SOILWORK

The Early Chapters

2004 - Listenable Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
24/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
4

Introduzione Recensione

Studiando il panorama del metal svedese abbiamo imparato a conoscere i Soilwork come una band sempre indice di ottima qualità compositiva e di prolifica attività discografica. Partendo dall'inizio della loro carriera e fermandoci pressappoco al 2004, notiamo come una peculiarità che ha distinto la formazione, però, sia quella di non avere mai pubblicato EP, essendo da sempre maggiormente concentrata sul rilascio di full-lenght. Proprio fra due di questi ultimi ("Figure Number Five" del 2003 e "Stabbing The Drama" del 2005) si colloca, infatti, l'EP "The Early Chapters", risalente proprio al 2004, un mini disco (cinque tracce in tutto) che nella sua tracklist comprende due cover ("Egypt" dei Mercyful Fate non pubblicata in nessun album e "Burn" dei Deep Purple contenuta originariamente come bonus in "Steelbath Suicide"), una versione live di "The Aardvark Trail", una demo di "Shadow Child" (brano originario di "A Predator's Portrait" ma contenuto in versione demo nei bonus di "The Chainheart Machine") e per ultima "Disintegrated Skies", bonus track dall'album di debutto "Steelbath Suicide". L'EP è stato pubblicato per la "Listenable Records", casa discografica nota per aver curato la band specialmente nei primi lavori. L'artwork riprende moltissimo quello di "Figure Number Five" presentando la classica ruota dentata che, per l'occasione, si troverà appoggiata a terra. Al posto dei  bastoni che nell'artwork del full-lenght componevano una specie di bussola, troviamo invece una pila di libri e, a lato, un piccone come probabile riferimento ai "Soilworkers", i lavoratori delle anime (da "Soil", storpiatura di "Soul", ovvero un gioco di parole fra i termini inglesi indicanti "suolo" ed "anima"). La formazione corrisponde a quella iniziale con Henry Ranta alla batteria, Sven Karlsson alla tastiera, Bjorn "Speed" Strid alla voce, Ola Flink al basso, Peter Wichers  e Ola Frenning alle chitarre. L'EP si propone come uno sguardo al passato in attesa di altri mutamenti nel sound nella band ed è per questo che si presenta come un lavoro che rispecchia lo stile antecedente a quello descritto in "Stabbing the Drama"; perciò, uno Strid più grezzo vocalmente ed un sound ispirato agli At The Gates molto meno raffinato e curato ma, allo stesso tempo, più violento e misantropico. Possiamo procedere ad analizzare queste cinque tracce che compongono l'EP facendo riferimento anche alle versioni originali sia per le cover che per le canzoni proprie dei Soilwork.

Burn

L'EP comincia alla grande con la cover di "Burn" dei Deep Purple, originariamente contenuta nell'album omonimo datato 1974, il primo con un certo David Coverdale alla voce. Come già detto, la cover di questo pezzo targata Soilwork  è contenuta come bonus track nell'album "Steelbath Suicide", esordio dei nostri svedesi. Le vocals di Bjorn Strid, infatti, risentono del periodo e si propongono con quella grinta che si avvicina a quel growl acido stile At The Gates. Non è una cover pedissequa del brano dei Purple, ed infatti presenta notevoli differenze poiché la canzone è riadattata completamente nello stile dei Soilwork. Ciò che invece è ripreso alla perfezione è il riff storico del pezzo, accompagnato dal suono di Hammond che tutti noi abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare. Molti puristi del genere potrebbero storcere il naso rendendosi conto di come la forte espressività di David Coverdale sia rimpiazzata da una voce estrema; in realtà, se inquadriamo nella giusta ottica il tentativo dei Soilwork, notiamo che tutto ha senso poiché siamo di fronte a un puro riadattamento stile Melodic Death Metal, il genere dei Nostri svedesi. Da notare, inoltre, l'aggiunta del blast beat in alcuni frangenti che rende la track molto aggressiva e oscura, nonostante in realtà non lo sia (tutt'altro, "Burn" è uno degli inni del Rock n Roll per eccellenza). Da sottolineare poi come gli svedesi si siano inoltre serviti di una voce femminile, la quale accompagna Bjorn in alcune strutture pre-refrain. Tirando le somme, però, nonostante la considerazione precedente, il pezzo risulta forse troppo personalizzato, perde tantissimo di efficacia e non regge il paragone con ciò che ci hanno proposto i leggendari Deep Purple. Se preso come "singolo" pezzo Melodic Death Metal, però, potrebbe essere considerato qualcosa di positivo musicalmente (considerati anche dei momenti solisti che cercano di mescolare lo stile di Blackmore con quello tipico della scena estrema svedese); tuttavia, non possiamo scordarci da dove tutto questo derivi, ed in ultima battuta non siamo di fronte a una buona versione di "Burn" nel senso puro del termine. "Burn", titletrack dell'album di provenienza, è un brano energico e trascinante che parla di una demoniaca figura femminile, un testo scritto da David Coverdale su richiesta di Richie Blackmore, il quale voleva delle parole che fossero incentrate su temi mitologici e demoniaci. Difatti, la protagonista è una donna che dapprima ammalia gli uomini ed in seguito li costringe ad essere dannati, bruciandoli nel fuoco eterno, appiccando un incendio sia metaforico sia "vero" nel puro senso del termine. Questa donna, urlando e scatenandosi, brucia tutto ciò che trova e non risparmia nessuno; la gente, impaurita, si pone domande e cerca di fuggire. Il voler rappresentare la donna come un simbolo demoniaco (addirittura, questa donna viene denominata come "lo sperma del diavolo") è un probabile rimando alla genesi cristiana: Adamo, infatti, fu tentato da Eva, costretto a mangiare il frutto della conoscenza proprio come Satana aveva "consigliato" alla donna, con conseguente rimozione dei primi uomini dal giardino dell'Eden. Questa fu la nascita del peccato e dell'intromissione di Satana nelle nostre vite. L'inferno simboleggiato dal fuoco è fortemente in relazione con il testo della canzone, che ci descrive una città in fiamme e questa donna che svetta fra le lingue di fuoco, trionfante, maledicendo il mondo. L'interpretazione potrebbe avere un senso se consideriamo, appunto, come le lyrics siano state fortemente ispirate da Ritchie Blackmore e scritte da Coverdale stesso cercando, come già detto, di intrecciare la mitologia e la demonologia.

Disintegrated Skies

"Disintegrated Skies" è un pezzo bonus del debutto "Steelbath Suicide" e presenta uno stile costantemente relazionato alla scena svedese. La batteria della intro si fa sempre più imperante e travolgente e la chitarra sfocia in riff melodici fortemente influenzati dai primi Arch Enemy di Liiva. Le vocals di Bjorn Strid si aggirano sempre su scream/growl acidi in puro stile old school Soilwork, mentre le strofe possiedono un andazzo galoppante e travolgente e la buona prova di Peter Wichers si fa distintamente sentire, soprattutto nell'ispirato assolo di chitarra che si snoda lungo momenti molto melodici. La batteria scandisce perfettamente le ritmiche e ciò che ci troviamo davanti non sembra una semplice bonus track ma davvero un pezzo che, se fosse stato messo nella tracklist canonica, non avrebbe per nulla sfigurato. I Soilwork hanno dato prova di un'ottima sinergia e non mancano le sorprese: Bjorn si lancia in uno scream strozzato nelle fasi finali del brano e ciò si rivela una validissima conclusione per una track di alto livello. Dal titolo possiamo dedurre che i Soilwork abbiano voluto esprimere l'idea di una frantumazione dell'"io" che si associasse con quella del cielo. In un mondo misantropico, infatti, le speranze vengono sempre distrutte. Afferiamo ciò come pura supposizione, in quanto di questa track non è pervenuto il testo. Avendo tuttavia analizzato molte delle loro lyrics, non dovrebbe essere così difficile almeno intuire quello che è uno dei temi centrali della loro discografia, da sempre incentrata sull'introspezione e su tematiche quasi "psicanalitiche".

Egypt

Ripresa direttamente dal genio dei Mercyful Fate, ecco la vera traccia "inedita" dell'EP: la cover di "Egypt", brano in origine contenuto nell'album  "In The Shadows", datato 1993 e posta in quel contesto come open track. I Soilwork, come per "Burn", cercano di utilizzare il loro stile per convogliarlo nel sound di King Diamond e soci, andando a creare un nuovo ibrido Il problema è che il cantante dei Mercyful Fate è molto personale e particolare nel suo approccio, tanto da donare ai suoi brani  uno stile inimitabile che,  se provato a modificare, non riesce più a rendere come nella versione originale. Purtroppo, le vocals di Bjorn in un simile contesto sono quanto di più fastidioso un ascoltatore possa sentire. Se pensassimo di trovarci di fronte a un pezzo non coverizzato ma inedito potremmo sicuramente apprezzarlo di più, ma paragonata all'immensità dell' "Egypt" originale, la track risulta completamente insensata, troppo stravolta e resa fine a sé stessa. L'impostazione delle chitarre, per tutta la durata dei refrain, è completamente gettata al caso e non tenta minimamente di ricostruire un minimo di atmosfera originale. "Egypt" dei Soilwork è un brano da non ascoltare mai per non incappare, quasi, in situazioni di fastidio medio-forte, per quanto comunque sia encomiabile il gesto della formazione di omaggiare degli artisti di questa portata. King Diamond e soci, però, sono completamente inimitabili in tutti i sensi. Persino il buon assolo di Peter Wichers non significa nulla per la riuscita del pezzo poiché è completamente casuale ed abbandonato in un mare di confusione. Le vocals di Bjorn non riescono, per ora, ad adattarsi in contesti così melodici e raffinati ma per questo si attenderanno le prossime release. King Diamond è sempre stato un maestro nella stesura dei testi cercando sempre di attingere da riferimenti filosofici, allegorici e simbolici anche dal punto di vista numerico-cosmico.  Questa volta il Re attinge direttamente dalla teologia dell'antico Egitto senza comporre un testo particolarmente complesso. Semplicemente, viene descritto un viaggio spirituale ai confini del mondo degli Dei. Vengono citate alcune delle più importanti divinità del mondo egizio come OsirideAnubiAmmitt e Aaru. Il viaggio è caratterizzato da un'alta dose di misticismo e oscurità e il personaggio si fa tranquillamente giudicare dalle forze divine. La rivelazione avviene successivamente: egli ha imprigionato nelle sue mani il potere degli dei e vuole estendere l'Egitto a tutto il mondo, donando completamente la sua anima agli dei. Con questo ritrovato potere potrà finalmente prendere coscienza di sé stesso e dominare sul mondo intero. Un testo che forse ricalca le esperienze mistiche avute da Aleister Crowley, il quale ha più volte scritto, a sua detta, sotto la diretta influenza di molti dei riconducibili all'antico pantheon egizio. 

Shadowchild

 Come penultima traccia troviamo la versione demo di "Shadowchild", proveniente dalle tracce bonus del secondo album "The Chainheart Machine". Un brano che presenta una minore raffinatezza rispetto alla track vera e propria, dovuta anche al periodo del quale stiamo parlando, ben lontano dalle svolte descritte nel corso della nostra analisi di questa discografia. La cosa interessante è che, però, già possiamo udire i cambiamenti che anticiperanno "A Predator's Portrait": nonostante la "pesantezza" degli esordi il sound è leggermente più raffinato rispetto alla seconda release e Peter Wichers si lascia andare in assoli molto espressivi. Probabilmente la track presenta dei punti in cui è addirittura migliore della sua versione nuda e cruda; la struttura è, come sempre, quella solita Soilworkiana con i classici bridges ed i refrain più melodici in cui Bjorn concentra le sue abilità nel cantato pulito. Si nota una leggera predominanza delle tastiere rispetto alla versione canonica, ed il tutto sembra risollevarci parzialmente dalle due cover non propriamente bellissime udite in precedenza. Per quanto riguarda l'apparato lirico, notiamo come quest'ultimo ci parli di una sorta di "bambino delle ombre", che conduce l'umanità verso  la sua consapevolezza di essere errata nel profondo. Il protagonista si domanda se le sue azioni siano state corrette o meno e si affida allo "Shadowchild", forse entità intrinseca in ognuno di noi, per avere qualcosa su cui porre le proprie basi, per poter andare avanti. Ed il mondo misantropico ha così un volto: quello di unire dolore e piacere nel più totale caos, "together as one", in un tutt'uno indistinguibile. Ma cosa resta quindi degli uomini? Solo vuotezza interiore ed un desiderio di avere sempre di più che mai si risolverà. I Soilwork ci mostrano, come sempre, il conflitto interiore dell'uomo e cercano di trovare, insieme agli ascoltatori, un modo per risolverli e portare la pace nell'"io", cosa impossibile visto che esso sarà sempre frantumato. E l'umanità si ritrova a dover essere sottomessa ai suoi stessi limiti con la convinzione che difficilmente si rialzerà. 

The Aardvark Trail

La traccia finale è una ripresa live di "The Aardvark Trail" tratta dall'album "Steelbath Suicide". Questa l'avevo in origine considerata come il pezzo migliore della release d'appartenenza, grazie al suo ritmo graffiante che si snoda tra riff melodici ed un ritornello completamente strumentale che presentava, forse, una delle strutture melodiche più belle dell'intero album. Il live in questione è avvenuto a Tillburg, in Olanda, ed è stato registrato da Timo Beckman. In realtà, a differenza dell'originale, questa recording ha diverse falle: la voce di Bjorn è quasi completamente sommersa dagli strumenti e ciò è un punto fortemente negativo per la riuscita del pezzo. Considerando, però, che la punta di diamante, ossia il ritornello, non è minimamente attaccata poiché strumentale, possiamo notare come gli strumenti abbiano una forte sinergia tra di loro: la chitarra si fonde più armoniosamente con le percussioni grazie anche a ventate più forti di aggressività. Nonostante questo, però, il live non sembra molto convincente poiché l'anima della formazione, ovvero la voce, è inabissata nel marasma di chitarra e batteria. Il vocalist non ha così capacità di esprimersi al meglio, risultando sommerso ed incapace di fornire al brano tutto la forte personalità che egli solo sa donare al sound complessivo dei Soilwork. Riprendendo la tematica dell'album di provenienza, l' "Aardvark", ovvero il "maiale selvatico", è da sempre sinonimo di caccia delle prede. I Soilwork avevano scelto una tale figura proprio per simboleggiare la volontà di cercare le vittime accuratamente e minuziosamente, quasi come se una persona volesse imporsi sul prossimo con brutalità. Aggiungiamo poi il fatto che quest'animale è pure abbastanza sporco, e i Soilwork denunciano la figura dell'uomo in generale: il mondo è corrotto al suo interno ed è per questo che la band decide di denunciarne la sua caducità creando descrizioni misantropiche e colme di odio. Le persone vengono smascherate e si ritrovano a dover nuotare nel loro fango e così noi siamo sempre più diffidenti verso l'esterno. La band, con il brano, ci vuole dare una lezione: ciò che è vuoto dentro è destinato a infrangersi e a diventare polvere.

Conclusioni

Tirando le somme, questo EP dei Soilwork è molto deludente sotto molti punti di vista. La band ha cercato di produrre una specie di raccolta che unisse alcuni dei suoi vecchi lavori per guardare meglio al futuro. In realtà questa ricerca appare molto sterile poiché le track, ad eccezione di "Disintegrated Skies", non riescono a distinguersi in questo platter. Basterebbe, infatti, sentirli nei loro album di appartenenza per vederle inserite in un habitat migliore e più coerente con le tematiche. Le due cover sono pessime sotto tutti i punti di vista: la personalizzazione di un brano famoso è qualcosa di estremamente positivo ma deve essere fatto con criterio e selezione, mente cercare di trasformare in scream e growl due voci leggendarie ed arcifamose come quelle di Coverdale e King Diamond è un'impresa quasi impossibile. L'interpretazione di Bjorn, ottima per i brani Melodic Death Metal ma completamente fredda, povera e scarna per brani di tutt'altro genere, è quasi un pugno al cuore per i fan di Mercyful Fate e Deep Purple. La versione demo di "Shadowchild", d'altra parte, ci ha proposto il brano che avremmo potuto sentire in "A Predator's Portrait" magari con qualche sottile differenza, risultando comunque piacevolmente sorprendente. Il discorso, tuttavia, si rende nuovamente critico se prendiamo in esame la versione live di "The Aardvark Trail", decisamente deludente.  In sostanza, questo EP dei Soilwork rappresenta un lavoro completamente inutile e evitabile, indirizzato unicamente a quei fan "duri a morire", che vogliono tutto della loro band del cuore. Se riflettessimo sulla moltitudine di EP di altissimo livello, difatti, noteremo subito lavori mostruosi come "I" dei Meshuggah o il nuovo "Hiraeth" dei Ne Obliviscaris, che ci pongono innanzi agli occhi inediti di altissimo livello compositivo. Se pensiamo, invece, che l'unica novità di "The Early Chapters" è proprio la cover di "Egypt" (proprio perché stravolta), cominceremo ad avere fortissimi sospiri di vuotezza e delusione, forse proprio quella che i testi dei Soilwork esprimono ogni volta riguardo l'umanità. Disco completamente (o quasi) bocciato.

1) Burn
2) Disintegrated Skies
3) Egypt
4) Shadowchild
5) The Aardvark Trail
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