SOILWORK

Figure Number Five

2003 - Nuclear Blast Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
10/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Quinta fatica per i nostri amati Soilwork, che dopo il buon "Natural Born Chaos" decidono di cimentarsi in un qualcosa di diverso. "Figure Number Five", successore di "Natural..", è un disco di sperimentazione che porta il combo svedese verso nuovi orizzonti ma, stranamente, incerti. Ciò lo capiremo più avanti con l'analisi track by track del disco, approccio che ci farà comprendere quali nuove direzioni hanno preso gli svedesi in questo episodio. La formazione è ormai una garanzia di tutto rispetto all'interno del Melodic Death Metal mondiale, e si sta facendo le ossa sempre di più; tanto è il merito del frontman Bjorn Strid, che ha sempre saputo conferire carisma e professionalità alla band, tanto invece degli altri componenti, bravi strumentisti e sperimentatori. Il 22 Aprile del 2003, dunque, sempre grazie a quel colosso altrimenti noto come "Nuclear Blast" (etichetta nota per aver dato grande spazio al panorama metal estremo curando band come gli In Flames, Municipal Waste ecc.) esce il quinto lavoro targato Soilwork che, stranamente, riporta anche il numero "cinque" all'interno del titolo: "Figure Number Five". Ai tempi della pubblicazione avevamo il già citato Bjorn Strid alla voce, Peter Wichers e Ola Frenning alle chitarre, Henri Ranta alla batteria, Sven Karlsson alla tastiera e, infine,  Ola Flink al basso. La copertina ci mostra essenzialmente un simbolo che sembra ricordare una rosa dei venti: la circonferenza esteriore ha la vaga forma di uno pneumatico mentre quella più interna di una ruota seghettata. All'interno della figura, dei paletti di legno simboleggiano i cinque aghi della rosa. Lo sfondo è completamente nero mentre il logo della band brilla dorato nella parte superiore dell'artwork. L'album si compone di undici tracce dalla durata media di tre minuti e mezzo. Noteremo che lo stile è cambiato notevolmente dalla scorsa release, commercializzandosi parecchio ed abbracciando sonorità meno tecniche, in certi frangenti più dure ed in altri strizzanti l'occhio all'Alternative Metal. Merito di ciò, anche lo spazio maggiormente a disposizione del tastierista Sven Karlsson, il quale non solo per la prima volta riesce a partecipare attivamente al processo di songwriting (seppure non in maniera troppo "determinante"), ma contemporaneamente ha modo, grazie all'uso di melodie più "orecchiabili", di contribuire in seguito a quello che sarà il successo commerciale dell'album, anche se molti fan della vecchia scuola svedese mal digeriranno l'eccessivo uso di soluzioni atte ad accaparrarsi un pubblico più ampio. Il successo commerciale fu comunque più che discreto, tanto che i Soilwork decisero di stamparne altre due copie in versione limited edition: la prima contenente un secondo CD sul quale sono presenti tutti i pezzi della loro prima demo, risalente al 1997; la seconda, invece, in doppio vinile. Sul secondo, troviamo l'album precedente, "Natural Born Chaos". Insomma, se una buona parte di pubblico rimase pressappoco "delusa" dalla svolta, molti altri invece la accolsero a dir poco entusiasti, piacevolmente colpiti da questa sperimentazione come già detto spiazzante e forse ancora incerta, non del tutto matura e ponderata. Dopo questa premessa, possiamo tranquillamente analizzare il disco in tutte le sue parti con l'analisi track by track.

"Figure Number Five" si apre con la particolare "Rejection Role", un brano che mette subito in chiaro il notevole cambio di stile della band, anche se in realtà i Soilwork non sono proprio "cambiati", hanno semplicemente indossato un'altra maschera rimanendo sempre loro nell'essenza. In effetti, Bjorn Strid è sempre lì, così come tutti gli altri componenti della band. Cosa è cambiato? Una maggiore presenza delle tastiere che si avverte già nella intro, il cantato di Bjorn è meno misantropico ma è più definito, mentre la tecnica generale degli strumenti si è notevolmente abbassata. Infatti, notiamo come la band abbia investito tantissimo nel refrain e su alcune soluzioni melodiche e calme, soprattutto nella seconda parte della canzone. Bjorn, infatti, si lancia in una lunga parte in pulito dal buonissimo effetto che è solo il preambolo per un ottimo assolo. Peter Wichers è un maestro delle sei corde e il suo tocco si riconosce tantissimo pur essendo molto sottovalutato nel panorama metal mondiale. Come al solito, la band conclude il pezzo con un ulteriore ritornello che, però, presenta qualche battuta in più di batteria. La tastiera, sempre presente, conclude con l'ultima nota in dissolvenza questo godibile primo piatto. Una nota molto particolare risiede nel videoclip di questa canzone (realizzato visto che questo è stato il primo singolo estratto dall'album): durante il concerto dei Soilwork figureranno i membri degli In Flames in una sorta di cameo molto particolare. Questo dettaglio si è poi ripetuto a colori invertiti nel videoclip di "Trigger", brano degli In Flames presente nell'album "Reroute To Remain". Per capire il significato dell'artwork, probabilmente dobbiamo addentrarci nell'analisi tematica del disco, già avanzata in questa prima traccia. La opening dell'album riprende moltissimo i temi del dissidio interiore e dell'inadeguatezza sociale anche se, probabilmente, il fulcro del testo è proprio la seconda tesi. In particolare, si parla di una "figura" che è inadatta al ruolo di vivere poiché, nonostante il suo essere "vincitore", è in realtà un "peccatore" che affronta costantemente il flusso delle generazioni che si avvicendano, mettendo a dura prova la sua esistenza, la quale non sempre risulta coronata da allori di vittoria. Pensiamo un po' ai riferimenti letterari, e abbiamo subito in mente Pirandello e Svevo, la figura dell'"inetto", colui che si sente inadatto al ruolo attivo di essere vivente. Cosa lo ferma? Sicuramente il suo contrasto con i valori della società che, essendo troppo mutevoli e tumultuosi, non regalano il tempo necessario all'adattamento.  I Soilwork compiono ciò: trasformano questo concetto dell'"inettitudine" in tematiche musicali. In realtà vi sono anche gli ideali del Superuomo "D'Annunziano", il quale ricerca la perfezione ma che, costantemente, non riesce bene nel suo intento. Così la "figura", mentre cammina nel sentiero verso l'"ultimo compimento" si ritrova nel "buco del rifiuto", gettato di prepotenza e senza possibilità di uscita. La seconda traccia, "Overload", parte con una parte elettronica nella intro che poi diventerà costante di molti dei riff del brano. Continuiamo ad avvertire la maggiore orecchiabilità del brano e la più diretta semplicità con la quale tutti questi vengono sviluppati. La traccia si muove sempre sui binari stabili senza variazioni significative di sorta. Bjorn Strid, dal canto duo, continua a mostrare i suoi miglioramenti grazie a un growl maggiormente definito e fissato. Anche le parti in pulito che si avvertono nel ritornello evidenziano queste migliorie. Dopo un cambio tematico nella seconda metà del pezzo, i Soilwork si prodigano in un discreto assolo che si conclude sia con la ripresa della strofa principale, sia con un piccolo breakdown. Infine, vi è un ulteriore ritornello, che chiude le danze una volta per tutte. In sostanza "Overload" si presenta come una traccia molto fruibile destinata a una più ampia fetta di pubblico rispetto alle precedenti release. La "Figura" precedente si trova in un forte sovraccarico ("overload") causato dai suoi errori nella vita. Ciò lo rende perplesso e costantemente afflitto da ciò che ha compiuto, e vorrebbe redimersi ma, rendendosi conto delle atrocità che ha commesso, si ritrova sperduto e non riesce a realizzarsi. La sofferenza interiore cresce sempre di più quando il protagonista si rende conto che non ci sono vie di fuga e che non avrà mai la chiarezza sul perché è discriminato dalla vita. Il desiderio di vendetta, diviene una costante, ma è la coscienza a dire che i sogni possono svanire e che agire per il proprio tornaconto non è la soluzione dei propri dilemmi. E' davvero la propria individualità, il negativo? O forse è il mondo? Cominciamo pian piano a delineare il mistero dell'artwork che, probabilmente, ci sarà ancora più chiarito dalla prossima traccia. Si procede, quindi, con la titletrack "Figure Number Five", un brano un po' diverso dai due precedenti poiché riprende moltissimo lo stile di "Natural Born Chaos" al quale, però, si aggiunge la semplificazione stilistica. Bjorn, coadiuvato dalla special guest vocal Jens Broman, si lancia addirittura in alcuni scream dal sapore hardcore per poi passare subito a numerosi growl. Le ritmiche sono serrate e abbastanza veloci, il brano procede su toni aggressivi anche se conditi da alcune leggere note melodiche. In realtà, "Figure Number Five" diventa subito un brano diviso in due parti poiché, dopo il secondo minuto, si erge il cantato pulito di Bjorn in tutto il suo splendore ed esso porterà a un assolo riuscito, che scorre velocemente e si fa ascoltare in maniera decisa e diretta. Come di prassi, i Soilwork ripetono il refrain con qualche variazione (in questo caso risiedente in alcuni growl più cupi di Bjorn) per poi, bruscamente, concludere tutto. La figura numero cinque è, in realtà, la ruota "numero cinque": quella di scorta. I Soilwork, con una bellissima metafora, ci conducono a ciò che è il succo dell'artwork e dell'album tutto, ovvero mostrare l'inadeguatezza degli uomini a conformarsi alla vita, la quale li tratta esattamente come un qualcosa da utilizzare solo di quando in quando (una ruota di scorta, appunto). Ma non è questo il negativo: la nostra società è basata sul potere e le bugie ed è per questo che i "diversi" non riescono ad essere felici.  La titletrack è la rivelazione dell'album: la "ruota di scorta" è imprigionata nel cinismo del tempo, corrosa dalle istituzioni politiche e religiose che, invece di essere guide, logorano l'uomo pensando al proprio tornaconto. I Soilwork non sono nuovi all'affronto di temi di ampio respiro psicologico ma, certamente, qui tutto è trattato in modo molto più profondo e dettagliato e, soprattutto, diretto. Si passa poi a "Strangler", quarta traccia del quinto full length dei Soilwork. Finora l'album si sta muovendo su alti e bassi senza punte rilevanti di qualità. Lo stile aggressivo e misantropico degli scorsi quattro album è molto più fioco e l'album manca di quella vivacità compositiva che era presente prima. "Strangler" comincia con una parte melodica di chitarra per poi passare subito alla strofa cantata e sostenuta dalla tastiera in sottofondo che, con i suoi effetti elettronici, crea l'atmosfera. Nel pre-refrain gli scream di Bjorn funzionano a mo' di batteria per poi procedere subito con la sezione in pulito del refrain. Si ripete la strofa condita dalle note di tastiera. Le ritmiche cambiano appena ci avviciniamo alla seconda metà del brano e ci accorgiamo che la band svedese ripete di nuovo la stessa formula: piccolo breakdown melodico, assolo in climax, ripetizione del refrain e conclusione. Non ci sono alcune variazioni sul programma che i nostri stanno seguendo, ma ciò che più convince di questo disco, finora, è il notevole miglioramento del cantante che si sa muovere molto meglio nei vari stili. Ecco che inizia il forte conflitto tra la società ed il proprio "Io", dilaniato e strangolato dalle "risate isteriche" di chi si compiace nel vedere il prossimo soffrire e che, costantemente, provocano pianti atroci nelle persone maggiormente sensibili ed attente alle "regole" della vita. La quarta traccia rappresenta il naturale proseguo della precedente poiché si sofferma moltissimo sul fattore psicologico della "rivelazione". Qual è la soluzione a tutto ciò? Vedersi giusti, continuare a vivere la propria esistenza assaporando ogni attimo in modo da raggiungere la piena fiducia in noi stessi. I Soilwork, benché descrivano comunque uno scenario apocalittico, almeno nella prima strofa cercano di smentire la misantropia precedente, mostrandoci il negativo ma anche il positivo di questa eterna lotta. Combattere contro le istituzioni è giusto ma solo se ciò porta a un concreto cambiamento nella propria coscienza. Solo così potremmo allontanarci dallo "schifo" e distaccarci da quella razza che "brucia" (ovvero la gente comune, soggiogata dalle menzogne). Inizio in climax per la quinta "Light The Torch", con ritmiche pesanti che aumentano sempre più di toni. La voce di Bjorn Strid appare cibernetica a causa dell'effetto utilizzato inizialmente, esso sparisce comunque subito e il cantato può tornare alla normalità, mentre i semplici riff si susseguono uno dopo l'altro. Vi è una repentina alternanza tra pulito e growl nel refrain, creando qualcosa di abbastanza vario. Gli effetti creati tramite la tastiera si sentono sempre fortemente durante tutto il tuo pezzo mentre, per il resto, non ci sono notevoli variazioni rispetto a quanto visto prima. Una breve parte strumentale ci conduce alla cosiddetta "parte pulita" che ormai si ripete a costante. Essa è il preambolo di un assolo che, però, questa volta vede come protagonista principale la tastiera (anche se la chitarra è comunque presente). Il ritornello alternato growl-pulito conclude anche questo brano. Perché bisogna "accendere la torcia"? Il brano sembra avere più di un significato: la presenza di un "he" e di una "she" ci fa forse pensare ad un rapporto di coppia che incontra diverse difficoltà e che forse è giunto al capolinea, anche se lui è alla ricerca di una scintilla, di un qualcosa (come la fiamma di una torcia, che illumina la via) che possa in qualche modo ispirarlo per risolvere il problema con la sua lei. Parlando da un punto di vista maggiormente ampio, si accende la torcia per avere una guida solida che possa portare la "figura" alla ricerca di se stesso. Un po' come una sorta di "Illuminismo", il protagonista si rende conto di vivere nel freddo e nel buio della discriminazione sociale e di essere una sorta di "razza sconosciuta" che si aggira solitaria per le strade. Il dissidio tra l'io e gli altri si fa così molto forte, e determinante per capire la tematica del brano. Il personaggio è afflitto dalla sua condizione, e la domanda finale è lampante: "come puoi essere così freddo?", ovvero, in che contesto vivi in realtà? Il mondo è freddo perché non ha una guida o semplicemente è quello a non possedere la torcia e, quindi, a non godere di affetto poiché non ne riceve? "Departure Plan" inizia con un riff di chitarra che accompagna la parte di tastiera e subito inizia il cantato pulito in puro stile Alternative. È una traccia molto diversa dalle precedenti, perché è in prevalenza in pulito e il cantato di Bjorn, specialmente nello scream, è allucinante nel senso positivo del termine. Le strofe si susseguono una dopo l'altra e non vi è per niente la componente Death, il tutto fa risultare questo brano, quasi, una semi-ballad. Si sentono alcune influenze dello stile degli ultimi Katatonia in alcune parti vocali, poiché esse sono molto cupe e malinconiche. Non vi è un assolo questa volta ma è la tastiera a garantire la maggior parte dell'atmosfera che viene a crearsi. Il ritornello, per altro bellissimo, conclude il brano grazie all'unico momento cantato sporco da Bjorn nel pezzo, l'ultima scintilla di "aggressività" in un brano che sembra non presentarne minimamente, forse uno dei più "innovativi" e particolari fino ad ora presentatici dai Nostri svedesi. Con "partenza", purtroppo, si indica il suicidio. La "figura", afflitta dalla vita, decide di voler porre fine a quest'ultima in un impeto di depressione, ma qualcosa lo fermerà: un interlocutore fittizio farà ragionare il personaggio e gli farà capire che togliersi la vita è completamente inutile poiché toglierebbe ogni possibilità di affermazione. Il campo in cui la "figura" eccelle è l'arte, perciò perché sentirsi inutili quando si possiede il dono di creare qualcosa? I Soilwork ci fanno capire che finché abbiamo un'abilità o una dote possiamo ancora dire la nostra e metterci in gioco. Seguendo ciò, nessuno si farà più del male e potrà più soffrire. Con questa track capiamo che la "figura" non è solo una ma sono tantissime e diverse. Cosa le accomuna? Il sentirsi inutili ruote di scorta che non potranno mai affermarsi nel mondo. È drammatico pensare come la band svedese non abbia subito svelato le carte in tavola. La scelta tematica, perciò, continua a essere ancora molto profonda. Anche "Cranking the Sirens" parte con dei riff di chitarra molto catchy conditi dalla parte in tastiera. Notiamo come i Soilwork abbiano aggiunto vere e proprie leggere influenze "Industrial" al loro sound. Di nuovo, dopo la strofa, Bjorn Strid si lancia nel ritornello in pulito coadiuvato da voci secondarie. La struttura tematica cambia nella seconda strofa negli istanti iniziali, per poi rimettersi sui binari precedenti. Si ripete il refrain e continuiamo ad ascoltare la solita "solfa" vista prima. Il livello tecnico continua a essere buono ma inferiore rispetto a prima. Una sezione di tastiera ci conduce ad alcune clean vocals, all'espressivo assolo seguito dal piccolo breakdown e da un nuovo ritornello. Si tratta di un pezzo molto melodico e orecchiabile che sembra più Alternative che Melodic Death Metal, se lo andiamo ad analizzare nella sua interezza. La tastiera, come sempre, gioca un ruolo fondamentale e si sente persino negli istanti conclusivi. Questa volta, nonostante quanto abbiamo letto in precedenza, la "figura" a quanto sembra si è suicidata, ed ecco che entrano in gioco le sirene, ovvero le ben note figure mitologiche che hanno la parte superiore del corpo di donna e quella inferiore di pesce. Il loro canto, nell'Odissea di Omero, è sinonimo di perdizione e smarrimento e riesce ad ammaliare le figure maschili rendendole burattini asserviti ai loro comandi. Il canto della sirena è dunque da intendersi in senso metaforico, una vita costellata di bugie ed ipocrisie, per questo la "figura" vuole eliminare ciò e lo fa ponendo fine alle sue sofferenze. Questa volta abbiamo il rovesciamento totale del tema precedente poiché la conclusione è tragica: il senso di alienazione dal mondo ha vinto sulla persona e per questo l'estremo gesto si verifica in un folle Lunedì sera. Se nel pezzo precedente la band aveva analizzato il modo per vincere questa guerra, qui ci fa comprendere gli esiti catastrofici della depressione e della disperazione. "Brickwalker" inizia con dei riff di chitarra con delicate note di tastiera in sottofondo. Il ritmo aumenta velocemente e ci sono alcuni riferimenti al passato grazie allo stampo molto Swedish Melodic Death Metal. Il pezzo è molto più cavalcante e nel ritornello presenta alcune vere e proprie "Harsh Vocals" coadiuvate da voci secondarie. E' una piacevole sorpresa all'interno di un album abbastanza piatto nella struttura. Bjorn continua a prodigarsi e ad essere il protagonista indiscusso della band mentre gli altri strumenti passano un po' in sordina. Le voci secondarie sono molto rilevanti in questo pezzo e, in tutto il suo essere sottovalutato, "Brickwalker" si conferma come il pezzo migliore di "Figure Number Five" ascoltato finora. Come al solito non manca l'assolo a cui segue il nuovo ritornello che conclude il pezzo. "Camminare sui mattoni", ovvero sulle rovine, è già un concetto simbolico che prelude l'analisi di una situazione ormai perduta. Vedendo gli spettatori, i passanti si rendono conto della loro condizione e iniziano a soffrire e questa agonia sembra non avere fine. Ma a cosa è dovuta la loro sofferenza? A un ciclo di distruzione e creazione che si ripete continuamente e che li aliena poiché li costringe a lavorare senza sosta. In sostanza, queste "figure" sono condannate alla loro condizione da cui vorrebbero prendere un attimo di riposo. Il monito finale però è chiaro: non bruciare la pagina ma conservala come esperienza e, d'altra parte, girala e vedrai che il libro ti porterà nuove avventure ed esperienze, appunto. I fatti dolorosi che ci alienano dal mondo, in realtà, devono essere il trampolino di lancio per costruire la nostra identità. È con questo messaggio forte che i Soilwork, genialmente, ci ricordano quanto sia importante il messaggio di sostegno verso i bisognosi e coloro che vogliono emergere nella società poiché nessuno deve sentirsi "ruota di scorta". Durate simili, stessi concetti, medesima struttura, sembra di ascoltare numerose tracce che si ripetono continuamente cambiando solo le parti melodiche. "The Mindmaker" è l'ennesimo pezzo che inizia con il tipico sapore "Swedish" per poi lanciarsi in un ritornello orecchiabile ed accessibile ai più. D'altra parte, però, Bjorn è sempre più vario nei suoi registri vocali tanto che non si riesce nemmeno a quantificare quante voci sia in grado di riprodurre. Se da una parte questo disco sta segnando un declino della band dall'altro si sta verificando l'ascesa del cantato. Dopo la seconda strofa è facile pensare che i Soilwork si lancino nel loro assolo che, per fortuna, è ottimo come sempre. I pezzi sono tutti godibili finora ma mancano di quell'originalità che rendeva la band molto più grandiosa. Il ritornello finale ci riporta alla fine e ci fa capire quanta attenzione abbiano posto gli svedesi sui vari refrain. Questa volta si analizzano le illusioni dell'uomo e, in particolare, il suo desiderio di cercare affetto negli altri. Ma, in realtà, in un mondo fortemente egoista e dominato dai potenti e dalla corruzione, chi si degna di offrirlo? Quali sono le persone realmente interessate a noi? La band analizza questi aspetti in modo negativo offrendoci la visione del sofferente. I Soilwork sono sempre molto drammatici nei testi quando si tratta di rappresentare la tribolazione degli altri ed è per questo che stavolta la figura si sente sia nel gelo che nell'inferno. Inoltre, ognuno è in cerca della verità o del potere supremo ma si sa: la vita è un continuo scontro dei forti contro loro stessi e di essi a sfavore dei deboli. Di conseguenza ci rifugiamo in un nostro mondo immaginario e, in particolare, chiediamo aiuto a dei fatti illusori che possano venirci incontro ma che, in realtà, ci rendono ancora più schiavi di noi stessi. "Distortion Sleep" è una traccia che parte con il solito riff di chitarra accompagnato dalle tastiere. La loro linea melodica sarà poi seguita dal chitarrista e Bjorn comincerà presto a cantare. Questo brano non ha nulla di eclatante eccetto il pre-refrain. D'altra parte, il refrain è la parte più forte del brano perché il pulito di Bjorn Strid tocca livelli allucinanti, comprese alcune parole pronunciate in growl che, seppur pronunciate velocemente e inaspettatamente, hanno il loro perché. Per il resto il brano è abbastanza monotono presentando sempre il consueto cambio di tema precedente all'assolo e, poi, il seguente assolo che, seppur ben eseguito, sa ancora di già sentito. "Distortion Sleep" si conclude, quindi, in dissolvenza, e tutto è pronto per l'ultima traccia dell'album. La traccia si concentra sul disagio sociale e sull'analisi, appunto, dei meccanismi che regolano la società. Tutto è basato sul rischio e sul "tutti contro tutti" e in una vita in cui, in una sorta di "Darwinismo sociale", la totalità si muove in direzione del più forte. L'ambiente è freddo e inospitale (e sulla bassa temperatura i Soilwork hanno insistito moltissimo durante l'album) e il movimento principale è basato su un'alternanza tra causa e effetto: il cosiddetto meccanicismo. Tutto è fisso e continua con regole prestabilite che scremano coloro che non si adattano. Essendo il mondo meccanico è il caso a vincere su tutto e, ovviamente, a dominare è anche il desiderio di condurre ciniche volontà di potere che annichiliscono l'uomo e lo rendono schiavo, continuamente, di se stesso. L'undicesima "Downfall 24" è l'ultima traccia dell'album. Il riff iniziale è veramente azzeccato poiché presenta una certa drammaticità che ricorda i tempi di "Chainheart Machine" e "A Predator's Portrait". Pur presentando la medesima struttura dei precedenti pezzi trattati in realtà c'è una differenza importante: il ritornello non è il punto forte del brano ma i Soilwork sembrano aver puntato maggiormente sulle strofe. Il pre-refrain è molto particolare poiché presenta una voce secondaria che pronuncia frasi velocemente, in modo quasi "rappato". E' qualcosa che non abbiamo mai visto nella produzione della band svedese ed è una piacevole sorpresa, in realtà. Il breakdown e il cambio di tema scanditi da battute a loro volta scandite di chitarra ci accompagnano al semplice, corto ma convincente assolo. A parte questo, il brano non presenta motivi per essere ricordato tra le migliori produzioni della band. Le noti di tastiera concludono questo altalenante disco. La caduta è contrastabile: i Soilwork ci mostrano la soluzione  finale alla nostra tribolazione che, sostanzialmente, è una ripresa di quanto detto prima. Devi essere pronto, infatti, a spargere il tuo sangue e combattere fino ai denti per ciò in cui credi. Solo così sia la parte esteriore di te stesso e sia quella interna dei valori non cadranno mai. Queste volontà poi si concretizzano e diventano il concime ideale per costruire la propria identità e l'obiettivo finale diventa la comprensione totale del senso della propria vita. Il sentirsi "Ruote di scorta" è, infatti, un deterrente che costringe tutti ad arrendersi alle minime difficoltà ma, dentro di noi, dobbiamo comprendere la nostra utilità. Quella minima è, appunto, il raggiungimento dei propri sogni ed è già qualcosa di importante. I Soilwork con questo disco hanno mandato un messaggio di compassione e comprensione verso il più debole mostrando, per una volta, non la caduta ma l'avanzata di colui che è stato sempre distrutto dall'esterno. Nei precedenti dischi, infatti, abbiamo assistito continuamente a distruzioni, a conflitti senza un minimo di risoluzione che gli svedesi "scannerizzavano" fornendone tutti i dettagli psicologici possibili. Questa volta il ruolo della band diviene ufficialmente attivo e si assiste a un vero e proprio consiglio: non arrendersi mai.

"Figure Number Five" è un caso molto particolare all'interno della discografia della band: da una parte si è cercato di rivoluzionare il sound rendendolo più accessibile per tutti, dall'altra si è danneggiata moltissimo la componente ispirata della band. I pezzi sono troppo simili tra loro per distinguere eccellenze all'interno di questa produzione, anche se in realtà non è oggettivamente un calo perché molti hanno trovato del bello anche questa release. Ciò non può essere biasimato perché, comunque, se esaminiamo la coerenza stilistica, notiamo che nella release i Soilwork hanno continuato a portare avanti il discorso dall'inizio alla fine. E' un disco molto difficile da valutare a causa di questi nuovi elementi che fanno storcere il naso ai primi sostenitori della band ma che, d'altra parte, si è rivelata una grandiosa mossa commerciale. L'album, infatti, ha rimediato altissimi posti nelle classifiche internazionali collocandosi come uno dei dischi più riusciti della band nell'ambito marketing. Personalmente, però, non sono di questo avviso. La band ha intrapreso un nuovo percorso che la porterà a maturare ancora ma che inizierà a creare numerosi problemi a causa della crescente banalità delle tracks. Da questi errori, però, i Soilwork creeranno ciò che può essere considerata la summa di tutta la loro produzione: "The Living Infinite". Per questo, "Figure Number Five" è l'inizio del periodo più buio dei Soilwork che però sarà, paradossalmente, molto "didattico" ed istruttivo perché, grazie ad esso, la band imparerà dagli sbagli e costruirà lo stile definitivo che la consacrerà fermamente come punto di riferimento di un certo tipo di Metal, a livello mondiale. Le tracce che soggettivamente mi hanno colpito di più sono "Departure Plan" e "Brickwalker" che splendono tantissimo all'interno del platter. Altra lancia che possiamo spezzare, inoltre, riguarda la scelta tematica che questa volta risulta eccellente. L'idea di mostrarci in un determinato modo queste personalità afflitte che, per un motivo o per l'altro, vivono ai margini della società è una carta rivelatasi davvero vincente. L'analogia, inoltre, con la ruota di scorta, è geniale e non si svela subito lasciando all'ascoltatore il dubbio dopo aver visto la copertina. Un disco dunque godibile e divertente, specialmente se ascoltato in singole tracce e non nel complesso. Infatti, il problema sono le eccessive similitudini tra le varie canzoni, le quali creano un impasto indefinito di emozioni che molto spesso, senza logica, si ripetono senza mai dire nulla di nuovo. Questi, però, non sono motivi per non dare fiducia ancora al combo svedese che, vedrete, saprà stupirci moltissimo.

1) Rejection Role
2) Overload
3) Figure Number Five
4) Strangler
5) Light the Torch
6) Departure Plan
7) Cranking the Sirens
8) Brickwalker
9) The Mindmaker
10) Distortion Sleep
11) Downfall 24

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