SOILWORK

Sworn to a Great Divide

2007 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
01/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Settima tappa per il combo svedese dei Soilwork, raggiunta con la pubblicazione di "Sworn To A Great Divide (Testimone di un grande distacco)" del 2007; questo è il nome dell'ennesima fatica della band che, dopo un godibile "Stabbing The Drama", decide di continuare (più o meno) su quella strada mescolando ad essa, però, riferimenti dal passato, pur prediligendo in maniera anche più marcata che nel passato sonorità più commerciali. Gli svedesi si lasciano curare ancora una volta dalla celeberrima "Nuclear Blast", nota etichetta discografica che si propone come punto di riferimento per il metal estremo moderno. Squadra che vince non si cambia, visto che la formazione sembra aver raggiunto un validissimo successo commerciale grazie all'ala protettrice della "Nuclear..", bravissima a spingere e promuovere il proprio roster, ma anche grazie a dischi apprezzati sia dai neofiti che dall'old school. Infatti, i Soilwork rappresentano un punto di congiunzione tra il passato e il presente grazie alla loro originale evoluzione del canonico Melodic Death Metal di Goteborg, genere mutato attraverso la loro stessa sensibilità artistica e reso molto particolare e personale. È innegabile, arrivati a questo punto del loro viaggio, non considerare la formazione scandinava come un vero e proprio punto di riferimento per lo sviluppo di un genere, grazie anche e soprattutto all'impianto di influenze attuali e fresche, espediente che ha non di poco svecchiato la proposta estrema dei Soilwork, non facendo diventare il loro sound eccessivamente stantio e ripetitivo. Scelte più che mai azzeccate, in quanto questo cammino li ha fatti giungere sino a "Sworn To A Great Divide", lavoro che rappresenta un punto particolare della discografia: è difatti l'album più venduto , di maggiore successo commerciale mai inciso dai Soilwork, i quali grazie a questo successo vedono raddoppiarsi la loro popolarità, sin dal precedente disco comunque abbastanza alta. Un disco che, parlando di altre cifre, coincide con il superamento dei dieci anni di attività dei nostri svedesi: il loro inizio ufficiale come "Soilwork" risale infatti al 1996 (erano precedentemente noti come Inferior Breed) e questo disco giunge esattamente nel 2007, un anno dopo i festeggiamenti del decennale. Quale miglior modo, dunque, per festeggiare? Naturalmente, incidere un album che si rivela un successo su tutti i fronti e che dimostra appieno le potenzialità nonché l'evoluzione dei Soilwork, ormai giunti fra alti e bassi in un momento importantissimo per la carriera di ogni band. Ci toccherà solo scoprire, a questo punto, se anche la qualità è degna quindi del successo che ha avuto il platter. Degno di nota è sicuramente l'artwork, caratterizzato da due figure demoniache che ricordano una specie di Idra, intente a fondersi attraverso la bocca, attorcigliando le loro lingue tentacolari. Lo sfondo è completamente dominato da sfumature verdi, quasi apocalittico e disturbante: insomma, una cover di impatto, che sicuramente riesce a far risaltare enormemente le due mostruose creature presenti in primo piano. Dal punto di vista tecnico dobbiamo invece parlare necessariamente di un  cambio di formazione importante per la band, visto che Peter Wichers, storico chitarrista della band, decide di abbandonare il tutto nel 2005 ed è in questo nuovo capitolo sostituito da Daniel Antonsson. Gli altri membri, invece, rimangono invariati; Bjorn "Speed" Strid alla voce, Sven Karlsson alla tastiera, Ola Frenning alla seconda chitarra (anche lui sarà destinato ad intraprendere lo stesso cammino di Wichers, questo sarà definitivamente il suo ultimo disco con i Soilwork), Ola Flink al basso ed, infine,  Dirk Verbeuren alle pelli. Cosa cambia essenzialmente dai dischi precedenti? Un'influenza moderna maggiore e un'ancora più marcata accezione Groove Metal, uno stile che, come sappiamo, punta moltissimo sulle ritmiche e le strutture ad effetto. Il tutto creato senza dimenticare poi qualche lontana eco passata, giusto per non snaturarsi eccessivamente, anche se "Sworn To A Great Divide" rappresenta un momento di stacco dal passato e una più ampia visione verso il presente.  Andiamo ad esaminare il perché di quanto asserito sino ad ora, con la consueta analisi delle 11 canzoni che compongono la versione classica del disco.

Sworn To A Great Divide

Soilwork aprono le danze con la titletrack "Sworn To A Great Divide (Testimone di un grande distacco)", un brano dal tiro incalzante con ottime strutture ritmiche e con un ritornello più che mai azzecato. La parte più importante è eseguita, in questa canzone, dalla chitarra ritmica che, coadiuvata dalla voce di un Bjorn sempre in evoluzione e mai troppo statico, riesce a trasmettere una buonissima atmosfera, incalzante e decisa. Si percepiscono certamente elementi tipici di "Stabbing The Drama"nell'attenzione per la semplicità dei temi musicali ma, allo stesso tempo, possiamo udire anche qualche rimembranza tipica di "Natural Born Chaos" che giova sicuramente alla track. I riff sono serrati e accompagnati spesso dalle sezioni in tastiera, strizzano moltissimo l'occhio al mondo groove, non mancano poi influenze Alternative nelle parti più in pulito che si percepiscono molto fortemente soprattutto nel refrain: è cosa arcinota che i Soilwork adorino unire le sonorità aggressive strumentali con la frizzante voce di Bjorn Strid che, come sempre in maniera magistrale, riesce a cambiare timbrica e tono a ogni frase. La sua personalità dominante nel mondo del Melodic Death Metal si fa sentire anche in questo disco donandoci attimi di assoluto prestigio e dimostrando un'evoluzione continua e coerente. Sebbene la mancanza di Wichers si senta, Antonsson riesce a sostituirlo abbastanza bene grazie ad un assolo ben congeniato ed eseguito. Certamente il tocco è differente e si sente un leggero calo di grinta in questo frangente, ma è possibile ritenere che la band abbia ovviato al problema amalgamando bene il suoi sound alla proposta. Diverso chitarrista, diversa attitudine. Notiamo subito il tema centrale dell'album: la nostra divisione e separazione da qualcosa che ci è caro. Il protagonista sta probabilmente abbandonando la sua casa e si sente scisso da sentimenti contrapposti. Questi saranno la base per capire tutto il concept che si trova dietro il lavoro degli svedesi. In "Sworn To A Great Divide" regna, quindi, il dualismo tra bene e il male e tra giusto e sbagliato. I personaggi si porranno continuamente domande alle quali non sempre troveranno risposta ed i Soilwork giocano moltissimo in questo senso. Da notare, all'interno del testo, il piccolissimo riferimento a "Master Of Puppets" dei Metallica, versi in cui, chiaramente, Bjorn consiglia a tutti di dominare i propri burattini, intesi come la parte oscura della nostra coscienza (quella "zona d'ombra" che, nel testo dei Four Horsemen, ci spingeva ad essere sottomessi ad uno spacciatore). Cosa ci rende dunque liberi? La scoperta della verità, unico vero fattore imprescindibile e oggettivo che, in un modo o nell'altro, unisce anche parti contrastanti e opposte.

Exile

"Exile (Esilio)" è la seconda traccia del lotto ed inizia con atmosfere simili alla precedente canzone, o almeno in apparenza. Le cose, infatti, cambiano subito quando in un breakdown Bjorn si lancia in una piccola sezione "riflessiva" in pulito. I toni si alzano rapidamente e ciò ci porta alla nuova sezione in clean rappresentata dal refrain. Il cantato si alterna fugacemente tra sezioni sporche e pulite, in un contesto tutto sommato molto orecchiabile. Certamente piacevole, ma sembra quasi che i Soilwork stiano peccando abbastanza di scarsa inventiva, in realtà; è chiaro come si ispirino a realtà contemporanee e commerciali, proprio per fare in modo di raggiungere quanta più gente possibile. Tuttavia, non dobbiamo intendere il concetto di "commercializzazione" come indice di scarsa qualità: semplicemente, siamo di fronte ad un raffinamento minore del sound in modo tale da soddisfare esigenze di mercato, evitando commistioni o trovate troppo particolari in favore di un sound più semplice e diretto. Lo stile a cui stiamo assistendo in questo platter è molto frequente in gruppi attuali di grande presa come ad esempio i Five Finger Death Punch, che amano alternare aggressività con vere e proprie sparate vivacissime, alternanza da cui l'ascoltatore è inevitabilmente colpito. Come avviene, dunque, questa infatuazione? Proprio diluendo il tutto con sonorità orecchiabili ed easy-listening che riescono a conquistare facilmente un'utenza molto ampia, formata specialmente da chi si sta appena avvicinando al Metal. L'assolo è abbastanza semplice ma conforme con la canzone, tutto sommato un buon pezzo seppur non mostri nulla di assolutamente eccezionale o di innovativo. La nostra personalità non deve combattere solo e soltanto con se stessa ma anche con i condizionamenti altrui. Il testo di "Exile" è un grido di libertà, una ricerca continua di identità e personalità: il personaggio, infatti, si ritrova a dover combattere contro l'influenza esterna che, pian piano, cerca di plasmarlo attraverso idee stereotipate e annebbiando il suo cervello. Il protagonista, però, decide che è ora di prendere in mano la situazione e decide, così, di chiudersi in un totale esilio. In realtà la sofferenza è lampante: poiché tutto in "Sworn To A Great Divide" è un continuo di divisioni interiori, il personaggio soffre delle sue scelte e si rende conto di essere senza speranze. Anche qui, quindi, ritorna il motivo del mondo misantropo ed inospitale che getta le persone o nella disperazione o nella solitudine. È chiaro che gli svedesi lavorino in questo senso utilizzando toni quasi psicologici, andando a descrivere più l'interiorità che i fatti. Le Lyrics degli svedesi, per giunta, sono molto enigmatiche da capire e sono ricche di termini soffusi e non ben definiti per dare a chi legge la possibilità di un'interpretazione propria. Notare l'attimo in cui si evidenzia il fatto che bisogna annotare tutto ciò che potenzialmente si potrebbe essere, una sorta di frammentazione dell' "io". A questo punto potremmo citare tutti quei personaggi importanti del '900 come JoyceFreud Pirandello che hanno evidenziato proprio il relativismo della realtà e la scomposizione di noi stessi in più identità.

Breeding Thorns

Il terzo brano, "Breeding Thorns (Spine che nascono)", inizia con un riff assai melodico per poi procedere subito con un altro riff in palm mute dal fortissimo sapore Alternative Metal. In questo disco i Soilwork hanno puntato molto su sonorità easy-listening (come stiamo evidenziando più volte) ma senza rinunciare alla carica che li distingue, difatti il brano è di per sé assai tirato e convincente. Bjorn si lancia nei suoi consueti cambi di timbro mentre il pezzo procede con il solito andamento grintoso e incalzante. Potremmo tranquillamente sentire queste sonorità in gruppi Groove Metal moderni e capiamo così come la band svedese si sia allontanata, in realtà, dalle sue origini. Il Melodic Death Metal svedese sta lasciando piano piano il posto a qualcosa di nuovo: molti, ascoltando questo disco, hanno definito il tutto come "commerciale" e "superficiale" ma, andando più a fondo, possiamo tollerare una simile mossa da parte di una band che si stava affermando sempre di più e che aveva bisogno di consolidare i traguardi ottenuti. La terza traccia in sé non è niente di spettacolare, la struttura in generale risulta essere piuttosto monotona e non ha una buonissima presa sull'ascoltatore. Un po' più di mordente sulle fasi centrali avrebbe sicuramente alzato i toni di una song che, nonostante questi difetti, può essere considerata come un momento di transizione nella speranza di qualcosa di più convincente. Le spine crescono e vivono dentro di noi ferendo noi stessi e gli altri: questo è il primo concetto che emerge dal testo della terza track del lotto. È una canzone diversa dalle precedenti ed è una pura manifestazione di sentimenti rancorosi e di odio. Non ci è noto verso chi il personaggio si rivolga, ovvero se si sta parlando con un altro interlocutore o con se stesso direttamente. Quel che sicuramente emerge è che vengono coinvolti tutti i sentimenti negativi per infierire ancora di più su questa persona, che evidentemente si merita questo rancore coltivato e fatto crescere con impegno, a dismisura. Non vi sono altri temi determinanti in questa canzone, i Soilwork cercano di enfatizzare al massimo la rabbia e il risentimento, potenziale motivo di una ulteriore scissione interiore. Rancore, cattiveria, rabbia, il tutto è visto appunto come un insieme di materia nera covata nel cuore di una persona. Un'orribile creatura che cresce nutrendosi della negatività del protagonista, e che alla fine sfodera i suoi aculei per lacerare per sempre le carni del malcapitato, imponendo la sua presenza e dominando il corpo del suo "ospite".

Your Beloved Scapegoat

Ed ecco arrivare la quarta "Your Beloved Scapegoat (La tua amata vittima sacrificale)" e siamo di fronte, ancora una volta, ad un brano che non entrerà mai nei vostri ricordi. Sebbene le performance vocali di Bjorn Strid siano sempre eccelse e ci sia un ottimo lavoro specialmente dietro le pelli, la sinergia della band non riesce a sollevare la superficialità delle melodie. La produzione, affidata a Devin Townsend per quel che concerne le parti vocali, almeno, ci mette dinnanzi ad una registrazione di altissimo livello in ogni sua sfumatura, quasi si fosse effettivamente cercato di favorire Strid piuttosto che il combo nella sua totalità. Difatti, il ritornello in classica voce pulita è azzeccato e memorizzabile, mostrandoci vocalizzi anche acuti di Strid. Come se si volesse invitare il pubblico a cantare, più che fare headbanging o a godersi performance estreme. Nelle seconde fasi c'è il solito breakdown a cui i Soilwork ci hanno abituati per tantissimi dischi, l'alternanza veloce tra i vari stili vocali crea parti vocali multiple che, però, riescono a completarsi l'una con l'altra. Vi è poi un riff semplice ma efficace, in solo, che anticipa una parte melodicamente speranzosa che poi torna comunque ad inserirsi nei binari "classici" del pezzo. Ascoltando il tutto con attenzione possiamo definire anche il quarto pezzo come puramente di transizione. La distorsione finale ci porterà subito al quinto capitolo. Con questa traccia la band ha deciso di affrontare il tema della religione e, in particolare, la preghiera nei confronti degli idoli, reputati dai Soilwork superficiali e senza alcuna credibilità. Si condanna l'illusione che la religione scatena dei fedeli i quali sono incatenati dalle proprie credenze. Ma se il testo si concentra su un concetto puramente credente, perché c'è il chiaro riferimento al paganesimo? Lo "Scapegoat", infatti, è il termine corrispondente dell'italiano "capro espiatorio", teoricamente associato ad un animale che, anche in tempi precristiani, si uccideva per placare l'eventuale ira di un dio o di un insieme di divinità. Molto spesso, il termine "capro espiatorio" veniva anche associato ad un umano, visto che anche gli uomini spessissimo, come anche le donne, venivano immolate come ringraziamento o dono agli dei. E'qui che nasce, perciò, un concetto fortissimo: la religione è seguita in modo talmente fanatico e ossessivo da diventare quasi un qualcosa di demoniaco, di mostruoso. Il male si radica negli estremismi e corrode l'animo umano corrompendolo e distruggendolo. Il genere umano si riproduce e i figli sono inebriati dal peccato e dal caos di una religione malata e malsana. Evidente è il dualismo male-bene che aleggia su questo tema: la grande "divisione" che segna gli uomini nel profondo è proprio il tema centrale dell'album, dopo tutto.

The Pittsburgh Syndrome

 "The Pittsburgh Syndrome (La sindrome di Pittsburgh)" comincia subito con toni maggiormente accelerati di ispirazione Thrash Metal, per poi addentrarsi nei soliti espedienti melodici / aggressivi della band. Il ritornello ci mostra una grande maturazione vocale da parte del cantante che, destreggiandosi tra gli strumenti, riesce ad avere notevole risalto. È risaputo il fatto che in molte tracce dei Soilwork sia proprio Bjorn a fare gran parte del lavoro con le sue interpretazioni.  "The Pittsbugh Syndrome" si fregia dunque di tutto questo, e rappresenta una traccia breve e concisa che non si lascia intimorire da nulla: i riff velocissimi vengono prima frenati e accelerati da un assolo breve ma di grande impatto, e sebbene anche questa sia una canzone puramente transitoria, i Soilwork sono riusciti a creare qualcosa di più interessante e coinvolgente per l'ascoltatore, rispetto a quanto è avvenuto sino a poco fa. Finora è certamente il pezzo che guarda maggiormente al passato e, in particolare, alle atmosfere di "Natural Born Chaos". Gli elementi degli esordi sono presenti ma si sentono in maniera molto lieve, il gruppo è maturato sia dal punto di vista stilistico che personale creando un qualcosa che si è visto non moltissime volte nel Metal. Nonostante il disco si stia rivelando finora abbastanza commerciale è presente sempre la carica che distingue il combo svedese, proprio quando esso dimostra di non essersi scordato del suo passato emergono i lati migliori: quando, insomma, alla volontà del "commerciale" (comunque di buon livello) si mescola il richiamo ai loro esordi. Questa canzone ha un testo estremamente enigmatico e sono possibili due personali interpretazioni:  nella prima possiamo intendere la sindrome di Pittsburgh come un nome alternativo per un altro tipo di patologia, la sindrome di Asperger. Si tratta di una sorta di autismo, i cui individui affetti hanno grandissime capacità cognitive in settori molto ristretti. È abbastanza frequente che queste persone diventino dei veri e propri geni in ciò che a loro piace ma è anche noto che tendano molto a isolarsi e a chiudersi in se stessi, mostrando tendenze sociopatiche. Non sono in grado di comprendere le emozioni umane e possono anche offendere gravemente senza rendersi conto di averlo fatto, non percependo le normali regole di comportamento che regolano il mondo. Questa forte dicotomia delinea personaggi estremamente bipolari che vorticano continuamente tra il male e il bene. Nella seconda interpretazione possiamo intendere Pittsburgh come una qualsiasi città caotica in cui la gente vive assecondando i propri vizi. Cosa rende così queste persone? Lo stress e la monotonia della vita quotidiana: l'uomo si sente alienato e non riesce a possedere una sua identità precisa ed è per questo che cerca di consolidarsi in altri ambiti. Insomma, il dramma di una metropoli affollata dove nessuno vuole più scambiare due chiacchiere, anzi. Ognun per se e nessuno per tutti, in poche parole. In effetti, il tutto rimanderebbe ad un'intera città di affetti dalla sindrome (metaforicamente parlando) di cui discutevamo in precedenza. 

I,Vermin

È la volta di "I,Vermin (Io, un verme)", un brano che mescola elementi molto "convenzionali"  ma riuscendo comunque a creare un qualcosa di ascoltabile ed accattivante. Il growl di Bjorn Strid convince molto all'interno delle fasi iniziali mentre le vocals nel refrain sono infarcite di una chitarra melodica che si ispira molto ai primi In Flames. È proprio in questi inizi ed in questo instante, quello del refrain  che il tutto convince di più perché, per il resto, ci sono momenti abbastanza anonimi. I Soilwork hanno, finora, prodotto track certamente carine ma prive di una consistente personalità e ciò sarà una grave "colpa" per il disco tutto. Le sezioni ritmiche sono molto semplici, Dirk Verbeuren d'altra parte è molto bravo alla batteria ed anche se non impegnato in chissà che evoluzioni si sentono comunque chiaramente le sue abilità. C'è da dire che, tramite queste tracce, i Soilwork stanno acquisendo (anche nel negativo) la loro preponderante personalità che li distinguerà sempre dalle altre band. L'assolo di "I, Vermin" è funzionale al resto del tema e non mostra niente di particolarmente epico e rimarcabile. Siamo di fronte, fino ad adesso, ad un platter che conserva moltissimo di ciò che abbiamo visto nelle precedenti release ma che evolve il tutto in contesti molto più orecchiabili. La complessità di "Spirits Of The Future Sun" o di "Soilworker's Song of the Damned" non è più presente: la semplicità è, infatti, ciò che fa da padrona in quest'ultima release. Quando ci accorgiamo di essere soltanto delle marionette al servizio dei potenti è inevitabile pensare a noi come a dei veri e propri vermi che strisciano sulla terra. L'atmosfera sporca che i Soilwork evocano è sottolineata attraverso la vergogna e o schifo. Ma chi è destinato a divenire un vero e proprio verme strisciante? Chi rinuncia alla fiducia e si rende conto della malvagità che aleggia sul mondo. Il messaggio della band è estremamente pessimista: il nostro buon animo è corrotto sempre dall'esterno e non si adatta mai con il cosmo circostante. L'uomo è distrutto da se stesso poiché quando cerca di realizzarsi deve fare i conti con ciò in cui si trova, un mondo oppressivo e malvagio, venendone irrimediabilmente sconfitto ed assediato. La figura protagonista, però, rifiuta di avere una categorizzazione ben definita e si rifiuta di accettare ciò che realmente è. 

Light Discovering Darkness

Ritorna così il dissidio interiore tanto decantato dai Nostri. Con un titolo che è un vero e proprio ossimoro, "Light Discovering Darkness (La luce scopre l'oscurità)" si presenta, probabilmente, come una delle tracce con meno personalità di tutta la carriera dei Soilwork. Questa volta la band ci propina un mix di atmosfere chiaramente alternative in un contesto chiaramente da ballad. Sono rari i momenti in cui vi è un cantato sporco all'interno della track, ed i cambiamenti di temi musicali sono quasi assenti;  il grosso del lavoro è lasciato tutto all'interpretazione canora che, al contrario, presenta dei vertici notevoli. Il cantato aggressivo dei primi album è stato gradualmente sostituito da tinte più variegate che personalizzano molto la formazione, e che soprattutto riescono ad arrivare a molti più ascoltatori. Nella track vi è un frequente utilizzo di power chord abbastanza cupi che rendono oscura l'atmosfera, quasi come a simboleggiare la presenza di oscurità e luce, come da titolo, per l'appunto. A parte questo, il tutto non presenta variazioni sostanziali degne di nota e scivola via in maniera molto anonima, quasi come un compito svolto certamente bene ma senza particolare voglia o comunque volontà di esprimere qualcosa. La luce scopre l'oscurità delle cose così come i nostri più grandi e buoni sentimenti ci rivelano il nostro lato malvagio. L'interlocutore, infatti, chiede incessantemente che la luce sia spenta in modo che non possa più vedere la realtà delle cose: spesso l'ignoranza è ciò che ci rende felici e basta solo illuminare la nostra vita per capire e comprendere ciò che giusto non è. Il sapere, infatti, porta alla luce tutto della vita, compresa soprattutto la negatività. I Soilwork ci lasciano un testo molto criptico: poche sono le parole che lo compongono ma si ripetono incessantemente e costituiscono tutta la trama del discorso. L'idea principale è quella di non cercar mai di scoprire le atrocità che ci affliggono perché in quel caso sarebbe meglio fuggire. Mai, dunque, squarciare il velo di Maya. 

As A Sleeper Awakes

"As A Sleeper Awakes (Quando il dormiente si desta)" è l'ottava traccia della tracklist e possiamo sin da subito percepire dei piccoli riferimenti ai primi Arch Enemy nelle chitarre. Ormai parlare di un brano è come aver già trattato gli altri poiché non vi sono attimi di variazione sostanziale, forse questo è il più grosso difetto di questo platter, il fatto che sia formato più da riempitivi che da canzoni vincenti ed anche questo brano ne è la prova definitiva. I Soilwork hanno prodotto un disco che, finora, si rivela monotono e che punta tutto solo sui momenti orecchiabili e di presa.Nonostante i riferimenti importanti, i riff di "As a Sleeper.." sono molto più semplici e si percepisce la volontà di distacco dalle origini senza (per lo meno) snaturare lo stile, proprio perché gli svedesi risultano vincenti quando richiamano in ballo i loro inizi. Le parti di tastiera nel brano rendono poi molto bene, rivelandosi un valido accompagnamento. Il ritornello è chiaramente il classico teatro delle doti canore di Bjorn poiché egli si rivela sempre vincente nel pulito e, ancor di più, nel growl. La parte più sensazionale della track, anch'essa abbastanza anonima, è nel finale grazie a un buon gioco chitarristico dettato da legati abbastanza veloci e aggressivi. Salvato sul filo del rasoio, come si suol dire. Questa canzone è tutta basata sul concetto di esperienza e nostalgia. Il personaggio rievoca tutti i sentimenti che ha provato in gioventù e, ricollegandosi al tema della precedente track, capisce che tutti i valori sono ormai persi nella nebbia, sotterrati dal tempo trascorso. Ed è qui che capiamo la potenza del pezzo, dato che il testo è un chiaro riferimento alla filosofia di Nietzsche. Il filosofo sosteneva, infatti, che il "Superuomo", accortosi della caduta di tutti i valori, avrebbe potuto donare alla vita un sapore tutto nuovo. Egli con energia e vigore avrebbe donato un senso a tutto ciò che non aveva più avuto un significato. I Soilwork ci mostrano un uomo sofferente ma determinato che, tramite la sua forza di volontà, riesce pian piano ad emergere e a far tesoro della sua vita passata. Il colpo di scena è presente nel finale: l'uomo promette di diventare il suo stesso prezioso Dio, quasi come a voler delineare uno scopo forte; ognuno di noi può realizzare le sue aspirazioni e spingersi oltre le più scontate prospettive, divenendo una figura quasi onnipotente. Il primo passo importante in questo processo, e senz'ombra di dubbio il più importante, è rappresentato dalla repressione dell'agonia, punto debole di ogni essere umano. 

Silent Bullet

Avvicinandoci ormai alla fine del disco, arriva la volta di "Silent Bullet (Proiettile silenzioso)"una traccia orecchiabilissima e, a tratti, abbastanza ruffiana. Nonostante ciò, c'è da dirlo, il pezzo si rivela dalle atmosfere buone e dalla varcata grinta. Rispetto alle track precedenti c'è una maggiore attenzione per le tastiere, che vengono risaltate moltissimo nel ritornello e quasi delineano la struttura ritmica del pezzo tutto. Del Melodic Death Metal che abbiamo sentito negli esordi c'è poco e niente, siamo in un contesto prettamente moderno. Le parti vocali in growl sono ridotte all'osso ma Bjorn dà del suo meglio nelle sezioni in clean. Si sentono leggerissime influenze Metalcore (i Soilwork hanno ispirato moltissimi gruppi di questa tipologia) e la strategia è sempre la stessa: struttura canonica con refrain ad effetto e toni abbastanza malinconici di chiara matrice Alternative Metal. La band non ci mostra niente di nuovo neanche in questo caso ma le idee sono meglio amalgamate e conferiscono buona orecchiabilità e mordente. Insomma, un brano in cui, seppur in maniera "ruffiana", hanno deciso di osare maggiormente e di far risaltare in maniera differente le tastiere, rendendole protagoniste. Seguendo un po' la filosofia di Democrito, filosofo secondo il quale la "legge" del mondo risiede in un rapporto meccanicistico di causa-effetto che esclude totalmente la casualità, i Soilwork ci descrivono un'atmosfera un po' consona a quanto detto: la figura descritta è completamente asservita alla sua stessa vita, e trascorre la giornata senza sentirla minimamente, a parte qualcosa di importante che lo affligge. Scopriamo man mano che la tribolazione è causata da sentimenti contrastanti di amore-odio che lo rendono sempre più folle. Meccanicamente, la sofferenza fa si che egli passi le sue giornate nella tristezza e nell'apatia. Il male non è dunque un caso, anzi, è parte integrante della sua vita. Egli sogna, perciò, di poter dare un senso alla propria vita mantenendo la propria dignità, compito abbastanza difficile dato che la figura della sua amata, descritta con toni malvagi, riemerge costantemente. A questo punto egli inizia ad avere pensieri suicidi data l'impossibilità di potersi risollevare, ed è così che apprendiamo i toni estremamente drammatici della track. Ma le stranezze non si fermano qui. Nelle fasi finali il protagonista decide di andare avanti, nonostante le miglia ancora da percorrere e il suo dissidio interiore che cresce. Da ciò capiamo che il brano possiede un testo estremamente schizofrenico, un po' come tutto il concept basato sulla "divisione" che l'album ci offre, due contrari che però convivono nella stessa persona, in maniera quasi "armonica". 

Sick Heart River

"Sick Heart River (Fiume del cuore infranto)" sembra iniziare nel più calmo dei modi per poi aumentare repentinamente di tono. Siamo di fronte a un brano leggermente diverso dai precedenti per quanto riguarda l'intro e l'impostazione vocale di Bjorn nelle prime fasi; il suo growl si ispira moltissimo a quello di formazioni come i Lamb Of God e non ci lascia il minimo respiro. Una bella sferzata di energia, successivamente i toni si calmano di nuovo e capiamo che i Soilwork ci stanno propinando il primo brano con differenze sostanziali dal resto del lotto. Tuttavia, l'elemento sorpresa finisce qui, in quanto da ora in poi il pezzo seguirà dei binari fin troppo scontati. Un tentativo, quello di mostrarci qualcosa di particolare, che non è molto riuscito poiché il pezzo soffre di molto anonimato e non decolla in nessuna fase della durata, mettendo da parte ciò che abbiamo effettivamente "salvato" in precedenza. Le strutture cupe si succedono a attimi più grintosi ma non ci sono riff da ricordare e sembra che la band abbia perso anche la capacità di attrarre l'orecchio degli ascoltatori più esigenti, cercando si di sperimentare ma non nel migliore dei modi. Difatti, sebbene il pezzo differisca piacevolmente da molti altri, risulta a lungo andare "cristallizzato", seguendo uno schema fin troppo classico. L'andamento del brano è completamente monotono e senza punti di riferimento saldi e limpidi, insomma "standard" anche nella sua natura di "differente", proprio perché non ci si può allontanare dal percorso ormai intrapreso di commercializzazione del sound. Siamo di fronte al testo più introspettivo e riflessivo del platter; la decima traccia è un'analisi interiore del protagonista, il quale ammette di essere un vero e proprio puzzle, da comporre con perizia e tassello dopo tassello. Egli analizza di aver sofferto numerose volte e comprende i suoi limiti, il fatto di essere stato esiliato dalla vita di tutti i giorni e di aver perso ciò a cui era più affezionato. Queste lyrics sono in realtà un preludio a ciò di cui tratterà la seguente canzone; senza anticipare il finale, capiremo che ciò a cui abbiamo assistito è stato nient'altro che un lungo viaggio di redenzione e pulizia mentale. Il concetto sarà spiegato molto più chiaramente con l'analisi della seguente traccia che rappresenterà il punto di svolta del platter.

20 More Miles

 La finale "20 More Miles (Venti miglia ancora)" è la canzone più riuscita dell'intera tracklist. Si tratta di un pezzo estremamente orecchiabile e dal ritornello dalla grandissima presa ma che, nel suo andamento, riesce a catturare e stupire, al contrario di quanto era avvenuto negli altri episodi, da considerarsi semplicemente "orecchiabili" in confronto a quel che stiamo udendo ora. Probabilmente è uno dei brani più conosciuti degli ultimi Soilwork ed anche uno meglio riusciti in generale, non solo rispetto al contesto di questo disco. La cosa che più stupisce di questo pezzo è la sua capacità di rimanere impresso nelle menti degli ascoltatori senza rinunciare alle peculiarità dello stile dei Soilwork: i nostri finalmente recuperano la loro vecchia personalità e decidono di fare in modo che sia essa a risaltare, amalgamandola in maniera assai più curata ed azzeccata con il nuovo corso, che è esso un'aggiunta e non più l'elemento qualificante. La traccia finale, quindi, si sviluppa su binari altisonanti che donano una degna conclusione ad un platter abbastanza sottotono. Il successo commerciale del lavoro degli svedesi è dovuto essenzialmente alla sua grandissima malleabilità e alla facile assimilazione che ne consegue. Sebbene l'undicesima canzone non mostri nulla di nuovo a quanto abbiamo assistito, possiamo semplicemente affermare quanto segue: fa quel che abbiamo già sentito, ma molto meglio, con un Bjorn convincente e trascinante soprattutto nel refrain. Anche i buoni giochi di tastiera e di batteria fanno da padrone un brano da ricordare e incorniciare all'interno di questo sottotono "Sworn To A Great Divide". Come al solito, quando ci si ricorda il perché si è arrivati ad un punto così importante nella carriera e si dimentica per un momento la smania di risultare "adatti a tutti", vengono fuori i pezzi migliori. La personalità dei vecchi Soilwork dimostra ancora una volta di poter dominare su quelli "nuovi". Ci sono cose molto importanti da dire circa il testo di questa traccia finale: questo brano rappresenta infatti il motivo per cui è  stato intrapreso questo lungo viaggio nelle contrapposizioni e nei dualismi, ovvero per redimersi e capire sé stessi. La divisione che si è verificata nel primo pezzo è evidenziata da "20 More Miles". Le miglia vengono percorse nella pioggia e nelle condizioni più avverse, c'è una sorta di sospensione del finale vero e proprio. I Soilwork ci stanno mostrando una figura che, nonostante questi continui chiarimenti, non riesce ancora a identificarsi in qualcosa di ben definito. Il personaggio, mentre cammina, riflette su tutto ciò che ha compiuto e arriva alla conclusione: "non riesco ancora a capire". E con un po' di filosofia alla mano capiamo che la band svedese sta sviluppando un concetto puramente Hegeliano: tesi, antitesi e sintesi. L'idea, intesa come un singolo concetto, possiede determinate caratteristiche che la rendono tale. Una volta che ella decide di allontanarsi dal proprio ambiente spingendosi fuori di sé, diventa qualcosa di totalmente opposto con caratteristiche anche in contrasto con l'origine. Questo momento è rappresentato nell'album dalla seconda traccia "Exile" e, da questo punto in poi, il personaggio percorre diverse tappe, quasi come lo spirito hegeliano, in cerca di sé stesso. A questo punto, nelle due tracce finali, si arriva al momento della "sintesi" nel quale la figura torna dov'era prima, però migliorata e perfezionata e, soprattutto, memore di ciò che è stata. Per questo si tolgono le parti negative e si conservano le positive sia della tesi che dell'antitesi. Il filosofo Hegel definiva tutto questo Aufebung, ovvero "togliere e conservare". Ma perché il personaggio descritto dai Soilwork è ancora confuso? Il discorso ha ancora una logica: ogni sintesi è la base per una nuova tesi, probabilmente il protagonista intraprenderà altri nuovi viaggi all'interno della sua esistenza.

Conclusioni

Cosa dire, dunque, di "Sworn To A Great Divide"? È un disco abbastanza sotto tono considerando lo standard dei Soilwork e rappresenta il capitolo più easy-listening della band. La maggior parte delle tracks sono abbastanza anonime e prive di personalità ma sviluppano un validissimo approccio al mondo moderno. Bjorn Strid è sempre più convincente dal punto di vista vocale e non delude mai, anche il nuovo chitarrista riesce a reggere bene il tono della band. D'altra parte il concept riguardante le lyrics è abbastanza riuscito seppur sviluppato in modo più confuso. Ma su questo piano non ci sono dubbi: i Soilwork sono molto introspettivi ed impliciti in ciò che scrivono, sicuramente riescono a fornirci degli spunti più che mai interessanti e diversi da molte band del genere, che tendono ad essere sicuramente più "sfacciate", preferendo trattare diverse tematiche in maniera più semplice. A parte questo, però, dobbiamo purtroppo sostenere come l'album si collochi sui livelli di "Figure Number Five" rivelandosi come uno dei peggiori del palmares della band. Da molti questo disco è reputato il migliore della discografia, specialmente da chi non è molto esperto di metal ma ha un'infarinatura generale di tutti i generi, una preparazione però molto superficiale. Come mai, dunque, tanto apprezzamento? Il motivo è molto semplice:  è un album di fortissima presa, capace di far affezionare a determinate sonorità anche chi non è avvezzo al metal in maniera più approfondita e ragionata. Un punto a favore può essere il fatto che gli elementi presenti  nelle prime fasi della carriera dei Soilwork e poi riversati in queste successive si fanno sentire. Nonostante lo stile della band cambi continuamente, gli elementi cardine della loro discografia producono sempre una grandissima influenza e li guidano verso la realizzazione di nuove canzoni, anche come quando in questo caso il risultato non è eccezionale, visto che si, la presenza è sempre imprescindibile ma come soffocata da queste nuove intenzioni commerciali. "Sworn To A Great Divide" è un disco leggermente superiore alla sufficienza ma che rappresenta un punto di svolta importante verso sonorità ancora più moderne ed al passo con i tempi. Per una prova più convincente dovremmo attendere il prossimo "The Panic Broadcast" e da lì la band percorrerà una strada in salita che la porterà a vertici di qualità elevatissimi. Nonostante questa attenzione per le sonorità moderne, si sente sempre e comunque l'influenza "swedish", da sempre marchio di fabbrica di molte band di altissimo livello autoctone, molto apprezzate da parte di tutti i metalheads del mondo. "Sworn To A Great Divide" è un disco che può essere valutato quasi con ogni punteggio, dipende molto dall'interpretazione che si dà alle cose e alla visione dell'insieme, ed essa può variare molto da individuo a individuo. Tirando le somme, però, resta un disco gradevole seppur la peggiore prova della band (di pochissimo inferiore a "Figure Number Five")una prova sempre lontana dall'insufficienza.

1) Sworn To A Great Divide
2) Exile
3) Breeding Thorns
4) Your Beloved Scapegoat
5) The Pittsburgh Syndrome
6) I,Vermin
7) Light Discovering Darkness
8) As A Sleeper Awakes
9) Silent Bullet
10) Sick Heart River
11) 20 More Miles
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