SOILWORK

Stabbing the Drama

2005 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
11/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Siamo arrivati, dopo molti successi ed un penultimo lavoro un po' sotto tono, alla sesta fatica della grandiosa combo svedese dei Soilwork: "Stabbing the Drama". Siamo nel 2005 e la band è fresca dei suoi recenti successi, con alle spalle un'etichetta imponente come la "Nuclear Blast", promotrice di tantissime formazioni di altissimo livello (Dimmu Borgir e Children of Bodom, giusto per fare due nomi importanti), le quali hanno ormai ritagliato per loro stesse un posto importantissimo nella scena metal mondiale. Per quanto riguarda i nostri Soilwork, il loro contributo maggiore è stato quello di far evolvere il Melodic Death Metal della scena di Goteborg impreziosendolo di parti moderne, voci pulite e un più ampio utilizzo delle tastiere. In "Figure Number Five", però, si era assistito ad una sperimentazione che, d'altra parte, ha provocato un calo di mordente delle tracce ed una sostanziale banalizzazione delle stesse rispetto ai primi lavori. Con "Stabbing The Drama" i Soilwork cercano di rialzarsi continuando, però, a percorrere quella strada, indurendo un po' il sound e semplificandolo ulteriormente. Possiamo considerare "Stabbing The Drama" come un ponte tra il passato, presente e futuro, un ponte che ci mostra la band tendente ad un maggiore approccio Alternative / Metalcore grazie all'utilizzo di riff semplici e massicci. Il disco, uscito come detto per la "Nuclear Blast", mostra in copertina un chiaro simbolo di ribellione in cui, in una specie di logo rosso a forma di fiamma, una mano impugna un pugnale per uccidere qualcuno. Lo sfondo, d'altra parte, è completamente monocromo ed il tutto rivela una maggiore semplificazione dell'artwork rispetto alle precedenti release. L'album si compone di ben 11 tracce (una in più rispetto alle solite dieci) e la formazione è pressoché invariata con Bjorn Strid alla voce, Peter Wichers (chitarra), Ola Flink (basso), Ola Frenning (Chitarra) e  Sven Karlsson (tastiera). Il nuovo arrivato è il batterista Dirk Verbeuren, subentrato all'uscente Henry Ranta. "Stabbing.." è inoltre l'ultimo album che Peter Wichers registrerà con i Nostri, per poi allontanarsi momentaneamente dalla formazione, ritornando ufficialmente nel 2008. Con queste premesse possiamo procedere all'analisi delle undici tracce che compongono l'edizione canonica del platter.

Stabbing The Drama

Si comincia subito con la titletrack "Stabbing The Drama", un brano dalla fortissima carica, della durata di quattro minuti e cinquanta in cui Bjorn si lancia in un cantato abbastanza uniforme e graffiante grazie al suo growl. Il brano inizia con una intro che ricorda vagamente un urlo per poi procedere con riff veloci di chiara ispirazione Thrash Metal senza molti sprazzi tecnici. Siamo di fronte a un disco che si preannuncia molto meno elaborato dei precedenti ma che punta molto sul lato groove. Il ritornello, come d'abitudine, ci presenta un Bjorn che canta in pulito. Il pezzo, in generale, ha molto effetto ed è veramente riuscito sia dal lato ritmico che come presa sull'ascoltatore. In realtà, però, la struttura è davvero minimale, con due strofe e due refrain inizialmente, il cambio di tema si ha subito alla seconda metà del pezzo perché, dopo alcuni riff e armonici, si passa ad un mini assolo. La ripresa della struttura portante è subito riproposta e, con i Soilwork che lasciano sinceramente poco spazio all'immaginazione, introducendo un ulteriore refrain (possiamo, però, considerare il ritornello come il punto di forza della canzone). Alcune battute di batteria concludono questa canzone minimale ma comunque di alto livello della discografia dei Soilwork, e tutto si preannuncia tutto sommato come un album dalla grande presa. Già da qui possiamo capire di cosa parla questo album: la distruzione del proprio passato e l'incertezza del futuro, poiché esso è nelle mani di politici, multinazionali e persone senz'anima. Noi tendiamo a degradarci con il tempo, compiendo azioni nefaste e scegliendo strade sbagliate, influenzati dal tutto. E' così che la nostra anima inizia a vagare per il mondo cercando una via di fuga, senza renderci conto che, in realtà, è il mondo esterno a condizionare il nostro modo di essere. Essendo corrotti da agenti esterni, infatti, il nostro spirito procede verso la decadenza e l'inconsistenza. In realtà, al di là della nostra scena, c'è un insieme di persone che sta manovrando il tutto facendoci far la parte di attori della situazione. Diceva Nietzsche, noto filosofo tedesco, che la vita è tragedia ed è un susseguirsi di eventi tragici. A questo punto, riallacciandosi sia a Nietzsche che a Pirandello (in particolare a quest'ultimo per l'idea che ognuno indossi una maschera) i Soilwork ci mostrano che l'uomo è parte di un'opera teatrale, però da fermare immediatamente. In questa rappresentazione regnano, infatti, l'ipocrisia e la vuotezza degli animi, cose che la band svedese condanna assolutamente, senza farsi troppi problemi.

One With The Flies

Segue subito "One With The Flies", una traccia dal sapore molto Hardcore e dai riff sparati, a tratti anche rasentante un gusto Thrash Metal "macchiato" di Alternative Metal. Si parte forte ma i ritmi si calmano in un certo momento, ed il cantato di Bjorn si fa molto "enigmatico", per poi ripartire con il solito timbro a cui tutti siamo abituati. Le strutture sono nuovamente molto semplici, e la chitarra è maggiormente coinvolta solo nella parte più prettamente ritmica, preferendo concedere risalto alla batteria ed ad un comunque buon lavoro di synth . Buono il cantato pulito di Bjorn nel breve ritornello e si riparte subito con una sezione ritmica non molto esaltante, a dire il vero. I Synth fanno la loro parte in questo pezzo, creando un atmosfera abbastanza soffusa negli attimi precedenti ai refrain. Successivo ad un intermezzo in cui regna la batteria, il piccolo assolo ci riporta sui binari del brano con Bjorn Strid che, con il suo cantato ai limiti dello scream hardcore unito al suo inconfondibile growl, ci espone alcune battute prima che un suono di distorsione in dissolvenza concluda anche questo secondo brano. Questo pezzo è la manifestazione della volontà di ribellione e di presa di coscienza di sé. La personalità schiacciata da queste mosche, tanto da diventare parte di esse, cerca un modo per uscire dalla condizione, capendo finalmente che la sottomissione non è il modo ideale di affrontare la vita. I Soilwork ci mostrano come le personalità in gioco siano molteplici ma tutte sono parte di questa grande opera teatrale che annichilisce i nostri sensi e non ci fa vedere il mondo così com'è, nella sua vera essenza. Il senso comune, l'ideologia che manipola le masse, è imperante nella nostra società e ci rende sporchi ed indistinguibili appunto come uno sciame di mosche. La presa di coscienza, d'altra parte, garantisce la libertà ed alimenta il sentimento di ribellione. Questo sarà un altro passo volto a pugnalare questa "grande rappresentazione teatrale", finta e destabilizzante.

Weapon of Vanity

Arrivati alla terza traccia, notiamo come lo stile di questa "Weapon of Vanity", al contrario, si riallacci moltissimo a quello del precedente album "Figure Number Five". Le parti strumentali, infatti, sono leggermente più delicate e meno "semplicistiche",  rimembrando un vaghissimo gusto Industrial Metal. Il ritornello si ha quasi subito dopo alcuni riff dal classico gusto Thrash Metal e mostrano un Bjorn molto in forma con un cantato pulito, decisamente molto convincente e azzeccato in questo ruolo, come sempre ci ha mostrato, d'altra parte. Ad ogni modo, nonostante i richiami al passato recente, il brano scorre facilmente grazie al groove generale seppur con un ritmo meno veloce rispetto alle precedenti due track. Un brano dunque meno "immediato", in cui le parti di batteria, al controllo, assumono maggior risalto nella seconda sezione del brano e grazie ad alcuni cambi di tema graditi e coerenti con l'assetto del pezzo (d'altro canto, l'approccio maggiormente tecnico di Dirk è stato comunque un punto di svolta per i Nostri). Un altro ritornello ci conduce alla fine del brano, che si mostra come un pezzo abbastanza anonimo ma che scorre gradevolmente all'interno dell'album senza molti fronzoli. I Soilwork concludono "Weapon of Vanity" con delle classiche battute di batteria e ci portano al nuovo brano. La vanità può essere un'arma? Solo se in mano ai più potenti. Il mondo è così frivolo che si utilizzano tutti i valori più superficiali per far presa sugli altri e ciò alimenta questa grande farsa che è la società odierna.  Grazie alla vanità, infatti, i potenti si rendono conto delle loro "possibilità" e giocano ad essere delle vere e proprie divinità capaci di sottomettere gli altri e piegarli ai loro fini. I Soilwork ci intimano a ribellarci ancora una volta, nonché a prendere consapevolezza che solo noi possiamo guidare noi stessi. Fortissimo, inoltre, il riferimento alla religione, poiché nonostante il tempo passi inesorabile, tutti hanno pregato un "bugiardo" che con i suoi dogmi e le sue "certezze" ha annebbiato la mente degli uomini. Il testo è fortemente contro la monopolizzazione della cultura e il concetto di "autorità" sia politica che religiosa, andando a svelare quanto l'ego smisurato di certe "personalità" possa far ingenti danni, sia sulla mente che sul corpo di tante persone innocenti. 

The Crestfallen

Il quarto pezzo, "The Crestfallen" riparte sulle generali atmosfere concitate dell'album grazie a battute aggressive di chitarra coadiuvate sagacemente dal cantato di Bjorn, vera anima della band. La song scorre nella semplicità più assoluta con il classico ritornello molto evocativo in pulito che però, anch'esso, presenta parti in cantato sporco in growl. Le parti di batteria hanno un buon impatto generale ma il tutto si presenta, ancora una volta e nonostante la "carica" espressa, come un brano abbastanza anonimo. Unica cosa degna di nota è una maggiore cattiveria nella sezione vocale ed un gusto hardcore più marcato tanto che, a volte, si sentono tracce degli Hatebreed sparse qui e lì, proprio a rendere maggiormente valida la proposta più "diretta" e meno "ragionata". La seconda sezione del pezzo, invece, ha un forte gusto alternative grazie anche al gioco di basso ed alla voce sempre in clean di Bjorn, molto espressiva e tipica di altri frontman della corrente citata, il tutto a partire dal rallentamento  che si ha a partire dal secondo minuto. Da questo momento, il brano si rialza così verso standard qualitativi più alti pur rimanendo un episodio di passaggio all'interno del platter. Da notare la rabbia di alcuni growl, che non si era mai vista prima nella produzione. Alcune veloci battute concludono, dunque, anche questo quarto brano, lasciandoci soddisfatti solo a metà. Solitamente siamo rassegnati ed affrontiamo la vita a testa bassa in nome dei vecchi e tristi ricodi, ma dobbiamo avere la consapevolezza che il nostro passato inglorioso non deve danneggiarci ma anzi darci la forza di andare avanti con un maggiore sentimento di vendetta. "The Crestfallen" è un invito alla potenza, alla fierezza e, soprattutto, a compiere tutte le proprie azioni sempre e comunque a testa alta. Persino un crimine commesso nel passato deve scivolare via e lasciare spazio a una brama di potenza che possa condurci verso traguardi molto più elevati, per riscattarci. Il destino è in mano agli uomini e solo loro possono riscattarsi ed ambire alla felicità interiore (con tutti i mezzi del caso, ovviamente). Anche la perdita della propria speranza è una trappola del fato che cerca di sviarci dai nostri obiettivi. Con tutte le sconfitte patite nella vita il nostro io deve perfezionarsi e diventare sempre più forte ed inarrestabile, in modo da sconfiggere ciò che ci vuole manovrare.

Nerve

Ed eccoci alla quinta "Nerve", un brano che mi è entrato nel cuore poiché è stato il primo che ho ascoltato di questa band svedese. "Nerve" ricorda moltissimo la opener "Stabbing The Drama", grazie a una intro simile e, in genere, al simile gusto per i riff. La melodia, come nel primo brano, è fortemente presente solo in prossimità del ritornello con il cantato pulito di Bjorn e le parti acustiche di chitarra. Dopo i classici due refrain il brano cambia leggermente tema e Bjorn, dopo un'ulteriore sezione in pulito, lascia che la chitarra si esprima al meglio con il migliore assolo incontrato finora nell'album. Nella sua semplicità, infatti, Wichers ci delizia con un solo cupo ma azzeccatissimo per l'evenienza. Subito dopo la batteria riprende il suo operato grazie al powerchord di chitarra ritmica ed il ritornello non tarda nuovamente ad arrivare. Mentre la tastiera propone dei suoni un pochino futuristici, una brusca fine ci conduce al sesto nuovo brano di questo buon "Stabbing The Drama", questa volta lasciandoci pienamente soddisfatti della track appena udita. "Nerve" è un ulteriore brano dei Soilwork dedicato alla gestione della rabbia. In questo caso, però, non si tratta di una furia cieca e incontrollabile ma, quanto più, di un'esplosione mirata garantita dall'ambizione. Il sentimento di rabbia che ci pervade, infatti, deve essere un mezzo con il quale possiamo raggiungere i nostri obiettivi e, per farlo, dobbiamo avere una forte determinazione. Grazie alla programmazione ed alla gestione di questo sentimento, infatti, possiamo capire le metodologie più giuste per affrontare un determinato problema e possiamo, quindi, risolverlo con sicurezza. E ciò porta a una grande rivelazione: per anni abbiamo portato il peso del mondo sulle nostre spalle senza, però, averlo mai visto veramente. Ora che abbiamo la chiarezza su ciò che è la realtà possiamo avere i metodi giusti per affrontarla al meglio.

Stalemate

"Stalemate", con i suoi 3 minuti e mezzo, è una traccia che continua sui binari che abbiamo già sentito prima senza aggiungere troppa carne al fuoco. L'influenza Alternative / Hardcore è rilevante in questo tipo di Melodic Death Metal offertoci dall'album dei Soilwork. Bjorn si lancia in questa voce graffiante ai limiti del growl mentre la strumentazione di chiaro stampo Thrash Metal ci trascina in un buon groove. I ritornelli sono i punti su cui gli svedesi hanno puntato in questa release anche se, spesso, i risultati effettivi non sono letteralmente magnifici, ed anche "Stalemate" paga lo scotto di non essete una traccia che verrà ricordata all'interno dell'album per via della sua struttura abbastanza monotona e ripetitiva. Nella seconda parte di ogni canzone, notiamo, i Soilwork si lanciano in cambi di temi musicali, ed in questo caso particolare ci propongono alcuni breakdown che però non rivelano niente di innovativo o estremamente avvincente. Ciò che salva questo pezzo è la presenza di alcuni armonici disseminati nelle parti di chitarra e, soprattutto, il cantato di Bjorn che è sempre indice di grande qualità. Il pezzo si conclude con una battuta di batteria nel più classico dei modi. "Stalemate", italiano per "Stallo", è una situazione che si verifica in ambito scacchistico. Il re, infatti, non può più muoversi e non ci sono più mosse disponibili per il giocatore ma, nella casella in cui il pezzo si trova, questi non è sotto "scacco" da nessun altro pezzo ed è, perciò, intrappolato. La situazione si dice di "stallo" perché conduce alla inevitabile parità. I Soilwork utilizzano questa sensazione di prigionia per descrivere lo stato d'animo dei personaggi: essi si trovano sperduti e accecati dalla perdita di dignità e controllo. Da questa oscurità, però, essi devono con fierezza rialzarsi per poter prendere in mano la situazione e migliorare anche dal punto di vista interiore. Gli svedesi ci invitano a non usare la frustrazione interiore e a capire meglio, ragionare, calcolare ciò che accade veramente nel mondo e in noi stessi: siamo sempre parte di questa grande opera drammaturgica e dobbiamo smettere di essere "attori" e diventare "registi".

Distance

È la volta di "Distance" uno dei migliori brani dell'album. I riff sono semplicissimi con alcuni effetti elettronici in sottofondo donati anche dal synth, mentre riuscitissimo è il cantato pulito del ritornello (uno dei più coinvolgenti e meglio riusciti del disco) che ci mostra un Bjorn in ottima forma e pronto subito a ri-sporcare la sua voce nelle varie strofe. Come sempre avvertiamo i riferimenti alternative / hardcore e Thrash Metal nella scelta dei riff, segno dei nostri di voler definitivamente cercare di catturare il pubblico con qualcosa di più accessibile e meno picchiato. Nella seconda parte del pezzo (quella in cui, di solito, ci sono le variazioni sul tema) assistiamo dapprima ad un ottimo lavoro di batteria, che apre le danze con colpi serrati, ed in seguito anche di chitarre, con la ritmica intenta a "sparare" riff veloci ed in seguito con la solista che si cimenta in un riuscito assolo che ci dona un po' più di varietà a un disco riuscitissimo dal punto di vista del groove ma molto ripetitivo. I Soilwork decidono di concludere le danze con una parte in pulito azzeccatissima per il brano che poi sfuma in alcuni effetti. "Distance" è un pezzo che tratta prevalentemente del concetto di alienazione. Un uomo, infatti, non si riconosce più in se stesso e non capisce più dove sia stato in molti anni. Poiché il mondo è costituito da adrenalina senza emozioni e da personaggi vuoti dal punto di vista interiore, il protagonista si sente perso poiché non si conforma con i valori della società odierna. Il personaggio che fa parte del grande teatro a cui stiamo assistendo, capisce di essere un individuo speciale e di avere una certa "distanza" con il mondo. In tutti questi anni il personaggio ha "osservato" da lontano la vita per cercare di comprenderla e per notare lo scempio in cui è sprofondato.

Observation Slave

Il termine "osservazione" è significativo poiché ricorrerà nel titolo della canzone successiva dell'album. Un distanza dunque non negativa, che permette di prendere ulteriore coscienza di se. Il titolo, difatti, è "Observation Slave" ed inizia subito con un accento fortemente Death Metal in puro stile svedese per poi confluire in confini più alternative grazie a un cantato abbastanza cupo ma pulito di Bjorn Strid. Il groove non tarda ad arrivare mentre, in sottofondo, le chitarre giocano il loro ruolo accompagnate, come sempre, da una buona tastiera. Il pezzo procede con questo incedere e ci mostra un buon ritornello ben accompagnato da una melodia che ricorda un po' "A Predator's Portrait" nel sottofondo.  I riff sono di maggiore qualità e l'assolo, seppur breve, convince discretamente l'ascoltatore a non cambiare traccia. I Soilwork continuano a giocare sull'impatto vocale e sull'importanza delle parti in pulito mentre gli altri strumenti risultano offuscati, dunque il pezzo si conclude anch'esso in un modo abbastanza convenzionale senza molti tecnicismi.  Collegata con "Distance", "Observation Slave" ha un testo molto enigmatico. Sembra che la personalità provi gaudio nell'aver osservato in precedenza il mondo per capirlo meglio. In questo modo, infatti, si è reso consapevole di se stesso e ha sviluppato le armi necessarie per capire che la sua vita può essere resa un "lieto fine" più che una "tragedia". Con questo senso di "percezione superiore" egli ha atteso e aspettato che le "infezioni del mondo" sparissero o andassero in altre strade. E dopo questo cammino glorioso in cui la forza interiore è aumentata esponenzialmente, il personaggio può finalmente asserire che le intenzioni di altri individui e le influenze esterne non potranno mai danneggiarlo o corromperlo moralmente: questa è la vera vittoria, l'essere consapevoli di avercela fatta, nonostante mille peripezie.

Fate In Motion

"Fate In Motion", terzultimo brano del platter, possiede un inizio non troppo veloce ed addirittura malinconico, e non sembra affatto dai primi istanti un brano in qualche modo collegato all'anima Death Metal dei Soilwork. In realtà, aguzzando l'udito, notiamo i riferimenti agli In Flames di "Come Clairty" et simila, sia nell'impatto emotivo dei brani che nel genere. "Fate In Motion" è un brano abbastanza riflessivo con un ritornello dalle tonalità non convenzionali per i Soilwork. I riferimenti chitarristici al Thrash Metal sono pressoché assenti mentre è forte la dose di alternative presente,che rende il brano estremamente sui generis e non collegato a nessuna branca dell'estremo. Anche il cantato sembra più pacato. Nonostante ciò, però, l'assetto generale è abbastanza sotto tono e il brano non rivela attimi di ampio respiro se non proprio con il ritornello che, come nella maggior parte di queste tracks, rappresenta il punto più alto del brano proprio grazie al cantato di Bjorn. Il cantante, d'altra parte, continua a evolvere il suo timbro e a garantire una qualità vocale sempre maggiore alle composizioni. Il testo di "Fate in Motion" ci mostra un mondo malvagio costantemente in movimento in un enorme gioco in cui sono coinvolte numerose vite. Le personalità combattono o contro se stesse o contro gli altri per poter persino sopravvivere in un universo costantemente dominato dalla cieca frenesia. Il personaggio si ritrova inizialmente attonito innanzi a tutto questo caos per poi comprendere che deve prendere in mano la situazione. Il caos è la realtà che l'individuo riesce finalmente a visualizzare con i propri occhi: l'immagine è puro orrore. I poteri supremi, infatti, vogliono spazzarci via facendoci continuare ad essere attori senza personalità di questo grande dramma. Il destino si gioca su chi si muove prima e il fato è all'ordine del giorno in tutte le nostre azioni: guidare le nostre scelte con la consapevolezza dell'orrore in cui viviamo è il primo passo verso la salvezza.

Blind Eye Halo

La decima "Blind Eye Halo" si presenta come il brano più veloce e più breve incontrato finora, rivelandosi una piacevolissima sorpresa anche grazie ai blast beat di batteria. I ritmi sono più serrati e si avverte ovunque il riferimento a Carcass ed Entombed come gruppi di ispirazioni primaria, nonché ai grandi del Thrash Metal grazie alla frenesia della batteria, che picchia senza sosta. Bjorn è molto convincente anche in questo frangente  ed  il brano ricorda un po' i fasti di "Chainheart Machine". Probabilmente è una delle migliori canzoni dell'album grazie anche a un assolo riuscitissimo e cattivo, forse il più "malvagio" di tutto il disco, in grado di farci tremare. Nota dolente del pezzo è la sua breve durata anche se funzionale all'idea di furia cieca che emerge dal tutto. Altra nota che accenta la cattiveria della song è l'assenza di parti vocali in pulito e l'utilizzo frequentissimo, come già detto, di blast beat di batteria, con i quali si vuole forse rimarcare l'anima più estrema dei nostri. "Blind Eye Halo" è quindi un brano di transizione tra il vecchio e il nuovo, un ponte che congiunge ferocia con modernità. La fine è brusca tanto quanto lo svolgimento del pezzo e ci lascia l'impressione che avremmo voluto almeno un minuto in più.  Il cortissimo testo di "Blind Eye Halo" denuncia la fallacità del nostro programmato sistema informativo. Esso è corrotto ed è sporco come coloro che ci comandano. È una grandissima palla di cristallo in cui tutti osservano le nostre azioni e monitorano le nostre scelte conducendoci verso la rovina. Come un grande occhio vitreo (che non è visibile) l'alone del controllo aleggia su di noi e cerca di sottometterci violentemente a un regime psicologico basato sulla supremazia di pochi. Ma, in realtà, questo sistema è più prevedibile del previsto e, una volta scoperte le menzogne, è facile sabotarlo.

If Possible

I Soilwork concludono l'opera con l'undicesima "If Possible", che inizia con un arpeggio di acustica subito degenerante in una violenza crescente. Il solito cantato di Strid emerge nella composizione oscurando leggermente gli strumenti, e si avverte un leggerissimo utilizzo di tempi dispari in alcune sezioni del pezzo. Il ritornello è solenne e malinconico e rivela una buona prova vocale mentre lo stile, in genere, non è artificioso e lascia molto spazio alla comprensione della canzone. Non c'è bisogno di un orecchio allenato o abituato a sonorità estreme per assimilare queste canzoni poiché i Soilwork hanno puntato tutto sull'accessibilità. "If Possible" non presenta attimi di rilievo se non qualche breakdown disseminato nella seconda sezione. La fine, invece, è molto differente poiché sono delle leggerissime note di basso a lasciar fluire via anche questo "Stabbing The Drama". "If Possible" ha un testo molto malinconico poiché già l'inciso condizionale "Se possibile" ci lascia capire un misto di rassegnazione e sconforto. Dopo tutto il caos causato da questa grande "tragedia" è davvero possibile cambiare pagina o la situazione è più difficile del previsto? Il personaggio si pone molti interrogativi circa ciò poiché, dopo aver scoperto la verità, si rende conto che il confronto con essa ci ha forse e lentamente distrutto. Alla fine, però, i Soilwork  ci intimano ad andare avanti e a ricominciare tutto da capo perché il passato rappresenta solo un ostacolo per noi da superare con la consapevolezza di essere migliori. Nonostante non ci sia via di fuga alla situazione si può comunque prendere forza dai lati positivi e diventare sempre più forti, forse una sorta di "auto incoraggiamento", una storia che i nostri vogliono continuare a scrivere, con un passato alle spalle e spaventati per il futuro.. ma con abbastanza determinazione per potercela fare.

Conclusioni

"Stabbing the Drama" è un disco che, purtroppo, fa fatica ad essere considerato un capolavoro. La volontà della band di semplificare molto il suo stile a discapito dell'impegno ha creato un prodotto che, pur essendo molto fruibile all'ascoltatore, propone alcuni istanti di vuotezza, sia delineata dalla ripetitività dei riff, sia dalla somiglianza tra le varie canzoni. Nonostante questo pesante lato negativo, nell'album spiccano sicuramente diverse canzoni come "Nerve", la title track "Stabbing The Drama" e la violenta "Blind Eye Halo", che rappresentano sicuramente momenti molto alti del platter tutto. Rispetto al precedente "Figure Number Five", il sesto album dei Soilwork è, però, più coerente dal punto di vista tematico-stilistico e la dose minore di sperimentazione ci garantisce un prodotto più solido e assimilabile. I Soilwork hanno deciso di puntare molto sui ritornelli e sul groove in genere e i brani, rispetto alla precedente release, rimangono, per la maggior parte, più impressi nella mente. Alcune canzoni, però, nonostante il tentativo della formazione, sono quasi prolisse, monotone e ai limiti dell'anonimato e non verranno ricordate neppure dall'ascoltatore assiduo della band. I lati positivi, però, sono importanti anche grazie a dei testi molto ispirati, a una produzione molto buona e ad una perfetta interpretazione vocale di Bjorn, decisamente più versatile ed ispirato. In sostanza, "Stabbing The Drama" è un ulteriore capitolo di transizione che ci condurranno alla grandissima maturazione stilistica di "The Living Infinite". In realtà, con il nuovo "The Ride Majestic", i Soilwork renderanno il loro sound ancora più cupo e ispirato. Successivamente si vedrà se quest'ultimo album abbia garantito standard qualitativi più alti rispetto al capolavoro del suo successore. Tirando le somme, però, i primi mattoncini nella costruzione di questa leggenda svedese sono proprio qui grazie a questi album come "Stabbing the Drama" che, seppur non esaltanti, hanno sicuramente rappresentato lezioni molto importanti per il combo svedese, abituato comunque a creare ed a cercare una propria dimensione ideale. Per cui, basta aspettare e attendere che i frutti germoglino.

1) Stabbing The Drama
2) One With The Flies
3) Weapon of Vanity
4) The Crestfallen
5) Nerve
6) Stalemate
7) Distance
8) Observation Slave
9) Fate In Motion
10) Blind Eye Halo
11) If Possible
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