SLAYER

World Painted Blood

2009 - American Recordings

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
29/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

World Painted Blood” è il disco degli Slayer che scrive al tempo stesso la parola “fine” e la parola “rinascita” sulla pergamena della loro illustre carriera. Solo tre anni lo separano dal suo predecessore “Christ Illusion”, a differenza dal distacco che separa quest'ultimo dal leggendario capolavoro “God Hates Us All”, ormai datato 2001, segno che gli Slayer si sono completamente ristabiliti dal periodo di instabilità che volenti o nolenti li ha notevolmente rallentati. Il figliol prodigo ha fatto ritorno ormai da tre anni e lo sgabello della macchina da guerra più potente del metal è tornato ad essere occupato dal suo legittimo proprietario Dave Lombardo; su questo disco infatti troviamo la formazione canonica della band, composta dal batterista di origini cubane, Tom Araya, Kerry King ed il mai troppo compianto Jeff Hanneman, che ahimè sarà destinato a lasciare il tour promozionale a causa della malattia che ce lo porterà via nel 2013. Ecco perché “World Painted Blood” può in qualche modo considerarsi “l'ultimo disco” degli Slayer così come noi li abbiamo sempre conosciuti ed amati; sembrerà banale, ma la perdita del biondo axeman cambierà inesorabilmente le sorti del gruppo, vuoi per lo shock emotivo di perdere colui che ormai era diventato un fratello di sangue pur avendo madre diversa, vuoi perché per la band giunse così il proverbiale bivio: rinascita o morte. Dove molte altre formazioni però gettarono l'ascia di guerra, i quattro californiani non si diedero per vinti (film già visto se pensiamo a quello che fecero i Metallica al momento della dipartita di Cliff Burton) e il buon Gary Holt, già in forza agli Exodus, da turnista sostitutivo impiegò ben poco tempo a salire di grado, diventando a tutti gli effetti il nuovo chitarrista degli Slayer: con il senno di poi, le date fatte come rimpiazzo gli fecero gioco, dando modo ai fans di metabolizzare, pur sempre con le consuete polemiche, la sua presenza sul palco alla destra di Araya, la malinconia ovviamente fu molta ma i pezzi degli Slayer non persero nulla in potenza e cattiveria, anche se la line up così come noi l'abbiamo sempre conosciuta ed apprezzata se ne andò con Hanneman. Questo album è dunque una sorta di testamento spirituale e musicale del biondo chitarrista, che inconsapevolmente lasciava al mondo l'apice della sua musica ed al suo successore il metaforico scettro del suo dominio sulla violenza sonora creata dal gruppo. A partire dall'artwork, il messaggio della band è fin da subito chiaro e conciso: “Siamo gli Slayer, non abbiamo bisogno di presentazioni e la nostra violenza inonderà il mondo intero di sangue”, concetto tanto semplice quanto spavaldo, eppure, quella copertina con solo il logo della band bianco su un fondo completamente zuppo di sangue, nel quale compaiono le sagome dei continenti fatti con una texture di teschi ed ossa, non poteva essere più chiaro; le solite fiamme, i soliti morti viventi o mietitori di sorta sarebbero state parole troppo altisonanti di un linguaggio che non appartiene agli Slayer, loro infatti comunicano solo con la semplicità della loro furia, quindi perché perdersi tra inutili fronzoli? La fase “sperimentale” si è conclusa, con risultati anch'essi più che soddisfacenti, ma la magia del gruppo è sempre stata creata grazie a canzoni dirette, velocissime ed inesorabilmente travolgenti, il cui compito è unicamente quello di martoriarci i timpani senza troppe storie; loro arrivano, suonano, uccidono e se ne vanno senza dire niente ed è in questo album che abbiamo modo di trovarli in forma smagliante, con il loro addestramento omicida ormai consolidato, e come truppe appena tornate da una missione sono pronte immediatamente ad imbarcarsi in un'altra. Se “Christ Illusion” aveva rassicurato i fans che Lombardo non fu affatto minato dal suo periodo di esilio con i Grip Inc., “World Painted Blood” rafforza ancora di più quell'alchimia che si può creare solo in vent'anni di distruzione metallica distribuita in tutto il globo attraverso decibel di pura malvagità: se prima erano solo le membra degli ascoltatori a sanguinare ora sarà l'intero pianeta a subire l'emorragia, perché il male di questa band non si può confinare geograficamente; ogni concerto di ogni tour si è rivelato come un assalto alla tranquillità ed alla misericordiosa benevolenza di ogni cittadina che li ha ospitati. D'altronde, se gli Slayer sono considerati all'unanimità i signori della malvagità sonora a distanza di anni un motivo ci dovrà ben essere, per quanto ogni giorno nascano band dedite al black metal più satanico, ai live più blasfemi e con il look stesso che non si risparmia in quanto a frattaglie, croci rovesciate, violenza, corpse painting, armi da fuoco e chi più ne ha più ne metta, saranno sempre loro i re indiscussi di tutto ciò che di più maligno esista su questa terra; proprio come Satana si aggiri fra noi sotto mentite spoglie tentandoci verso la dannazione, allo stesso modo fanno loro, che si presentano sul palco semplicemente con i loro vestiti ed i loro strumenti, per poi spalancare d'innanzi a noi i cancelli dell'Inferno.



Ad aprire le danze macabre troviamo immediatamente la titletrack, quasi a ribadire che gli Slayer non hanno bisogno di studiarsi chissà quali artifici di disposizione delle loro canzoni, ogni brano spacca tanto quanto gli altri, quindi meglio mettere subito in chiaro le cose. “World Painted Blood” è preceduta da una breve introduzione il cui stile ricorda vagamente quello di “Darkness Of Christ”: un riff di chitarra in lontananza, volutamente ammorbidito da un fade in, poche note dallo stile marcatamente doom sulle quali si stende un parlato confuso ed irrazionale, sempre scandite dalle brevi rullate marziali che annunciano l'arrivo dei quattro cavalieri dell'Apocalisse. Ecco arrivare il colpo decisivo, un power chord tenuto che lancia immediatamente il riff terzinato. L'impatto è immediato, tanto che gli Slayer hanno usato diverse volte queste introduzione anche per i loro live, e come dargli torto del resto, la partenza infatti subito è al vetriolo, Lombardo infatti si lancia su un mid tempo trascinante su cui le chitarre hanno modo di esibire tutta la loro maestria. Araya, come di consueto, non manca di scagliare la propria follia attraverso una serie di frasi serrate urlate con tutta la rabbia che la sua cassa toracica possa sputare fuori ma il tocco vincente di questo di brano è l'alternanza tra strofa serrata e bridge aperto, una sequenza che conferisce al brano una varietà ed un dinamismo che lo rendono senza troppa fatica la traccia ideale per diventare il singolo promozionale del disco. La prova di Lombardo sul ritornello è semplicemente eccelsa, per questa fase infatti viene scelto di muoversi attraverso uno shake sui tom, i cui accenti scandiscono le frasi del titolo, pur trattandosi di una “contrattura ritmica” improvvisa, la traccia non perde di potenza nemmeno per un secondo; a creare poi la giusta suspence interviene lo special centrale prima della ripartenza conclusiva,dove la batteria passa ad un ritmo maggiormente carico di groove, mentre le chitarre sparano degli accordi in palm muting a scandire gli accenti, ideali per supportare una parte parlata di Araya. Il compito è quello di far crescere l'adrenalina prima dell'ultima strofa, che esplode improvvisa tanto quanto le due precedenti ed assieme ad altri capolavori della band americana, questa canzone si dimostra vincente proprio per la sua semplicità espressiva ed il suo linguaggio diretto, elementi che hanno ormai assodato il marchio di fabbrica dell'assassino. Sul piano lirico, il frontman cileno non si tira indietro dal rappresentarci in ogni singolo dettaglio quello che è un decadimento dell'umanità su scala mondiale: la fine del Mondo ha inizio, ma non per qualche profezia biblica ma semplicemente per la stupidità dell'uomo. Le guerre civili, la corruzione nelle alte sfere della politica, la violenza, la povertà ed il degrado fisico e morale non sono altro che le conseguenze della stupidità umana che lentamente fa sì che gli uomini si auto conducano verso la loro stessa estinzione. Ogni giorno muoiono milioni di persone nei conflitti civili, migliaia di guerriglie locali sparse su tutto il globo, ovviamente atte ad alimentare gli affari dei governi , fanno sì che uomini, donne e bambini uccisi a migliaia diventino solo uno sterile score per dei rapporti di mercato. Ad accompagnarci verso la nostra estinzione troviamo anche la religione; non si fanno distinzioni di culto in particolare, perché ogni forma di credo non fa altro che riempirci la testa con stupide profezie tratte da libri scritti da uomini che nessuno ha mai visto e di cui si copre l'inesistenza con insulse favole riguardanti magiche resurrezioni o ascese di sorta. Veniamo quotidianamente investiti di precetti di moralità e compassione ma gli stessi esponenti religiosi sono i primi a lanciarsi nella lussuria e nell'ingordigia più sfrenata. Il circolo vizioso è ormai completo, l'unica possibile via di redenzione per l'umanità sarebbe proprio lo sterminio su vasta scala già in atto, ma per quando metodico e deciso possa essere il sistema adottato, alla fine di tutto il Mondo sarà completamente macchiato di sangue. La successiva “Unit 731” è una traccia che dimostra che gli Slayer sono sempre gli stessi degli albori, anche se non c'è bisogno di ribadirlo; la struttura è infatti old school in tutto e per tutto: le chitarre partono serratissime fin dai primi secondi, seguendo il quattro quarti costante della batteria che viaggia sempre a tachimetro altissimo. Il basso si muove dimezzato rispetto alle chitarre, in modo da consentire ad Araya di poter cantare senza rischiare l'enfisema e le ottave tenute dalle quattro corde conferiscono una maggiore cadenza allo sviluppo, essendo piazzate in corrispondenza degli accenti. L'incipit è strutturato in maniera tale da creare l'attesa fin dai primi istanti, con le sei corde intente a mitragliare una serie di tre note crescenti in trentaduesimi scandite dagli stacchi imponenti di Lombardo prima dello start vero e proprio. Quello dell'introduzione resta poi anche il main riff dell'intero pezzo, regalandoci una prova a dir poco suprema della capacità di shredding di King ed Hanneman, le cui articolazioni dei polsi destri dovrebbero essere dichiarate come armi, vista la velocità con cui mitragliano le loro note. Siamo di fronte alla canzone ideale per l'esecuzione live, struttura lineare e vincente, tiro a dir poco assassino e pochi minuti di durata nei quali i quattro musicisti hanno modo di scatenare un mulinex sotto il palco in un pogo che scaglierà ossa e frattaglie a colorare il cielo; se siete degli amanti del thrash metal a la vecchia maniera “Unit 731” non mancherà di farvi spappolare la cervicale a forza di headbanging. La forma smagliante degli Slayer viene nuovamente riconfermata, nonostante in molti potessero essere incerti sul consolidamento di Lombardo dopo il suo ritorno ma fortunatamente il fato ha dato ragione ai più speranzosi. Il testo è una divagazione storica, argomento che in qualche modo ha sempre interessato Araya, in quanto l'umanità, nel corso dei secoli, offre spunti sempre più numerosi per testi inerenti alla malvagità. L'epoca scelta dal frontman cileno è la prima metà del Novecento: l'unità 731 era infatti un'unità dell'esercito giapponese, avviata nel 1936 ed attiva fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Lo scopo di questo reparto, almeno sulla carta, era quello di occuparsi della purificazione delle acque nella regione della Manciuria, a nord della Cina, ma in realtà, sotto la guida del suo generale nonché biologo Ishii Shiro, si occupò dell'ideare e testare armi chimiche di qualunque tipo sulle popolazioni locali, compiendo esperimenti di indescrivibile sadismo su uomini donne e bambini non lontani da quanto fece Mengele nei campi nazisti, facendo di questi soldati i maggiori responsabili dei crimini di guerra imputati al Giappone durante il conflitto. Il testo del brano quindi si può riassumere come una specie di giuramento al quale il membro di questa unità si deve attenere: tra vittima e carnefice quest'ultimo morirà per ultimo in un completo stato di follia, con il sangue che scorre nelle vene a ritmi frenetici spinto dall'adrenalina di un ideale che non guarda in faccia nessuno; il credo dogmatico votato unicamente alla causa annienta infatti ogni possibile cenno di umanità, si vedono immagini agghiaccianti ogni singolo giorno, eppure, non si prova nulla se non la soddisfazione di aver seguito gli ordini del capo con efficienza e puntualità. Un uomo si contorce in preda agli spasmi muscolari perché sottoposto ai vapori di un gas nervino, gemendo ed urlando all'interno di una cella buia e sporca, una donna vomita i visceri dopo aver ingerito forzatamente un veleno ed un bambino piange perché la propria pelle si sta lentamente staccando dal corpo, trascinando con sé i brandelli dei piccoli muscoli e lasciando solo le ossa, ma per queste raccapriccianti visioni non viene provato nulla, assolutamente niente, se non la rapidità nel pulirsi la tutta isolante da queste scorie per rimuovere immediatamente ogni eventuale rischio di contaminazione, si è al sicuro, per ora, fino a quando la follia non getterà definitivamente questi soldati nell'Inferno stesso della loro mente malata. “Snuff” presenta fin da subito un ribaltamento strutturale, ponendo in prima posizione la parte solista delle chitarre; l'inizio, volutamente granitico come solo gli Slayer sanno regalarci, consta infatti di una batteria mitragliatissima in quattro quarti, un tempo lineare scandito solo da pochi giri brevi sui fusti (cosa in cui per altro Lombardo potrebbe avere una cattedra universitaria) che regge uno shredding anch'esso inarrestabile che arriva dritto nei denti. La vera chicca è l'assalto all'arma bianca che compiono King ed Hanneman, i due axemen infatti si sfidano in una battaglia di assoli senza esclusione di colpi dove la velocità è l'indiscussa regina; la differenza stilistica, per quanto occultata sotto una valanga di note, si riesce comunque a notare: il primo assolo è quello del biondo chitarrista ormai passato a miglior vita, le sue scale cromatiche sono secche e scarne, a tratti anche un po' imprecise, ma la mancanza dell'effetto wah wah ci consente di captare perfettamente ogni singola pennata, quasi sentendo il rumore del plettro sulla corda. Quanto all' assolo del chitarrista barbuto e tatuato, l'effetto reso noto da Jimi Hendrix viene letteralmente stuprato: le note vengono dilatate con una frequenza altissima e se ciò da un lato conferisce un maggiore pathos alle singole tenute in bending, da un lato impasta decisamente troppo le scale cromatiche, facendo notare solo un effetto cacofonico che lascia trasparire solo in parte la diteggiatura del musicista, un vizio che Kerry King ha sempre avuto ma che tuttavia, in qualche modo è comunque diventato il suo marchio di fabbrica. Conclusa questa cavalcata chitarristica ecco entrare la voce di Araya, serrata e psicopatica come sempre, che si scaglia su una strofa serratissima alternata poi ad un mid tempo decisamente più orecchiabile, scandita da un fraseggio di chitarra che apre leggermente la chiusura ritmica del palm muting. Anche per questo brano è l'alternanza fra tempo lineare e dimezzato a creare il dinamismo giusto, sempre arricchito dalla potenza e dal tiro che ha da sempre distinto questo gruppo dagli altri ed ancora una volta, la struttura standard non risulta assolutamente monotona ma ci arriva diretta e chiara come un pugno in faccia. La canzone descrive, con precisione a dir poco maniacale, la progressiva ascesa verso la follia di un essere umano che, dall'essere un individuo come tanti, si trasforma in un serial killer. Tutto inizia attraverso quella che gli psicologi definirebbero una pulsione: una persona incrociata nel viale di casa, con la quale magari sono anche state scambiate due parole, improvvisamente inizia ad esercitare una forte attrazione, a metà fra il puro e semplice erotismo ed il sadismo; non si sa come precisamente ed ignoto è anche il motivo stesso, fatto sta che si sente sempre di più il desiderio di farla fuori. La narrazione in prima persona da parte di Araya conferisce al testo una notevole carica emozionale, che puntualmente segue la metamorfosi di questo assassino dal primo e goffo delitto fino alle esecuzioni più abituali. Come un ciak cinematografico, la videocamera portatile inizia a riprendere, non siamo sul set di un film però, ma in uno scantinato puzzolente e sporco, l'inquadratura fissa riprende la vittima ammanettata ad una sedia, al centro dell'obiettivo, bersaglio delle più abbiette e sadiche torture; non è tanto la gioia della violenza a soddisfare il killer, quanto la consapevolezza che tutto viene registrato su video, così da poter essere visto e rivisto più volte, provando nuovamente quel brivido irresistibile e funzionando inoltre da manuale da poter studiare, comprendere ed assimilare, al fine da non commettere più certi errori e perfezionare la propria arte omicida, fino a diventare dei maestri nello spegnere le esistenze altrui. La successiva “Beauty Through Order" rallenta leggermente il tiro mantenuto finora, sia ben chiaro non siamo di fronte ad un pezzo privo di mordente, dato che sarebbe un'eresia pensare questo riguardo agli Slayer, semplicemente il tempo viene dimezzato e la linearità del quattro quarti lascia il posto al mid tempo ed all'ostinato sul ride come ritmo costituente della struttura; le chitarre questa volta optano per un palm muting più definito e cadenzato, inserendo sia aperture di power chords sia fraseggi melodici a rendere la parte delle sei corte sempre energica e mai monotona. Nel complesso il pezzo spinge e travolge non più grazie alla velocità ma grazie alla precisione nella marzialità e negli accenti: se infatti il titolo stesso sembra quasi essere un motto militare nulla gli si poteva confare meglio di una base musicale lenta e pesante, quasi a figurarci davanti agli occhi un esercito di non morti in marcia verso il loro inesorabile destino. Il calcio in faccia arriva sul finale, in corrispondenza della parte solista di Hanneman; lo start al fulmicotone giunge netto ed inaspettato, senza quasi darci il tempo di metabolizzare il cambio di tempo, ed ecco che Lombardo riparte in quarta per un tupa tupa senza compromessi, sul quale il suo compagno d'armi ha modo di incidere letteralmente le sue note soliste sparate come sempre a velocità funamboliche. Pur differenziandosi delle canzoni precedenti, questa traccia presenta un songwriting più variegato e ricco, che dimostra che gli Slayer sono in grado di avere un'ottima resa anche su strutture non necessariamente sparate a migliaia di bpm, dando invece prova di tutta la loro potenza sui singoli accordi accentati. A collegare questa traccia alla precedente sul piano lirico troviamo il sangue come elemento conduttore: esso scorre via dalle nostre vene con una bellezza malsana ed affascinate al tempo stesso e la lacerazione si scaglia selvaggia sulla pelle come uno squarcio nella tela delle celebri opere di Fontana, è un processo distruttivo del nostro organismo, il disfacimento di un tessuto conseguente ad una lacerazione, eppure, esso nasconde una bellezza ed un ordine prestabilito primordiale e seducente. Il lento scendere di una sola goccia scandisce lentamente il tempo della distruzione organica e contemporaneamente dipinge sul pallore della carne una scia che traccia metaforicamente lo scorrere dell'esistenza fino alla brusca interruzione. Il solo odore dell'emoglobina attrae i malsani psicopatici più di un qualsiasi altro cliché sui vampiri; la sola visione di quel rosso vivo accende in certi individui un desiderio irrefrenabile ed inspiegabile, un istinto primordiale che attira il predatore verso la sua ignara preda, ormai ferita e destinata a soccombere all'interno di quell'immenso ciclo che è la natura. Il fatto che l'uomo si distingua dagli animali in quanto essere razionale è un qualcosa di semplicemente posto a tavolino, solo perché essendo in grado di articolare un linguaggio esso sia in grado di definire se stesso in rapporto alle altre creature, ma la verità biologica è molto più netta: che piaccia o no, anche noi homini sapiens siamo inseriti in questo grande ecosistema ed in tempo di carestia, il sangue ci attrae più di una qualsiasi insegna di ristorante. La moralità ed il falso perbenismo si contorcono di fronte all'idea del cannibalismo ma una volta cadute tutte queste convenzioni da salotto, l'umano è un predatore fatto e finito. Riposate per qualche minuto le nostre teste, ecco che gli Slayer ci richiamano immediatamente al massacro cervicale con “Hate Worldwide”; una canzone che ci prende per la faccia e ci scaglia indietro di vent'anni, in un flash back brutale che ci riconduce alle sonorità crude e primigenie dei primi dischi della band. A dare l'ordine d'esecuzione troviamo le chitarre, lanciate senza freni in una cavalcata inesorabile verso l'Ade che le rende motore trascinanti del pezzo; la batteria in questa struttura ha più il ruolo di metronomo che non di strumento vero e proprio, tutta l'esecuzione di Lombardo verte infatti su un quattro quarti lineare con il rullante letteralmente martellato, unico passaggio diverso è il pre ritornello, dove il batterista cubano si cimenta nuovamente su un intermezzo sui tom, questa volta però più basilare ed unicamente mirato ad accentare il palm muting delle sei corde. La voce di Araya torna nuovamente ad essere maniacale, le sue urla sono pari a quelle di un pazzo omicida colto da una crisi che si mette a martoriare corpi nel mezzo di una strada pubblica; la potenza c'è tutta, il main riff ed il groove convincono ma per quanto questa traccia ci possa istigare all'headbanging e soddisfare la nostra sete di violenza sonora, non siamo di fronte alla palma d'oro del gruppo. Il concetto principale vuole essere quello che da anni gli Slayer hanno portato avanti in questi anni con ferma coerenza: asfaltare tutto e tutti senza compromessi e tale missione è più che compiuta, ma se non fosse per una prova eccelsa di King ed Hanneman, da musicisti del loro calibro ci si aspetta qualcosa di più; la struttura generale del pezzo infatti è troppo sbilanciata sulle chitarre, vere e proprie protagoniste indiscusse, ma il basso e soprattutto la batteria, non fanno altro che seguirle con parti veramente standard, facendo giusto il minimo indispensabile per non essere lasciati indietro dalla scarica di note al vetriolo. Il frontman cileno questa volta assume il ruolo del vero e proprio anticristo su questo pianeta, nuovamente la narrazione in prima persona ci offre una visione più personale di questa creatura intenta a diffondere l'odio fra gli esseri umani. Non si capisce con certezza se si tratti di un uomo, per quanto psicopatico, o di una creatura che, seppur antropomorfa, non faccia parte dell'ecosistema della Terra; egli è un qualcosa che ci punta, ci assalta e ci dilania per poi andarsene lasciandoci per terra ad agonizzare, il suo compito infatti è quello di diffondere la malvagità tra noi, istigando in noi tutti i dubbi sulla bontà e la benevolenza del nostro dio: tutti i concetti religiosi vengono rapidamente smontati semplicemente mettendoci di fronte alla cruda realtà di tutti i giorni; violenza, carestie, malattie, povertà e degrado sono gli elementi tangibili di un disfacimento di fronte al quale chiunque sia lassù resta impotente, ma se egli è davvero così benevolo perché lascia che ciò accada e non ci ricopre dei tanto decantati nettare ed ambrosia? Il male è qualcosa di concreto e tangibile, riscontrabile ogni singolo giorno semplicemente guardandoci attorno, mentre nessuno ha mai visto risorgere qualcuno dal proprio sepolcro o compiere qualche altro miracolo; tutte queste immagini ci sono riportate dalle scritture, che la fede ci impone di prendere per veri in quanto dogmi assoluti per poterci guidare perennemente ignari. Il motivo per cui l'uomo sia condannato alla sofferenza viene rimandato d'ufficio alla colpa del peccato originale, colpa che per altro ha commesso un uomo solo, che nessuno ha mai visto peraltro, ma comunque così ipoteticamente importante da poter condannare anche noi che viviamo in secoli posteriori a lui. Come mai Dio compie il suo divino disegno a nostra insaputa? Non ci è dato saperlo, anche in questo caso veniamo “rimandati” all'aldilà, perché per comprendere l'operato della divinità bisogna aspettare che essa ci chiami a se, un nostro caro muore a causa di un male incurabile, dopo aver lavorato tuttala vita essendo stato sempre corretto e leale con gli altri ed avendo pensato sempre al bene dei suoi cari, mentre il politico di turno, corrotto e menefreghista, arriva a festeggiare il centenario senza alcun rimorso, il motivo? Non ci è dato saperlo mentre il nostro cuore batte ed il tutto si rimanda così alla prossima puntata. Più studiato ed elaborato è invece l'incipit di “Public Display Of Dismeberment”, abbiamo così modo di tirare un sospiro di sollievo, gli Slayer non hanno perso infatti quella vena più sperimentale che fa del loro thrash un perfetto connubio di brutalità musicale ed innovazione; pur essendo sempre stati un fiero emblema di coerenza infatti, i quattro californiani non si sono mai preclusi nessuna via, nemmeno quando all'inizio degli anni duemila si cimentarono anche loro in qualche tentativo più “azzardato” che immediatamente non fu capito ma che col senno di poi fece entrare i dischi di quegli anni (quelli del primo ingresso di Bostaph, per intenderci) nell'Olimpo dei dischi metal. Questo brano si ricollega in qualche modo a quelle sonorità, ponendo sempre il tupa tupa come motore principale ma accostandovi anche mid tempo e parti più meditate che, seppur nei due minuti e mezzo di durata, rendono la struttura della canzone dinamica e mai scontata. L'introduzione eseguita con le chitarre armonizzate infatti offre quel tocco di raffinatezza in più che spezza momentaneamente il tiro diretto delle tracce precedenti; pur trattandosi di un riff comunque abbastanza lineare, composto da una serie di quattro note, l'idea generale si rivela comunque fresca ed originale, il crescendo che fa entrare la batteria ed il basso ad accompagnare le asce con un tempo dimezzato crea il giusto equilibrio fra l'impatto tipico della band e qualcosa di nuovo e più leggero, che però non smorza assolutamente l'energia degli Slayer. A differenza del brano precedente, troviamo anche un Dave Lombardo più libero di dare prova di tutto il suo stile: lineare imponente e dinamico, meno elaborato del suo collega Bostaph, ma comunque riconosciuto all'unanimità come il motore della band; i passaggi infatti sono qui più numerosi e soprattutto elaborati, alcuni dei quali inseriti anche a metà di una stessa battuta, rendendo così l'intera sessione ritmica più energica e complessa. Il basso esegue invece una parte dimezzata rispetto a quella delle chitarre, come del resto è sempre avvenuto nei pezzi del gruppo, ciò ci consente di sentire meno “muro” nelle parti serrate in trentaduesimi, dove Araya si limita solo ad eseguire le toniche dei riff, ma un impatto maggiore nelle parti rallentate, dove le sei corde vengono sostenute dal Bc. Rich del barbuto vocalist con maggiore frequenza; d'altra parte, suonando con il plettro sarebbe difficile seguire fedelmente le chitarre nelle loro incursioni adrenaliniche, mentre l'espediente del “poche note al punto giusto” offre invece la giusta via di mezzo tra corposità e velocità delle parti ritmiche. Anche in questo caso la durata si aggira a poco meno di tre minuti, ma in questo breve lasso di tempo gli Slayer sono comunque in grado di riversare tutta la loro furia; come dei Marines arrivano scovano e distruggono nel minor tempo stimato possibile. Se finora il mondo odierno svolgeva unicamente il ruolo di sfondo per il dilagare della malvagità, adesso è proprio la realtà quotidiana ad essere presa di mira dalle liriche slayriane: il quadro di come vanno le cose oggi si riassume in soli due sostantivi: “anarchia” e “scompiglio”. La prima rappresenta in maniera molto semplice il paradosso umano per eccellenza, quello dove si inneggia al rispetto della legge ed alla universalità della loro validità ma allo stesso tempo gli stessi legislatori compiono i propri interessi, speculando sulle spalle di chi invece è sui gradini più bassi della gerarchia, alimentando così il sempre più ampio divario tra i ricchi e i poveri; la seconda è la naturale conseguenza della prima, poiché quando si è privi di un ferreo modello di riferimento che ci faccia remare tutti nella stessa direzione sorge spontaneo chiedersi come mai noi siamo obbligati ad obbedire mentre il nostro vicino di casa può fregarsene e fare come gli pare. Non è certo un segreto il fatto che, specialmente nel nostro paese, vi sia un evidente squilibrio tra gravità della colpa e proporzionalità della pena: se infatti un povero affamato, colto in flagrante a rubare il pane per potersi sfamare, viene condannato ad anni di reclusione, un pedofilo omicida allo stesso tempo sconta solo pochi mesi, con la comparsa di tutte le attenuanti di rito che non solo lo fanno uscire ma gli consentono di essere servito e riverito al di fuori della struttura penitenziaria (attraverso eventuali cure psichiatriche pagate, alloggi ed altri comfort) da un sistema che deve essere forzatamente buonista e redentore. Le opzioni dunque sono due: o c'è qualcosa di evidentemente sbagliato nel suddetto sistema oppure noi, che viviamo spaccandoci la schiena per guadagnarci da vivere e pagando le sempre più numerose tasse per essere conformi alle leggi, siamo degli idioti. La risposta a questo “enigma” si trova appunto nei media, definiti lo schermo pubblico del massacro, dato che ci mettono davanti agli occhi la cruda realtà per poi mandarci al macello. Il tocco letteralmente sulfureo arriva con l'apertura della seguente “Human Strain”, il riff di chitarra si tinge infatti di un'aura sinistra e velatamente doom, regalandoci un arpeggio serrato le cui note ci fanno sentire direttamente nelle orecchie lo scricchiolio di una bara appena aperta. Ad accompagnare questa marcia sinistra entra la batteria, intenta ad eseguire un mid tempo scandito dai colpi di crash e dalla cassa in sedicesimi, che conferisce allo sviluppo sia una discreta marzialità sia un tiro travolgente ideale per il crescendo successivo. Gli accordi si appesantiscono con l'ingresso del cantato urlato di Araya, che con l'andamento cantilenato delle strofe profeticamente trasforma tutta l'esecuzione in una trenodia per il genere umano intero. Pur essendo una struttura abbastanza elementare, la canzone punta tutto sull'atmosfera; l'alone di inesorabilità che avvolge il complesso della composizione può letteralmente farci annusare l'odore del terreno di un cimitero dimenticato, aggiungendovi anche il senso di oppressione per una tensione sempre crescente creata attraverso lo stacco centrale. Ad esattamente un minuto e mezzo di durata arriva un break ad interrompere il tutto bruscamente, appena un quarto di pausa ed ecco che una serie di note discendenti di chitarra eseguite con il singolo tocco in tapping (molto simile a quello di “Jihad”, contenuta nel disco precedente) che avvia un nuovo crescendo diverso. Araya passa ad eseguire un parlato paranoico e rabbioso che in breve tempo trasforma la sezione di traccia in un vero e proprio rituale di follia, che sfocerà preso in un'apertura davvero azzeccata, dove i power chord creano quel senso di ampio respiro dopo la chiusura precedente. Vi è adesso l'aggancio giusto per ricollegarsi alla struttura iniziale che giunge bruscamente al finale netto. Una prova da manuale per una canzone che in ambito emozionale possiede senz'altro qualcosa in più delle altre. Fulcro tematico di questa canzone è una visione diversa dell'Apocalisse, la fine del Mondo viene infatti qui analizzata sia attraverso il filtro della spiritualità biblica sia attraverso una visione più scientifica; il decadimento del genere umano questa volta inizia attraverso un contagio, quello che per certi aspetti ci fa venire al mondo con il corpo già deformato a causa del peso della nostra stessa esistenza. Tutte le guerre, le epidemie e le carestie che affliggono l'umanità sono infatti il mezzo attraverso cui la natura molto darwinianamente pone un limite al sovrappopolamento del pianeta. Se il grande Leopardi definì, nel “Dialogo della natura e di un islandese”, la natura come matrigna cinica e non curante delle disgrazie umane, Tom Araya ce ne offre qui una visione ancora più sterile: essa infatti non scende più nemmeno a patti con l'uomo, né tanto meno gli offre una spiegazione del suo operato, come nelle Operette Morali dell'autore di Recanati, ma si limita semplicemente ad eseguirlo sorvolando ogni possibile interrogativo. Mentre le città aumentano e l'umanità si spinge verso un colonialismo sempre più sfrenato del pianeta che la ospita, si cerca al tempo stesso un conforto nelle Sacre Scritture, ma anch'esse offrono un quadro raccapricciante al quale viene posta come fonte di redenzione quella della misericordia divina. A conti fatti comunque, non ci sono molte possibilità di salvezza, l'uomo è ospite della Terra tanto quanto lo sono gli altri esseri viventi ed anch'esso è quindi inserito all'interno di un meccanismo superiore che non potrà mai controllare. È inutile lasciarsi prendere dal panico e piangere i morti a seguito di una calamità naturale, una maggiore cura del territorio su cui poggiamo i piedi avrebbe sicuramente impedito quella frana che ci ha distrutto un palazzo e se lo stesso non fosse stato costruito su un terreno a rischio magari adesso sarebbe ancora in piedi, ma gli umani pensano solo a se stessi ed ovviamente è più importante costruire e speculare sugli abusi edilizi, poi se succede la catastrofe è molto più facile dare la colpa al fato, oppure, per dirla in maniera tutta italiana, iniziare a giocare allo scarica barile verso qualcun altro. Molto più degni di rispetto erano i popoli antichi, che edificavano in base alla sicurezza del territorio e soprattutto quanto bastava per ospitarli e se la natura li puniva in qualche modo si rimboccavano le maniche chiedendo ancora venia alla madre terra, la società moderna invece è solo capace di considerarsi vittima degli eventi, come un ragazzino in preda ai bulli della sua scuola, peccato che quegli eventi siano stati causati per la sua ingorda mano. Una serie di stacchi netti e precisi introduce “Americon”, brano che insieme a diversi altri della band va ad inserirsi nell'elenco di brani volutamente ostili al sistema statunitense; il rullante di Lombardo è sempre martellato, quasi il drummer del gruppo utilizzi un paio di mazzette invece che un paio di bacchette ed il proprio strumento scandisca inesorabilmente i secondi che separano il paese dal collasso. Le chitarre di King ed Hanneman sono granitiche ora più che mai ed il tempo cadenzato ci regala un incedere decisamente più scandito e pesante dei precedenti, i power chord sono la diteggiatura predominante, gli accordi infatti assumono il controllo totale a discapito dei fraseggi incidentali, rendendo lo sviluppo ritmico più granitico e possente. La melodia diventa quindi lo strumento portante, tanto che le chitarre ci offrono diversi fraseggi, alcuni dei quali seguono la linea vocale di altri di Ayaya mentre quelli degli intermezzi, costituiti di poche note effettate in wah wah, rendono l'atmosfera ancora più schizofrenica e soffocante. Non ci si può sottrarre dall'obbligo di scuotere la propria testa, vista l'orecchiabilità ed il dinamismo catchy di questa composizione, che si rende appetibile fin da subito anche per chi non conosce gli Slayer. Il mid tempo consente infatti di entrare subito nella melodia del pezzo senza particolari difficoltà e l'espediente del medley in pieno stile nu metal, ricco cioè di stop and go, la rende godibilissima anche per i non addetti ai lavori nei settori thrash metal. Il testo è una vera e propria frecciata verso gli Stati Uniti, definiti volutamente “americona” attraverso una crasi che associa il nome del continente al concetto di icona, o idolo. Il paese governato da Obama infatti non si è mai tirato indietro da voler recitare il ruolo di assoluto dominatore e protagonista della politica internazionale, anzi, molte volte gli U.S.A si sono gettati nel mezzo dell'arena delle questioni che non li riguardavano. Sappiamo tutti, ed è ormai diventato altresì un noioso ritornello, che l'Europa è stata liberata dalla minaccia nazista grazie a loro, ma questo non significa che gli Americani debbano sempre dire la loro attraverso qualche intervento armato. La loro logica è semplice: “la guerra porta la pace”, peccato che nessuno glielo abbia chiesto ed i libri di storia sono zeppi di esempi riportanti casi in cui lo zio Sam avrebbe fatto meglio a restarsene a casa, primo su tutti la guerra in Vietnam, dove col pretesto di svolgere il ruolo di paceri sono morti migliaia di giovani americani combattendo una guerra che non gli apparteneva. Nel centro del mirino di Araya si trovano in particolar modo gli affari legati ai profitti petroliferi, grande oggetto di interesse per il governo statunitense per il quale i Marines hanno calpestato, e calpestano tutt'ora, il suolo del Medio Oriente. Per il “fottuto petrolio”, come viene definito nelle liriche, i soldati non si fanno problemi a calpestare le bandiere e sembra non pesargli assolutamente il fatto di doversi sorvolare l'Oceano Atlantico per farlo; il modus operandi è sempre lo stesso: gli Stati Uniti agiscono e gli altri paesi stanno a guardare, ma come tutte le dame vanitose anche “l'Americona” dovrà soccombere di fronte all'affievolirsi della propria bellezza ed autorità politica. Con “Psychopaty Red” i thrasher più old school ed oltranzisti non potranno fare a meno di andare in brodo di giuggiole: l'inizio stesso della canzone trasuda attitudine in ogni singolo secondo, ad iniziare dai classici quattro colpi dati sul charleston, che rappresentano non solamente il classico metodo per tenere il tempo ma anche l'avvio di un vero e proprio massacro sonoro. Sono le chitarre a travolgerci come un treno lanciato a massima velocità su dei binari privi di ostacoli, il riff portante è infatti veloce ed aggressivo quanto le ruote in ferro che macinano tutto ciò si possa trovare sulla loro strada; insieme alle canoniche note serrate vengono eseguite altre più alte, componendo un fraseggio frenetico e funambolico reso ancora più ossessivo attraverso la tecnica del pull off, mentre il basso segue fedelmente la sequenza ascendente delle tre toniche, costruendo così un macigno ritmico veloce e corposo che non può fare a meno di esaltare tutti i fans dell'old school. L'esecuzione di King ed Hanneman qui appare complessivamente un po' sporca ed imprecisa, ma visto il range tematico, tali mancanze puramente tecniche sono funzionali a ricreare un livello emozionale emotivo pari allo stato confusionale più marcato e paranoico. Purtroppo l'estro di Lombardo è nuovamente rilegato al semplice quattro quarti, che cambia cadenza solo nel bridge prima della parentesi solista centrale, per il resto siamo di fronte ad un tupa tupa inarrestabile, ma come si accennava poco sopra, il pezzo è un inno al thrash metal vecchia scuola in tutto e per tutto, un vero e proprio omaggio alle sonorità di “Show No Mercy” ed “Hell Awaits”, quindi gli ingredienti essenziali restano due: velocità e potenza, che nei due minuti e ventisei secondi di durata devono totalmente distruggerci i timpani. A livello tematico, il testo di questo brano si ricollega a quello di “Snuff”: protagonista è nuovamente un assassino, ma a differenza del suo “collega” della terza traccia dell'album siamo ora di fronte ad un killer ancora più psicopatico, istintivo e spietato, decisamente meno metodico e riflessivo del precedente. Il sadismo e la perversione verso l'atto omicida provocano in lui una maggiore eccitazione, le membra mutilate e le urla di dolore scatenano in lui un rilascio di endorfine pari solo a quello dell'eccitazione sessuale e, come una droga, l'appetito per questi atti malsani diventa sempre più insaziabile. Molto interessante è la metafora pollockiana allestita da Araya, che vede gli schizzi di sangue conseguenti ai traumi ed alle lacerazioni come un'espressione artistica pari a quella del pittore americano, conosciuto per la tecnica del dripping, consistente nel far gocciolare i colori sulla tela stesa per terra, ed del dinamico action painting. Allo stesso modo si muove questo assassino, con la differenza che ai pennelli si sostituiscono ora gli arti amputati in maniera grossolana ed ai secchi di vernice gli organi interni strappati dal torace ed ancora grondanti; il sangue come la vernice, un metodo espressivo totalmente naturale che trasforma un corpo umano dilaniato in uno strumenti per creare bellezza; nel caso di questi omicidi però non c'è una tela stesa a terra che attenda le gettate di colore e non sarà questa a divenire l'opera, la vera creazione è l'atto stesso di “lavorare” sulla vittima, di modificarne follemente la struttura fino a sfigurarla totalmente. Come Michelangelo era solito “cavare” fuori i suoi soggetti dal grezzo blocco di marmo, allo stesso modo questo artista smonta un scultura già definita a forza di martellate ed incisioni, creando un'espressione di energia e metafisica a metà fra il futurismo ed il cubismo in un ottica totalmente psicopatica. Troviamo nuovamente un charleston a tenere il tempo anche nell'inizio di “Playing With Dools”, che proseguirà il suo lavoro anche con l'ingresso della chitarra per poi iniziare un tempo cadenzato e pesante. La traccia si sviluppa seguendo un crescendo, la sei corde esegue nuovamente una serie di note in tapping a ditate singole che creano un senso di oppressione ed ansia, mentre la voce di Araya sporca sempre di più il suo parlato verso l'apice conclusivo dell'introduzione. I power chord pieni aprono totalmente la canzone, sempre accompagnate dalle note in tapping prima che parta la strofa contratta e frenetica, su cui il frontman cileno sfoga, solo provvisoriamente, tutta la sua rabbia. Tutta la composizione gioca sull'alternanza di contratture ed aperture ritmiche, offrendoci così un pezzo dall'impronta maggiormente doom, a cui però non mancano le riprese serrate tipiche del thrash. È come se gli Slayer fossero affiancati dai Black Sabbath nell'esecuzione della traccia. La batteria ha l'occasione di cimentarsi su un maggiore groove ritmico, sempre sostenendo ogni parte con la potenza del tocco di Dave Lombardo, sempre preciso e di grande intensità su ogni colpo del suo set. A livello compositivo questa è senz'altro una delle tracce più dinamiche e meglio riuscite del lavoro; essa infatti comprende tutto, dalla potenza al tiro consueti della band fino ad una sperimentazione nuova, più maligna, che mira però alla malvagità espressiva grazie ad un espediente insolito per gli Slayer ma già utilizzato in precedenza (vi basti pensare all'omonima canzone di “Season In The Abyss” per avere un confronto simile), confermandoci che la band guarda al futuro sempre tenendo presente il proprio illustre passato. A livello lirico viene toccato uno dei temi più scottanti dell'attualità, quello dei preti pedofili, soggetti tanto disgustosi quanto diffusi che una band come gli Slayer non poteva non prendere di mira. Nelle strofe di questo pezzo viene descritta la metamorfosi che conduce un uomo di chiesa ad una così abominevole perversione, l'utilizzo del climax ascendente che descrive una trasformazione è ormai un elemento assodato nel metodo lirico di Araya ed anche verso un così riprovevole soggetto non manca di essere crudo e preciso. Il tutto inizia con le risate innocenti dei bambini, quelle piccole creature che il nostro uomo di fede vede giocare tutti i giorni nel parco giochi; i loro schiamazzi e le loro risa sono quanto di più gioioso ci sia su questa terra, se non fosse che quei corpicini la cui pelle è scaldata dal sole iniziano a diventare sempre più “attraenti” per un uomo che ha volutamente scelto la via della castità e della purezza. Fortunatamente viene bypassato il momento dello stupro vero e proprio, accennato solo di sfuggita come elemento di passaggio dello svolgimento, altrimenti, visto il pathos del cantante del gruppo nel descrivere minuziosamente la perversione umana, ci sarebbe venuta voglia di massacrare il primo prete presentatosi sul nostro cammino. La narrazione balza rapidamente alla parte seguente, quella che descrive la giusta punizione per questi “momenti di debolezza”; stiamo parlando di un testo degli Slayer, quindi dimentichiamo pure l'arresto e la reclusione come pena da scontare; il parroco viene semplicemente scagliato su un altare sacrificale per poi essere sventrato d'innanzi agli occhi innocenti dei bambini violentati prima e degli occhi di un Dio insensibile dopo, che non può che compiacersi di fronte ad una così puntuale flagellazione di un peccatore che si fregia dell'essere un portavoce della sua parola. Le torture afflitte al pedofilo non sono mai troppo sadiche ma ahimè la sua debolezza fisica fa sì che egli muoia troppo presto di fronte allo sguardo innocente delle sue vittime, una punizione comunque troppo leggera per un così vomitevole individuo, che non può fare altro che desiderare che il suo ingresso all'Inferno avvenga quanto prima per cessare il suo supplizio. Il disco si chiude con “Not Of This God”; ad aprire le danze troviamo una cavalcata chitarristica in puro stile Slayer: note mitragliate a velocità supersoniche attraverso un shredding martellante seguita fedelmente dalla macchina ritmica di Lombrado, che per il finale del disco ci regala una delle sue migliori performance, devastante sotto ogni aspetto seppur confinata al semplice quattro quarti per almeno un terzo iniziale di canzone. È infatti nel medley centrale che il batterista più noto del thrash ha modo di sbizzarrirsi su un giro imponente sui tom ricco di groove e dallo stile quasi tribale per poi riallacciarsi al quattro quarti iniziale con una disinvoltura impressionante. Il tiro complessivo della composizione punta tutto sulla mazzata costante dall'inizio alla fine, anche nel rallentamento a metà del brano infatti il motore del gruppo non scende assolutamente di giri, anzi, continua a martoriarci le ossa attraverso degli accenti imponenti e marcati, offrendoci ancora una volta un quadro completo della grande maestria di questi musicisti quando si tratta di spaccare denti attraverso le proprie rasoiate sonore. Lo sviluppo centrale risulta particolarmente interessante, dato che a livello di songwriting esso ci regala un esempio di quell'approccio compositivo grazie al quale gli Slayer influenzarono notevolmente le band nu metal agli inizi degli anni duemila, in particolar modo gli Slipknot. Il riff impostato sugli hammer on e sui pull off eseguiti sulle tonalità ribassate delle chitarre divenne infatti un espediente utilizzato da un gran numero di gruppi esponenti della corrente crossover e che ne vogliano dire i difensori oltranzisti di tale filone, le radici si trovano tutte nelle leggendarie spadate alcaline create dall'estro compositivo di Araya, King, Hanneman e Lombardo. Assieme a quello di “Playing With Dolls”, il testo di questo pezzo costituisce un dittico marcatamente anticlericale: come nelle strofe di “Disciple”, contenuta in “God Hates Us All”, anche in queste righe troviamo come protagonista un eretico, un nuovo profeta che evidenzia la falsità dei precetti cattolici per poi proporsi come nuovo messiah di un nuovo credo votato al dominio dell'individuo sul dio. Ogni domenica i presunti messaggeri del Signore ci illuminano con le loro vane promesse di una redenzione che non arriverà mai, anzi, essa viene descritta come una propaganda illusoria continuamente rigurgitata dalla bocca dei preti che insozza le menti dei fedeli sempre più attoniti e corrotti. La minaccia della dannazione come punizione per una vita peccaminosa è l'arma più potente che la chiesa possa avere su di noi e tutti gli umani più stolti vivono la loro esistenza perennemente spaventati dalla spada di Damocle che pende su di loro, come se i profeti di questa dottrina possedessero delle prove empiriche per dimostrare la loro tesi, ma non ci risulta che qualcuno di loro abbia mai visto realmente l'Inferno; lo stesso Dante Alighieri racconta del proprio viaggio dell'Oltretomba come un'esperienza prettamente mistica e simbolica ma mai realmente avvenuta, ma nonostante ciò, siamo tutti impauriti, ancora oggi nel 2015, dalla potenza di un qualcosa che anche volendo non vedremo né comprenderemo mai. Nel corso della storia molti sono stati gli individui illuminati che grazie al loro brillante ingegno compresero che dietro al Clero vi è solo una montatura messa su ad hoc per tenerci tutti anestetizzati e buoni, ben attenti a non fare mai uso del nostro intelletto, perché è risaputo che un popolo ignorante si domina meglio; tutte queste grandi menti però furono puntualmente perseguitate e condannate a morte come eretiche ma dover bruciare fra le fiamme dei loro stessi Inferi sono proprio coloro che si professano come false guide dell'umanità. Se molte opere scritte non ebbero successo, a render ragione di queste brillanti idee intervengono prontamente le liriche degli Slayer, che grazie alla loro musica potente ed incisiva potranno esorcizzare da noi tutti i demoni della fede che avvelenano le nostre anime.



“World Painted Blood” è quindi un disco degli Slayer sotto tutti i punti di vista: esso infatti trasuda innanzitutto quell'attitudine che ha da sempre retto i fili di una delle macchine da guerra più potenti del panorama metal mondiale, che come una fenice ha sempre saputo cadere e risorgere dalle proprie ceneri sulfuree regalando ai fan unicamente tutto ciò che questi quattro musicisti possono dare loro: il male trasposto in musica. Dal punto di vista strettamente tecnico, questo lavoro si presenta come volutamente più crudo e scarno, i suoni infatti sono più secchi rispetto ai dischi dell'era Bostaph, nei quali dominava la possanza di ogni singolo strumento. Tale differenza emerge soprattutto nei suoni delle chitarre, le quali, appaiono fin dalle prime note prive del sostegno dei bassi che nei dischi precedenti erano molto più marcate, ciò ci riporta non solo indietro di vent'anni, agli albori della leggenda della band, quando ancora il loro sound era ruvido ed ancora in via di definizione, ma ci consentono anche di percepire meglio il tocco stesso dei due axemen, anche quando questo non risulta particolarmente preciso, ma trattandosi di un disco thrash deve prima di tutto emergere quella che in gergo viene definita “intenzione” del musicista, le scale in sweep a velocità disumane eseguite con precisione chirurgica vengano pure lasciate agli ambienti del power e del prog metal, poiché il genere in questione va vissuto in tutto e per tutto. Altra differenza enorme si riscontra nella post produzione della batteria: mentre Bostaph predilige un impatto maggiore dalla totalità del suo set, Lombardo opta per dare la prevalenza alla cassa ed al rullante, che sono poi gli elementi che costituiscono il tiro di un batterista a tutti gli effetti, facendo sì che la resa finale maggiore il batterista di l'Avana la ottenga proprio nelle parti più semplici quelle in quattro quarti, che traspaiono al meglio grazie al suo tocco deciso ed energico. Dal punto di vista compositivo invece, la band riprende quel percorso concettuale iniziato nel precedente “Christ Illusion”, andandosi a ricollegare quindi con la rinascita artistica della formazione vera e propria degli Slayer. Per quanto siano grandi album anche quelli usciti tra metà anni novanta ed inizio degli anni duemila, composti con l'aiuto di Paul Bostaph, essi rappresentano tuttavia degli Slayer diversi, i quali intrapresero un percorso artistico differente da quelli canonici con Lombardo, che con l'album del 2006 si ricollegano definitivamente a “Season In The Abyss” riprendendone il discorso, senza tuttavia escludere qualche incursione in meandri compositivi non esplorati. Con il senno di poi purtroppo, “World Painted Blood” lascia in sospeso tale discorso a causa della prematura scomparsa di Jeff Hanneman, ma al tempo stesso rimane a noi sia come testamento spirituale del biondo chitarrista, che fu sempre una colonna portante della band, suonando nei nostri impianti come anche come l'apice artistico definitivo del quartetto Araya, King Hanneman e Lombardo, che purtroppo non potremmo mai più rivedere calcare i palchi come un tempo. Il percorso della band californiana ha di recente intrapreso un nuovo cammino artistico, che ci ha regalato l'appena uscito “Repentless”, ma qualsiasi via possa intraprendere la nuova line up, ristabilita con Paul Bostaph e Gary Holt, di sicuro essa prenderà avvio da questo disco, epitaffio e contemporaneamente nuovo anno zero di una delle più grandi band di sempre.



 



Tracklist:



1. World Painted Blood (05:53)

2. Unit 731 (02:40)

3. Snuff (03:42)

4. Beauty Through Order (04:37)

5. Hate Worldwide (02:52)

6. Public Display Of Dismemberment (02:35)

7. Human Strain (03:09)

8. Americon (03:23)

9. Psychopathy Red (02:26)

10. Playing With Dolls (04:14)

11. Not Of This God (04:20)


1) World Painted Blood 
2) Unit 731
3) Snuff   
4) Beauty Through Order   
5) Hate Worldwide    
6) Public Display of Dismemberment   
7) Human Strain    
8) Americon   
9) Psychopathy Red    
10) Playing with Dolls    
11) Not of This God

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