chiede a una persona (od un'entità), infine, di abbracciarlo e di condurlo in un posto che gli garantirà risposte maggiori, che gli svelerà il perché di tutto ciò. Egli non vuole rimanere confinato in un limbo, né tantomeno rischiare di finire fuori strada.

Memories Confined

"Memories Confined (Ricordi Confinati)" è il secondo pezzo, il quale abbandona i toni misteriosi della prima intro per partire subito con dei minacciosi accordi in mid-tempo. Anche se la componente "misterica" verrà ripresa più avanti, ma procediamo per gradi. Il pezzo, sempre ben strutturato ed efficace nella sua sostanza, presenta vocals davvero graffianti e rabbiose, mentre il lato strumentale gioca maggiormente su di un impatto che risulta assai atmosferico e molto particolare. Vi sono alternanze di ritmiche e profusione di emozioni generali, aspetti che rivelano, tutto sommato, un brano "lento" e profondo in cui potersi immergere, una parentesi assai "trascendentale". Adeguandosi al mood generale, anche i toni vocali risultano abbandonare alcune volte perdono la loro aggressività, mostrando un vocalist spesso soffuso ed evanescente, senza che comunque il tutto divenga troppo tranquillo, "in quel di Bjorn". Vocals alcune volte tranquille, certo, anche se alternate spesso a veri e propri impeti di rabbia. In generale, possiamo dire che non ci troviamo davanti ad una canzone molto complessa dal punto di vista strutturale, ma è molto riuscita a causa soprattutto della sezione ritmica (una batteria assai camaleontica ed efficace, capace di spingere come di adeguare il proprio drumming a momenti più riflessivi)  e per via di quegli echi particolari che circondano il pezzo di un misterioso alone, rendendolo sfuggente a tratti. Il finale si sviluppa quindi in una distorsione in dissolvenza. Ancora una volta, troviamo delle liriche particolarmente introspettive e profondamente riflessive. Le memorie, le sofferenze ed i combattimenti passati del protagonista echeggiano nella mente di quest'ultimo, non lasciandolo minimamente respirare. Egli si rende conto che i valori che ha difeso, i valori per cui ha lottato in passato non saranno mai riconosciuti e glorificati: anzi, è costretto a sopportare una fredda pioggia flagellante, conscio comunque di tante cose positive. I Soilwork ci mostrano infatti la sua volontà di non volersi mai arrendere e di non poter mai rinnegare sé stesso o ciò di cui ha fatto parte; poiché ciò significherebbe una vera e propria sconfitta interiore che getterebbe il Nostro nel baratro più totale, in un abisso senza fondo. Non vi è pistola che possa uccidere il suo onore, ed egli non crede nemmeno in un destino od essere superiore. Neanche un Dio potrà uccidere la sua voglia di esprimersi e di vivere seguendo la sua personale logica. L'insistenza sul pronome "we", "noi", potrebbe farci pensare al fatto che l'uomo possa far parte di un qualcosa, come di un gruppo. Che sia un soldato lasciato solo dalla sua patria, dopo anni di onorata carriera? Lecito pensarlo, in quanto egli sembra trovare forza nella sua compagine, piuttosto che in altro.

This Momentary Bliss

"This Momentary Bliss (Questa Benedizione Momentanea)" rappresenta un'altra traccia pubblicata come singolo, esattamente come accadde per "Spectrum of Eternity". Si inizia subito con dei riff veloci che si sviluppano quasi in trame Power Metal, assai melodiche e particolari, dai ritmi piuttosto sostenuti. Successivamente ed in maniera repentina si erge, imperante, la voce di Bjorn Strid la quale presenta ancora una volta notevoli miglioramenti rispetto a quanto abbiamo potuto udire nella precedente release. La polifonia vocale è sempre più forte, ed ormai il cantante ha raggiunto il massimo della sua versatilità, prendendo definitivamente coscienza delle sue possibilità. La batteria si destreggia in ritmiche tutto sommato semplici ma accattivanti, propedeutiche al ricreare un qualcosa di già udito ma sviluppato in maniera più interessante. Questo brano, difatti, presenta echi di release come "The Panic Broadcast" e "Sworn to A Great Divide", ma le intensifica e le unisce a riferimenti anche passati (il periodo più melodeath). Il connubio è quindi un tripudio di melodia ed aggressività, elementi magnificamente uniti fra di loro. Alcuni sussurri uniti a una ruggente batteria ci conducono, in un determinato momento, verso una sezione tematica molto più interessante; le ritmiche sono leggermente più complesse mentre le chitarre ci deliziano sfoderando un guitar work in puro stile Melodic Death Metal. Elementi che ricordano un po' quelle emozioni che scaturiscono dall'ascolto dei Disarmonia Mundi. Innegabile, infatti, che sia la band italiana che i Soilwork presentino numerose analogie l'una con l'altra, essendo Bjorn Strid impiegato in entrambi i progetti. Il brano quindi si conclude in modo abbastanza brusco e repentino con il canto di Bjorn che si ferma ed il pezzo che risulta quasi tranciato di netto. Il protagonista delle liriche, arrivato a questo punto, si rivolge verso un interlocutore non precisato intimandogli di non farsi guidare dall'euforia di ottenere una felicità temporanea. Forse sfruttando lo stilema del monologo interiore, o forse prendendo spunto da un effettivo dialogo per poter dare dei consigli anche a sé stesso, l'uomo si ritrova dunque a donare al prossimo una importante lezione di vita. Tutto ciò che abbiamo nel mondo, infatti, risulta caduco e fallace, ed è destinato costantemente a svanire, a scivolarci dalle mani. Le gioie che circondano la nostra esistenza, infatti, possono terminare da un giorno all'altro e lasciarci estremamente delusi; quando ci rendiamo conto che esse sono solo temporanee, proprio in quel momento le nostre certezze crollano. E la felicità provata in quei casi rappresenta un vero e proprio nemico, che offusca la mente delle persone e non lascia intravvedere la verità che circonda il mondo. Per questo motivo, solo redimendoci e compiendo il solito passaggio di trasformazione del nostro "io", il quale si frammenterà e ricomporrà (questa è una tematica cliché per i Soilwork, ormai l'abbiamo appreso), potremo comprendere davvero noi stessi. In sostanza cambia continuamente l'ambientazione ma i temi degli svedesi sono costantemente gli stessi all'interno di ogni singola release.

Tongue

"Tongue (Lingua)" rappresenta la quarta traccia, ed anch'essa riprende inizialmente lo stile di alcune canzoni già presenti in release del calibro di "The Panic Broadcast". Verrebbe quasi da pensare a brani come "Enter Dog Of Pavlov", anche se quanto già ascoltato in quel brano viene in questo caso propostoci notevolmente intensificato ed incrementato. I riff, che si destreggiano tra melodie Power Metal e rimandi estremi al Thrash Metal, si uniscono nel gusto tipico del Melodic Death Metal, dando vita ad un nuovo particolarissimo episodio, per nulla noioso ma anzi assai possente e potente, incalzante e deciso. I Soilwork sono incredibilmente in forma, inutile negarlo. Altra "sorpresa", inoltre, è celata nelle parti più clean, le quali risultano invece molto più moderne dell'impianto generale, e quasi strizzano l'occhio a alcune formazioni Alternative Metal. Il ritornello è molto orecchiabile ed easy-listening (così come quelli sentiti fino ad ora), ma presenta un'interpretazione vocale molto più sentita rispetto a tutti i precedenti album. Stiamo parlando di una band che con il tempo si è evoluta tantissimo toccando, tra alti e bassi, una maturazione continua e costante. L'assolo finale (ad opera di Andersson) è quanto di più riuscito sentito finora, e dall'ascolto di questo brano possiamo ben dedurre quanto il grandissimo mix di suoni e emozioni qui ascoltato stia rendendo tutto "The Living Infinite" un vero e proprio capolavoro, da ascoltare e riascoltare. Come già detto in precedenza, la vita è effimera e fallace, ed anche le parole / emozioni mostrateci da "Tongue" testimoniano tutto questo. Nella sua cripticità, infatti, il testo sembra esprimere un forte senso di disagio, direttamente da carpire dalle parole di un protagonista, disilluso e triste. In un passaggio, inoltre, ci viene detto che coloro che sono stati odiati chiederanno perdono, dimenticando tutte le debolezze che li hanno contraddistinti nel corso della loro miserabile vita. La potenza di una persona può essere tranquillamente distrutta grazie a un utilizzo sapiente delle parole, senza dimenticarsi che queste ultime possono essere utilizzante anche e soprattutto per far del bene. La lingua ed il verbo che escono dunque dalle nostre parole, quindi, non rappresentano necessariamente la realtà poiché ognuno di noi (riprendendo un po' quello che è un caposaldo di Luigi Pirandello) indossa sempre una maschera, da cambiare per le occasioni. Il mondo descritto dai Soilwork è cinico e nemico di tutto e tutti. A questo punto, il protagonista si chiede sempre cosa risieda dentro di lui, analizzando il fatto di aver conquistato successi con molto sudore e averli poi persi nella disperazione più totale e in modo abbastanza rapido. Il processo che, probabilmente, lo guiderà verso l'infinito, è appena iniziato.

The Living Infinite, I

"The Living Infinite, I (L'Infinito Vivente, I)" rappresenta la "prima" titletrack del disco: difatti, ne abbiamo due differenziate ovviamente dal numero presente nel titolo, una per il primo disco ed una per il secondo. Lapalissiano, l'altra titletrack si intitola "The Living Infinite II" ed è contenuta nel secondo disco. Tornando però a quella che ci apprestiamo ora ad ascoltare ed analizzare, notiamo anzitutto come si tratti di un brano in linea di massima breve, che strizza l'occhio nientemeno che a "Natural Born Chaos" per riguardo le sonorità qui proposteci. Tuttavia, la derivazione non è smaccatamente pedissequa o comunque "fastidiosa", in quanto questa titletrack rappresenta un estratto di pura originalità. A colpirci è infatti l'uso che i Nostri fanno della melodia, diversificando le soluzioni melodiche apportate al mix generale; soluzioni che sembrano molto più ispirate e soprattutto efficaci, ben inserite in un tutt'uno che tradisce molteplici stili ed influenze, tutti già ampiamente provati dai nostri svedesi. In soli tre minuti, i fidi di Bjorn Strid concentrano infatti tutte le loro energie e esperienze, fabbricando una summa che presenti componenti estratte da tutte le loro precedenti release. Tutte queste stratificazioni, però, vengono fatte brillare sotto la luce della modernità grazie a una registrazione di tutto rispetto e a una forte pulizia e meticolosità sonore, sempre dovute alla longa manus di un professionista come Bogren. Possiamo sottolineare poi come il breve assolo rimandi molto a qualche episodio di "A Predator's Portrait", mentre le sezioni pulite riprendono sempre lavori come "Stabbing The Drama" e, più fortemente, "The Panic Broadcast",  arricchendole di impegno e potenza sonora. Incredibile come i Nostri siano cresciuti, in maniera così esponenziale. Comprendiamo come il protagonista delle liriche, distrutto dalla disperazione, voglia farla finita con la sua vita. Egli comprende che, per raggiungere l'infinito, deve trascendere dalla sua vita mortale giungendo verso vette spirituali impossibili da ottenere tramite il corpo. Per questo motivo egli cerca il suicidio gettandosi in un fiume che, successivamente, si congiungerà con un mare oscuro, una nuova dimensione nella quale egli si dimostra comunque desideroso di annegare. Possiamo quasi pensare ai versi di Leopardi, il quale ne il celebre "L'Infinito" espone chiaramente il concetto dicendo: "Il Naufragar m'è dolce in questo mare", ovvero ritrovarsi in balia di un nuovo schema di sensazioni mai viste o provate prima, decisamente più celesti che terrene. Il paragone è sempre più azzeccato, se consideriamo quanto il protagonista sia "favorevole" al suo annegamento, poiché lo reputa l'unico mezzo per raggiungere l'infinito e la purezza. Il mare, sia nel testo di Giacomo Leopardi che in questa track dei Soilwork, rappresenta quindi una distesa infinita e viva che si nutre della morte del soggetto. Nel primo caso, a causa del fatto che l'uomo non possa raggiungere il soddisfacimento personale nella vita terrena, e nel secondo perché l'infinito può essere raggiunto solo dallo spirito. A questo punto comprendiamo come la forca sia davvero il riferimento al dio dei mari Poseidone. Il mare visto come un perpetuo divenire, come un qualcosa sempre in grado di mutare, e per questo incomprensibile agli occhi inesperti ed immanenti di un essere umano.

Let The First Wave Rise

"Let The First Wave Rise (Lascia sorga la prima onda)" è un brano fra i più brevi dell'intero lavoro ("battuto" per una manciata di secondi unicamente dalle due strumentali del secondo disco), che parte subito e rabbiosamente con un blast beat che si snoda in ritmiche Thrash Metal, sulle quali la voce del cantante si alternate meravigliosamente, a cominciare dai growl per presentare successivamente delle parti in pulito. Il brano si presenta come un pugno in pieno volto come non se ne incassavano dai tempi di "Blind Eye Halo", quella piccola isola all'interno di "Stabbing The Drama" che noi tutti ricordiamo per essere un concentrato di furia cinica. Come essa, infatti, "Let The First Wave Rise" rimanda moltissimo ai primissimi lavori della formazione, al loro gusto Hardcore e alle parti di chitarra fortemente ispirate a quelle formazioni più violente all'interno del Thrash Metal e alle prime realtà svedesi come Entombed. Il brano scorre linearmente senza particolari variazioni al tema, un episodio dalla durata non monumentale ma incredibilmente potente, il quale riesce a scuotere le nostre viscere mettendoci dinnanzi ad un bel po' di sanissima cattiveria, ben giunta a "spezzare" i ritmi e ad inasprire i toni. Anche il testo sembra riprendere l'alone generale di crudeltà e rabbia senza compromessi: una presenza malvagia sembra parlare da sotto il mare ,evidenziando al protagonista che non ci sarà via di scampo una volta arrivato in quel posto. Egli dovrà subire, infatti, atroci sofferenze, specie quando la prima onda si alzerà e lo trascinerà via con sé. A questo punto, però, egli potrà scoprire le risposte alle domande: un piccolo prezzo da pagare per interfacciarsi con una potenza superiore. Il caos che sopraggiunge dopo un silenzio particolarmente inquietante, il rumore della furia, della tempesta che imperversa. Non ci sono Dei che potranno salvare nessuno o alcunché. Il sole muore e quel che rimane è solo l'infrangersi violento del mare contro sé stesso. Se da un lato, però, la figura può sembrare minacciosa, dall'altra intima il protagonista a lasciare da parte le sue sofferenze poiché inizierà il cammino di redenzione. In sostanza, sembra quasi che i Soilwork ci stiano dicendo che bisogna sacrificarsi per ottenere la salvezza e l'espiazione dai propri peccati. Conoscere soffrendo, sacrificarsi per poter apprendere un qualcosa di superiore che altrimenti rimarrebbe sconosciuto.

Vesta

"Vesta", settima traccia, inizia con note di chitarra dal gusto orientale e già da questo espediente assai particolare possiamo capire di trovarci dinnanzi ad un brano estremamente particolare e originale. Non solo i Soilwork hanno tentato il tutto per tutto con un doppio disco ma hanno cercato anche di sperimentale, aggiungendo soluzioni mai viste prima. Missione compiuta, anche senza snaturarsi troppo. Il brano, infatti, alterna questa inedita novità ad un ritorno successivo sui binari più classici della band, evidenziando contemporaneamente un fortissimo lato catchy, specialmente nel ritornello. Un momento dunque che si rivela "sperimentale" solo per pochi frangenti, e che in seguito preferisce presentarci un qualcosa si maggiormente consono alla band, seppur tutti gli elementi propostici siano amalgamati e tenuti assieme da un collante adattissimo al suo scopo. Bjorn Strid, poi, è un maestro anche nella voce pulita: le sue doti canore sono tali, infatti, da far venire letteralmente la pelle d'oca agli ascoltatori, grazie ad una capacità interpretativa in grandissimo spolvero. Mentre in alcune realtà Modern Melodic Death Metal l'accostamento tra la voce pulita e quella sporca viene spesso utilizzato in modo illogico e casuale, i Soilwork prendono bene la mira e utilizzano questi cambi di registro ponderatamente, in maniera efficacissima. Quasi come fossero dei veri e propri cecchini, gli svedesi adottano soluzioni congeniali senza mai risultare banali. La parte finale di questo brano presenta leggeri riferimenti Metalcore, per poi snodarsi verso un'aggressività melodica di chitarra, una violenza senza pari. "Vesta" rappresenta un episodio di notevole spicco all'interno della discografia dei Soilwork, nella sua ben strutturata semplicità. "The Living Infinite", fino ad ora, rappresenta davvero la summa di tutta la produzione degli svedede e non accenna ad un minimo di banalità o ripetitività.  Il titolo, "Vesta", ci fa subito sentire a casa, dato si che il termine altro non indica che il nome romano di Estia, dea greca poco conosciuta ma assai importante nell'antica mitologia classica, protettrice del focolare e della casa, nota anche per essere una delle sorelle del dio del mare Poseidone. Per questo motivo il protagonista parla con un fittizio interlocutore e sembra volersi proteggere tramite di esso. Inizialmente, il suo atteggiamento è chiaramente confidenziale: egli analizza implicitamente la sua famiglia e i valori che lo hanno contraddistinto nel corso dei tempi. Successivamente, però, vi è una forte modifica poiché assume un atteggiamento assai rabbioso nei confronti della dea (che, notiamo, non viene mai nominata) fino al punto da dirle di non credere alla sua esistenza. Questa è la volontà dell'uomo di volersi opporre a tutto ciò che è religioso e che tenta di essere un'apparente scialuppa di salvataggio. O che sia forse uno sfogo contro una persona che lo abbia fatto in qualche modo soffrire? Difficile a dirsi, in quanto il testo è nuovamente criptico ed il riferimento alla Dea sembra più che altro una metafora indicante una persona effimera e pronta a scomparire. E proprio per questo non capiamo il significato di "Vesta", identificata come un'entità assai positiva.

Realm of the Wasted

L'ottava "Realm of the Wasted (Il Regno di ciò che è Perduto)" inizia con riff molto old school che rimandano moltissimo a terreni Heavy Metal anni '80, per poi evolversi subito verso il solito gusto Thrash Metal a cui i Soilwork non sono nuovi. Non si tratta di un brano particolarmente innovativo poiché la strategia è sempre la medesima: colpire restando nella melodia. Non è facile descrivere questo brano senza pensare di nuovo a cliché già visti in tutte le precedenti release. L'unica cosa che balza subito all'orecchio è l'ottimo ritornello che evidenzia ancora la perizia per i refrain, marchio indelebile di questa release. Anche gli assoli, nonostante l'assenza di Peter Wichers, non accennano a scendere di qualità. Le prime impressioni su un calo qualitativo delle sezioni di chitarra sono subito sfatate dopo aver analizzato già quasi metà dell'intero platter, il quale sta dando certamente la vita a dei riempitivi, come questo brano; dei riempitivi che però funzionano, e che magari brilleranno un po' meno di altre tracce, questo è vero.. ma pur sempre e comunque facendo un'ottima figura, non mostrando stanchezza, non strascicando neanche per un minuto ed anzi, sempre mostrandoci delle sezioni che inevitabilmente andremo a riascoltare con piacere, come in questo caso il ritornello. Giunto ancora una volta ad un punto di svolta, assai cruciale, il protagonista del testo si chiede se sia egli stesso colui il quale controlli il proprio universo, oppure se vi sia qualcosa che trascende l'uomo. Sono gli dei a controllare lo svolgere della nostra stessa esistenza oppure siamo noi? Sempre con il solito linguaggio enigmatico, i Soilwork lasciano intendere che l'uomo voglia diventare un vero e proprio dio in modo da decidere egli stesso le regole e creare, così, l'infinito. Un uomo orgoglioso che vuole slegarsi da ogni tipo di credenza o comunque imposizione dogmatica, prendendo la vita di petto e decidendo da solo cosa fare della sua intera esistenza, senza affidarsi a niente e nessuno. A questo punto, preso atto di ciò, cosa resta della precedente vita? Resta" Il regno di ciò che è perduto", la fine di ogni certezza plausibile e incontestabile, il puro relativismo esistenziale. Ciò che rende ancora più straniante la visione dei Soilwork è ciò che emerge riguardo l'informazione e, in generale, i mass media. In un verso della canzone si può chiaramente scorgere la denuncia dei Soilwork nei confronti della comunicazione di massa, annebbiante strumento in mano ai potenti per compiere il lavaggio del cervello ai più deboli. Religiosamente e politicamente parlando.

The Windswept Mercy

"The Windswept Mercy (La pietà spazzata via dal vento)" inizia con chiari toni Alternative Metal e non sembra, come prima impressione, molto diversa da pezzi molto più famosi di altre band moderne. Uno stilema che i Soilwork hanno voluto provare spesso e che dunque ci ripropongono, inserendolo in un contesto assolutamente variegato e poliedrico. Si continua dunque su ritmi Alternative, subito però i toni tornano sui binari più congeniali ai Soilwork: un Melodic Death Metal dosato e fortemente contaminato dalla modernità, come in questo caso. Come brano, comunque, sembra abbastanza diverso dai precedenti, non riuscendo ad avere un elemento di spicco che possa in qualche modo risaltare, seppur rimandando a terreni più commerciali alla "Sworn to A Great Divide". La perizia tecnica, però, si riscontra anche su questi lidi grazie a melodie di chitarra azzeccate e mai eccessivamente superficiali. Come brano, in sostanza, risulta abbastanza anonimo seppur molto orecchiabile e rappresenta definitivamente un episodio fortemente easy-to-listen, che vuole colpire a livello di orecchiabilità ma non risulta avere poi troppo spessore. Comprensibile forse, questa scelta, alla luce del fatto che i Soilwork avessero voluto stemperare l'atmosfera con un qualcosa di più "semplice", non volendo sovraccaricare un album già di per sé incredibilmente "carico". Nota di merito per i giochi di basso presenti verso il finale della track, che aggiungono un tocco di polifonia in più. Ci viene presentato un testo assai pessimistico, fortemente intriso di dispiaceri esistenziali e rassegnazione. Le uniche certezze che guidavano il nostro agire sono svanite, poiché la luce si è dissolta. La pietà nei confronti del genere umano è stata trascinata via dal vento e cosa potrà essere davvero fatto, quando il collasso finale si abbatterà sulle nostre teste? Saremo un cumulo di cenere difficile da resuscitare, un cumulo di un qualcosa privo di valore, dal quale non potrà più nascere granché. In tutto questo, però, noi siamo i reali colpevoli; poiché se il nostro mondo si ribella nei nostri riguardi, la causa è da ricercarsi nella nostra anima sporca. La canzone è una chiara condanna a tutto ciò che di negativo la nostra stirpe abbia creato, volutamente o meno. Un messaggio che si scaglia contro la corruzione umana e la sua conseguente volontà di voler sopraffare gli altri. La Terra, non essendo un oggetto, ha dei sentimenti, e soffre nel vederli calpestare. Questo fa nascere in sé il desiderio di potersi vendicare dei torti subiti, ed è per questo che l'uomo, alla fine dei conti, sarà spacciato e destinato a soccombere. A questo punto, siamo anche meritevoli di questo dolore e dobbiamo interiorizzarlo per divenire, magari, persone migliori. 

Whispers and Lights

La decima ed ultima canzone di questo primo disco, "Whispers and Lights (Sospiri e Luci)", ben si dipana lungo un mid-tempo che inizia subito con toni abbastanza calmi e, quasi, Alternative Rock. La voce di Bjorn Strid è rassicurante e completamente in pulito per almeno due minuti. Si sentono nello sfondo alcune parti di tastiera che aumentano il climax, rivelando un pezzo massiccio dai toni pomposi. Sebbene la maggior parte del brano verta più sull'Alternative Metal che sul Melodic Death Metal tutto cambia verso il finale: un blast beat oscuro cambia totalmente i toni del pezzo. Tutta l'atmosfera rassicurante decade quindi in un concentrato di furia cieca, presentandoci un assalto finale incredibilmente degno di nota. Un cambio repentino che mai ci saremmo aspettati e proprio per questo ci sorprende, lasciandoci basiti e totalmente annichiliti da uno sfoggio di furia così incredibilmente pregno di crudeltà. Subito dopo, il pezzo torna indietro quasi repentinamente, riprendendo l'andamento visto in precedenza. Un'alternanza che sorprende e svela dunque la forte schizofrenia di un lavoro che sino a questo momento non delude neanche nei suoi momenti un po' più "sottotono" (leggasi "The Windswept.."). A questo punto, dopo averlo ascoltato con attenzione, possiamo definire "Whispers and Lights" come uno dei lavori più schizofrenici e particolari della band, tenendo ben presente ogni capitolo della loro discografia. Il primo disco si conclude dunque con questa traccia, la quale a livello di liriche mostra un vero e proprio dubbio esistenziale, provato da un protagonista assai provato da cotante prove "trascendentali". Egli si chiede a cosa serva realmente la sua esistenza, e chiede ad un altro interlocutore di tendergli una mano, per fare in modo che il suo dolore finalmente cessi. E' talmente bisognoso di aiuto che si fiderebbe di chiunque, non gli interessa nemmeno se la sua controparte si rivelerà meschina o disonesta. Egli gli donerà tutta la sua vita, compresi i mezzi per (eventualmente) rovinarla. Non gli interessa altro che smettere di soffrire. Il suo atteggiamento è un misto di rassegnazione da una parte, e di vero e proprio coraggio dall'altra visto che egli accetterebbe addirittura di essere "punito" e di affrontare tutte le difficoltà che gli si porranno davanti. A questo punto, possiamo già compiere una piccola riflessione, giunti alla fine del "primo tempo". Dobbiamo oggettivamente dire che il primo disco è passato in un battito di ciglia, grazie a tracce fortemente studiate e tatticamente poste in sequenza. Canzoni valide, ora possenti ora più catchy, ora più introspettive ora più violente, le quali seppur presentino leggerissimi fattori in comune, non peccano mai di scontatezza. Fatte le dovute considerazioni e forti di un ascolto divertente e coinvolgente, possiamo quindi procedere con l'analisi del secondo disco, in modo da poter elaborare un giudizio coerente e completo nei riguardi di tutta questa monumentale release.

Entering Aeons

Il secondo disco inizia con una traccia strumentale, intitolata "Entering Aeons (Giungono gli Eoni)", la quale possiamo tranquillamente ritenere un "surplus" della traccia successiva. Vista la durata assai esigua ed il diretto collegamento con l'episodio seguente, infatti, è giusto dire che "Entering.." funga un po' da intro per la successiva "Long Live The Misanthrope". Premesse a parte, è comunque una composizione degnissima di nota, poiché ci mostra dei Soilwork quasi in veste "Stoner"; i Nostri sfoggiano infatti una particolarissima distorsione di chitarra, talmente elevata e potente da lasciarci quasi di stucco. Spesso ci sono anche delle sezioni in tremolo con un leggero blast beat in sottofondo, mentre gli echi in scream sono quanto più di oscuro si sia sentito nella discografia di questi baldi svedesi. Un episodio che gioca assai sull'atmosfera e tende quasi ad annichilirci, a rendere la nostra avventura assai straniante e quasi confusa. Come se fossimo immersi in un turbinio di pesantezza e di oppressione, una intro meravigliosamente ispirata e sentita, la quale funge dunque da degno antipasto per questo secondo CD. A rafforzare la tesi avanzata ad inizio descrizione (ovvero che questa track funga semplicemente da "intro" per la successiva), sul finale udiamo chiaramente le note iniziali della prossima traccia, le quali ci avviano verso le prime battute di un brano che si preannuncia rombante.

Long Live The Misanthrope

"Long Live The Misanthrope (Lunga vita al Misantropo)", dunque, non tarda ad arrivare e si mostra in tutta la sua magnificenza, seppur si tratti di un brano abbastanza "classico", se rapportato a quanto abbiamo sentito sino ad ora ed, in generale, se lo poniamo in confronto con molti altri brani estrapolati da un po' tutti gli episodi sino ad ora analizzati e descritti, a livello di discografia. Le atmosfere, soprattutto, si concentrano a evidenziare un sano gusto per Thrash Metal, chiara ispirazione dei Nostri e componente classicista la quale è stata fondamentale per lo sviluppo della loro proposta. C'è da dire che Bjorn è molto più dedito ad un "minimo sindacale" che ad altro, non mostrando in toto quel che sarebbe realmente capace di fare. Rimane "tranquillo" in un contesto vocale quasi "standard", limitandosi a parti cantate non certo virtuose come in alcuni precedenti release. Non vi è, infatti, un'estensione vocale degna di nota o particolarmente estesa, capace di toccare note particolari, come avvenuto in precedenza. Possiamo dire che, in sostanza, il brano punti tutto sul Groove alla "Stabbing The Drama", senza eccedere in forti pretese. Nonostante questo, però, si tratta di uno dei pezzi più riusciti all'interno della release, proprio in virtù del collegamento con la intro precedente: se da solo il brano risulta ben suonato ma non particolarmente esaltante, in combo con il brano precedente risulta irresistibile. Una sorta di sperimentalismo "mal celato" che spunta fuori prepotente, dalla fusione di due pezzi che in definitiva compongono un tutt'uno indissolubile. La separazione è stata forse dovuta da "ragioni di simmetria", ma poco importa. Ascoltare "Entering Aeons" e subito dopo "Long Live.." ci fa capire quanto i Nostri siano capaci di porsi sotto vesti incredibilmente particolari, non lasciando mai troppo al caso. Un "rafforzativo", la intro, che rende dunque questo brano come uno dei migliori del lotto. In questa traccia, poi (e lo avrete già capito dal titolo) i Soilwork determinano i caratteri di un reale misantropo. Egli si origina, in particolar modo, quando si sente tradito da una persona cara ed inizia, in questo modo, a provare un forte rancore nei riguardi di tutto il genere umano, pensando quindi che tutte le persone sulla terra siano false, bugiarde e traditrici. Non solo la canzone evidenzia dunque i tratti dell'estrema figura, ma la esalta come una presenza addirittura necessaria, per la sopravvivenza del mondo. La rabbia rende il Misantropo un'anima totalmente sola, ma è così che il personaggio si è garantito la forza di andare avanti, capendo che può contare solo su sé stesso e che bisogna sapersi far coraggio anche da soli, se serve, non dipendendo da niente e nessuno. Quest'odio, inoltre, gli permette di essere completamente insofferente e immune ai mali del mondo, garantendogli un potere che lo rende un vero e proprio "campione". Ha già sperimentato il peggiore dei mali, ormai null'altro potrà scalfire la sua corazza. Mentre il tempo passa, inoltre, il suo risentimento gli permette di essere sempre coerente con le sue azioni, ovvero quelle che mirano a fargli odiare sempre di più il genere umano. Egli non vuole avere nulla a che fare con gli uomini o le donne, ha capito il loro male intrinseco, la loro follia ancestrale. Egli non vuole prostrarsi a leggi artificiali.. ed è per questo che decide di divenire un tutt'uno con il suo pianeta, apprezzandone le bellezze naturali ma disprezzando l'atroce mano umana, atta solamente a distruggere. Fino ad ora, a parte la novità apportata da "Entering Aeons", dobbiamo dire che non stiamo riscontrando differenze notevoli rispetto al primo disco.

Drowning with Silence

Differenze che non si palesano neppure con la terza "Drowning with Silence (Annegando con il silenzio)". I toni sono sempre i medesimi: strutture melodiche alternate a attimi più rabbiosi, groove particolarmente massicci e sprazzi di Melodeath, il tutto reso maggiormente "modernizzato" e più accattivante per il pubblico del 2013. Giochi di chitarra si fanno sentire distintamente con una melodia portata comunque a livelli molto più alti di quanto avevamo avuto modo di udire in "The Panic Broadcast", come se i Soilwork avessero voluto affinare le loro tecniche e migliorare quanto già di buono presentato nella scora release. C'è comunque da dire che la traccia in questione si discosta dalla "prevedibilità" di "Long Live.." grazie comunque ad un ottimo lavoro esecutivo, pregno di virtuosismi sia dal punto di vista canoro che strumentale. Tutto sembra perfetto, dalle strofe ai soli.. eppure, quel che forse pecca di scarsa cura, è proprio il ritornello, punto forte di tante altre song del platter. Un momento che non presenta una fortissima capacità di far presa, soprattutto se paragonato ai refrain dei brani precedenti. Tuttavia, non c'è da fasciarsi troppo il capo: si tratta comunque di un pezzo dall'ottimo valore compositivo e strumentale, che difficilmente potrà annoiare, considerando quanto i Soilwork abbiano profuso tantissimo impegno nel creare un lavoro di tutto rispetto, monumentale ma mai scontato o noioso. Le fasi finali sono poi la vera sorpresa di questa track, poiché i toni si fanno più malinconici e deprimenti e ci sentiamo quasi intrappolati in una vorticosità senza precedenti, fatta di suoni e parole che ci annichiliscono, abbandonandoci nel buio più totale; appunto, affondando nel silenzio. Il testo di questa terza canzone del secondo disco ha forse due chiavi di lettura: da un primo punto di vista, sembrerebbe presentarci la fine di un rapporto, la rassegnazione di un protagonista ad una situazione che ormai lo opprime da troppo tempo. Egli ha cercato in tutti i modi di portare una relazione a buon fine, logorandosi l'anima, ma non riuscendo nel suo scopo. Ad aumentare sono state solo le sofferenze, dovute anche dalla scarsa voglia dell'altra parte. Voglia di impegnarsi seriamente in un qualcosa alla quale il Nostro sembrava tenere molto. Tutto quel che resta da fare è dunque abbandonarsi al silenzio, annegare in esso. Cosa cambierà? Nulla. Quindi, tanto vale confinarsi nell'oblio, scordarsi dell'altra, degli altri, di tutto. Rimanere soli per ricominciare. In un determinato passaggio, però, notiamo come venga nuovamente attaccata la figura di Dio, il quale risulta incapace di poter fare il suo "mestiere" di divino sostegno morale. Una chiara denuncia verso alcuni precetti religiosi, che da sempre annebbiano la vista dell'uomo e lo costringono a vivere una illusoria favola. Ogni persona necessita spesso di attenzioni poiché si sente alienata dal mondo e i Soilwork, un po' riprendendo le teorie di Feuerbach secondo le quali l'uomo ha creato la religione per risolvere questa alienazione, asseriscono che, in realtà, non vi è alcun Dio benevolo che ci amerà alla fine della vita terrena. Per questo motivo il protagonista del testo lancia la sfida a Dio, ridendogli tranquillamente in faccia, dicendogli che non vuole essere amato da nessuno. Tantomeno da lui. Impossibile spiegare cosa e come, impossibilitato a risolvere i problemi del mondo.. a cosa serve, Dio? Se esiste, egli non si cura certo di noi.

Antidotes in Passing

"Antidotes in Passing (Antidoti Momentanei)" è una vera e propria semi-ballad che vede i Soilwork presentarsi a noi in una veste totalmente nuova, quasi come a sperimentare l'utilizzo di un nuovo genere. Certo, le atmosfere ed i giochi melodici ai quali abbiamo assistito sino ad ora hanno creato una situazione particolare, donando ai dischi delle dimensioni quasi trascendentali, sentite ed assai trascinanti. Il tutto, comunque, ben amalgamato a Groove imponenti ed al Melodeath d'ordinanza, senza scordarsi delle chiare ispirazioni Thrash, di quando in quando. Come si sono comportati, dunque ed in questo particolarissimo caso, gli svedesi? Bene, e lo si può dire forte. Il lavoro qui offerto, infatti, è abbastanza di rilievo considerando anche la diversità di questa traccia rispetto a tutte quelle passate. I Soilwork, infatti, non sono soliti comporre ballate poiché preferiscono uno stile più nudo e crudo, certo catchy ma comunque mai scevro di violenza e ritmiche roboanti. Ovviamente, il tutto rimanda al passato, presentando un chiaro il riferimento stilistico a "Let This River Flow" della precedente release, la quale rappresenta (per dovere di cronaca, lo affermiamo) un esperimento analogo. Dov'è però la differenza sostanziale? Semplicemente, questa track è molto più sentimentale e sentita della precedente, ampliando il discorso già "provato" e proposto, protandolo verso lidi ancora più concreti e convincenti. Il brano, poi, ci presenta un Bjorn Strid molto più convincente nelle sezioni in pulito. Mentre, però, nella precedente release il brano presentava già un "indurimento" delle sonorità a partire dai primi istanti, in questo caso il cambiamento avviene nella seconda metà del brano, il quale diventa sicuramente più massiccio ma non disperdendo certo l'atmosfera malinconica e sognante, anzi; si può dire che il concetto venga addirittura rafforzato e reso più "emozionale". Stando quindi alla musica propostaci, non dovrebbe essere difficile desumere che l'argomento del testo sia incredibilmente pessimistico ed intriso di malinconia. Questa canzone, difatti, è fortemente incentrata sul tema dell'alienazione e della discriminazione, della solitudine più acuta, nella sua accezione più violenta e marcata. Il protagonista si sente fortemente estraniato dalla società in cui vive, e si considera un vero e proprio diverso, un inetto, impossibilitato a vedere la luce. Nulla sussiste se non la tristezza, e mentre il mondo continua imperterrito a girare veloce, il Nostro si domanda cosa gli riserverà il domani. Vorrebbe tornare a casa, vorrebbe un posto in cui sentirsi amato, nel quale poter finalmente dire di esistere. Il sentimento di essere sottovalutato e fuori dal mondo cresce di giorno in giorno, e le speranze di poter resistere, man mano, si affievoliscono. La distanza, però, non si limita solo al punto di vista mentale poiché è anche fisica, visto che il personaggio sembra essere lontano anni luce da chiunque, cari compresi. Sente, infatti, la scissione con l'ambiente familiare. Cerca una soluzione, una scappatoia, una via di fuga. Chiede a un fittizio interlocutore, infatti, di riportarlo "a casa", in modo da poter trovare le risposte che lo guariranno dal suo dissidio interiore. Un testo particolarmente metaforico che risulta essere un vero e proprio pugno allo stomaco, se rapportato all'atmosfera particolarmente melanconica della canzone in generale.

Leech

La quinta "Leech (Sanguisuga)" presenta dei tocchi quasi Hard Rockeggianti che ricordano alcuni pezzi di "Sworn to a Great Divide" e "The Panic Broadcast". Bjorn Strid parte subito con le sue vocals acide e rabbiose, le quali stemperano i tocchi iniziali lasciando pochissimo spazio alla proverbiale "immaginazione", mostrandoci quindi la volontà di picchiare duro e di non indugiare toppo in stilemi particolari o a tratti sperimentali. "Leech", difatti, non ci mette molto a svelarsi per quel che realmente è, ovvero una canzone violenta, che presenta spesso e volentieri dei veri e propri blast beat, addirittura. Quasi un riferimento al primissimo periodo del gruppo, anche se la modernità torna a far capolino e si sente moltissimo nel refrain, pulito e profondo, che ha il merito di farci sentire il cantante nei suoi vocalizzi tanto amanti. Le ritmiche, inoltre sono sempre molto sostenute e variegate, con la batteria che non sbaglia mai un colpo in tutta la durata della canzone. Possiamo affermare quanto questo pezzo conduca il tutto verso un qualcosa di senz'ombra di dubbio più sperimentale, di fatto obbligandoci in parte a ricrederci: giunti alla metà, abbiamo assistito ad abbastanza elementi di "rottura" (la intro iniziale, la ballad precendere) per poter ritenere lo stile si coerente ma mai prevedibile o fine a sé stesso. E se proprio vogliamo muovere una critica a questo brano, diremmo che le tastiere non si avvertono quanto invece dovrebbero. Sicuramente, un tocco in più di "tasti" avrebbe arricchito molti dei contesti presentatici. Una "critica" al pezzo, ma in generale l'unica nota dolente di tutto "The Living Infinite": una relegazione a secondo piano delle parti di tastiera che, probabilmente, avrebbero necessitato di una maggiore evidenziazione. Bene nei ritmi più crudeli e cattivi, ma la melodia avrebbe di molto dovuto beneficiare di un lavoro maggiore dietro il piano. "Leech" è un'ulteriore traccia che nel suo testo vuol parlarci di drammi umani e di conflitti, presentandoci ancora una volta un rabbioso dialogo fra una persona ed un interlocutore, quest'ultimo colpevole di aver tradito la fiducia del protagonista. Forse una donna, forse la fine di una relazione.. fatto sta che l'uomo urla alla persona tutto il suo disprezzo, chiedendole se è soddisfatta di averlo ancora una volta ridotto in ginocchio, impotente, triste e con il cuore a pezzi. Egli non ha mai ricevuto amore, dalla sua Lei. Al contrario, la donna è stata solamente capace di risucchiare via da lui ogni suo sentimento positivo, ponendolo, ogni giorno, di fronte alla triste prospettiva di non avere nulla, di credere ad un qualcosa di fallimentare. Eppure, ancora una volta sembra quasi di scorgere una critica alla religione, vista l'ambiguità dei soggetti. Un testo che potrebbe essere letto come un dialogo fra un uomo e Dio. L'umano chiede alla divinità per quale motivo essa non intervenga mai, lenendo il dolore o evitando alle sue creature situazioni negative, impedendogli di provare tristezza. Dio è assente, cieco e sordo, non sembra curarsi veramente di nulla. E nonostante ciò, l'uomo non riesce ad odiare l'essere divino poiché egli gli ha donato la vita, ed anche per il fatto che cerca costantemente delle risposte. L'esistenza è presente affinché tutti gli organismi muoiano? La morte è una tappa per forza necessaria del nostro divenire? I Soilwork ci lasciano un messaggio importante negli ultimi versi: la vita può sconfiggere o comunque "compensare" il collasso finale, poiché vivendo al massimo è possibile sconfiggere, almeno temporaneamente, la sofferenza generata dalla fine del tutto.

The Living Infinite II

La seconda titletrack, "The Living Infinite II", parte con un arpeggio malinconico e si sviluppa su lidi più riflessivi rispetto a "The Living Infinite I". Inoltre, essa presenta una durata maggiore, che supera i cinque minuti, doppiando la precedente di ben due minuti abbondanti. I toni sono comunque più tranquilli e meno feroci, e strizzano moltissimo l'occhio a soluzioni già provate in "Sworn to a Great Divide". A rragione di ciò, possiamo sottolineare quanto i Soilwork continuino a prelevare tutti gli elementi positivi delle precedenti release, unendoli in un mix più variegato e ispirato. La tastiera, questa volta, è facilmente avvertibile (finalmente!) nel refrain, momento il quale ci mostra un Bjorn Strid sempre geniale e spiccatamente ispirato, specialmente nelle urla in clean. Un pezzo quindi che mitiga l'aggressività della prima titletrack mostrandoci un qualcosa di non leggerissimo ma sicuramente più ispirato, particolare. Una struttura che non risulta imprevedibile ma comunque funziona, e continua l'opera di "varietà" che la band ha voluto intraprendere con questo secondo tempo. Dopo l'aggressività di "Leech", quindi, toni maggiormente pacati ed atmosferici. Il brano si conclude ciclicamente, con un nuovo refrain a cui segue una graditissima dissolvenza, espediente particolarmente adatto a rafforzare il contesto. A questo punto, giunti "quasi" alla fine, possiamo ribadire quanto il platter non stia presentando alcun istante di monotonia o particolari momenti di magra, mantenendo costante il livello qualitativo. La canzone, dal punto di vista liricio, è simile alla precedente titletrack, almeno per quel che riguarda le tematiche; poiché, anche in questo caso, si parla di un abisso che può risolvere tutti i conflitti interiori del protagonista e che può elevarlo finalmente a un ruolo maggiore, renderlo un vero e proprio protagonista della vita, facendogli abbandonare lo status di "comparsa" tipico di tutti gli altri esseri umani. Il personaggio sfiderà le onde minacciose, nell'attesa di poter finalmente rinascere. A questo punto, sofferenza dopo sofferenza, notiamo come l'uomo continui a comprendere la verità che si cela al di là del mondo, ovvero quella di un sistema corrotto che cerca di alimentare il credo delle presone per poterle poi soggiogare e plasmare. Per questo i Soilwork ci invitano sempre a seguire i nostri sogni senza mai cedere per nessun motivo. Rimanere sempre fedeli ai nostri ideali, senza mai preoccuparsi degli altrui tentativi di prevaricazione. Soltanto mantenendo salde le nostre convinzioni sarà possibile, infatti, potersi elevare e diventare tutt'uno con l'infinito.

Loyal Shadow

"Loyal Shadow (Ombra Leale)" è dunque la seconda strumentale del disco, dalla durata perfettamente uguale ad "Entering Aeons". Scelta voluta, sempre per il fattore simmetria? Impossibile rispondere, anche se è lecito pensare ad un qualcoda di voluto. Parlando più prettamente della musica, possiamo notare come "Loyal.." possa di fatti considerarsi (come già accaduto per sua "sorella") una intro - tutt'uno con il brano successivo, staccata nella tracklist ma di fatto unita indissolubilmente al pezzo che seguirà. Iniziamo ascoltando dei battiti di cuore, poi imitati dalla batteria, la quale fa dunque la sua presenza, scandendo essa il tempo. Un ritmo sul quale si ergono delle note di chitarra solenni e minacciose. Il tutto si mantiene su queste ritmiche con un andamento ansioso e particolare, che ci mostra dei Soilwork ancora più oscuri e misteriosi. Il tutto si evolve nella seconda sezione, in cui i tocchi diventano più virtuosi e la chitarra si destreggia in frenetici momenti di aggressività. I toni misteriosi, comunque, si mantengono costanti per tutta la durata del brano. Questo intermezzo strumentale, seppur estremamente riuscito, rappresenta forse uno dei brani meno considerati dei Soilwork, all'interno della loro intera discografia. Alla fine, però, si tratta solo dell'intro a uno dei pezzi più fenomenali che Bjorn Strid e soci abbiano mai composto.

Rise Above The Sentiment

"Rise Above The Sentiment (Ribellarsi al Sentimento)" non tarda quindi ad arrivare. Questa canzone, anche accompagnata da un videoclip davvero buffo (il quale vede un anziano ballare come un giovane guardando i Soilwork in televisione), rappresenta un momento davvero altissimo all'interno della produzione tutta. Ma prima di scendere nel dettaglio, è giusto fare una premessa: se vi aspettate un brano originale e variegato, vi sbagliate di grosso. La grandezza di un brano del genere non è tanto da ricercarsi in qualche pazza intro, nel virare verso lidi sperimentali, nel cercare soluzioni stupefacenti o legate in qualche modo al virtuosismo eccessivo e mirabolante. A convincere è il ritmo. Avete capito bene: la grande capacità di coinvolgere, di trascinarci in un autentico ciclone di esaltazione. La dose di Groove è talmente alta e ben studiata che è davvero impossibile non farsi travolgere da questo pezzo, un vero e proprio gioiello di potenza e capacità di attirare l'attenzione. Lo stile generale è un innesto tra le soluzioni già provate in "Figure Number Five" e (come al solito) "The Panic Broadcast", vero punto di congiunzione tra il passato e il presente. "The Panic Broadcast", infatti, pur rimanendo un album soltanto "buono", ha gettato davvero le basi per l'evoluzione della band e questa traccia ne rappresenta l'esempio più lampante. Pur nella scontatezza e nella semplicità delle strutture, che si alternano tra riff Thrash e refrain più alternative, si riscontra una sinergia degli strumenti talmente forte da lasciar sbigottito l'ascoltatore. Quando sai fare qualcosa, e la fai bene: una frase che può tranquillamente racchiudere questa traccia, la quale ha il merito di mostrarci i Soilwork definitivamente arrivati ad un punto di svolta, ormai capaci di codificare loro stessi in un genere personalissimo che potrà regalare loro incredibili soddisfazioni in futuro. Coerenza, potenza, voglia di divertirsi e di far divertire: questa è "Rise Above..", brano che rimarrà sicuramente impresso nelle menti degli ascoltatori e che fungerà da traino per l'intero lavoro. Veramente un ottimo episodio. La canzone in questione, poi, è dotata (stranamente) di un testo assai pieno di carica emotiva e speranza. Nonostante l'età vada avanti e le nostre energie sembrino esaurirsi, infatti, secondo i Soilwork possiamo comunque andare avanti con le nostra determinazione, superando gli ostacoli e credendo in noi; ciò ci creerà sempre più forza, e ci permetterà anche di aiutare chi è mal visto o considerato "inferiore". Potremo diventare delle guide, dei punti di riferimento: i "ratti" non saranno più tali e ci seguiranno non perché incantati dal suono di un piffero, ma perché affascinati dalla prospettiva di poter credere in loto stessi e di realizzare un qualcosa con le loro mani, piccolo o grande che potrà essere e rivelarsi. "Rise Above The Sentiment" è un inno dedicato a tutti coloro che vogliono ancora accettare il dono della vita, fra mille difficoltà. Il dolore, le ferite, le cicatrici.. non facciamoci troppe illusioni, tutto ciò rimarrà, a costante monito di come, durante l'esistenza, ci si possa comunque far del male. Eppure, se considereremo ogni graffio come un tot di esperienza acquisita, niente e nessuno potrà mai fermarci. Imparare dal dolore per divenire capaci di vedere anche e soprattutto il bello. Le cose compiute durante l'età terrena, poi, possono poi divenire vere e proprie opere immortali, che continueranno ad onorare il nome del defunto, garantendogli una sorta di "immortalità". Sono palesi i riferimenti a "I Sepolcri" di Ugo Foscolo, opera nella quale lo scrittore italiano evidenziava il valore delle tombe e dell'operato umano durante la vita terrena. Quest'ultima, infatti, se onorata a dovere, può garantire un alone di leggenda per il defunto e quindi può consacrarlo ed elevarlo all'immortalità dato che non verrà mai dimenticato da nessuno.

Parasite Blues

"Parasite Blues (Il Blues del Parassita)" presenta dei tocchi molto melodici nelle fasi iniziali che poi si evolvono nei classici istanti in cui si erge preponderante la maestria di Bjorn Strid. C'è da sottolineare come il titolo del brano sia già un proverbiale programma, poiché in alcuni powerchord si sentono davvero dei nitidi riferimenti al mondo del blues. Sia riguardo le ritmiche, che nei temi musicali più propri e tipici del genere. Il ritornello, poi, ci presenta un cantante molto eclettico che raggiunge note anche molto alte. Il brano non è molto noto ai fan poiché, in effetti, non presenta quelle caratteristiche atte a renderlo leggendario o degno di nota rispetto agli altri. Il ritornello, però, ci mostra davvero di cosa è capace Bjorn Strid, quest'ultimo sempre in costante miglioramento. Anche l'assolo presenta riferimenti blues nella sua stesura mentre la chitarra ritmica scandisce perfettamente, come un orologio, gli istanti. Anche "Parasite Blues" è un brano ciclico che si collega, per certi versi, a quella "Leech" sentita precedentemente, a livello di tematiche. Un arpeggio guidato dagli effetti della tastiera conclude il tutto, accommiatandoci da un brano che non è propriamente un trionfo, ma comunque ci svela ancora una volta dei lati particolari ed inediti dei Soilwork, sempre intenti a bilanciare magistralmente sia l'eclettismo compositivo sia i momenti più "tipici" e meno "sorprendenti". Dicevamo di un collegamento tematico con il brano "Leech", cosa che si evince già dai titoli: la sanguisuga è a tutti gli effetti un parassita, dunque metaforicamente rappresentante un qualcosa di estremamente negativo. Il protagonista è arrabbiatissimo verso una figura particolare, innominata, la quale potrebbe tanto rappresentare una persona in carne ed ossa quanto un qualcosa di più astratto. Una presenza femminile che fa sentire il protagonista uno schifo, tanta è la repulsione che ella (o essa) suscita in lui. Quest'ultima sembra particolarmente avvezza alla corruzione di anime gentili, corrompendole e trascinandole con essa nel fango. Compiaciuta del suo status, questa demoniaca Lei non sembra fermarsi neanche quando una persona muore, a causa sua; la morte dell'innocente, sfruttato fino all'osso, non sarà altro per lei che il segnale giusto, il definitivo "via libera" per il cambiamento. Dopo uno sfruttato ne seguirà infatti un altro, ed un altro ancora. A questo punto, rabbioso, il protagonista rivolge asprissime parole verso la persona, dicendo che tutto ciò che è stato fatto nella vita torna indietro. I Soilwork citano, in questo caso, la filosofia dantesca della "Legge del Contrappasso", secondo cui a determinata colpa corrisponde ugual pena. Una cosa però è certa: il mondo non risparmia mai nessuno poiché è una vera e propria giungla dalla quale nessuno riesce a salvarsi e a farla franca. Forse, il testo risulta essere una definitiva condanna contro la Droga, e soprattutto contro chi la vende. In effetti, tutto quel parlare di "parassiti femminili" può farci effettivamente pensare ad una dose letale di sostanza stupefacente, soprattutto eroina. Critica anche rivolta agli spacciatori, per i quali ci si augura naturalmente un giusto contrappasso.

Owls Predict, Oracles Stand Guard

"Owls Predict, Oracles Stand Guard (I Gufi prevedono, gli Oracoli stanno in guardia)" rappresenta dunque la fine di questo monumentale "The Living Infinite". E' una traccia che inizia quasi con un andamento Doom Metal, poiché le ritmiche sono pesanti ed assai opprimenti, lente nel loro incedere. Tutto il brano, notiamo successivamente, non si evolve molto in velocità e rimane molto in slow-tempo, rappresentando quindi una soluzione particolarmente interessante, quasi staccata da un continuum che ha cercato per tutti i due dischi di mantenere comunque una certa coerenza di fondo. Verso metà brano abbiamo comunque un inasprimento dei toni, ascoltando e distinguendo nitidamente un Groove facilmente associabile allo stile di alcuni lavori dei francesi Gojira, con il growl che si erge imperante su strutture ritmiche ripetitive e macchinose. Come traccia finale, "Owls.." è in fin dei conti una sorpresa, poiché rappresenta un episodio fortemente isolato all'interno della discografia degli svedesi; come se i Nostri avessero voluto abbandonare quello stile che caratterizza il melodic death svedese, presentandoci un qualcosa di più vicino ad altri generi. In questo caso abbiamo soluzioni Doom alternate ad accorgimenti à la Gojira, fautori a loro volta di un intendere il Metal moderno in maniera assai personale e particolare. Una commistione bizzarra e particolarissima, certo.. ma tremendamente efficace. Quasi separando l'ultima track dal resto dell'opera, dunque, i Soilwork ci salutano definitivamente, lasciandoci in eredità un episodio sui generis, unito ad un contesto incredibilmente lungo ma mai, neanche per una volta, noioso o ripetitivo. Nel 2013, possiamo dire che i Soilwork abbiano prodotto un lavoro che sfiora livelli leggendari e unici nel proprio genere. Il testo di questa canzone, proprio come il genere di appartenenza della sua componente strumentale, poi, risulta molto enigmatico e di difficile comprensione. Il gufo, di solito di vedetta, prende il posto del'oracolo prevedendo il futuro. Dall'altra parte l'oracolo diventa la vedetta, scatenando una vera e propria inversione dei ruoli. A cosa è dovuto questo enigmatico avvenimento? In realtà è una pura accezione epico-poetica che evidenzia la battaglia finale, il momento in cui la persona si redime completamente dal suo passato. Più significativamente, però, lo scambio dei ruoli è dovuto proprio al fatto che l'uomo ha finalmente compiuto il passaggio definitivo che ha ribaltato i dogmi che hanno contraddistinto la società fino a quel momento. Una volta assunta la fiducia in sé, infatti, comprende di aver finalmente raggiunto ciò che ha sempre desiderato. Apprendiamo che il personaggio principale è un vero e proprio spettro che vagava tra le incertezze degli uomini e che, finalmente, acquisisce la "testimonianza dei folli", ovvero degli scellerati, quelle persone che costantemente vengono dileggiate ma che in fin dei conti sono le uniche a poter dire la verità, perché scollegate da una "normalità" in fin dei conti malsana. In poche parole, il protagonista è diventato un po' folle anch'egli, comprendendo di fatto il degrado in cui l'umanità ha vissuto. Una tappa necessaria per poter rinascere sotto una luce diversa. Le possibilità erano tre: scappare, mettersi in guardia o cedere. La seconda è stata accolta e dunque il protagonista ha resistito fino alla fine. Il suo viaggio finisce dunque così, facendolo sorridere, soddisfatto. Disinteressandosi della sofferenza e dei fallimenti passati.

Conclusioni

Cosa dire, dunque, di questo doppio disco? Stiamo parlando di una vera e propria bomba, che ci lascia non poco esterrefatti esterrefatti. Era lecito aspettarsi qualche calo di tensione o comunque qualche fase di stanca: due dischi, venti tracce, una durata complessiva di oltre un'ora e venti minuti. Molti avrebbero rischiato di creare un qualcosa di eccessivamente pesante e non sempre esaltante.. eppure, i Soilwork hanno fatto centro pieno, riuscendo a mantenere la nostra attenzione costante per tutta la durata di questo lungo viaggio. Un disco incredibile, che ha contemporaneamente fatto in modo di rilanciare la scena di Goteborg, negli ultimi anni un po' in decadenza poiché (fra le maggiori cause, ma non l'unica) i pionieri In Flames hanno abbandonato la loro rotta per salpare verso terreni maggiormente commerciali. Un disco del genere giunge quindi, pur ammiccando anch'esso ad alcune soluzioni "leggere", a mostrare quanto però l'ispirazione e la particolarità di una scena siano ancora vive e pulsanti. Si poteva, per vendere, realizzare un disco "standard" fatto di riff catchy e groove totalmente Alternative.. invece abbiamo un doppio disco in cui si sperimenta e si cerca di rifarsi anche al passato. I Soilwork, con questa release, rappresentano una speranza di ridare lustro e potenza ad una tipologia di metal che, nel bene o nel male, troverà sempre i suoi fan. "The Living Infinite" è un lavoro fortemente maturo che impara da tutti gli sbagli precedenti, offrendoci quindi un qualcosa di incredibilmente valido e quasi privo di difetti. Il ruolo della tastiera un po' in secondo piano poteva esser valorizzato maggiormente, ma ciò lo ripetiamo, non è un elemento troppo a sfavore: di contro abbiamo delle chitarre capacissime di spaziare in più sensi, mentre le vocals si ergono a livelli mai visti prima. Persino le tracce "filler" sono estremamente riuscite e non fanno mai scendere il livello qualitativo del disco. "The Living Infinite", possiamo dirlo, non soffre neanche della cosiddetta "sindrome del doppio disco", visto che non vi è mai scontatezza e nemmeno sensazione di pesantezza, generata dallo scorrere di venti tracce, una dopo l'altra. Gli ottantotto minuti di durata totale del platter, di contro, procedono in modo davvero rapido ed indolore senza recare mai neanche un secondo di noia. I Soilwork, lo affermo senza timore di smentita, hanno prodotto un lavoro monumentale destinato a diventare leggenda e a consacrare per sempre il nome della formazione, soprattutto perché giunto in un periodo in cui molti dei fan avevano perso fiducia nel combo svedese. Se, infatti, possiamo considerare questo album come uno dei vertici della loro discografia, non dimentichiamo che i Nostri erano reduci da un periodo abbastanza negativo. "The Panic Broadcast", però, e lo abbiamo evidenziato più volte, è stato l'album che ha fatto comprendere ai Soilwork la via più giusta da intraprendere, facendoli sfociare nella realizzazione di ciò che oggi abbiamo recensito. Seppur trattandosi di un album di transizione, infatti, si è distinto per la sua capacità di far evolvere il sound della band aumentando la dose di melodie senza intaccare, come avveniva ad esempio per "Sworn to a Great Divide", la dose di inventiva e la personalizzazione del lavoro. Scopriremo che il futuro "The Ride Majestic" si presenterà come un album maggiormente aggressivo ma che non lascerà mai questi livelli qualitativi, altissimi. Dal punto di vista tematico troviamo, poi, sviluppati sempre "i soliti" temi.. trattati, però, in modo leggermente differente. In sostanza, i Soilwork hanno trovato finalmente un nuovo volto che attinge da precedenti sbagli e successi. Un'operazione di riproposizione e "restyling" che li eleva, finalmente, all'Olimpo del moderno metal, su scala mondiale. 

1) Spectrum of Eternity
2) Memories Confined
3) This Momentary Bliss
4) Tongue
5) The Living Infinite, I
6) Let The First Wave Rise
7) Vesta
8) Realm of the Wasted
9) The Windswept Mercy
10) Whispers and Lights
11) Entering Aeons
12) Long Live The Misanthrope
13) Drowning with Silence
14) Antidotes in Passing
15) Leech
16) The Living Infinite II
17) Loyal Shadow
18) Rise Above The Sentiment
19) Parasite Blues
20) Owls Predict, Oracles Stand Guard
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