SOILWORK

Beyond the Infinite

2014 - Avalon

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
25/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

I Soilwork, baluardi del Melodic Death Svedese, hanno sempre cercato (come ben sappiamo, avendo scandagliato in lungo ed in largo la loro discografia) di differenziarsi dai loro colleghi, sperimentando e variegando i loro album, apportando in essi cambiamenti volti a codificare, di volta in volta, un sound sempre nuovo. Stando sempre attenti, però, a non snaturare mai il loro stile originale, il loro marchio di fabbrica. Un'impresa di certo coraggiosa, che ci ha donato alti ma anche qualche basso forse "di troppo". Durante la loro produzione, infatti, i Nostri hanno attraversato un periodo abbastanza delicato, in grado di metterli a dura prova e di minare la loro naturale creatività; poiché un'eccessiva commercializzazione e, soprattutto, una forte banalizzazione dei pezzi, avevano lasciato che gli svedesi propendessero per lavori meno impegnati e, da un certo punto di vista, meno redditizi qualitativamente. Insomma, alti picchi di qualità alternati a fasi decisamente più "commerciali" e banali, nelle quali non sembrava trovare spazio il naturale estro al quale i Soilwork ci avevano abituati. Se un considerevole ritorno c'era stato con "The Panic Broadcast" (2010), il quale era da considerarsi a tutto campo come un bel miglioramento rispetto al sufficiente ma non esaltante "Sworn to a Great Divide" (2007), si passò dalla discrezione a livelli ottimi - definitivamente - con la pubblicazione di "The Living Infinite" nel 2013. Un progetto coraggiosissimo, impegnativo, complesso e per molti versi anche "difficile", a livello di approccio. Quel mastodontico duplice album (la bellezza di venti pezzi per oltre un'ora e mezza di musica!), infatti, ha consacrato la band grazie ad una lunga sequenza di pezzi mai monotoni e di pregiata caratura. Bjorn Strid e i suoi soci, inutile dirlo, dimostrarono in maniera forte e decisa il fatto che, dopo tanti anni di attività, la loro voglia di produrre era sempre forte e lampante. Il tutto grazie a misure prese in maniera ottimale, grazie all'adozione di uno stile energico e accattivante che unisce tutt'oggi passato e presente. Dopo i successi e gli encomi ricevuti, dunque, i Soilwork decisero di non replicare subito con un nuovo album, decidendo di "sfruttare" finché possibile l'eco (importante) generata da "The Living..". Un anno dopo, esattamente nel 2014, la band decide quindi di compiere un piccolo passo avanti mediante la pubblicazione di un EP che proponesse cinque tracce mai rilasciate in "The Living Infinite"; una sorta di mini raccolta composta da outtakes, intitolata "Beyond The Infinite". "Oltre" l'infinito, aldilà di quest'ultimo. Un nomen omen, pensandoci bene: un piccolo "dietro le quinte" in grado di fornire ai fan ancora più materiale correlato al gigantesco doppio album, che potesse anche fungere da "backstage", da cronaca di lavorazione. Battere il ferro finché era ancora caldo, dovettero pensare gli svedesi, presentando del materiale certo inedito ma comunque collegato alla fortunata, precedente uscita. Difatti, i Soilwork avevano intenzione di includere queste cinque canzoni all'interno di quel capolavoro che è stato il doppio disco già citato ma, per ragioni di spazio, non hanno potuto farlo. Ne consegue la creazione di questo platter che andremo ad esaminare, e che si presenta con una copertina la quale richiama tantissimo quelle figure "marine" rimandanti a Poseidone; più o meno le stesse che avevamo ammirato nell'artwork del full. I colori tendono più al blu, e si intravede un enorme portale al centro; un portale che ci condurrà proprio oltre la dimensione che avevamo già esaminato precedentemente. La formazione è rimasta la stessa, con Bjorn Strid alla voce, David Andersson e Sylvain Coudret alle chitarre, Ola Flink al basso, Sven Karlsson alla tastiera ed, infine, Dirk Verbeuren alla batteria. Questa volta la produzione è affidata alla "Avalon" giapponese, nota per aver assistito diverse band come Adagio ed Altaria e, soprattutto, Deicide e Avantasia. La scelta della label nipponica non fu per nulla casuale, in quanto la primissima incarnazione di questo EP fu pensata unicamente per il mercato asiatico, salvo poi ripubblicarlo facendolo confluire nella compilation "Death Resonance", targata 2016. Sentiremo, in questo EP, una produzione di alto livello ma, per alcuni sensi, differente da quella della "Nuclear Blast", in quanto a definizione e chiarezza del sound. Del resto, non potevamo aspettarci un cattivo lavoro, da un'etichetta che anche anche avuto modo di lavorare con un genio del calibro di Devin Townsend. Per il resto, lo stile proprio di "The Living Infinite" continua a farsi sentire chiaro e forte, con quella dicotomia tra il sound classico derivante dall'area di Goteborg e gli innesti moderni derivanti dall'Alternative, dal Metalcore e dal Groove, i quali risentono anche di un influsso più "commerciale" ma non troppo da banalizzare il tutto. Non si tratterà di un ascolto impegnativo, dunque. Niente che non abbiamo già avuto modo di ascoltare nel platter originale. Questo "Beyond The Infinite" si presenta come un EP di transizione in attesa di un altro capolavoro dal nome di "The Ride Majestic", disco del 2015 il quale entrerà a pieno diritto nella gloriosa storia della formazione. Detto questo, passiamo all'analisi di ogni traccia che questo EP contiene, analizzando il tutto sia dal punto di vista tematico che musicale.

My Nerves, Your Everyday Tool

Si parte dunque con "My Nerves, Your Everyday Tool (I miei nervi, i tuoi affari giornalieri)", un brano che inizia sin da subito con toni abbastanza sostenuti, con una chitarra melodica molto riflessiva in sottofondo che ricorda, però, alcuni intermezzi strumentali di "Whoracle" dei connazionali "In Flames". Le vocals di Bjorn Strid emergono subito, grazie anche alla produzione di altissimo livello che rende giustizia agli svedesi. La prima canzone non rappresenta un momento estremamente aggressivo di questo lavoro ma, sicuramente, è encomiabile il lavoro melodico all'interno del tutto che ci viene presentato: un brano sostanzialmente accattivante, catchy e con un bellissimo ritornello che strizza tantissimo l'occhio al mondo svedese di Goteborg, certo nella sua veste più riflessiva e particolare, non certo sprizzando brutalità ed aggressività da ogni dove. La struttura del pezzo è estremamente semplice, con le strofe che precedono e seguono il refrain e la seconda parte con il break down tipicamente caratteristico. Non vi è molta varietà in questo frangente, ma i temi musicali riescono tranquillamente a non soffocare l'ascoltatore di aggressività e, allo stesso tempo, riescono anche farlo concentrare sul pezzo, in particolare, divertendolo nell'ascolto, grazie appunto a quest'anima melodica da non trascurare. Le parti di batteria rimangono convincenti come nello stesso "The Living Infinite" ed è udibile anche un discreto gioco di basso verso il finale, che rende il tutto ancora più godibile. "My Nerves, My Everyday Tool" è un pezzo davvero convincente che rappresenta un ottimo inizio per questo EP. Per quanto riguarda il testo, in questi versi ci viene mostrato un uomo che, gradualmente, riesce a controllare le proprie emozioni e a non esserne assorbito, in modo da poter bruciare i rovi che attanagliano la sua esistenza. Si tratta di una canzone che decanta il perfezionamento interiore a discapito dell'influenza dai fattori esterni. Il tema si ricollega direttamente a quanto abbiamo visto con "The Living Infinite", con quel mare (per l'appunto) infinito che cercava di assorbire l'uomo e fagocitarlo nella sua oscurità. È la rabbia l'elemento che rende l'uomo schiavo di se stesso e di personalità altrui, poiché annebbia la sua ragione e lo costringe ad intraprendere azioni solitarie e poco congeniali al suo vero essere. È per questo che il protagonista accetterà ciò che prova, la tensione con l'ambiente circostante, in modo da non poter più ingannare se stesso. Sembra quasi che il protagonista si stia rivolgendo ad un interlocutore, dichiarandosi libero. Particolarmente difficile rendere in italiano la frase che compone il titolo. Sembra, forse, che il Nostro stia finalmente ribellandosi a chiunque abbia a che fare, in un certo qual modo, con i suoi nervi e la sua rabbia. Da quel momento in poi, nessuno dovrà più. Egli ha imparato ad essere se stesso, e non cederà mai più al rancore ed alla violenza.

These Absent Eyes

Si continua con "These Absent Eyes (Questo sguardo assente)", brano il quale inizia con un tema di pianoforte, subito ripetuto da una chitarra decisamente aggressiva, dai toni grintosi; sembra proprio che le sei corde vogliano strizzare un po' l'occhio al mondo Thrash, pur interpretando stilemi classici nel consueto approccio "moderno" della proposta di casa Soilwork. Dei riferimenti "classicisti", comunque, che non dovrebbero stupirci, stando ad alcune dinamiche che sin dai primi dei '00 coinvolgevano un membro in particolare della band. C'è da infatti, in tal senso, da considerare l'influenza del progetto parallelo di Bjorn Strid chiamato Terror 2000; un gruppo dedito ad un Melodeath ma dalle fortissime tinte Thrash, considerato una base di primaria importanza. Non è una novità che gli svedesi, anche in tempi più recenti, si ispirino tantissimo al Thrash soprattutto teutonico e statunitense, nella stesura dei riff. Oltre a questa presenza "old school", notiamo come la struttura del pezzo sia estremamente monotematica e miri moltissimo al lato più catchy. Aggressività, certo, ma sempre messa al servizio di una linearità di fondo, che possa colpire l'ascoltatore. Riguardo la qualità della melodia, essa scema con il passare dei secondi pur mantenendo un livello discreto. Sicuramente, sul versante melodico, migliore la prima track. Le vocals di Bjorn Strid, invece, si mantengono sempre su un livello espressivo notevole cambiando costantemente registro, donandoci ogni volta sensazioni differenti. Si continua con l'introspezione, dal punto di vista testuale: esistono tanti tipi di morti, che non si fermano soltanto a quella fisica. Spesso, non parliamo neanche di sonno eterno; bensì di una forza la quale ci costringe a vagare per le stelle, come anime perdure, alla perenne ricerca di una risposta. Abbiamo lasciato dietro di noi un qualcosa di significativo, oppure no? Vi è poi la morte mentale, invece, quella che nasce dalla nostra concezione individuale e si palesa nella paralisi della nostra esistenza. Tanto per citare Joyce, con "The Dubliners", opera in cui lo scrittore irlandese condannava la sua popolazione del fatto di essere soggetta a una "paralisi" che non permetteva loro di riscattarsi. Quasi nello stesso modo, i Soilwork descrivono degli occhi "assenti" che assistono al vuoto degli uomini, senza muovere un muscolo. Condizione nella quale non dobbiamo cadere. E' necessario, infatti, prendere la consapevolezza di dover passare dallo stadio di spettatori a quello di partecipanti stessi, della vita. Siamo capaci, senza ombra di dubbio, di poterla modificare e poterci riscattare. Nonostante sia dura. Gli occhi assenti derivano anche da una tristezza interiore, da tante delusioni, da una sostanziale stanchezza fisica e mentale. Troppe, troppe sconfitte cocenti e cicatrici ancora sanguinanti. Il loro carattere principale non sarà mai completamente distrutto, ma soltanto celato. Dietro una forza che cercheremo di acquisire piano piano.

Resisting The Current

Terzo pezzo del lotto "Resisting The Current (Resistendo alla corrente)" è un brano molto orecchiabile, che risente tantissimo dell'influsso melodic metalcore e alternative di alcune band statunitensi; soprattutto per quel che concerne l'uso della melodia, effettivamente caratteristica di molte situazioni d'oltreoceano. In sostanza, comunque, nulla di troppo esaltante: le soluzioni adottate sono abbastanza scontate, giri abbastanza basilari e riff sostanzialmente semplici e catchy; insomma, nulla di nuovo e sconvolgente, forse il brano più "debole" della piccola realtà qui proposta. Come stile, "Resisting.." ricorda un pochino le produzioni a cui abbiamo assistito con gli album "Sworn to a Great Divide" e "The Panic Broadcast". Molto apprezzabile, però, la polifonia contemporanea tra growl e pulito di Bjorn Strid. Certo il frontman risolleva, ma si cade spesso nel cliché. Sicuramente non è un brano che rimarrà nelle menti degli ascoltatori, risultando piuttosto anonimo e prevedibile rispetto a lavori molto più elaborati e sentiti. La chitarre, inoltre, non si sposano alla perfezione con la grinta e la tecnica vocale di Bjorn, seppur vi sia una leggera nota di merito nell'assolo. Molto tecnico e appassionante, c'è da riconoscerlo. A volte, però, anche esso cade nella confusione a causa di un'eccessiva vorticosità delle note. Ricordando quel mare infinito, parte integrante del platter precedente, il punto cardine dei versi è presto servito. Troviamo infatti il protagonista immerso nelle correnti di un fiume, ed ogni volta ce cerca di sfuggire a questa forza prorompente, il personaggio si ritrova sommerso da una nuova onda impetuosa, che lo trascina verso altri confini. È un po' una metafora della nostra vita: siamo costantemente sommersi dallo stress quotidiano ed ogni volta che cerchiamo un momento di pace, c'è sempre un imprevisto che ci porta verso l'ignoto. Le soluzioni che adottiamo, infatti, non sempre riescono a essere quelle migliori, ed è così che continuiamo a perdere noi stessi nella fugacità della vita. Ciò che ne emerge è un ciclo di morte e vita nell'animo che si alterna costantemente: ogni volta che moriamo, dentro di noi ci sarà una forza che ci permetterà di continuare a nuotare nel fiume. Allo stesso tempo vi sarà un momento negativo che, invece, ci sommergerà con onde impetuose. Alla fine di tutto, però, siamo sempre attanagliati dal fiume delle nostre incertezze. Resistere alla corrente è dunque d'obbligo, cercando sempre di nuotare contro, sfidando quelle che sono delle "leggi" le quali possiamo tranquillamente piegare a nostro piacimento, qualora lo volessimo davvero.

When Sound Collides

"When Sound Collides (Quando il suono collide)" è una traccia che inizia con un arpeggio di chitarra stile unplugged, salvo venir poi presto esaltato dal riff distorto ad esso equivalente. Il brano si sviluppa su un climax crescente in violenza e rabbia, in cui gli strumenti vengono sempre più accompagnati dai growl di Bjorn, vero e proprio mattatore del pezzo. Torna l'aggressività più marcata e presente, ed anche qui vi è di conseguenza l'influenza della scenda di Goteborg, nonché di alcuni gruppi Thrash Metal. Il ritornello, al contrario, sembra meno convincente delle strutture ritmiche che lo precedono e seguono. I ritmi sono cinici e aggressivi sino alla seconda parte, calma ma oscura. L'assolo si sviluppa discretamente con alcuni riferimenti anche di stampo Hard Rock "Blueseggiante" (bell'elemento di novità, non c'è che dire) per poi sconfinare in una seconda sezione sempre molto veloce e convincente. Un'ultima strofa conclude questo pezzo che si colloca tra i più convincenti dell'EP insieme alla traccia introduttiva. Un bel gioco di varietà e trovate quasi "inaspettate", che aiutano l'ascoltatore a prendere coscienza di quanto il combo svedese voglia essere comunque sempre dedito da delle piccole "perle" spiazzanti, in maniera positiva. Si continua con i pezzi più introspettivi e particolariù. Tema centrale, la verità. Quest'ultima non è sempre visibile agli occhi degli umani, anzi spesso si cela dietro un velo di illusione talmente fitto da farci risultare incapaci di distinguere la realtà dalla fantasia. In questo contesto entra il gioco il suono, una forza dirompente che cerca di evidenziare la realtà tramite un fragore ben definito. Questa è la differenza netta tra semplici parole e un suono, un tonfo forte che si interrompe bruscamente e non dura tantissimo, ma è comunque in grado di lasciare un segno indelebile. Quando questo suono mentale si riversa nella nostra essenza evidenzia i nostri scheletri nell'armadio, le bugie e tutte le costruzioni che abbiamo architettato per rafforzare le nostre idee malsane. E' allora che veniamo in contatto con la verità.. ed è sempre allora che ci rendiamo conto di doverla affrontare. 

Forever Lost in Vain

"Forever Lost in Vain (Per sempre perso nel vuoto)" conclude questo breve episodio composto da cinque tracce, iniziando con un riff molto veloce in tapping, il quale ha dunque il compito di aprire le danze. Subito dopo segue una sezione in cui la batteria si lancia in tipici battenti dallo stile thrash metal, optando per stilemi ritmici molto aggressivi e scalpitanti. Bjorn Strid è molto espressivo nel pre-ritornello, mentre gli strumenti attuano attorno a lui e con lui una buona sinergia, non lasciandolo mai troppo solo. Il refrain, dal canto suo, risulta molto catchy e trascinante, donandosi letteralmente a melodie sperdute accompagnate dolcemente dalla soave voce di Strid. Del Palm Muting, poi, funge da spartiacque tra la prima e la seconda sezione, la quale risulta più aggressiva caratterizzata dal growl. L'assolo è ormai una costante dello stile degli svedesi e si snoda dunque benissimo, tenendo alta l'asticella della qualità in quanto ad espressioni in solitaria. Anche questa traccia, perciò , risulta estremamente convincente e conferma la qualità di questo EP come degno "figlio" minore di "The Living Infinite". In quest'ultimo testo, il protagonista analizza la sua vita e comprende che ci saranno molti fatti che verranno seppelliti e mai chiariti. Il fatto principale è che questo dubbio non potrà mai essere risolto e i sentimenti aleggeranno sempre nel vuoto. Le preoccupazioni, inoltre, rappresentano un peso insostenibile per il Nostro, poiché lo imprigionano costantemente nei suoi interrogativi. Durante gli anni, le sue spalle cedono sempre di più, ma è imperterrita la richiesta: "merito qualcosa di meglio?". Si chiede, inoltre, se le ombre che hanno rappresentato il suo percorso in cui ha vagato tantissimo tempo possano mai portare a qualcosa di concreto, a un "turning point", a una svolta per la sua vita. La risposta è sempre indefinita, così come i toni delle liriche. C'è una forte astrazione dei concetti, quasi come a dire che tutte le nostre domande siano evanescenti e fuorvianti.

Conclusioni

Un viaggio breve ma intenso, sostanzialmente parlando. Cinque tracce che nulla aggiungono e nulla tolgono a quel che è stato "The Living Infinite", andandosi ad accodare educatamente a quella che è stata la lunga carrellata di brani del platter originale. Una rifinitura, un orpello; possiamo parlare in questi termini, definendo "Beyond.." come una sorta di "abbellimento" da mettersi o da togliersi, a seconda dei casi. Alcuni fan lo ameranno, altri lo bypasseranno senza troppi pensieri, ascoltandolo magari solo una volta, animati da pura e semplice curiosità. Una cosa però è certa: nessuno avrà da ridire circa il lavoro che qui è stato compiuto. Parlarne male o peggio definire "Beyond.." come un qualcosa di inutile, sarebbe infatti sbagliato. E', alla fin fine, una bella raccolta di outtake che se non altro stimolano la curiosità e che ci danno al contempo un prospetto totale circa il lavoro svolto in occasione della realizzazione di "The Living..". Questo EP rappresenta dunque una naturale continuazione di "The Living Infinite", una sua piccola appendice, limitandosi "educatamente" a proporre cinque tracce che avrebbero potuto tranquillamente essere parte di quella tracklist, senza snaturarla minimamente. Lo stile è veramente lo stesso che abbiamo udito nel capolavoro dei Soilwork, grazie a canzoni dirette, semplici, che uniscono il vecchio e il nuovo con perizia encomiabile. La produzione della Avalon, inoltre, diventa un ottimo spunto di riflessione circa l'importanza di una buona registrazione che valorizzi anche la presenza del basso, spesso relegata colpevolmente in secondo piano, in troppe occasioni. In questo platter dei Soilwork tutti gli strumenti sono ben udibili e riescono ad avere un ruolo di prim'ordine. Menzione d'onore, poi, per quel che concerne il lavoro del frontman. Come al solito, Speed si dimostra sul pezzo e letteralmente imbattibile, nel suo ruolo. Le vocals di Bjorn, infatti, sono sempre chiare, originali e distinguibili, in grado di spiccare all'interno di un panorama ampio e generale in cui gli stili di canto si assomigliano un bel po' gli uni con gli altri, non permettendoci mai di trovare una nota di merito particolarmente interessante. Eccezion fatta per il Nostro, naturalmente: carattere, bravura e grande personalità. Note positive a parte, va detto anche, per onestà, che non ci troviamo certo dinnanzi ad un prodotto degno di essere ricordato o citato negli annali, poiché rappresenta soltanto una transizione, un assaggino di alcuni brani "outsider" che avrebbero comunque meritato di essere all'interno di un full; considerazione, questa, aperta alla soggettività di tutti noi. Tre su cinque brani sono di buonissimo livello, mentre gli altri due non riescono a ritagliarsi un ruolo di prim'ordine all'interno della discografia degli svedesi. In sintesi, parliamo di un lavoro godibile che continua ferma sulla scia che abbiamo già ascoltato. Non ci sono grandi pretese di qualità, da parte dei Soilwork, ma solo tantissima voglia di volersi confermare come la band Melodic Death moderna più importante nella scena mondiale. La ripetitività dello stile, però, si fa senz'ombra di dubbio sentire in questo lavoro minore, che rappresenta la volontà di voler solo produrre un lavoro encomiabile senza sforzi eccessivi. Alcuni degli elementi, infatti, sono direttamente ripresi dal platter principale, anche se non mancano momenti un po' più personali. La scelta delle tematiche liriche, inoltre, dopo tantissimi album, comincia davvero a stagnare e sarebbe necessaria un po' più di inventiva in questo senso. Concludendo: "Beyond The Infinite" è un album che non ha bisogno di essere comprato ad ogni costo ma che, probabilmente, dovreste ascoltare per curiosità e per conoscere qualche altra buona traccia dei Soilwork la quale potrebbe riservarvi qualche gradita sorpresa.


1) My Nerves, Your Everyday Tool
2) These Absent Eyes
3) Resisting The Current
4) When Sound Collides
5) Forever Lost in Vain
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