SLAYER

Undisputed Attitude

1996 - American Recordings

A CURA DI
MAREK
17/11/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

“Penso che prima dell’Heavy Metal sia venuto il Punk”. Dichiarazione pregna di verità, rilasciata da Lemmy durante un’intervista avvenuta in un programma televisivo svedese. Una dichiarazione che dovrebbe far riflettere molti appassionati di Metal, che in un atto di puro “stoicismo” arrivano a rifiutare totalmente quel genere musicale (il Punk, appunto), bollandolo come non degno di essere accostato al proprio. Eppure, gli ingredienti per quello che il fenomeno Acciaio Pesante sarebbe stato, in seguito, erano già tutti lì, nelle idee di quei musicisti “crestati” autori ai loro tempi di una ribellione senza precedenti nella storia della musica. Sound grezzo, assalti in note, anarchia musicale, chiodi di pelle, borchie, creste ed anfibi, nonché prese di posizione scomode e coraggiose. Questo era (ed in parte, è) il mondo Punk, un mondo che con la sua ribellione e la sua “cattiva” attitudine ha sicuramente influenzato l’ambiente Metal, più di quanto crediamo. Una lezione assimilata molto bene soprattutto dai grandi esponenti del thrash metal; e se si parla di Big di questo genere, è impossibile non citare i sempiterni e colossali Slayer, autori quant’altri mai di autentiche perle indimenticate ed indimenticabili. Reduci dalla pubblicazione del buon “Divine Intervention” e dell’apprezzato “Live Intrusion”, il quartetto losangeliano si affaccia alle soglie dell’estate 1996 donando alle stampe il controverso Undisputed Attitude, album -  tributo al mondo Hardcore Punk e quasi interamente composto da cover, salvo tre pezzi. L’idea, scaturita dalla fervida mente di Kerry King, è quella di mostrare al mondo quali e quanti gruppi avessero portato gli Slayer a divenire quello che oggi sono”, citando proprio l’arcigno chitarrista. Vengono dunque scelti i gruppi che maggiormente hanno influenzato lo stile dei nostri, e dalle discografie di questi ultimi vengono scelte le canzoni per gli Slayer più rappresentative e legate ai ricordi della loro sfrenata gioventù. L’idea, almeno nei piani iniziali, era comunque un’altra: il gruppo era partito con l’intenzione di tributare il mondo Heavy Metal ed Hard Rock, formando la tracklist di “Undisputed Attitude” scegliendo brani di gruppi come Judas PriestUFO Deep Purple, senza contare l’idea di Tom Araya di rendere omaggio anche ad un gruppo da lui apprezzatissimo, i The Doors (l’idea del bassista era quella di inserire una cover a scelta fra “When the Music’s Over” “Five To One”) . Per diversi motivi, l’idea non andò in porto ed allora i nostri decisero di giocare la carta del tributo Punk. Carta vincente, in quanto questa nuova soluzione trovò riscontri maggiormente positivi e soprattutto circostanze ben più favorevoli; fu così che, fra il Gennaio ed il Febbraio 1996, dapprima nei “Capitol Studios” di Los Angeles ed in seguito all’ “Hollywood Sound” di Hollywood, il disco oggetto di questa recensione prese forma. La produzione venne affidata a Dave Sardy (soprannominato dagli addetti ai lavori “Hardcore Super Producer” per via dell’eclettismo che contraddistingueva la scelta delle sue collaborazioni: avevano beneficiato delle sue competenze nomi come ZZ TopRolling StonesNine Inch Nails ed il tanto discusso Marilyn Manson, per intenderci) mentre l’esperto Rick Rubin (che aveva avuto il merito di assistere gli Slayer nel processo di maturazione che li portò poi a sfornare il mastodontico “Reign in Blood”) venne fregiato del titolo di produttore esecutivo. Scelta dunque “la trama” (l’omaggio al mondo Punk) rimaneva solamente da concretizzare le idee avute. La lavorazione di “Undisputed Attitude” si rivelò dunque non complicata, ma nemmeno troppo facile. Gli Slayer furono costretti a cambiare “in corsa” la scaletta prefissata, in quanto dovettero rinunciare alla realizzazione di una cover dei Black Flag“Rise Above” (suggerita da Rubin), in quanto non avrebbero saputo come ri arrangiarla. Problema comunque di media entità, in quanto di carne al fuoco ce n’era in abbondanza. Alla fine i gruppi scelti furono in tutto nove: Verbal AbuseT.S.O.LMinor ThreatD.IDr. KnowD.R.I, i capiscuola The StoogesG.B.H Suicidal Tendencies. In aggiunta, il disco venne completato con l’inserimento di ben tre brani inediti, due dei quali composti da Jeff Hanneman per un gruppo punk, denominato Pap Smear, del quale avrebbe dovuto far parte assieme all’altro Slayer Dave Lombardo e al Suicidal Tendencies Rocky George. La collaborazione, ipotizzata nel 1984 ma mai venuta a concretizzarsi, era comunque già stata avviata a livello di scrittura dei brani, che in questo capitolo della discografia degli Slayer videro la luce. Nella fattispecie, parliamo di “Can’t Stand You” “Ddamm (Drunk Drivers Against Mad Mothers)”, in questa sede ri-arrangiati e conformati allo stile adottato per l’album in questione. Il terzo brano inedito, invece, intitolato “Gemini”, è l’unica composizione targata Slayer al 100%. Per il resto, ci troviamo dinnanzi ad un elenco di band che farebbe sicuramente la gioia di ogni amante del Punk che si rispetti.  Nomi forti ed altisonanti, veri e propri capisaldi del genere che i Nostri avevano deciso (con molto coraggio) di tributare. Il pubblico accolse “Undisputed Attitude” in maniera assai ambivalente: da un lato, i puristi del Punk sembrarono non gradire molto questa trovata definita “commerciale”, dall’altra il pubblico più marcatamente metal sembrò apprezzare discretamente; anche la critica si scisse in due partiti, i pro ed i contro. In generale, comunque, non è onesto intellettualmente parlando parlare di un fallimento, tutt’altro. Nonostante le numerose critiche, “Undisputed Attitude” ottenne un buon piazzamento nella classifica di vendite e di sicuro non deluse le aspettative dei fan degli Slayer, seppur il disco non venga tutt’oggi annoverato fra i loro capolavori. Addentriamoci, dunque, in questo tributo, volenterosi di scoprire con quanta (e quale) intensità gli Slayer siano riusciti a rendere omaggio ad un mondo, per il loro sviluppo musicale, a dir poco fondamentale. Let’s Play!



La prima traccia, Disintegration / Free Money, è un vero e proprio medley a tema Verbal Abuse: vengono infatti fusi assieme due brani (rispettivamente traccia numero sette e nove) tratti dall’esordio discografico della Punk band di Houston (in seguito trasferitasi a San Francisco), “Just An American Band”, uscito nel 1983 per la casa discografica “Fowl”. Il lavoro originario dei Verbal Abuse si contraddistingue fortemente per un’estrema attitudine violenta e provocatoria alla sua base, attitudine incredibilmente amplificata dalla scelta di optare per una produzione “povera” che esaltasse la bestialità della rabbia della band del cantante Nicki Sicki (all’epoca del debutto coadiuvato da Brett Dodwell, basso; Gregg James, batteria, e Eric Mastrokalos, chitarra). Una band che proveniva dai sobborghi più celati alla “brava gente” (si dice che l’allora formazione dei Verbal Abuse vivesse nella celebre “Vats” una squat house perno fondamentale della scena punk di San Francisco, luogo assiduamente frequentato anche da gruppi come The Dicks), un gruppo abituato a riversare nelle sue note la propria voglia di rivalsa sociale e di ribellione al sistema, nel modo più scomodo e “fastidioso” possibile. Forse per questo motivo, il tributo degli Slayer risulta abbastanza lontano dall’originale, ma al contempo fortemente efficace. Di certo i quattro di Los Angeles non avrebbero potuto riprodurre fedelmente quella rabbia e quella voglia di “esser contro”, proprio perché essi non hanno vissuto la triste realtà (e crudeltà) della Strada intesa come povertà e mancanza di alternative o futuro. La cover che i nostri ci presentano è una genuina re-interpretazione “in salsa” Slayer di un tipo di sound che li ha ispirati a divenire quelli che oggi sono, proprio come dichiarato da Kerry King, e proprio per questo funziona; si può parlare di tributo quando una band ri-suona un pezzo “a modo suo”, senza cercare di copiare. Questo vuol dire rendere omaggio ad un gruppo, mettere a contatto due mondi differenti, uno ormai divenuto imprescindibile dall’altro, un collidere che equivale a dire, ai padri fondatori: “hey, questi che sentite siamo noi. E siamo arrivati sin qui grazie a quel che voi avete fatto”. Un po’ come accaduto ad “Anarchy In The U.K” suonata meravigliosamente da Dave Mustaine, per intenderci. Gli Slayer, dunque, ingranano la marcia e velano della loro inconfondibile “oscurità” i due brani, scelti nei loro momenti migliori e fusi in una sola realtà; l’intro è meravigliosamente “appesantita” e resa “nera” quanto basta, quasi fosse uscita direttamente da “Seasons in the Abyss” “South Of Heaven”, prolungata e distorta per assurgere a simbolo di “minaccia” quasi, il preludio di un assalto sonoro senza precedenti. E difatti, subito dopo l’aria viene letteralmente squarciata da un forsennato Tom Araya che, urlando il titolo della canzone (in questo caso solo il primo, “Disintegration”), consente ai suoi compagni di far tremare la terra a suon di decibel. Le chitarre di King ed Hanneman acquisiscono toni decisamente più semplicistici di quelli ai quali ci hanno abituati nel corso della discografia tutta, ma la loro interpretazione risulta magnificamente ben riuscita, un’interpretazione dispensatrice di note serrate e sparate nelle nostre orecchie senza pietà. Riff basilari ma terribilmente diretti, veri e propri colpi di mitragliatrici ben sorretti dalla poderosa prova di un Paul Bostaph che definire selvaggio sarebbe un mero eufemismo. Una macchina da guerra che mette a dura prova i suoi stessi piatti e tamburi, coadiuvata da un Tom Araya in assetto da guerra, che maltratta la sua ugola per donare alla sua voce la rabbia necessaria a far suo il brano. Piccola pausa verso il secondo 56, nella quale una nota lunga ci catapulta direttamente nei meandri di “Free Money”, nei quali l’assalto prosegue, possibilmente addirittura più forte di prima. Gli Slayer si trovano meravigliosamente a loro agio in questo contesto, e riescono a sfoderare una prova da manuale, che certamente beneficia di una produzione migliore rispetto all’originale, ma nessun fattore “moderno” sembra far rimpiangere il glorioso passato. L’attitudine è giusta ed i nostri, bravi strumentisti, riescono senza problemi a portare a termine la prima prova. Hardcore Punk vestito “da Slayer”: i riff incalzanti del duo Hanneman / King, il basso infuriato (come la sua voce) di Tom Araya, la ritmica spacca ossa di Paul Bostaph. Tutto è costruito per rendere al meglio l’idea di quel che “Undisputed Attitude” deve essere, poco da fare. I testi si configurano come veri e propri manifesti di quel che il movimento Punk è stato, e questa volta è lecito utilizzare il passato. Il primo, “Disintegration”, sembra incentrato su un profondo senso di nichilismo ed intolleranza nei riguardi della vita, e di una totale avversione nei riguardi del prossimo. Il protagonista è, difatti, moribondo a causa di un’overdose di stupefacenti, e mal sopporta la folla radunata attorno a lui, la quale vuole unicamente spettacolarizzare l’accaduto, stando lì a fissare il malcapitato come una rara bestia da circo o magari condannandolo in nome di chissà quale morale. Egli non apprezza la compagnia di questa “società”, anzi invita tutti (e molto bruscamente) ad andarsene, etichettandoli con appellativi non molto gentili. Il punk vuole morire da solo, senza nessuno, è infuriato con la vita ed ancor più con la morte, anche se con quest’ultima non sembra avercela particolarmente, ritenendola un percorso alla fin fine universale. Toccherà a tutti, prima o poi, ed è felice del fatto che presto anche i suoi “amici” moriranno (“I've done overdose it doesn't mean shit.. my body is a weapon and my mind is decay, and all you stupid assholes are here to see me die!! / I don't need you now so why don't you go away? Your day will come real soon and everyone will fuck you, you're such a fucking whore!!” – “Sono in overdose, ma questo non significa nulla.. il mio corpo è un’arma e la mia mente decade, e voi brutti stronzi siete qui solo per vedermi morire!! / Non ho bisogno di voi, perché non ve ne andate? Il vostro momento arriverà, ed allora vi fotteranno, voi siete solo delle dannate put##ne!!). “Free Money”, dal canto suo, è incentrata sui soldi, la causa di e la soluzione a tutti i problemi della vita. In ambito punk, il denaro viene visto come uno strumento del potere oppressivo, che sfrutta “i verdoni” per convincere la gente a fare tutto ciò che la Casta vuole. Lavorare come schiavi con l’illusione d’esser ben retribuiti, e l’instaurare nella mente di tutti la consapevolezza che senza soldi non si può vivere. Ergo, chi li fornisce è il padrone assoluto delle vite dei suoi sottoposti, che mai si ribelleranno per paura di perdere lo stipendio. Il protagonista delle lyrics sembra comunque non curarsi di tutto ciò, afferma di non voler lavorare e di non voler sottostare a questo sistema. Egli vuole i soldi senza far nulla, senza alzare neppure un dito, e soprattutto senza fornire agli sfruttatori pretesti per comandarlo. Il tutto sembra in linea con i precetti tipicamente squat secondo i quali i Verbal Abuse vivevano, all’epoca, ovvero precetti molto simili a queste lyrics, che implicavano uno stile di vita alla giornata e basato per lo più su espedienti per rimediare le somme necessarie a campare quanto meno dignitosamente (“Life is slavery working 9 to 5, waste your time working, you might as well die! I want everything and every thing wants me, I want free money!” – “La vita è una schiavitù, se lavori come un impiegato, perdi il tuo tempo lavorando, staresti meglio se fossi morto! Io voglio tutto, ed il tutto mi vuole, io voglio i soldi senza far nulla!”). Proseguiamo con un altro medley, oggetto della “mescolanza” sono sempre i Verbal Abuse. Questa volta vengono estrapolate, sempre da Just An American Band, le tracce numero undici e due: il secondo brano di “Undisputed Attitude” si intitola, quindi, “Verbal Abuse / Leeches”, e prosegue sull’ottima strada tracciata dal medley iniziale. Vale lo stesso discorso musicale intrapreso per la traccia apripista, la versione originale dei due brani beneficia di una produzione squisitamente low cost che li fa assurgere a veri e propri simboli dell’hardcore punk. Rabbia, rabbia ed ancora rabbia, suoni grezzi come pezzi di legno intagliati in maniera grossolana, taglienti come schegge e soprattutto intensi come ben pochi altri brani hanno saputo essere, parlando specificatamente del “dopo” e dei giorni nostri. Il tributo degli Slayer è ancora più che degno, e se possiamo affermare, addirittura più violento del precedente. Tom Araya deve faticare non poco nella prima parte, a causa della potenza sprigionata dagli altri strumenti. Le chitarre di King ed Hanneman si esibiscono a volumi spropositati, talmente elevati da costringere il frontman degli Slayer ad urlare ancora più forte, per cercare di far valere la propria presenza. Un’esecuzione impeccabile, che nuovamente beneficia di un’ulteriore grande prova di Paul Bostaph. Il tutto è nuovamente giocato su ritmi e riff molto semplici, ma per l’appunto “arroganti” e potentissimi, suonati alla velocità della luce, in puro stile Hardcore. Giungiamo alla seconda parte (e dunque a “Leeches”) e notiamo una intro molto più “rock n roll” ma comunque sempre possente e violenta, degno preludio all’ennesima esplosione di rabbia che fa nuovamente partire in quarta i nostri, che non si fanno pregare e ricamano gli ennesimi riff assassini, oltre alle “solite” ma mai noiose ritmiche mozzafiato. Un nuovo momento leggermente più calmo e cadenzato arriva verso il minuto 1:29 e si  protrae sino al minuto 1:43, momento nel quale Tom Araya declama egregiamente i versi – cardine del testo. Una lunga nota lascia poi spazio nuovamente al caos e alla blitzkrieg sonora della quale i nostri possono essere nominati, e giustamente, fra i più esimi portavoce. Altro grande tributo, altro ottimo momento di grande impatto ed adrenalina. Ritornano nei testi altre tematiche tipicamente Punk; “Verbal Abuse” sembra incentrata su una profonda invettiva che il protagonista decide di lanciare all’indirizzo di una figura molto probabilmente autoritaria (forse un poliziotto), il quale è reo di trattar male aprioristicamente chi secondo lui “merita” determinati trattamenti”, nonostante la punizione risulti totalmente crudele e soprattutto infondata, basata su preconcetti ed una buona dose di bigottismo. Il Punk naturalmente non ci sta, e cerca di difendersi come meglio può, vomitando insulti su insulti ai danni del proprio persecutore, ricordandogli che è sua la colpa di tutto questo, dato che a cominciare è stato il “perbenista” di turno, evidentemente offeso dal modo di porsi alternativo e ribelle tipico dello stile Punk. Il protagonista è innocente e si batte per il sacrosanto diritto d’essere lasciato in pace (“What do you expect i'm doing up here, what's with you? What's the problem, you will always treat me obscene!  Verbal abuse, i get into trouble. Burn me, i'll do it again! It's totally your fault,  i guess you want some more!” – “Che cosa ti aspetti che faccia?? Che c’è che non va in te? Qual è il tuo problema, mi hai sempre trattato in maniera orribile! Abuso verbale, ora sono nei guai. Bruciami, lo farò di nuovo! E’ solo colpa tua, e penso che non ti sia bastata!”). Ritorna il tema della società oppressiva, invece, con le lyrics di “Leeches”, letteralmente “Sanguisughe”. Una sorta di presenze ossessive e vogliose di sangue umano tormentano il protagonista, che cerca di mettere subito in chiaro una cosa fondamentale: egli non soccomberà, anzi combatterà con tutte le forze disponibili pur di non farsi (metaforicamente) prosciugare vene ed arterie. Invita tutti a fare come lui, eppure sono in pochi quelli che seguiranno il suo esempio e decideranno di ribellarsi. Non gli resta che continuare a combattere e continuare con la “propaganda”, sperando che presto o tardi qualcuno si svegli e cominci a fare quel che lui fa da tempo ormai immemorabile (“They'll come around again and again, but in the end I know I'll win / The worst thing has been done to you, that dumb ass will blow you away / Fuck this let's just kill them dead, smash their head, kill them all!” – “Loro arrivano da tutte le parti, ma so già che vincerò io! / La cosa peggiore la stanno facendo a te, questi bastardi ti spazzeranno via! / Vaffanculo tutto questo, ammazzali, spaccagli la testa, uccidili tutti!!”. “Messi da parte” (almeno per il momento) i Verbal Abuse, gli Slayer si spostano su un altro grande nome dell’hardcore. Come terza traccia abbiamo nuovamente un medley, dedicato questa volta ai T.S.O.LAbolish Government / Superficial Love” si prefigge infatti il compito di tributare onore alla band californiana (ndr, T.S.O.L è l’acronimo di True Sounds Of Liberty), considerata all’unanimità (e soprattutto dai gruppi più giovani) come una delle punk rock band più influenti del genere. Formati nel 1979 ed assurti subito a nome di rilievo della scena punk ed hardcore, vedono il loro debutto discografico appena due anni dopo, pubblicando per la “Posh Boy Records” il loro debutto omonimo, noto semplicemente come “T.S.O.L” e consistente in un EP di appena cinque tracce, per una durata complessiva di sette minuti e trentasette secondi. La storia dietro la realizzazione di questo EP ha del surreale: stando alle parole del frontman Jack Grisham, “era un affare del ca**o, ma cosa poteva importarcene? Il contratto originale era caduto nel cesso del Sammy Wong’s Hotel, dove alloggiavamo durante un concerto che tenemmo a San Francisco. Non ce ne importò nulla di stipularne un altro, così prendemmo dei semplici accordi verbali con la Posh Records –oh dio, già solo il nome sembra una truffa -“. Premesse “assai Punk”, che sfociarono comunque in un lavoro di tutto rispetto, incentrato su una forte rabbia anticonformista e soprattutto politica. L’EP prendeva fortemente di mira il sistema politico americano dell’epoca, come fortemente deducibile dai testi dei brani presentatici. Prendendo spunto sempre dai dettami di Grisham, quelli secondo i quali non contano tanto i mezzi quanto ciò che si esprime mediante la propria musica, gli Slayer non si fanno pregare e tirano fuori dal cilindro un’altra prova più che convincente. Trovandosi dinnanzi a due brani non furenti quanto i medley precedenti (più orientati verso un Punk Rock più massiccio), i nostri decidono di placare gli assalti uniti in precedenza, per dedicarsi anch’essi quasi ad uno street punk comunque venato di Hardcore. I primi venti secondi abbondanti sono dedicati all’esecuzione di Abolish Government, e notiamo appunto un’andatura a metà fra lo street e l’hardcore. Se possibile (senza incappare in un reato di lesa maestà), la versione degli Slayer risulta ancora più accattivante e possente dell’originale, la quale risulta certamente unica ed inimitabile, ma in queste nuove vesti non sfigura di certo, anzi. La voce di Tom Araya è magnificamente cavernosa e grattata quanto serve, mentre la coppia d’asce ci stupisce nuovamente riadattando il proprio sound ad una “causa” del tutto nuova ed inedita. Possiamo affermarlo, sia Kerry sia Jeff risultano essere due musicisti non certo sprovveduti e sicuramente molto preparati, nonché poliedrici. Un sound del genere è sicuramente riscontrabile come influenza nella discografia “canonica” degli Slayer, ma non certo percepibile così chiaramente come nel caso di questa cover. Udire le loro cavalcate Punk Rock è sicuramente un piacere per le orecchie, un riff “facile” ma interpretato benissimo, che si protrae per pochi secondi sorretto come sempre da un Bostaph belluino. Dopo un breve stacco, incalzante e dinamico, il tiro si alza notevolmente: è il momento di Superficial Love, ben più forsennata della precedente. Gli urli di Araya diventano i veri protagonisti del pezzo assieme al timpano e alla grancassa di Paul, mentre Kerry Jeff sfoderano addirittura accorgimenti particolarissimi; anche se per un brevissimo frangente, le loro chitarre assumono connotati ben più sferraglianti ed “ampi”, come possibile udire dal minuto 1:28 al minuto 1:33, ove gli strumenti sembrano quasi urlare. Il pezzo si conclude con una brusca frenata, come la tradizione impone. C’è da dire che queste prime tre tracce hanno sicuramente mostrato dell’ottimo materiale, non c’è che dire. Sin dai titoli i testi risultano essere fortemente eloquenti: “Abolish Government” è una critica spietata al governo americano, definito corrotto e manovrato da gente crudele e senza scrupoli. Il popolo non ha bisogno di tutto questo, sarebbe meglio vivere nell’autogestione piuttosto che continuare a subire i soprusi di qualche elegantone in giacca e cravatta, che parla, si fa eleggere ma poi non mantiene nemmeno un quarto delle promesse fatte. La povertà aumenta, il disagio è alle stelle.. l’unica soluzione è abolire il governo, per far si che tutto questo finisca una volta per tutte, e che la gente la smetta di farsi circuire dalle false speranze e dalle vaghe idee di benessere promosse da chi è solo interessato a riempirsi le tasche (“Abolish government, there's nothing to it, forget about God, he's no innocent. We live by a system of perfect goals, people vs. people who are bored and old..” – “Aboliamo il governo, non c’è nient’altro da fare! Dimenticatevi di Dio, è colpevole anche lui. Viviamo in un sistema programmato traguardo dopo traguardo, persone contro persone, chi è annoiato e chi è vecchio..”). Ben più duro il testo di “Superficial Love”, che va a prendersela direttamente contro il falso patriottismo generatore di conflitti. Il senso di appartenenza viene visto dagli T.S.O.L come un pretesto per soggiogare il malcontento popolare, distraendo la massa da questioni più importante, facendo credere ai cittadini che il problema risiede oltreoceano, in Vietnam o in Iraq. Guerre intraprese per interessi economici e nulla più, in queste ultime perdono la vita giovani patriottici in buonissima fede, convinti di combattere per una causa nobile, “la Libertà”, quando invece sono lì unicamente per curare gli interessi di qualche avido politico (“Superficial love only for a fuck, but love is incest and it's only for a fuck / All die for this land some over seas, i live for the summons serve my country. Army, Navy, Air Force or jail / If that's what they call freedom it's not for me” – “Amore superficiale, solamente per scop#re, quest’amore è incestuoso, il fine è solo scop#re. / Tutti muoiono per questa Terra, al di là dei mari, vivo aspettando che mi convochino per servire la patria: Esercito, Marina, Aviazione o in galera. / Se questa è ciò che definiscono libertà, allora non fa per me”). Giungiamo così alla quarta traccia del lotto, nonché al primo inedito: Can’t Stand You, in origine composta da Jeff Hanneman per il progetto Pap Smear citato nella intro, gruppo alla fine mai composto e mai veramente attivo. Mai sapremo come questo brano avrebbe dovuto suonare in versione “originale”, certo è che la versione più prettamente Slayeriana non sfigura di certo, messa a paragone con i suoi illustri predecessori. Il brano parte privo di fronzoli,  confusionario, un inizio nel quale le chitarre di King ed Hanneman decidono di rendere la vita impossibile alle nostre orecchie, ricamando un riff a dir poco devastante, martellante, ossessivo quanto basta da risultare un perfetto connubio fra Thrash Metal abbastanza grezzo ed Hardcore Punk, appunto. Un crossover degno di tale nome, che ricorda momenti targati S.O.D (impossibile non udire questo brano e non pensare a pezzi come “Kill Yourself”) e che si avvale di suoni particolari, non sferraglianti e “secchi”, bensì densi ed oscuri, echeggianti, quasi i nostri volessero quasi (ma sottolineamo mille volte il quasi) oltrepassare le barriere del thrash – hardcore per cercare di approdare verso lidi Death Metal. Il martellare ossessivo compulsivo delle due chitarre è, in effetti, figlio direttissimo degli splendidi lavori compiuti in un caposaldo di inestimabile valore come “Reign in Blood”, fra i padri in discussi proprio di quel che il Death Metal venne destinato a divenire. Quindi, come per le cover, ci troviamo dinnanzi ad un assalto certamente Hardcore, ma comunque targato Slayer. Il modus operandi del quartetto risulta essere squisitamente riconoscibile, segno ormai di una maturità compositiva ed artistica pienamente raggiunta. Assistiamo ad un cambio di toni verso il secondo 00:23, momento nel cui una lunga nota di chitarra introduce una ritmica molto più cadenzata, dove a farla da padroni sono il basso di Tom Araya e la batteria di Paul Bostaph: il duo tesse un tappeto ritmico possente e concreto, sul quale le chitarre di Jeff Kerry decidono di rallentare per divenire anch’esse più precise e martellanti, mettendo momentaneamente la velocità e la confusione iniziale. L’ossessività del riff rimane, e l’atmosfera della intro viene ampiamente ripresa verso il finale, il quale stoppa improvvisamente la track ponendo fine ad un minuto e ventisette secondi di pura furia punk – thrash. Verrebbe quasi da parlare di Punk ‘n’ Roll, riascoltando per bene il momento meno aggressivo e più granitico e cadenzato. Varietà di stili, dunque, e mai un momento di noia. Le lyrics sono di certo meno impegnate o comunque caustiche di quelle sino ad ora lette. Il testo di “Can’t Stand You” risulta più ironico che altro, condito di parole forti e situazioni particolari atte solamente a strappare una bella risata; non vengono certo avanzate pretese particolari, come quella di criticare un sistema o di far riflettere su qualche falla dell’intoccabile ed incorruttibile società odierna. In particolar modo, questo pezzo sembra dedicato ad una persona realmente insopportabile, alla quale il protagonista non vede l’ora di riservare un bel trattamento a suon di pugni e calci. Anche il nostro protagonista, tuttavia, è visibilmente “storto” causa una sbronza colossale ed ammette egli stesso di aver “parlato nel momento sbagliato”. Una scena dunque surreale, che riprende addirittura alcuni stilemi visti in alcuni pezzi degli Anthrax come “I’m the Man”, brani giocati sui non sequitur  o su situazioni paradossalmente esasperate sino al parossismo (“Do I think you're a dick? Yeah. You're a fuck? Yeah. We'll fight? Yeah. Do i think you'll win? No! Do I think you're stupid? Yeah. Do I think you're lame? Yeah / I open my mouth at the wrong time, i'm drunk all the time” – “Penso che tu sia un cazz#ne? SI. Che tu sia un idiota? Si. Ci scontreremo? Si. Se penso che tu possa vincere? NO. Penso tu sia stupido? Si. Penso che tu sia zoppo? ..si! / Ho aperto la bocca nel momento sbagliato, sono ubriaco tutto il tempo”). Secondo inedito dalla durata ancora più esigua la quinta traccia, Ddamm (Drunk Drivers Against Mad Mothers), facente parte anch’egli del progetto Hardcore Punk mai concretizzato di HannemanLombardo George. Il basso di Tom Araya è il grande protagonista delle battute iniziali; un retrogusto splendidamente metallico unito ad un battere cadenzato e preciso dello strumento di Tom dimostrano quanto il Ritmo (in senso lato) sia il pane quotidiano del cileno, non riconosciuto mai troppo per le sue abilità tecniche ma comunque da tutti apprezzato proprio per questa sua grande capacità di mantenere ben salde le redini della band.. e per dettare i tempi ai due “mastini” per eccellenza, Kerry King Jeff Hanneman, in questo caso pronti a sfoderare un sound più prontamente cadenzato misto sempre alle sfuriate Hardcore splendidamente tinte di Deathened Thrash Metal. Il brano risulta essere decisamente più eclettico del suo predecessore, un minuto scarso nel quale succede veramente di tutto: dalla intro con il basso di Tom alle sfuriate delle chitarre, per poi passare ancora a momenti più cadenzati, sino ad arrivare ad uno stacco dato da Bostaph al secondo 00:19, momento che coincide con l’inizio di un ottimo momento solista. La chitarra di Hanneman sembra letteralmente esplodere ed adotta un sound stridulo e tagliente, ben adagiato su un riff ben scandito da King, sempre ridondante e preciso nell’esecuzione di questo tappeto sonoro. Il momento solista prosegue praticamente quasi sino al finale, nel quale torna la furia dei tempi di “Angel Of Death”, rabbia primordiale che conclude quest’altro minuto. Ottimi pezzi, non c’è che dire, che a posteriori possono beneficiare dell’esperienza e della maturità di uno dei gruppi più importanti della storia del Metal tutto. Il testo riprende gli stilemi della precedente “Can’t Stand You”, e ci porta dinnanzi ad una scena ancora più surreale ed assurda. Dei guidatori visibilmente ubriachi vagano per la città in piena notte, cercando dei negozi aperti per rifornirsi ancora di alcool. Tutto è programmato, dal piano A al piano B. In caso non vi siano negozi aperti, prendereanno d’assalto le automobili di qualche “mamma pazza” lì nei paraggi.. picchiando, scassinando ed investendo, subito dopo aver rubato tutti i soldi possibili ed immaginabili, of course. Si potrebbe scorgere, in queste lyrics, forse una velata polemica alla figura della Madre intesa come “censuratrice”, ovvero simbolo di tutti quei comitati di genitori che proprio in quegli anni protestavano contro il dilagare della musica Rock o Metal, musica rea di “distogliere” i loro figli da attività più sane e salutari. Impossibile non scordarsi del pandemonio suscitato dal P.M.R.C, associazione fondata da Tipper Gore con lo scopo di censurare e boicottare tutti i dischi ritenuti portatori di “valori malsani” (“Swerving through the street, drunk as fuck, searching for a open store / Can't find any beer, there's just one thing we can do.. Hit her car, smash it up, pull her out, beat her up, take her money, run her down, drive her face out of town!” – “Corriamo per le strade, ubirachi da far schifo, cerchiamo un negozio aperto / non troviamo la birra, c’è solo una cosa che possiamo fare.. colpiamo l’auto, spacchiamola, tiriamo fuori lei, picchiamola, rubiamole i soldi, investiamola e scaraventiamola fuori dalla città!!”). Si ferma per ora il momento inediti, e torniamo alla grande nel mondo dei tributi. Dopo Verbal Abuse T.S.O.L arriva il momento di tirare in causa altri giganti dell’hardcore, niente meno che i profeti del movimento Straight EdgeGuilty of Being White” è difatti il sincero tributo che gli Slayer decidono di offrire ai Minor Threat, la band di Ian MacKaye, fra le più rivoluzionarie mai esistite nel mondo del Punk. E non parliamo solo di musica: attraverso questa nobile arte, la band si è fatta portavoce dapprima della rivoluzione Hardcore, ponendosi immediatamente come punto di riferimento per molte band che giunsero in seguito (nomi successivamente divenuti fondamentali come Manliftingbanner Refused ne sanno certamente qualcosa); oltre il discorso musicale, c’è da parlare di un altro tipo di rivoluzione legato al nome dei Minor Threat, ovvero la nascita grazie a loro (anche se MacKaye ha molto spesso dichiarato di non sentirsi padre di nessun movimento) dello Straight Edge, un modo di approcciare la vita del tutto inusuale per un Punk dell’epoca dei nostri (i primissimi anni ’80). Il termine, in italiano traducibile come rigare dritto, designa infatti uno stile di vita profondamente “ascetico”, che prevede l’astensione totale da alcool, droghe leggere e pesanti, rapporti occasionali ed abusi di medicinali (in alcuni casi, questa condotta di vita sfocia addirittura in un vegan esimo piuttosto oltranzista), insomma il prendere le distanze da tutto ciò che possa causare dipendenze dannose sia per il corpo sia per la psiche. Caso abbastanza particolare, dato che l’abuso di ogni tipo di sostanza alterante era praticamente il pane quotidiano su cui si basava il forte senso di nichilismo e di distruzione / autodistruzione legati al mondo Punk tutto. Meriti dunque musicali e culturali, quelli dei Minor Threat, anche impegnati dal punto di vista sociale, spesso critici nei riguardi della realtà che li circondava. Gli Slayer scelgono dunque un brano tratto dal secondo EP della band di MacKaye, intitolato “In My Eyes” e datato 1981. Considerato uno dei brani più duri e veloci della band di Washington DC, esso si presenta, nelle sue vesti originali, come un vero e proprio sturm und drang. Partenza al fulmicotone, chitarra massiccia e velocissima, intenta a “sparare” una raffica di note serrate quanto i colpi di una uzi, una batteria indemoniata che porta un tempo ai limiti delle possibilità umane; il tutto condito dalla “sporcizia” tipica del genere, una produzione migliore di quanto udito sino a quel momento ma comunque mai troppo “perfetta” o “immacolata”, tutt’altro. La versione degli Slayer non è da meno ed anzi, riesce a configurarsi forse come il miglior tributo sino ad ora udito. Un urlo di Tom Araya fa partire il pezzo, che ancora una volta si mescola al thrash più crudele e possente: shakerando quasi i Minor Threat ai nostri thrashers losangeliani otteniamo unmix micidiale di cattiveria e velocità, un qualcosa di talmente aggressivo che certamente non è a buon mercato, anzi. Una perla più unica che rara, un brano che si basa (come accaduto nell’originale) su tempi da velocità della luce e chitarre rabbiose, unite ad una ritmica d’eccezione come sempre magnificamente capeggiata dal solidissimo Paul Bostaph, ancora una volta grande protagonista. La velocità si mantiene praticamente intatta dall’inizio alla fine, non vi è un solo momento o punto debole, un’esecuzione perfetta che giustifica l’operazione compiuta dai Nostri. “Undisputed Attitude” è sino ad ora un disco adrenalinico e perfettamente conscio dello spirito originale dell’Hardcore, e questa devastante “Guilty..” lo dimostra ampiamente. La sensazione che abbiamo dopo aver udito questo brano è la stessa che si può avere in stazione, quando un treno in transito sui binari arriva a fendere prepotentemente l’aria sconvolgendo la quiete di quel piccolo ambiente. Per pochi secondi, solo un rumore sferragliante unito a raffiche di vento continue. Subito dopo, un vento che scompiglia e soffia più forte che mai. E rimaniamo lì, frastornati, ma consci di aver udito un qualcosa di unico e sconvolgente, come in questo caso. Questo brano, comunque, sebbene sia il più riuscito del disco, costò non pochi problemi agli Slayer. Il titolo molto equivoco e provocatorio (ma comunque privo di connotazioni razziste o politiche, come vedremo in seguito) fece difatti suonare un campanello d’allarme nei nostri, già nel 1986 bersagli di ridicole e patetiche accuse di filo – nazismo. La facilità con il quale il brano poteva essere frainteso portò dunque Kerry King a modificarlo in un primo tempo, tramutandolo in “Guilty of Being Right”, ed in seconda battuta a lasciarlo così com’era, inserendo però la nuova versione nel ritornello finale. Tutto ciò offese non poco Ian MacKaye, il quale dichiarò di essere fortemente contrariato nei riguardi di quell’accorgimento, reo secondo lui di rappresentare una non totale comprensione del testo da parte degli SlayerKerry King pose comunque prontamente fine alla polemica, dichiarando di aver voluto attuare quel cambio unicamente per effettuare un po’ di ironia e anzi di rimarcare quel che è il messaggio finale del pezzo. Un messaggio assai forte che, ribadiamo, non ha nulla a che fare con il razzismo o l’intolleranza, tutt’altro. In questa sede, i Minor Threat decidono di sfogare la loro rabbia di giovani ragazzi “bianchi” contro un sistema buonista ed ipocrita, che li addita come colpevoli di tutte le nefandezze commesse dalla loro razza ai danni delle popolazioni afro americane. I nostri si ritengono dispiaciuti per tutto quello che è accaduto, ma mettono in tavola un concetto fondamentale: loro non si scuseranno di nulla perché innocenti, poiché sono solamente un gruppo di ragazzi appassionati di punk ed accaniti bevitori di Coca Cola; e come loro, milioni di altre persone oneste che non hanno mai alzato un dito contro nessuno, per motivi razziali o per odio. Tutti dovrebbero condividere pacificamente e bisognerebbe solo imparare dagli errori del passato, piuttosto che sfruttarli come pretesto per suscitare pietismo, sdegno ed indignazioni da “campagna elettorale” (“I'm sorry for something i didn't do, lynched somebody but i didn't know who. You blame me for slavery, a hundred years before i was born” – “Chiedo scusa per un qualcosa che non ho mai fatto, è stato linciato qualcuno, ma non so chi!  Mi accusi per la schiavitù.. nonostante io cent’anni fa non fossi di certo nato!!”). Si torna direttamente nel folle mondo dei Verbal Abuse con il sopraggiungere della traccia numero sette, I Hate You, pescata dagli Slayer sempre dal primo full – length della band californiana, “Just An American Band”. Nella fattispecie, “I Hate You” è la traccia numero tre del suddetto lavoro, e paradossalmente anche una delle più durature sia del disco originale sia di “Undisputed Attitude”, con i suoi ben (!!) due minuti e sette secondi di lunghezza. Parlando della versione originale, ci troviamo dinnanzi ad un pezzo meno aggressivo di altri e di molto più ritmato e cadenzato, un brano che sicuramente ha influenzato molti brani che in seguito hanno fatto la storia di band come i D.R.I (basti sentire “Commuter Man” per rendersene conto). Le chitarre sono aggressive e massicce ma comunque contengono la loro furia, il cantato urlato dona sicuramente potenza ad un brano che comunque sembra puntare più su un’andatura scanzonata, per quanto “sporco” sia il tipo di sound proposto. Anche gli Slayer sembrano fare altrettanto, seguendo “l’ordine” dei venerabili maestri, con una sola eccezione: non sono sufficientemente “bravi” a mascherare la naturale pesantezza del loro sound, e così ci troviamo di fronte ad un qualcosa di potente e “maschio”, una prorompente marcia dell’odio che si basa su un riffing ossessivo contornato in seguito da momenti solisti di pregevolissima fattura (come possibile udire dal minuto 1:18 al minuto 1:44, in cui possiamo udire un assolo veramente interessante, visto il contesto di “semplicità” e rabbia primordiale). Il marchio Slayer è impossibile da celare ed il lavoro dei Verbal Abuse non poteva certo chiedere di meglio, per quanto “I Hate You” acquisisca una forte e dirompente carica. Il sound è corposo ed avvolgente, la “naturale oscurità” del quartetto losangeliano si fa sentire in ogni fase del brano e quest’ultimo si ritrova praticamente a vivere una seconda giovinezza. Proverbiale fiore all’occhiello, la voce di Araya, effettata il giusto da risultare ancor più rabbiosa. Altro momento di grande sfavillio per questo disco. Il testo è molto simile a quello già presentato dagli Slayer con “Can’t Stand You”, e di nuovo ci troviamo dinnanzi ad un’autentica e pura dichiarazione d’odio senza compromessi. Il protagonista è letteralmente indisposto dalla presenza di una persona che non tollera, sulla quale non perde occasione per sfogare la sua rabbia. Il soggetto in questione è evidentemente un ragazzo d’alto ceto sociale, che si comporta quasi fosse un dio in terra e guarda dall’alto in basso chi non è evidentemente degno della sua considerazione. I Verbal Abuse si lanciano quindi in una profonda invettiva verso tali soggetti, non disdegnando l’uso di parole assai forti ed espressioni per così dire “colorite”, atte comunque a rendere il tutto più credibile e soprattutto significativo (“God, you really think you have balls.. I hate you and everything you do, you walk around like a fucking dick, and everytime you're near, you know, i get real sick. You're so stupid, there's nothing in your head.. God how i wish that you were dead” – “Oh Dio.. e tu credi persino di avere carattere.. ti odio, odio tutto ciò che fai, cammini per strada come un fottuto ca##one, ed ogni volta che ti vedo nei paraggi.. mi sento male! Sei così stupido, non hai nulla in testa.. oh Dio, come spero che tu muoia”). La traccia numero otto equivale ad un ulteriore ritorno, questa volta vengono nuovamente tirati in ballo i Minor Threat, che come gli esimi colleghi ricevono un tributo tramite medley. I Don’t Wanna Hear it / Filler” è il titolo di questo brano, composto dagli omonimi pezzi tratti dal primissimo EP della band di Washington DC, “Minor Threat”, datato 1981, opera a dir poco coraggiosa e pioneristica. Ancora una volta, il riadattamento degli Slayer è a dir poco mirabile. I pezzi originali si basavano principalmente sul voler lanciare un messaggio diretto ed estremo, per fare in modo che la gente capisse immediatamente con chi avesse a che fare. In questa particolare circostanza, con una produzione atta ad esaltare la naturale aggressività degli Slayer (la mano di Rubin è sempre meravigliosamente presente) ed una rabbia che nel corso degli anni sino a giungere a questo 1996 ha visto altri modi per crescere e maturare sempre di più (il thrash metal, il death metal eccetera), il medley risulta devastante quant’altri mai. Gli strumenti dei nostri impazziscono letteralmente, King ed Hanneman arricchiscono i brani con particolari momenti solisti ma non eccessivamente virtuosi (bravissimi a non snaturare comunque il contesto), la batteria di Bostaph rasenta un blast beat perenne. Sembra che tutto quanto possa essere definito estremo e fosse stato fatto sino ad allora sia stato riversato in un già di per se tellurico hardcore punk. Gli Slayer esaltano con il loro modo unico di esprimersi due fra i brani più “maschi” della discografia tutta dei Minor Threat, rendendoli ancor più “padri” e colonne portanti di quel che il thrash di band come il quartetto losangeliano è stato. L’oscurità che permea i riff degli Assassini è un ottimo catalizzatore per la ruvidezza delle versioni originali dei brani, se vogliamo il tutto risulta appesantito e suona addirittura più minaccioso. Missione compiuta, non si poteva certo chiedere di meglio. Sembra quasi che gli Slayer stiano riversando tutta la loro anima su dei pezzi che la richiedono senza sconti, e difatti i nostri thrashers sono ben felici di sgolarsi e di sgretolare i loro tendini per offrire a tutti i fan di questo genere musicale una prova degna del loro nome, e che sia perfettamente in grado di non “offendere” la nobile tradizione in questo disco tributata. Come “Guilty of Being White”, anche “Filler” ed “I Don’t Want to Hear It” risultano perfettamente in linea con la volontà dei Minor Threat di lanciare messaggi assai diretti e provocatori. “Filler” tratta nello specifico dei cosiddetti “lavaggi del cervello” che molte situazioni possono effettuare in soggetti più o meno deboli, portati ad assecondare qualsiasi bugia per la paura di rimanere altrimenti soli. I punks di Washington DC se la prendono dapprima contro la religione ed in secondo luogo con il concetto di “famiglia felice”, due dogmi assoluti della società, visti come imprescindibili. L’essere umano deve piegarsi ad un determinato modus vivendi, deve vivere con la costante idea di inginocchiarsi dinnanzi ad un dio e di costruirsi una famiglia, anche se in realtà non è interessato né all’una ne all’altra cosa. E’ la paura e la capacità imbonitrice di determinate istituzioni a spegnere sul nascere la sua volontà di ribellarsi e a piegarlo a quel che è il “socialmente accettabile”. I nostri, nemmeno a dirlo, non ci stanno e bollano il tutto come delle “idiozie prive di senso”, usando una perifrasi (“What happened to you, you're not the same. Something inside your head made a violent change. It's call it religion, you're full of shit / Was she really worth it? She cost you your life. You call it romance, you're full of shit. Your brain is clay” – “Che cosa ti è successo, non sei più lo stesso. Qualcosa nella tua mente è cambiata in modo repentino. La chiamano religione.. tu sei pieno di merda!! / Cosa ha mai significato lei, per te? Ti è costata la tua vita!! Tu lo chiami romanticismo, no, tu sei pieno di merda! Il tuo cervello è fatto di creta”). Ugualmente “tosta”, a livello di significato, “I Don’t Wanna Hear It”, che invece si scaglia contro chi parla decisamente troppo (i politici, forse?) annoiandoci con chiacchiere continue, ma mai passando ai fatti. Si parla, si parla, si parla, ma non si fa mai nulla di concreto. Giunti ai limiti della sopportazione, i Minor Threat premono i loro palmi contro le loro orecchie, dichiarandosi da questo momento in poi volenterosi di non ascoltare più nessuno. Le chiacchiere stanno a zero, o si passa a concretizzare ciò che si dice o è molto meglio rimanere zitti, in pace e tranquillità, senza più urla o proclami (“Shut your fucking mouth, i don't care what you say. You keep talking, talking everyday. First you're telling stories, then you're telling lies, when the fuck are you gonna realize i don't want to hear it??” – “Tappati quella diavolo di bocca, non mi interessa ciò che dici. Parli, parli tutto il giorno! Prima mi racconti storielle, poi bugie, ma quando ca##o lo capirai che io non voglio sentire ciò che dici??”). Giungiamo alla traccia numero nove del disco, Spiritual Law, e cambiamo decisamente gruppo nonché circostanza. Questa volta ci spostiamo nel sud della California e ci troviamo faccia a faccia con un’ altra formazione assai importante per lo sviluppo di un tipo di Punk assai più particolare e sperimentale, che gioca tutt’oggi una grande influenza soprattutto sul Punk moderno; stiamo parlando dei D.I, capitanati dal carismatico Casey Royer, già membro di due complessi di grande importanza per la scena californiana e per tutto il movimento punk: batterista dei Social Distortion prima e del “super gruppo” The Adolescents in seguito, formato oltre che da lui da diversi membri di band sempre californiane come i già citati Social Distortion e gli Agent Orange. Distaccatosi dal suo originario ruolo di batterista, Royer decise di cimentarsi nel canto e di divenire il frontman del progetto D.I, tanto da rimanerne nel corso degli anni l’unico membro stabile. Il disco scelto dagli Slayer è nientemeno che il celeberrimo debutto dei D.I, ovvero il particolare “Ancients Artifact” (1985), disco che risentì profondamente della lezione apportata dagli Agent Orange, i quali ebbero il merito di mescolare un certo tipo di Punk con un genere musicale, il cosiddetto surf rock, che vide nei The Beach Boys ed in Dick Dale il suoi principali esponenti. Incamerata la lezione di questi colossi, gli Agent Orange incattivirono notevolmente quel tipo di sound, incorporandolo nella rabbia e nella ribellione più smaccatamente Punk, creando un genere ibrido, particolare, che sicuramente poteva essere definito Punk ma comunque presentava, già per l’epoca (parliamo del 1981, anno di uscita del loro debutto “Living In Darkness”), tinte piuttosto marcate di sperimentalismo e novità. Casey Royer, avendo anche militato come già detto negli Agent Orange, decise di riversare quel tipo di peculiarità nelle sonorità del disco di debutto della sua band, rendendolo per certi versi atipico e spiazzante. Era presente certo la carica dell’hardcore, così come il più classicheggiante british punk, per non parlare di particolari momenti più cadenzati e del tutto “fuori tema” capaci di condurci quasi in un universo alternativo. Non è un caso che molte band di oggi, come gli Zebrahead, ammettano di dover molto ai D.I. Il brano che gli Slayer scelgono di estrapolare da “Ancients Artifact” è comunque la traccia finale del disco, sicuramente una delle più aggressive e meno cadenzate. La versione originale risente fortemente delle influenze citate sino ad ora, mantenendosi comunque lineare nella sua struttura e non propriamente aggressiva come i pezzi sino ad ora ascoltati. Differenza di molto la versione di “Undisputed Attitude”, che priva letteralmente il brano delle sue caratteristiche tramutandolo in un assalto hardcore totalmente scevro da velleità di qualsiasi tipo. Si parte minacciosi con un riff oscuro e turbinante, la voce di Tom Araya squarcia totalmente il muro del suono e le chitarre continuano il loro lavoro egregio, sfoggiando uno stile molto più assimilabile al crossover thrash che ad un punk venato di sonorità tipicamente surf o comunque classiche. L’assalto sonoro perpetrato dagli Slayer non ha precedenti, la linea da seguire è una e solo una, non c’è spazio per contaminazioni. Il ritmo diviene molto più serrato ed imponente, su di esso le asce del combo King / Hanneman sferragliano senza pietà, quasi ci sembra di non ritrovarci dinnanzi allo stesso pezzo. Se non fosse per le spiccate caratteristiche Punk, potremmo anzi dire di avere a che fare con un vero e proprio pezzo targato Slayer. Assistiamo ad un rallentamento verso il minuto 1:12, in cui i nostri decidono di venire più “sentenziosi” e di decelerare, scandendo il ritmo, rendendolo più dilatato ed avvolgente. Anche la voce di Araya varia leggermente, divenendo decisamente più malleabile e meno disposta all’assalto “totale” e “totalitario”. Si ritorna su lidi veramente ai limiti della velocità della luce unicamente dal minuto 2:07, un cui Bostaph riprende a picchiare letteralmente e tutta la band decide di uniformarsi allo spirito selvaggio ed indomito del suo drummer. Un finale letteralmente col botto, che lascia spiazzati ed attoniti. Che distrugge. Altra ottima cover, resa molto più personale e certamente suonata nel migliore dei modi, pur senza mantenere le peculiarità che contraddistinguevano l’originale. Del resto è già stato detto, ma non fa male ripeterlo: è bene che una cover sia suonata presentando e favorendo le qualità e le particolarità della band che la esegue, piuttosto che copiare pedissequamente la band che si è deciso di omaggiare. Il brano presenta un testo fortemente anti – clericale ed anti religioso: i D.I sembrano prendersela in special modo come il cattolicesimo, visto come una fucina di menzogne e superstizioni, un’istituzione creata ad arte per raggruppare quante più persone fragili ed insicure possibili, per poterle sfruttare a piacimento e senza rimorsi. E’ la paura, la base della religione, ed i D.I intendono smascherare questo inganno rifiutando a priori l’idea di un’istituzione creata da uomini in grado di fungere da tramite con un essere superiore. La chiesa, il clero, sono solo inganni: l’uomo dovrebbe prendere coscienza delle sue possibilità e vivere la sua vita liberamente, senza starsi a preoccupare del volere di Dio, che in realtà è il volere di alcuni uomini in particolare, abilissimi a sfruttare il nome del loro “padre spirituale” (“Fiddle with your rosaries, holy water only makes me bleed /To burn your rosaries, to burn it all / It is time to concentrate the mindless sheep, don't be late, you'll be slammed, you'll be mauled. You'll be thrown into the walls, everybody thinks it's cool..” – “Gioco con I vostri rosari, l’acqua santa mi fa sanguinare / bruciare i vostri rosary, bruciarli tutti.. / E’ ora di radunare le pecore senza cervello, non fate tardi.. o verrete uccisi, verrete sbranati. Sarete gettati contro il muro.. e tutti credono che questo sia bello”). Si arriva dunque alla traccia numero dieci, e si cambia nuovamente ispirazione. La cover di Mr. Freeze” è l’omaggio che gli Slayer decidono di porgere ai californiani Doctor Know, teorici del movimento “nardcore”, ovvero una scena HC Punk originaria del sud California, che vedeva il suo quartier generale nella città di Oxnard o comunque in quartieri – cittadine ad essa limitrofi. Dalla fusione del nome della città e del termine Hardcore nacque appunto il nome Nardcore, bandiera e vessillo di un nutrito numero di band punk, fra le quali ricordiamo gli Agression, i False Confession e gli Scared Straight, giusto per citarne alcuni. All’interno di un così ricco calderone, i Doctor Know erano comunque fra i gruppi più famosi e di spicco: il loro debutto, l’EP “Plug-In Jesus”, è ad oggi ricordato come uno dei loro lavori più rappresentativi, un’autentica bomba ad orologeria capace di detonare ad ogni traccia. Ruvido, irriverente, devastante, insomma il perfetto prodotto Hardcore dei suoi tempi (1984). Ritorniamo quindi su dimensioni ben più aggressive e sperimentali, un ottimo punk che già sapeva di thrash metal, pane per i denti dei nostri Slayer. Il brano scelto è tratto proprio da “Plug-In Jesus” (traccia numero  due per la precisione), ed i nostri sembrano trovarsi ancora più a loro agio che nella precedente track, ove il lavoro di “rimaneggiamento” si era fatto decisamente più marcato. In questa occasione, il combo losangeliano non deve fare altro che premere leggermente sull’acceleratore e rendere il brano più “thrash” che possono. Riuscendoci bene, naturalmente: si parte con un riff come al solito mescolante aggressività ed oscurità Slayeriana, tuttavia l’assalto non è “totalitario” come già ascoltato in occasione dei tributi ai Minor Threat o ai Verbal Abuse. Il sound si mantiene pacato e lineare, le chitarre di Kerry Jeff svolgono alla precisione il loro compito senza strafare, la voce di Tom Araya è sempre splendidamente ruvida e cavernosa, mentre Paul Bostaph continua con prepotenza a far sentire la sua voce a suon di percussioni e “botte” letteralmente tirate ai suoi tamburi, che sembrano tuttavia reggere splendidamente il tiro del possente batterista. I ritmi si fanno più serrati al secondo 00:46, nel quale un’improvvisa accelerata ci conduce dapprima al ritornello e poi ad un momento ben più cadenzato, in cui Araya diviene letteralmente un banditore, mentre il resto della band cerca di costruire una sorta di ritmo – incedere ipnotico, che in qualche modo inglobi l’ascoltatore e lo conduca letteralmente in un crescendo di emozioni e sensazioni. Ottimo momento solista che si protrae leggermente anche quando l’assalto sonoro ed i ritmi serrati ritornano (anche se per poco); troviamo in sottofondo una chitarra tremante, “serpeggiante”, che letteralmente costeggia il main riff accentuando la sensazione di crescendo già udita in precedenza. Arriviamo così all’esplosione definitiva, un tripudio di rabbia, violenza e disperazione, che coincide con il ritorno (stavolta definitivo) del momento più veloce letteralmente “presentatoci” da un urlo a dir poco straziante di Araya, grandissimo interprete. Il brano si conclude dunque di botto, lasciandoci letteralmente intimoriti e privi di difese. A differenza di quanto letto sino ad ora, il testo di “Mr. Freeze” risulta assai criptico in non pochi punti. L’idea generale di quel che riusciamo a carpire da queste lyrics è quella di un’apocalissa abbastanza imminente, che avverà per mano di questo personaggio, Mr. Freeze appunto, che sembra avere forti connotati fumettistici (forse uno dei principali antagonisti di Batman?) però derivati da diversi “cattivi” dei vari albi. Comunque sia, l’essere in questione possiede dei poteri a dir poco terribili e sarà capace di gettare la Terra in uno stato di caos totale, nel quale nemmeno i più lucidi o i più impavidi riusciranno a sopravvivere. Il tutto si concluderà con un’inevitabile morte generale, mentre questo mostruoso dominatore e dispensatore di morte gioirà del suo operato, compiacendosene a più non posso (“You will die on your knees by the hand of Mr. Freeze / I don't even know you, i just know where you live. I raided your child's bedroom and burned his virgin skin. I crucified your nation, i left the dead rot. I parade down the street carrying an iron cross / The oceans have been ripped away, it does no good to pray. Cataclysm! Men restore to cannibalism” – “Morirai in ginocchio, per mano di Mr. Freeze! / Non ti avevo mai visto prima d’ora, ma sapevo dove vivevi. Ho raso al suolo la cameretta di tuo figlio e o bruciato la sua candida pelle. Ho crocifisso la tua nazione, ho lasciato marcire i morti. Sfilo possente lungo la strada, innalzando una croce di ferro / Gli oceani vengono spazzati via, non è saggio pregare. Cataclisma! Gli uomini tornano al cannibalismo!”). Altro nome leggendario riportato letteralmente in auge grazie all’undicesimo brano del lotto, Violent Pacification, dei californiani D.R.I, acronimo di Dirty Rotten Imbeciles, nome arci-noto ad ogni appassionato di Hardcore Punk e Thrash Metal degno di definirsi tale. La band ha avuto difatti un grande merito: se con i Doctor Know abbiamo avuto a che fare con i portabandiera di un “movimento”, possiamo dire lo stesso anche in questo caso, dato che all’unanimità i D.R.I sono visti da tutti come i “padrini” del cosiddetto Crossover, ovvero un genere misto di Hardcore e Thrash Metal sconfinante sia nell’uno sia nell’altro versante. Un ibrido, un qualcosa di indecifrabile ma di stupendamente duro e travolgente; riff taglienti, tracce relativamente brevi, unite alla rabbia primordiale del punk e alla velocità-potenza del Metal, senza dimenticarsi che proprio il termine Crossover venne coniato grazie ad un omonimo album dei D.R.I (datato 1987), i quali funsero letteralmente da apripista per altre band molto importanti del genere, come S.O.D (Stormtroopers of Death), Suicidal Tendencies o i già citati Cro-mags (facendo riferimento, in particolar modo, all’album “Best Wishes” del 1989). Insomma, delle vere e proprie pietre miliari, una band capace di mettere d’accordo tutti, dai punks ai metallari più esigenti. Il lavoro preso in considerazione dagli Slayer, questa volta, è l’EP “Violent Pacification”, omonimo della track che andiamo a recensire. Un EP registrato all’insegna della regola “zero compromessi”, un attacco sia in musica sia in lyrics alla società, vista come sorda, cieca e tristemente bigotta. Il tutto sembra conciliarsi a meraviglia con lo stile degli Slayer, anch’essi per nulla intimoriti da temi per così dire “scomodi” e dalle “gare di decibel”. La track originale si contraddistingue per una forza ed una potenza fuori dal comune. Le chitarre sembrano letteralmente martoriate, la ritmica è forsennata a tal punto da trasmetterci le stesse sensazioni che proveremmo stando sulle montagne russe, il tutto è giocato su tempi molto risicati (tre minuti scarsi), tempi nei quali è comunque previsto un cospicuo istante per rifiatare, nel quale la band riposa assieme a noi, solo per condurre il pezzo ad un climax e ad un’accelerazione progressiva, che concluderà il pezzo con uno stop improvviso, proprio quando ci saremmo aspettati una nuova detonazione. La versione degli Slayer è a dir poco travolgente: esagerando notevolmente il contesto, assistiamo ad una prima parte letteralmente da brividi, dove le frustate di Paul Bostaph sono miste allo splendido lavoro degli instancabili chitarristi, mentre Tom Araya prende letteralmente a pugni il suo basso aiutando il collega di ritmica Paul, offrendo nel frattempo l’ennesima bella prova vocale. Il chaos si protrae fino allo “stop”, nel quale i ritmi si dilatano enormemente ed il cileno scandisce a gran voce il titolo, finché Hanneman King spariscono letteralmente, lasciando soli Araya Bostaph, i quali sanno farsi valere alla grande. I due axemen ritornano comunque dopo poco, e tutto è pronto per la colossale accelerata che ci porterà alla conclusione. Il clima che gli Slayer riescono ad instaurare è, se vogliamo, ancor più denso d’ansia di quanto non abbiamo udito nella versione originale. I nostri riescono ad imbarbarire notevolmente un brano già di per se fieramente barbaro, devastante e privo di compromessi. Non è da tutti compiere un’azione di tal calibro, e complici gli anni ’90 ormai giunti alle loro battute finali, gli Slayer possono riversare su questo thrash – hardcore un’intero doppio lustro di evoluzioni “estreme”, apprese negli ultimi dieci anni ed in questa sede perfettamente attuate. Come se l’Hardcore fosse giunto ai giorni nostri con una macchina del tempo e avesse fatto tesoro di tutto ciò che nel periodo fra la sua nascita e quella di “Undisputed Attitude” era accaduto. Un’operazione tutto tranne che nostalgica, non c’è altro da aggiungere! Come già accaduto in “Superficial Love”, anche in questo caso ci approcciamo con tematiche di guerra, anche se in questo caso non ci troviamo prettamente dinnanzi ad un tema guerresco nel vero senso della parola. La “pacificazione violenta” viene vista anche in senso metaforico: ovvero, il tutto viene inteso come un rimedio drastico, nel senso che, paradossalmente, verremo ammazzati noi stessi per impedirci (MOLTO eventualmente) di ammazzare qualcuno. Il tutto diviene un circolo assurdamente vizioso, nel quale a stento riusciamo a trovare un significato o comunque un filo conduttore. In generale, il tutto è rivolto anche alle cosiddette “guerre di pace”, ovvero conflitti armati intrapresi per calmare la guerra.. con la guerra! “Rispondere al fuoco con il fuoco”, ma in questo caso i D.R.I esagerano volutamente il contesto, mettendoci dinnanzi a quel che alla fine questa politica può effettivamente portare, ovvero uccidere per il puro gusto di farlo, utilizzando la scusa della “pace” (“We'll force you to be nice to each other, kill you before you kill each other, Violent pacification!!” – “Ti obbligheremo ad essere gentile con il prossimo, ti uccideremo prima che tu possa uccidere qualcuno, pacificazione violenta!!”). Ritornano i D.I con l’avvento della traccia numero dodici, Richard Hung Himself, questa volta tratta dall’omonimo EP della band, datato 1983. C’è da sottolineare come le circostanze presenti in “Spiritual Law” non si ripresentino “troppo prepotentemente” in questo caso, essendo “Richard..” un brano contraddistinto da un riff ossessivo e da toni piuttosto cupi, quasi “funerari”, molto particolari per una band Punk ma comunque, nella loro durezza e minimalità, perfettamente in armonia con i principi di base della teoria musicale del movimento Punk. Ci troviamo comunque dinnanzi ad un brano assai particolare, che gli Slayer snaturano ancora una volta, tramutandolo in un’autentica furia distruttiva in note. La voce di Araya non risulta espressiva quanto quella di Casey Royer, la prova vocale del cileno è perfettamente in linea con l’aggressività tipica del thrash metal; idem King ed Hanneman, che certamente offrono una prova assai apprezzabile come Paul Bostaph, del resto. La sensazione generale è, però, quella che qualcosa non quadri del tutto. Il brano originale beneficiava assai di quel tocco malinconico e cupo, che in questa versione degli Assassini viene a mancare letteralmente. I nostri provano comunque a rendere ipnotici e monolitici i riff, si concedono qualche breve sfuriata di quando in quando (vero mattatore delle seppur mini “esplosioni” rimane sempre Bostaph), cercano in tutti i modi di portare a casa una prova convincente, ma il tutto non sembra decollare. Ci troviamo dunque dinnanzi ad un sostanziale punto debole del disco, che se farà comunque la felicità degli appassionati di thrash, di contro deluderà e non poco chi ha apprezzato i D.I proprio per questa particolare vena sperimentale e tendente all’inusualità. Un buon brano thrash, che sicuramente fa bene alla reputazione degli Slayer ma snatura (seppur non fastidiosamente) quello che è un lavoro forse troppo particolare, per ritrovarsi in un album maggiormente incentrato sull’Hardcore o comunque sul Crossover (vedasi D.R.I). Propendere per una band differente dai D.I, in questo particolare caso, non sarebbe di certo stato sbagliato o comunque reprensibile, anzi. Il brano sembra narrare, seppur in maniera molto criptica, un suicidio avvenuto per cause ben note. Richard, il protagonista del pezzo, era molto probabilmente un tossicodipendente (ciò spiegherebbe la continua presenza di “aghi” e “punture” all’interno delle lyrics) che forse spinto dalla desolazione e dall’incapacità di uscire fuori da questa vita è arrivato a compiere l’insano gesto, per poter finalmente passare a miglior vita, distaccandosi da tutti i suoi problemi. La storia è di per se molto triste, anche perché il ragazzo ha scelto, per andarsene, forse la morte più atroce, ovvero quella dell’impiccagione. I D.I descrivono la scomparsa del ragazzo non proprio come un vero suicidio, ma quasi come un’esecuzione, proprio per il modo barbaro in cui il giovane ha deciso di lasciare questo mondo. I suoi boia, tutti i suoi vizi e problemi, quelli che lo hanno spinto a togliersi la vita una volta per tutte (“Needles stabbed into the walls, the executioners curtain call.. Fighting back he found his life drowning /  Richie won't come out to play, that poor bastard hung himself the other day / Cause Richard strung himself, the needles stung himself” – “Aghi piantati nel muro, gli esecutori calano il sipario.. ha combattuto ma alla fine la sua vita è annegata / Richie non è uscito a giocare, quell povero diavolo si è impiccato l’altro giorno / ..perché Richard si è impiccato? Gli aghi lo hanno punto..”). Migliora e di molto il clima grazie al provvidenziale arrivo della cover “principe” del disco tutto: I’m Gonna be your God” (titolo originale: "I Wanna be Your Dog") è difatti la splendida cover con la quale gli Slayer porgono tanto di cappello ai maestri The Stooges, gruppo cardine della musica Rock e successivamente Punk, grazie alla loro carica dissacrante e agli atteggiamenti sopra le righe del grande interprete – nonché loro frontman Iggy Pop. La band statunitense esordì nel lontano 1969 con il leggendario omonimo album, ricevuto molto positivamente dalla critica, figlio del periodo dei grandi cambiamenti sia in ambito Rock sia in ambito sociale. Un disco coraggioso, a tratti oltraggioso, splendidamente vero e concreto, che mescola la dirompenza del rock n roll con un’acidità tendente quasi al blues psichedelico dei Doors, senza scordare la magnificenza del Jimi Hendrix più espressivo, la cui lezione è perfettamente udibile nei solchi di questo masterpiece. Gli Stooges  si presentarono al pubblico, dunque, con un lavoro d’eccezione, pieno di atmosfere difficilmente replicabili. Il brano scelto dagli Slayer, poi, è forse uno dei più famosi della storia del rock: detto senza mezzi termini, le possibilità di realizzare un clamoroso flop erano abbastanza alte, e se nel precedente caso dei D.I possiamo in qualche modo “perdonare”, i nostri erano perfettamente consapevoli del fatto che dissacrare un classico può letteralmente distruggere una carriera. Decidono così.. di re inventarsi, abbandonando per un secondo l’attitudine “sanguinolenta” ed “estrema” per calarsi in dei panni molto, molto simili a quelli dell’Iggy Pop nazionalpopolare. Ebbene si, i nostri Slayer riescono a diventare pungenti ed irriverenti, non rinunciando ad un sound pesante ma comunque rendendolo perfettamente in linea a quelle che erano le intenzioni degli Stooges. Le chitarre di Hanneman King riescono a tingersi di un’oscurità “sporca” e rugginosa, proprio come se dovessero trascinarci in un ambiente fastidiosamente lascivo, capace di far inorridire i benpensanti e di far divertire laidamente il più bieco dei perversi. C’è qualcosa di profondamente diverso, questi non sono i soliti Slayer, qualcosa è profondamente cambiato in questa occasione, persino la voce di Tom Araya risulta effettata e decisamente più consona alla storia trattata. Azzardando un paragone, sembra quasi di trovarsi a contatto con un brano dei The Mentors: l’aria che si respira è la stessa “esageratamente grossolana” di album come “You Axed For It”, e ci troviamo catapultati in una storia del tutto simile a quella narrata in brani come “Herpes Two”. Mancherebbe solo la sentenziosa voce del bizzarro El Duce per trovarci immersi in una realtà simile. Certo, era difficile se non impossibile evocare la teatralità del carismatico Iggy, come era impossibile mantenere inalterati TUTTI gli accorgimenti della versione originale (come i campanelli o l’ossessivo pianoforte).. tuttavia, reinventando la loro attitudine, gli Slayer vincono e convincono, presentandoci un brano totalmente diverso ma tutta via in perfetta linea con l’irriverenza di fondo già presente nell’ “I Wanna..” datata 1969. Un punk – heavy – thrash che giova al brano degli Stooges, che lo rende ancor più morboso ed ossessivo. Le chitarre di Hanneman e  King non smettono mai di ricamare riff, la batteria di Paul Bostaph tiene meravigliosamente il tempo, mentre la voce effettata di Tom ottiene finalmente quello spessore teatrale tale da abbandonare la monotematicità udita nel brano precedente. Accorgimenti che non banalizzano ma anzi esaltano, che non distruggono ma anzi trasformano. Ottimo lavoro, sicuramente Iggy sarà stato molto fiero di tutto questo. Menzione d’onore anche per il momento solista. Come già intuito dal titolo, le lyrics non seguono quelle originali degli Stooges, anzi gli Slayer decidono di esasperare il significato originale della canzone rendendolo ancora più esplicito. Se in “I Wanna Be Your Dog” la situazione era comunque “velata” e si supponeva che l’uomo fosse (seppur non contro la sua volontà) “in balia” della sua donna, il testo dei thrasher losangeliani riprende a piene mani dai The Mentors anche per via di molte espressioni a sfondo sessuale più che dirette. In questo caso abbiamo un ribaltamento di prospettiva: l’uomo vuole essere una vera e propria divinità dominante, sottomettere la sua amata portandola al piacere estremo, e vuole che anch’ella si adoperi per farlo divertire. Il tutto viene visto in maniera profondamente carnale, non c’è spazio per i sentimenti ma anzi, questi ultimi vengono letteralmente “banditi” per far spazio alla “materialità”, che è l’unica cosa che interessa al protagonista di questa canzone (“And now it's time to bury my face between your legs, with my tongue in that special place / Now I'm ready to close my eyes, to feel that warm deep throat action. Now I'm ready to make you cum and fuck like dogs all night long! Now I’m gonna be your God!” – “Ed ora è il momento di immergere la mia faccia fra le tue gambe, mettendo la mia lingua in quell posto speciale / ora sono pronto a chiudere i miei occhi e sentire quella gola calda e profonda in azione. Ora sono pronto per farti andare su di giri, diamoci dentro come cani, tutta la notte! Ora io voglio essere il tuo Dio!”). Giungiamo alla conclusione dell’album con un brano inedito e targato Slayer al 100%, quasi i nostri avessero voluto tracciare, con “Undisputed Attitude”, un percorso storico conducente a quello che in fin dei conti è il loro stile, creato e mutuato attraverso l’assiduo ascolto di tutti i dischi e gli artisti sino ad ora citati. La quattordicesima traccia, Gemini, prende a piene mani da molti dei periodi dei nostri: giunti al 1997 e pronti per consegnare al mondo il controverso “Diabolus in Musica”, gli Slayer creano un pezzo per certi versi anomalo, seppur fedele a stilemi già uditi in dischi leggendari come “South Of Heaven” “Seasons in the Abyss”. La coltre di oscurità già udita in “Divine Intervention” rimane, il sound viene estremamente dilatato, reso a tratti quasi doom, venato di una malinconia dal vago gusto Grunge, specialmente udibile nel cantato. Note lunghe di chitarra e le campane dei piatti di Paul Bostaph danno il via a questa danza macabra ed ossessiva, un autentico monolite che si trascina su se stesso, dall’incedere cupo, minaccioso, portatore sano di uno spleen sonoro che ricorda molto da vicino la “sofferenza” dei Celtic Frost più sperimentali, periodo “Into the Pandemonium”. Il riff si fa molto più articolato, il battere di Paul più minaccioso ed il clima diviene quasi simile a quello che solo gli Alice In Chains riuscirebbero ad instaurare, tuttavia la “malinconia” resta udibile per poco, dato che in seguito le chitarre si fanno molto più serrate ed Araya può accelerare, rendendo la sua voce molto più aggressiva. Il tutto si calma nuovamente, riprende una sorta di cantilena salmodiante sorretta da chitarre che non abbandonano “la linea”,  e persino Bostaph sembra leggerissimamente più limitato, nonostante alcuni virtuosismi molto apprezzabili. Meglio scordarsi degli assoli al fulmicotone della coppia d’asce degli Slayer, perché il momento solista che presto sopraggiunge non riesce ad eguagliare i fasti già comunque uditi nei successori di “Reign in Blood”. Un assolo buono, ben costruito, adattissimo a quel che “Gemini” è, ma che non riesce a convincere appieno. All’improvviso, al minuto 3:34, un improvviso cambio di clima: la vena Grunge di Araya sparisce progressivamente ed il cileno inizia a martoriare seriamente il suo basso, coadiuvato da un Bostaph che finalmente può emergere nel contesto, e tutto diviene molto più minaccioso. Pallida illusione, tuttavia, dato che il finale è affidato agli stilemi iniziale ed il pezzo vola via, così, chiudendo una parentesi apprezzabile ma non comunque necessaria. Il tutto sembra difatti troppo avulso al contesto: se in un album “normale” degli Slayer un brano come questo avrebbe senza dubbio fatto faville (pur ostentando una forte carica di “modernità”), nel contesto del tributo sembra più un episodio fine a se stesso, quasi come “Undisputed Attitude” fosse un EP contenente un singolo di lancio (proprio “Gemini”) da ascoltare, più tutta una serie di “filler” (le varie cover) da apprezzare a mo’ di divertissement, e non invece come un sincero tributo. Un solo brano che in effetti fa in qualche modo sorgere delle domande nell’ascoltatore. Certamente i precedenti inediti, “Can’t Stand You” “Ddamm”, avevano uno stile che ben si confaceva al contesto tutto.. ma dopo una carrellata di riff sferraglianti e rabbia hardcore, la repentina svolta avvenuta con “Gemini” pregiudica (ma non in maniera irreparabile) quello che è il vero intento dell’album, ovvero tributare il mondo Punk. Un brano più in linea con i suoi princìpi sarebbe stato senza dubbio più calzante: con la sua mescolanza di stili e con la sua “malvagità” “Gemini” riprende solamente quel che è stato il lato forse più “sperimentale” del Punk (i D.I o gli Agent Orange) ma non riesce a rendere giustizia a TUTTO il movimento, composto da dei veri e propri “assalitori” come Verbal Abuse Minor Threat. Data la mole del lavoro, sarebbe comunque più giusto ritenere “Gemini” come un riempitivo, e non viceversa. Proprio per parlare di tematiche “classiche” e di dischi più “à la Slayer”, molti indizi lasciano presagire che il testo sia incentrato sulle vicende del Killer dello Zodiaco, un pazzo criminale molto attivo durante gli anni sessanta. Dopo le vicende di Ed Gein (“Dead skin Mask”), gli Slayer si cimentano così nel racconto di un’altra mente deviata. Zodiac, questo il nome utilizzato dallo psicopatico, era solito uccidere per divertimento, proprio come dichiarò egli stesso in una lettera recapitata ad un quotidiano. Egli riteneva molto più soddisfacente uccidere gli esseri umani che gli animali selvatici, in quanto “l’uomo è il più pericoloso di tutti”. La sua pazzia, comunque, non si limitava all’immanenza: parlando di trascendenza, sembrava che egli uccidesse addirittura per collezionare anime, in quanto queste ultime avrebbero dovuto servirlo durante un’altra vita che egli si sarebbe ritrovato a vivere quando la precedente fosse finita. Il tutto era scritto e documentato in diverse lettere o messaggi che egli stesso recapitava presso le sedi dei quotidiani o comunque presso i commissariati, sfidando apertamente l’opinione pubblica e le forze dell’ordine, che tuttavia si trovavano a brancolare nel buio per diversi motivi, fra cui la sua incredibile elusività e la folta schiera di “imitatori” che si dilettavano nel copiare i gesti del loro beniamino, inviando biglietti del tutto simili ma non scritti da Zodiac, il quale sembrava letteralmente imprendibile (“Walking slow, breathing heavy, you could see death sweat how it shined.. an argument out of control in my mind. I am here for the sole purpose of your death / your death is my salvation, to a kingdom mine. My lord is my light, the master of darkness” – “Cammini piano, respiri affannosamente, riesci a vedere quanto brilla, il sudore della morte.. un argomento fuori controllo, nella mia mente. Io sono qui con il solo intendo di ucciderti / la tua morte è la mia salvezza, e lo è per il mio regno. Il mio Signore è la mia luce, il Maestro delle Tenebre”).





Bonus Tracks:

Traccia numero dieci della versione Europea è la traccia Sick Boy, canzone degli inglesi G.B.H, considerati uno dei gruppi Hardcore più importanti della storia del Punk, nonché una delle massime ispirazioni per molti artisti successivamente votati alla causa del thrash. Già di per se il loro nome è quanto di più “scorretto” possa esistere: in origine Charged G.B.H, il monicker completo della band è Charged Grievous Bodily Harm, ovvero “Accusati di gravi lesioni personali”, reato piuttosto grave che molto spesso costa la galera agli accusati (e ci ricolleghiamo al clima di risse e provocazioni già portati in auge dai Verbal Abuse, come già visto). In origine solamente G.B.H, i britannici decisero di aggiungere l’aggettivo “charged” per via di una disputa nata con un gruppo di loro connazionali, dediti però ad un normalissimo Hard Rock. Dopo la lenta scomparsa di questi ultimi, però, i Punks potettero tornare a chiamarsi semplicemente G.B.H e a consegnarsi alla storia proprio con questo specifico nome – sigla. Il brano scelto dagli Slayer è tratto dal debut album della formazione inglese, uno dei dischi più influenti ed importanti nella storia dell’Hardcore, del Crossover e del Thrash: parliamo proprio del monumentale “City Baby Attacked by Rats”, datato 1982. Il brano originale risulta essere una miscela esplosiva di Street Punk ed Hardcore, un brano che in seguito (come tutto il disco) avrebbe influenzato non poco formazioni come Warfare, TankBlood Money, ed in generale un ottima parte dello speed metal, not only made in England (e la nuova scuola svedese, fra cui Cranium Gehennah ne sanno sicuramente qualcosa). Un brano dunque importante, in grado di permettere agli Slayer di sfogare tutta la loro ancestrale ed intrinseca bestialità. Il sound della chitarra di Hanneman si tinge ancor di più di Punk durante il riff iniziale, sopraggiunge di gran carriera anche l’ascia di King a dar man forte al collega, in uno dei pezzi più “fedeli alla linea” fino ad ora uditi. Una cover eccellente che sembra richiamare appieno lo spirito scanzonato e diretto dei G.B.H. Gli Slayer divengono punks per un attimo, e la loro importante formazione thrash è si udibile, ma comunque mescolata allo splendido Crossover di forgia British. La batteria di Paul Bostaph è nuovamente il tratto distintivo del brano e del disco tutto, la voce di Araya ben più espressiva e “carica” del solito, mentre un nuovo e pregevolissimo momento solista riesce a rendere in assoluto questi due minuti e (quasi) mezzo come uno dei momenti più indimenticabili e meglio riusciti del disco. Un vero e proprio passo indietro, aver privato la track list ufficiale di questa perla, una scelta assai poco condivisibile, che avrebbe alzato (sensibilmente) il livello di composizione ed esecuzione di un disco che “sarebbe potuto essere..”, ma “è stato” solo in parte. Il brano sembra parlare di un ragazzo afflitto da una grave patologia mentale, che lo porta a compiere atti sconsiderati. Egli deve vivere costretto in un letto d’ospedale, pieno di elettrodi, a causa di crisi di nervi e sempre circondato da dottori che prendono nota dei suoi progressi o regressi. Tuttavia, il nostro protagonista non risulta troppo infelice della sua condizione, anzi. Egli riesce ad accettare il tutto con una sorta di bizzarra e nera ironia, ammettendo a se stesso di essere piacevolmente colpito da visioni continue di ragazze in uniforme scolastica, che gli causano non poco piacere. Una sorta di lucida follia, quindi, che lo fa apparire più come una macchietta che come una persona lentamente consumata da un dramma umano. Forse la sua malattia è solo metaforica, forse egli è in realtà il simbolo di chiunque abbia la facoltà di definirsi alternativo ma proprio per questo viene “sedato” e giudicato come pazzo, ed incapace di “intendere e di volere” (“I'm strapped into my bed, i've got electrodes in my head, my nerves are really bad, it's the best time I've ever had. I'm a sick boy, and there's no cure / I see school girls everywhere, short skirts and pig-tailed hair.. but why must I suffer, for being a gym slip lover?” – “Sono legato al mio letto, o degli elettrodi piantati in testa, i miei nervi sono a pezzi.. ma non mi sono mai sentito meglio! Sono un ragazzo malato, e non ci sono cure / Vedo studentesse dovunque, con gonne corte e codini ai capelli.. e perché dovrei soffrire, per essere un’amante della biancheria intima sportiva?”). Seconda (ed ultima) bonus track, questa volta totale appannaggio della versione giapponese di “Undisputed Attitude”, è il tributo offerto ai Suicidal Tendencies, qui omaggiati con una cover della loro Memories Of Tomorrow, tratta dall’album “Suicidal Tendencies” uscito nel 1983. Curiosa, la storia di questo particolare complesso: come ogni gruppo Punk che si rispetti, la loro nascita e la loro attività non fu infatti esente da critiche infondate ed addirittura inventate. Musicalmente vennero immediatamente bollati come “il peggior gruppo mai esistito”, e non di rado i media li condannavano per gli episodi di violenza (mai comunque infallibilmente documentati) che non di rado di scatenavano durante i loro concetti. Non perdendosi d’animo, la band di Mike Muir decise di rivolgere a loro favore le critiche ricevute. Detto / fatto, le critiche e le voci insistenti sul conto dei Suicidal Tendencies destarono l’interesse di molte etichette discografiche, interessate a mettere sotto contratto una band così (seppur tristemente) famosa. Il risultato fu sorprendente: nel 1983 i Suicidal Tendencies pubblicarono, per la “Frontier Records” (già nota per una collaborazione con i T.S.O.L, sempre rimanendo un ambito Punk), il celebrato (e ben accoltoda una critica ora divenuta più obbiettiva) debutto loro omonimo, che riscosse un successo impensabile per una band punk all’epoca. Tant’è che il video realizzato per una delle canzoni del disco, “Institutionalized”, venne accolto con gradissimo successo dal pubblico di MTV, un successo che permise di far conoscere al grande pubblico l’esistenza dell’Hardcore Punk, fino a quel momento ben più di nicchia di quanto si pensasse. Altro nome leggendario, altra ottima cover: in cinquantasei secondi, gli Slayer mettono letteralmente a ferro e fuoco l’ambiente, non lasciando prigionieri e soprattutto facendo capire a molti come si suona l’hardcore. Una delle tracce migliori di tutto il lavoro, nel quale le chitarre di Hanneman King vengono letteralmente disintegrate a suon di poderose pennate, scandenti riff ossessivi e serrati, duri e puri, senza un minimo di stanchezza o comunque di ritegno. Dal canto suo, Araya sfodera un’altra prova monumentale, nella quale il suo canto disperato ed urlato assurgono a vero e proprio leitmotiv del pezzo, oltre alla sempre presente e barbarica batteria di Paul Bostaph. Nemmeno un minuto, eppure una manciata di secondi da ricordare e soprattutto da lodare.. altra track che avrebbe fatto meglio ad essere presente nella versione standard, affinché tutti potessero gioire di un ottimo disco e non soltanto di un “buon lavoro”. Scelte di marketing? “Ragion di Stato”? Ai posteri l’ardua sentenza, certo è che sia “Sick Boy” sia “Memories of Tomorrow” sono TROPPO, per essere confinate nel limbo delle bonus track, poco ma sicuro. Il testo risulta profondamente anti militarista, ed in generale le lyrics accusano i governi mondiali di rifornirsi d’ogni tipo d’arma anziché pensare al benessere dei propri cittadini. Tutti ci dicono che quelle armi servono solamente per proteggerci, per assicurarci un futuro dignitoso, quando in realtà sono solamente strumenti di morte e distruzioni, buoni a portare più che altro dolori e sofferenze, e non certo pace e fratellanza. In questa manciata di secondi, i Suicidal Tendencies prendono dunque una posizione netta, ed arrivano a ricordare anche episodi piuttosto drammatici, come lo sgancio dell’atomica su Hiroshima Nagasaki, con tutte le dirette conseguenze (“Radio active people search for medicine, pray for shelter, kill for food. Mass starvation, contaminated water, destroyed cities, mutilated bodies / B-1 bombers in flight, Trident missles in the air, MX missles underground, protect us till we're dead” – “Gente radioattiva che cerca cure, pregano per un riparo, ammazzano per cibo. Fame nel mondo, acqua contaminata, città distrutte, corpi mutilate / bombardieri B-1 in volo, Missili Trident in aria, missili MX sotto terra, ci proteggeranno finché non saremo morti”).



Giunti dunque a questo punto, non ci resta altro da fare che tirare le somme e giudicare in toto un lavoro come “Undisputed Attitude”, assai singolare e per certi aspetti molto controverso. Andiamo per gradi: sicuramente l’idea di fondo è quanto meno apprezzabile, anzi, da incoraggiare senza star troppo a pensarci su. Il mondo Punk ed il mondo Metal sono stati divisi per troppo tempo, troppe sciocche rivalità hanno separato due mondi che invece, data la loro carica rivoluzionaria, dovrebbero cooperare e non odiarsi. Dedicare non una o due cover ma un intero disco a questo mondo è stato senza dubbio un notevole passo avanti nella “riappacificazione”, soprattutto se l’onore alle armi in questione viene concesso dagli Slayer, un gruppo che già nel 1996 poteva portare orgogliosamente sulle spalle una scena metal formatasi grazie ai loro dischi e alle loro canzoni. Un gruppo non da poco, non certo i ragazzini sotto casa. La storia, gli autori di “Reign in Blood”, fra i padrini indiscussi del thrash prima e del death metal poi. Questi sono già di per se fattori notevolissimi, se poi aggiungiamo ulteriori pregi, capiamo quanto “Undisputed..” non sia certo da buttare. Un’opera musicale e soprattutto di divulgazione, grazie alal quale le giovani generazioni di allora e le odierne non smettono di imparare e di scoprire, addentrandosi in un mondo, quello Hardcore o comunque Punk, da conoscere a prescindere: se un ventenne fan degli Slayer si ritrova, grazie a loro, ad ascoltare Minor ThreatD.R.I o G.B.H, è già di per se una vittoria; gli Slayer sono i nostri Virgilio, guide preziosissime all’interno di un mondo che, altrimenti, sarebbe assai difficile da far nostro o comunque anche solo avvicinarvisi. Se poi i pezzi sono effettivamente ben suonati, tutto lascia presagire ad un’operazione tutto sommato ben riuscita. “Ben riuscita” è però un’espressione molto diversa da “perfettamente riuscita”. Le crepe (non visibilissime ma nemmeno trascurabili) di “Undisputed Attitude” ci sono, si percepiscono, e risiedono dapprima in una mancanza di varietà che forse ha penalizzato un’idea che poteva essere concretizzata in maniera abbastanza più articolata (inserire troppi brani dello stesso artista e relegare Sucidal Tendencies G.B.H nel “superfluo” delle bonus tracks è stato un mezzo passo falso, poco da dire), in seconda battuta alcune scelte forse troppo azzardate che non hanno condotto il disco verso momenti “indimenticabili” (sarebbe stato meglio evitare le cover dei D.I e concentrarsi magari su altri lidi.. Agnostic Front Cro-mags, ad esempio). Molte perle rare come il rispolverare lavori dei Doctor Know ed il tributo ai The Stooges, però, riescono in qualche modo a non farci storcere troppo il naso, vista e considerata la presenza forse troppo ingombrante dell’unico inedito, “Gemini”, che ripetiamo si sarebbe sicuramente trovato meglio in un album ufficiale. In sostanza, un lavoro coraggioso ma riuscito solamente a metà. Non da condannare come molti dicono, ma nemmeno da esaltare come capolavoro assoluto. C’è da dire che i nostri hanno saputo rendere “il cattivo più cattivo”, e la splendida attitudine aggressiva degli Slayer ha trovato terreno fertile in molti, moltissimi dei brani sino ad ora uditi. Tributi sinceri, se non altro, schietti e genuini, per nulla “scialbi”. Tributi e non scopiazzature pedissequamente ricreate, senza aggiungere un minimo tocco di personalità. In definitiva, un album dedicato a tutti i metalheads curiosi, desiderosi di partire alla scoperta del mondo Hardcore.. e perché no, anche a quei Punks che hanno voglia di scoprire di che pasta sono fatti, questi “metallari”. Una bella occasione per dimostrare al mondo quanto il metal ed il suo pubblico siano, musicalmente ed umanamente, ben più aperti e curiosi di quanto la gente creda.


1) Disintegration / Free Money
(Verbal Abuse cover)
2) Verbal Abuse / Leeches
(Verbal Abuse cover)
3) Abolish Government / Superficial Love
(T.S.O.L cover)
4) Can't Stand You
5) Ddamm
6) Guily of Being White
(Minor Threat cover)
7) I Hate You
(Verbal Abuse Cover)
8) Filler / I Don't wanna Hear It
(Minor Threat cover)
9) Spiritual Law (D.I cover)
10) Mr Freeze (Dr. Know cover)
11) Violent Pacification (D.R.I cover)
12) Richard Hung Himself (D.I cover)
13) I'm Gonna be your God
(The Stooges cover)
14) Gemini

Bonus Tracks:
15) Sick Boy (G.B.H cover)
16) Memories of Tomorrow
(Suicidal Tendencies cover)

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