SLAYER

Show No Mercy

1983 - Metal Blade

A CURA DI
GIACOMO BIANCO & MAREK
12/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Gli Slayer sono una della band più conosciute, apprezzate e celebrate dell'intero panorama metal mondiale. Sono sempre stati una band senza compromessi: in circa trentacinque anni di carriera hanno subito sì evoluzioni sonore (come qualsiasi altra band, del resto), ma la loro proposta è rimasta pressoché sempre fedele alla loro saldissima formula musicale: un thrash metal ultra-potente, riff da capogiro per velocità ed esecuzione, robustissime sezioni ritmiche, cantato sobrio, parlato e marcatamente in the face. Forse, proprio per questo attaccamento alla loro ortodossia metallica, la band è stata notevolmente criticata per non essersi saputa mai reiventare - quando invece, come vedremo nel corso della nostra storia su questa band, anche gli Slayer, a loro modo, seppero mutare pelle in un senso decisamente modernistico, specie a cavallo tra Novecento e Duemila. La storia di questa band, che rientra di diritto nel ristrettissimo novero dei Big Four of Thrash metal (Metallica, Megadeth, Anthrax e, appunto, i nostri Slayer), si fa solitamente cominciare attorno al 1981, quando il chitarrista Kerry King incontrò il batterista Dave Lombardo. La genesi della band fu quanto mai rapida e indolore. Con i due quarti già assemblati, King si rivelò una figura di fondamentale importanza già allora, facendo conoscere a Lombardo i restanti due membri che andavano ricercando. Il primo, Jeff Hanneman, chitarrista, conobbe King quando quest'ultimo si era candidato per un provino nella band in cui suonava Jeff. Dell'episodio si sa effettivamente poco, ma quel che è certo è che i due, una volta allacciata una relazione di amicizia, rimasero sempre in contatto, fintantoché King si decise ad offrire l'altro posto di chitarrista all'interno del suo nuovissimo progetto proprio ad Hanneman. A questo punto dell'opera mancava però ancora un tassello, o meglio un duplice tassello: la sezione ritmica necessitava di un bassista, ma soprattutto mancava ancora la voce. A sopperire a tale doppia mancanza ci pensò Tom Araya, un ragazzo di origini cilene che aveva anch'egli suonato in precedenza con King all'interno della band chiamata Quits (prima ancora conosciuti come Tradewinds). I Nostri erano tutti attorno ai diciott'anni, mentre Araya era giusto un paio di anni più vecchio. Dave, il più giovane, frequentava ancora la scuola superiore, così come King e Hanneman. Tra i quattro, Araya proveniva da una realtà decisamente più "movimentata". Emigrato negli States quando aveva soli cinque anni, Tom venne descritto da chi lo conosceva bene come "un cattivo vicino che mostrava tendenze all'associazione di stampo criminale" (le famose gang latine). Per sua fortuna, e per noi metallari, la sua sorella maggiore lo spinse vivamente a frequentare un corso che, una volta ultimato, l'avrebbe portato alla certificazione come terapista respiratorio, una sorta di infermiere specializzato in cardiologia e pneumologia, figura spesso presente nelle sale operatorie e nelle sezioni di terapia intensiva degli ospedali. Spinto anche dal padre, Araya riuscì in questa maniera a togliersi dalla strada e a trovare un lavoro che gli potesse permettere la sua grande passione: la musica. Tom si era avvicinato al mondo del basso quando uno dei suoi fratelli aveva acquistato una chitarra; in questa maniera i due potevano suonare assieme, strimpellando canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones. Introdotto per ultimo nell'ambito del nascente progetto Slayer, la lieve differenza d'età o le origini sudamericane non influirono in alcun modo sulla sincronia che si stava venendo a stabilire tra i ragazzi. Muovendo i loro primi passi come cover band - nel cui repertorio spiccavano brani di Judas Priest, Iron Maiden e Led Zeppelin - i nostri ragazzi subirono l'influsso di Hanneman per quanto riguardava la musica punk. Da sempre grande appassionato di questa corrente musicale - e non ne ha mai fatto mistero -, Hanneman introdusse gli altri alla ritmicità ossessiva del punk, di cui vennero prontamente assorbiti impatto ed immediatezza della resa sonora. Come rivelò lo stesso Hanneman in sede d'intervista al portale KNAC.COM, fu con questa mossa che ottennero la loro caratteristica "velocità ed aggressività". Mentre King e Araya impiegarono più tempo per assimilare la "cura punk", Lombardo s'integrò a meraviglia nei nuovi meccanismi che la band andava allora oliando. Con un drummer istintivo e sanguigno come Lombardo, che in più s'andava appropriando delle tecniche del punk, la band poté ben presto iniziare a scrivere brani propri sempre più veloci e privi di compromessi. Già, perché il punto d'arrivo fondamentale che i Nostri si posero subito dopo il completamento della line-up fu proprio quello di incominciare a costruire un proprio repertorio. Progressivamente gli Slayer incominciarono così a ritagliarsi la loro zona nella Bassa California, quella di Los Angeles e San Diego per intenderci. Quando furono invitati ad aprire nella loro natia Anaheim, Orange County, ai Bitch - leggendaria underground metal band americana, capitanata dalla frontwoman Betsy Bitch -, gli Slayer colsero la palla al balzo per compiere un passo decisivo in direzione del riconoscimento di massa e del successo. Nonostante fossero riusciti ad affiancare solo due brani inediti all'interno degli otto brani loro concessi dall'esigua scaletta, gli Slayer vennero notati da Brian Slagel, che da giornalista musicale si era reinventato come produttore discografico, avendo da poco fondato la Metal Blade Records (1982). Lo scout, che andava avidamente in cerca di un roster per la sua neonata etichetta, rimase piacevolmente colpito dalla loro performance (in particolar modo della cover maideniana di "The Phantom of the Opera") ed offrì loro l'occasione di comparire sulle - oggi - celeberrime compilation della Metal Blade. All'epoca dei fatti ne erano uscite solamente due; sulla terza, però, il popolo metallaro avrebbe potuto ascoltare "in anteprima" la nascita discografica di una delle realtà oggigiorno più rispettate nell'ambito del rock duro. Il brano scelto per figurare era ovviamente un inedito, "Aggressive Perfector". Voci di corridoio e brusii "sotterranei" - come sotterranea, underground, era la loro musica - confermarono le potenzialità della band, riconosciutagli pure dal management della Metal Blade. A questo punto all'etichetta non rimase che mettere a libro paga la band, offrendogli il loro primo contratto da professionisti. Purtroppo la realizzazione del disco che la band avrebbe dovuto confezionare doveva considerarsi a loro esclusive spese: non c'era alcun supporto economico da parte dell'etichetta. Squattrinati come la maggior parte dei ragazzi a quell'età, gli Slayer cominciarono a racimolare soldi qua e là, attingendo dai risparmi di Araya, unico ad avere un lavoro ben retribuito in quanto specialistico. King invece si fece prestare qualche somma di denaro dal padre. Ma vediamo ora più in dettaglio gli avvenimenti che riguardano i Nostri, all'epoca dell'esordio. Entrata in studio nel novembre dell'83, la band dovette assolutamente fare tutto in fretta e furia, specie a causa della mancanza di fondi, elemento che non permise loro di prendersela con comodo. Fu così che, in appena tre settimane, furono confezionate le dieci canzoni costituenti l'album. Alcuni aneddoti si sprecano sulle sessioni di registrazione in studio, dalla partecipazione di Gene Hoglan (ex Death, Fear Factory, Opeth e Strapping Young Lad, oggi nei Testament) ai cori della traccia "Evil Has No Boundaries", all'imposizione a Lombardo di registrare la batteria senza piatti, o meglio, coi piatti a parte, onde evitare fastidiosissimi rumori dovuti al suo forsennato drumming. Contro le maledizioni - lecite - di Lombardo, alla fine Slagel riuscì a convincersi delle lamentele del buon Dave, che poté suonare con la sua batteria al completo. Ogni fruscio possibile venne poi eliminato in sede di post-produzione. Oltre a lato musicale, ovviamente sfrontato e violento, i Nostri parevano riporre molta fiducia su liriche e tematiche volutamente sataniche. L'aspetto, si sa, all'interno dell'Heavy metal ha sempre rivestito grande importanza e gli stessi ragazzi degli Slayer lo sapevano. Oltre che risentire della lezione della New Wave of British Heavy Metal, i Nostri furono assai influenzati dai britannici Venom - band seminale per tutto ciò che può essere considerato metal estremo - e dai danesi Mercyful Fate, dai quali recepirono l'immaginario satanico e l'importanza di un aspetto visivo scioccante e destabilizzante. Fu in questo modo che la band farcì di simboli oscuri ed esoterici l'intero artwork del loro album, che da lì a poco sarebbe ufficialmente uscito. Pentacoli, croci rovesciate, 666 a iosa adornarono il vinile che usciva giusto un mesetto dopo l'entrata in studio. Nel dicembre '83, dunque, veniva pubblicato "Show No Mercy", debut album degli Slayer e maggior disco di successo di sempre per la Metal Blade Records. Ma si sa, l'America è tanto aperta alle innovazioni quanto bigotta e retrograda. In men che non si dica, si fece infatti sentire a gran voce il celebre ed utilissimo comitato censorio denominato Parental Music Resource Center (PMRC), capitanato dall'agguerritissima Tipper Gore, moglie dell'ecosenatore Al Gore, futuro vicepresidente degli Stati Uniti d'America nell'era Clinton. Il PMRC, oggigiorno defunto (per fortuna), era quell'organizzazione che, a quanto pare, ha sempre tenuto nascosta una qualche vena masochista, per la quale godeva incommensurabilmente nell'essere preso a pesci in faccia dal musicista di turno che, giustamente, sparava a zero sull'inutilità dei procedimenti atti a "salvaguardare l'integrità dei più piccoli" nei confronti di una musica ritenuta "violenta". A tal proposito dell'affaire Slayer, le quattro frustrate donne a capo del comitato più inutile della storia americana si videro rispondere in maniera encomiabile da un tizio cileno, che fino a pochi anni prima avrebbe potuto tranquillamente spacciare la stessa coca che poi, la sera, i perbenisti bigotti avrebbero finito per godersi nei loro americanissimi salotti barocchi, pieni di abat-jour ed altre ridondanti chincaglierie. Araya, il buzzurro in questione, rispose "voi del PMRC avete preso tutto troppo a cuore, quando invece in realtà qua si sta cercando solo di costruire un'immagine [dunque un'esteriorità, poi magari moralmente neppure condivisa]. Si sta cercando di spaventare la gente di proposito". E fu così che la band aggirò fin troppo signorilmente il poderoso divieto dell'ente a fermare seduta stante la distribuzione del malevolo disco. Inutile dire che gli Slayer sopravvissero tranquillamente a quel criminoso attacco di censura da parte del moralismo americano. Evitati gli scogli della censura, gli Slayer, a disco ultimato, poterono così concentrarsi in un intenso tour di promozione. Organizzato alla buona l'intero percorso da seguire - Slagel lasciò loro solamente i numeri di telefono delle location dove avrebbero potuto suonare negli States -, i quattro giovani ragazzi presero l'auto di Araya, una tamarrissima Chevrolet Camaro, ed un furgone della società di autonoleggio U-Haul. Dopodiché, seguiti da uno stuolo di amici e famigliari, che fungevano a tutti gli effetti da membri della crew, gli Slayer partirono per la prima trance della loro tournée. Fino a che non si trovarono ad aprire ai Lääz Rockit al Berkeley Keystone Club, San Francisco, gli Slayer si mossero senza un manager o una guida che fosse una. Completamente risucchiati dalla frenesia della vita on the road, gli Slayer ebbero la fortuna d'imbattersi in Doug Goodman, titolare di un negozio d'alimentari che decise di prendersi volontariamente una vacanza giusto per fare da cicerone ai Nostri nell'ambiente underground della sua tentacolare città (giusto per la cronaca, il buon Goodman è passato poi dal vendere melanzane e insalate ad amministrare band come Green Day e Beck. Non male). Dicevamo prima della dimensione "casalinga" e spontanea della crew a seguito della band, e infatti era proprio così. Ad esempio, c'era chi, come Kevin Reed, amico dei ragazzi della band, curava il lato tecnico della preparazione pre-concerto, dalla batteria alle luci. Il padre dello stesso Reed, Lawrence, si mise all'opera per creare invece l'artwork frontale di Show No Mercy, il celebre Minotauro - o capro che sia - che guarda incazzatissimo l'ascoltatore che ha appena acquistato il disco. Vi era poi Johnny Araya, fratello minore di Tom, che dall'alto dei suoi tredici/quattordici anni non si esimeva dal mandare a fanculo chiunque stesse cercando di insegnargli il suo mestiere. Ce lo riferisce lo stesso Gene Hoglan, anch'egli immischiato in questo tour, ma subito licenziato perché, sue testuali parole, era "il peggior roadie di sempre". Con le tappe che andavano infilando una dietro l'altra, gli Slayer cominciarono a riuscire a vivere di sola musica. Intendiamoci: non siamo ai livelli di rockstar rodate piene di donne, soldi e ville da urlo; stiamo ancora parlando di una dimensione nettamente inferiore. Diciamo che, come riporta Araya, i soldi che guadagnavano nella tappa A servivano giusto ad arrivare alla tappa B. Servivano a permettersi le cose essenziali - tradotto: mangiare, benzina e birra. Alle richieste di Slagel "e i soldi ragazzi?", il produttore si vedeva sempre rispondere "quali soldi?". Spostandosi sempre più verso la East Coast, la band toccò diversi stati americani, facendo varie conoscenze lungo il tragitto (come con i crossover thrasher Verbal Abuse, coi quali condivisero il palco a Winnipeg, Manitoba, in Canada). Poi venne la volta del Lizard Lounge di Boston, una location giusto da poco incidentata da un pazzo che aveva sfondato in macchina il retro del locale. Nonostante gli assi piazzati alla bell'e meglio, la band riuscì comunque a portare a termine la sua performance, passando attraverso altri imprevisti da palco - leggasi corde delle chitarre che saltano. A tal proposito, l'episodio rese i Nostri protagonisti di un simpatico siparietto, in cui Araya offrì volontariamente il proprio basso, poiché non disponevano di strumenti di riserva. Ma si sa: ogni star di oggi ha dovuto faticare, e non poco, per uscire dal fango che la impantanava. Dal punto di vista delle vendite - nonostante la band non fosse stata in grado di piazzare alcuna copia del disco durante la tournée a causa di problemi di tempistica con l'uscita dell'album -, come già affermato, Show No Mercy si rivelò un successo enorme, almeno per quanto concerne l'etichetta. Sorpassando - e di molto - la media della Metal Blade di cinquemila vendite per album, il debut degli Slayer riuscì nell'impresa di venderne molte di più, tra le quindici e ventimila copie, cui si aggiunsero le altre quindicimila vendute oltremare. I buonissimi risultati fecero sì che Slagel facesse pressioni sulla band al fine di pubblicare altro materiale, che vedrà la luce prima sotto forma dell'EP Haunting the Chapel (1984) e poi col secondo full-lenght Hell Awaits (1985). In mezzo a questi due passi all'interno della loro primissima discografia si colloca infine Live Undead (1984), il loro primo disco dal vivo. "Show No Mercy" attirò molte critiche su di sé, molto variegate e non sempre lusinghiere. Per motivi alquanto ovvi, l'album, che ricordiamo pur sempre essere un debut, presentava un sound non ancora precisamente definito, risentendo in maniera notevole degli influssi della NWOBHM ma anche - e soprattutto - dello speed metal più "ignorante" dell'epoca (leggasi Venom). Si va allora così da totali stroncature, come quella di Dave Dickson di «Kerrang!» ("pura, assoluta spazzatura"), fino a piacevoli lodi, di cui Bernard Doe di «Metal Forces» si pone ad assoluto rappresentante ("uno dei più pesanti, veloci e grandiosi album di sempre!"). I teutonici di «Rock Hard» colsero meglio di qualunque altro la commistione musicale insita nel sound della band, definendo gli Slayer, oltre che come "la band attualmente più dura e veloce", i portavoce dell'ibrido ed inedito "heavy metal punk", termine antico e, magari, poco piacevole a sentirsi, che però doveva sopperire alla lacuna semantica che da lì a pochi anni si sarebbe colmata col crossover thrash. AllMusic e Sputnikmusic concordano invece con la povera produzione dell'album. Ma se i primi attribuiscono a questa il fatto che Show No Mercy "seppur solido, sia una parte non essenziale del patrimonio artistico degli Slayer", gli altri riconoscono che "l'atrocità assoluta" da loro celebrata ben si confà alla produzione decisamente lo-fi, che ne estremizza la rozzezza fino a farlo assurgere allo status di "classico" a tutti gli effetti. Infine, Martin Popoff, giornalista canadese, ha riconosciuto a Show No Mercy un merito assoluto, poiché, al pari del debutto dei Metallica, Kill 'Em All (disco che anticipa quello degli Slayer di soli sei mesi), indusse il nuovo panorama metallico statunitense ad "espandere i limiti del metal", nonostante peccasse comunque di una qual certa "legnosità" nella produzione. Numerosi attestati di fiducia giungono, infine, dai futuri colleghi musicisti degli Slayer. Come svela Joel McIver nel libro The Bloody Reign of Slayer (2010), Fenriz, batterista dell'act black metal norvegese Darkthrone, attribuisce a Show No Mercy la massima ispirazione per cui la sua band, dopo notevoli successi nell'ambito del metal più estremo, decise improvvisamente di radicarsi su di un sound diametralmente opposto, che mirava a fondere il black con le sonorità più retrò della NWOBHM, da cui lo stesso Show No Mercy aveva appunto attinto a piene mani. Il bassista americano Terry Butler (ex Six Feet Under e Death, ora membro fisso di Obituary e Massacre) ricorda benissimo il primo attimo in cui venne a contatto con la violentissima lezione di Show No Mercy, rimarcando il ruolo seminale per la nascita del venturo death metal ("quando ascoltai Show No Mercy volli subito suonare in quella maniera [?] È stato un nuovo livello di caos. Volevo suonare in quel modo"). Che dire: se ha influenzato così tanta gente e così tanti generi, che ne dite se gli diamo un'occhiata ancora più da vicino?

Evil Has No Boundaries

Essendo un disco piuttosto esiguo in termini di minutaggio - trentacinque minuti -, l'album si costituisce di dieci tracce, ripartite a cinque a cinque tra lato A e B del vinile. A seconda delle varie successive edizioni, l'album vede l'aggiunta di alcune tracce. A tal proposito, da citare è l'edizione del 1987, che incorpora il suddetto EP Haunting the Chapel all'interno del platter. La successiva edizione, datata 1994, reca invece con sé la bonus track "Aggressive Perfector", già inclusa nella Metal Massacre III Compilation. A prescindere dalle diverse edizioni, qualsiasi copia in vostro possesso debutta con un brano che abbiamo già citato, "Evil Has No Boundaries (Il male non ha limiti)". Il brano si apre con un riff di Hanneman a dir poco tagliente, su cui si innestano subito degli stacchi di batteria che faranno scuola a moltissime band a venire. Giusto una decina di secondi per calarci nell'ascolto e la band parte all'assalto, con un drumming indemoniato, le due asce che fendono l'aria e King che si prodiga nel primo, rumorosissimo assolo. Il basso di Araya non fuoriesce affatto dall'incredibile wall of sound dei Nostri, e l'utilizzo delle dita invece che del plettro certo non aiuta a definire il suono del quattro corde del cantante/bassista. Notoriamente, Araya si è sempre distinto per essere un onesto bassista, ritmico ed essenziale nelle sue partiture. Il suono del suo strumento è piuttosto compresso, oscuro nella timbrica e pastoso nell'esecuzione. La distorsione delle chitarre è invece incandescente, pericolosamente contagiante, così come il ritmo incalzante invoca l'headbanging più sfrenato. Araya dimostra già una certa maturità nel cantato, che dicevamo in sede d'apertura essere decisamente parlato e poco o nulla melodico. Caratteristica peculiare che intravediamo già con questa primissima traccia è l'urlo isterico del frontman in concomitanza dell'"aprite il fuoco" iniziale, a tutti gli effetti trademark del suo stile vocale. Lombardo si preoccupa di marcare sui piatti ogni singola variazione del riffing, mentre i due axemen macinano sedicesimi su sedicesimi. Il profluvio di note s'interrompe solamente nel chorus, dove i power chord pieni dei due chitarristi permettono di riprendere fiato dopo la macinata di ossa iniziale. Nel ritornello assistiamo a dei poderosi cori, che nella versione in studio dovettero subire una modifica per quanto riguarda i loro esecutori. Siccome con King e Hanneman il risultato non pareva soddisfacente, gli Slayer assoldarono un gruppo di loro amici - tra cui Hoglan - che, tutti all'unisono, pronunciano con fare da stadio "il male", con Araya intendo a completare ogni frase. "Il male/sconfigge la mia parola/Il male/non si traveste/Il male/prenderà la tua anima/Il male/farà uscire la mia rabbia". Dal punto di vista testuale, il filo logico che segue il cantato è tanto ingenuo quanto accademico, incentrandosi su di un testo intriso di malvagità, in cui è Satana, signore del Male, a dominare sopra ogni aspetto. Altresì, il testo può essere inteso come la classica lirica di rivolta e d'insurrezione ("Distruggendo dove passiamo/ai confini dell'inferno/Nessuno può fermarci stanotte/Affrontiamo il mondo con il male dentro di noi/Il caos è la ragione per cui combattiamo), che si eleva a manifesto programmatico della band. Alla fine del primo minuto facciamo la conoscenza con gli assoli della band. Da una parte abbiamo Kerry King, l'uomo noisy per eccellenza. Inutile ricercare melodia all'interno delle sue partiture solistiche: rimarremmo delusi. Con King a trionfare sono il tremolo picking, i bending e le dissonanze più dissonanti. Basta ascoltare la sezione da 0:54 in poi. Ribadendo ancora una volta - come se ce ne fosse bisogno - che "Satana è il nostro maestro/In una confusione maligna/ci guida in ogni nostro primo passo", Araya sforza la propria ugola e alza di tono il cantato. La svolta serve a mettere in chiaro quali sono i veri nemici degli Slayer: "Combattiamo contro gli angeli di Dio/per conquistare nuove anime/consumando tutto ciò che possiamo". Allo scontro ideologico fra bene e male assistiamo dunque ad una ricaduta quasi "politica", in cui i sacerdoti di Satana, gli Slayer, cercano affannosamente di reclutare nuovi adepti per il loro culto oscuro. A 1:38, terminato il secondo chorus, tocca a Hanneman l'onore di presentarci le sue caratteristiche di chitarrista solista. Con lui assistiamo ad un incremento del tasso tecnico nell'esecuzione, testimoniato dall'uso abbastanza profuso di tapping, unito ad una maggior dose di melodia. Ecco che poi ritorna la sprezzante vena chitarristica di King, a completare questo intreccio solistico in maniera decisamente efficace. Un'altra caratteristica della band, che qui possiamo cogliere appieno, è sì l'alternanza di assoli tra i due chitarristi, ma è da notare anche come cambia la ritmica in sottofondo: prima concitata ed in piena linea con la verve della strofa, poi più aperta e meno caotica, in piena simbiosi con la trama del chorus. Una breve intro reprise e la canzone s'avvia alla conclusione, prima della quale pare qua e là d'udire il basso di Araya ma anche la pestatissima doppia cassa di Lombardo, che poco dopo i tre minuti chiude il brano con un caotico finale costruito su di un crescendo di piatti e tom, nella più classica delle conclusioni di stampo metal. Se prima il basso era rimasto in sordina, non appena deflagra un riff decisamente più catchy di quello portante della precedente canzone, è possibile ammirare Araya in tutta la sua precisione. 

The Antichrist

"The Antichrist (L'anticristo)", come potete intuire, è un'altra canzone che non si discosta affatto dal concetto di male e di Satanismo che costituirà il leitmotiv dell'intero album. Ad aprire le danze tocca questa volta a King, che sottoscrive la sua capacità in sede di composizione con un giro di chitarra decisamente accattivante, che ti entra nella testa e difficilmente ne fuoriesce. Al primo cambio notiamo subito un eccellente groove ritmico, dove tutti e quattro i musicisti cooperano nella medesima direzione per consegnarci un autentico capolavoro (non a caso la canzone è ancora oggi stabilmente presente nella loro scaletta). Se l'opener s'elevava a paradigma della voglia distruttiva della band, "The Antichrist" ne rappresenta a tutti gli effetti il battesimo delle intenzioni. Nella prima strofa, Araya mette in chiaro quali siano le sue aspirazioni ("Urla e incubi/di una vita che voglio/Non posso vedere questa bugia vivere, no [?] Di Satana è il mio futuro/Guardatelo rivelarsi"). Chi sia a parlare è presto svelato: è l'Anticristo in persona, il male personificato. Il chorus è esplicativo dei suoi intenti poco rassicuranti: "Sono l'Anticristo/È ciò che avrei dovuto essere/Il vostro Dio mi ha lasciato indietro/e ha liberato la mia anima". La seconda strofa è poi condita di ogni blasfemia possibile: tra "pentacoli di sangue" a dir poco allusivi, Araya sconvolge ogni credente cristiano con la sua carica profana: "Cristo non è venuto in terra", ma avverte che bisogna piuttosto prepararsi ad accogliere il figlio del Male ("Aspettando il momento finale/La nascita del figlio di Satana"). La canzone corre spedita su binari meno prorompenti della precedente canzone, ma ad ogni secondo che passa pare acquisire e confermare la grande capacità esecutiva che questi quattro ragazzi poco più che sbarbatelli avevano già raggiunto. Di assoli post-ritornello per ora neanche l'ombra, ma ecco che a 1:12 arriva perentoria la smentita, affidata allo strumento di King, questa volta decisamente più compassato e meno caotico di quanto fatto vedere nell'opener. Il cambio che segue da lì a poco è entrato poi negli annali del thrash. Ritmica che si acquieta su un mid-tempo, siamo in preda ad un rallentamento che puzza di zolfo lontano un miglio. Anche su partiture meno esagerate i Nostri dimostrano che ci sanno fare, eccome, e ciò è testimoniato anche dall'ottimo assolo di Hanneman, melodico e tecnico al punto giusto. Sul finire della sua sezione solista, il brano incomincia di nuovo a prendere la forma che tutti noi conoscevano, aumentando progressivamente d'intensità e velocità. Tocca poi ad Araya elencare le perverse passioni dell'Anticristo: "Tormento/è ciò che do/Tortura/è ciò che amo". Questi sono tutti versetti che costruiscono un climax ascendente che culmina in quello che possiamo davvero definire "un orgasmo" per il figlio del Male: "la caduta del Paradiso" sopra di lui. Un ultimo ritornello, assieme alla riprese del riff iniziale, confeziona infine una canzone perfetta, potente - anche se meno estrema della precedente - ma a mio avviso più efficace e "mortale". 

Die By the Sword

La terza traccia in scaletta, "Die By the Sword (Muori grazie alla spada)" pare rifarsi all'iconografia presentata sulla copertina, dove il luciferiano mostro cornuto brandisce una spada, estratta da un enorme pentacolo, i cui segmenti sono, per l'appunto, altre spade. Se l'arma da taglio è dunque centrale nel testo della canzone, concentriamoci prima sul lato musicale. Pur riprendendo fugacemente l'impronta del primo brano, la traccia in questione s'innesta fin dall'inizio su di un ritmo decisamente meno ossessivo, privilegiando la matrice thrash a discapito di quella speed. Prima di arrivare al chorus - che è costituito da una duplice ripetizione del titolo -, è interessante analizzare la solidità del groove sprigionato da Hanneman e King. Le loro chitarre s'intrecciano perfettamente, risentendo magnificamente della lezione di uno dei duo d'asce più famosi dell'Inghilterra (mi riferisco a Tipton e Downing dei Priest). La strofa si costituisce di due sezioni, molto simili tra di loro, anche se il cambio si percepisce in maniera netta. Il riffing abrasivo e affilato come lame di rasoio delle due chitarre partorisce poi un ritornello atipico, dove le asce effettuano un passaggio a scendere davvero interessante, supportato dagli ottavi in doppia cassa di Lombardo. Chi brandisce la spada non necessita di altro, e Araya lo sa bene. Con il mortale strumento in mano, nessuno osa opporre resistenza, altrimenti l'esito sarà scontato ("Muori per mano mia in una pozza di sangue/Ti stringo mentre cadi"). La follia non ha limiti e per questo a passare sotto il filo della lama vi sono pure i bambini, l'elemento simbolo per eccellenza di purezza ed innocenza. A questi s'aggiungono altre azioni degne del peggior unno che sia mai esistito sulla terra: allo "sport nazionale" dell'uccisione degli innocenti, s'aggiunge l'hobby dello stupro delle donne ("Bambini uccisi invano/Stuprando le vergini/perché è il loro unico utilizzo"): parole che renderebbero fiero Conan il Barbaro, almeno fino a quando non si fosse convertito al bene. Il testo ricade poi in alcuni passaggi abbastanza scolastici, dove viene menzionato il sempiterno "acciaio", il quale dà ai figli del Male le indicazioni per proseguire nei loro massacri. A 1:10 il brano sterza poderosamente per farsi più lineare, decisamente thrasheggiante, con la più classica delle melodie con la corda di mi a vuoto. Al di sotto del terremotante riffing, più o meno distintamente ci pare d'udire latrati di una delle due asce. Alla fine King si palesa in tutta la sua dissacrante potenza, al di sotto però della linea vocale di Araya, che pare non volere cedere le luci dei riflettori proprio adesso che è intento a tratteggiare la più apocalittica delle situazioni: "Guarda mentre i fiori appassiscono/su di una sibillina vita che è morta/La saggezza dei maghi/è solo una bugia da tortura" (che si riferisca ai "maghi" della Chiesa, che ogni giorno promuovono il loro messaggio, unico ed "infallibile"?). Poi continua e conclude: "Cavalieri neri dell'infernale dominio/camminano sui morti/Satana beve a piccoli sorsi/il sangue di cui si nutre/Muori per la spada/Muori per la spada". Prima della conclusione, tocca ovviamente a Hanneman registrare la sua puntuale sezione solistica, innescando a dire il vero non un assolo, bensì un riff che presto tramuta pelle, andando ad armonizzarsi con la melodia in terza di King. Un vero e proprio botta e risposta tra i due chitarristi si ha da 2:26 in avanti, da dove possiamo gustarci alternatamente le partiture di King ed Hanneman, due musicisti che, nonostante l'età, non avevano davvero nulla da invidiare in quanto a simbiosi reciproca ed affiatamento nei confronti delle altre coppie inglesi di mostri sacri delle sei corde. 

Fight Till Death

La canzone che segue, in quarta posizione, è "Fight Till Death (Combatti fino alla morte)". Un riff intricato ben presto s'installa sui dei ritmi esagerati, che riprendono per bene il modello della canzone iniziale. Il tupa-tupa di batteria, d'estrazione hardcore punk, pare un pochettino vuoto, complice la tanto criticata produzione (il charleston, chiuso, fuoriesce giusto un pochino). Il brano è lanciato a massima velocità, con Lombardo intento a porre gli accenti nella sezione del chorus, senza mai distrarsi più di tanto dalla ritmica preponderante. Come conseguenza di ogni ritornello assistiamo ad un break, dove rimane la sola chitarra a continuare l'intricata struttura del groove del brano (accompagnata, per l'occasione, dalla sola cassa). Dopo il secondo chorus il brano cambia direzione, preludendo alla sezione centrale, dedicata agli assoli. Sinistri ululati sfociano a 1:48 nel dominio hannemaniano, dove il biondissimo chitarrista ci mette anima e cuore in una partitura solistica piuttosto più lunga della media, luogo adatto per sfoggiare figure e costruzioni degne di nota. Rullate sui tom e stacchi impetuosi non distolgono Jeff dalla foga interpretativa che pare assalirlo in questa circostanza. A King questa volta non tocca alcuna trama solista, ma si rende un ottimo partner del duo ritmico Lombardo/Araya. Proprio quest'ultimo, dopo aver sbraitato per l'intera canzone, riattacca di nuovo a cantare sul finire della traccia, senza aver mai variato di una virgola il suo modus operandi. Sotto il doppio profilo della tematica lirica e della durata, "Fight Till Death" pare essere il brano gemello della precedente "Die By the Sword". Liricamente parlando, il brano prosegue dritto nel solco tracciato dal brano antecedente, evocando ancora una volta scene di violenza di scontri cosmici ("Il metallo e l'uomo si scontrano/ancora una volta fino alla fine/Guerrieri discendono dall'alto con/il potere d'uccidere"). Queste schiere degli abissi ("Soldati dell'inferno") amano definirsi "milizia di sangue" e "veterani di morte". Gli uomini ("figli del dolore") non possono nulla contro di loro: "Una morte insensata/colpisce tutta l'umanità". Il testo del ritornello è invece molto scolastico: "Preparati allo scontro/Il tuo corpo brucerà/Guerra infinita/Non c'è ritorno/Preparati all'attacco/La morte arriverà". L'ordine imperativo di Satana ai suoi discepoli è chiaro e "non c'è modo di nascondersi": occorre "combattere fino alla morte". L'esito di questo scontro è più che mai infausto per l'umanità ("Non c'è futuro/Non c'è un cazzo di mondo da salvare"), che è costretta a rassegnarsi nei confronti di un "regno della morte". Non c'è rimedio, né salvezza: ogni germe di rivincita è stroncato sul nascere ("Le nuvole del terrore distruggono/tutte le speranze di rinascita"). Nemmeno a noi non resta altra soluzione che arrenderci dinnanzi a tanta furia distruttiva.

Metalstorm/Face the Slayer

A conclusione del lato A di questo album a dir poco furioso troviamo "Metalstorm/Face the Slayer (Tempesta di metallo/Affronta l'assassino)". L'introduzione, epica e tuonante, rimanda all'heavy metal più nerboruto e monolitico. Una colata d'acciaio incandescente pare riversarsi su di noi, più che mai atterriti dall'alone malvagio che aleggia attorno a queste prime note. Un guitar work che riecheggia di sonorità misteriose e quasi orientaleggianti ci introduce poi alla seconda sezione di questo blocco di due canzoni. Con "Metalstorm" che funge sostanzialmente da evocativo break all'interno del flusso ininterrotto di violenza di questo Show No Mercy, "Face the Slayer" risulta essere la "vera" canzone di questa quinta posizione. Poco prima del minuto e mezzo, tutta la band incomincia a suonare in maniera lineare, costruendo qualcosa di mai udito finora. Persino l'Araya bassista pare essere più a suo agio su territori meno furenti, ma non per questo meno validi. L'impronta NWOBHM ritorna prepotentemente a farsi sentire, andando ad influire sulla costruzione del brano certamente meno thrash tra i cinque finora presi in considerazione. Il songwriting appare d'altro canto più maturo e raffinato, rivelando un'altra natura - prima nascosta ed insospettabile - dei suoi due artefici (Hanneman e King). Dopo un break di sola chitarra, all'alba dei due minuti attacca anche il cantato di Araya, dedito ad onorare la figura dell'uccisore, dello Slayer. Quello che è il moniker della band rappresenta infatti una figura silente, furtiva, ma soprattutto assassina. Circondato da una situazione atmosferica estremamente favorevole ("Una notte nebbiosa, una notte perfetta"), il mietitore s'avvicina con passo felpato alla sua prossima vittima, che è in grado di presagire soltanto la sua presenza ("Senti lo spavento, sai che sono vicino"). La paura che egli stesso porta appresso è un qualcosa di arcano e viscerale, che s'insinua nelle persone alla stregua di un panico indescrivibile. Il testo si configura poi come un discorso tra assassino e vittima. Il primo dei due tenta in tutti i modi, prima d'affondare il colpo decisivo, di sottomettere pure psicologicamente la sua preda, evidenziandole come non ci sia via di fuga dalla sorte che le è toccata ("Sei perso nel mio labirinto eterno [?] La tua concentrazione viene meno/permettendomi di colpire"). Tra questi primi versi, mi preme ancora una volta sottolineare la bontà del lavoro delle due chitarre, davvero ottime anche sotto questo profilo inedito. In un brano senza i canonici ritornelli, la struttura narrativa è affidata alle sole strofe, che pertanto assumono un'importanza fondamentale nell'ordire una trama a cavallo tra horror e fantasy. Nella terza stanza, s'assiste allo scontro fisico tra vittima e carnefice: "Mi vedi alzare l'ascia/che sprofonda nel tuo scudo/Inizi ad andare in panico mentre capisci/che le tue opportunità diminuiscono". In qualsiasi posto riesca a fuggire, il malcapitato non riuscirà comunque ad evitare il suo destino ("Stai correndo nel labirinto senza fine/Girati e io sarò lì"). Assassino e vittima sono in due posizioni troppo impari: il primo rappresenta "un potere troppo forte" perché l'altro possa sconfiggerlo. D'altronde l'uccisore è "il terrore eterno", eterno come la morte. A 3:04 King ritorna all'assolo dopo una canzone d'assenza, e lo fa con la solita carica eversiva. In suo aiuto accorre anche Lombardo, il quale, dopo averci messo tutti al muro, comincia a colpirci uno dopo l'altro con una rullata interminabile. A 3:40 i Nostri non ci fanno mancare neppure una sezione prettamente più tecnica, caratterizzata da un intricatissimo groove in cui le due chitarre ed il basso sfrecciano tra vortici di note. C'è ancora tempo per un ultimissima strofa, che ci trasferisce lentamente verso il finale della canzone, un candido esempio d'abilità tecnica, compositiva ed esecutiva. Concludendosi in questa maniera la prima metà dell'album, l'ascoltatore si sta trovando dinnanzi ad un potenziale ordigno esplosivo, senza mezzi termini. Show No Mercy è infatti incredibilmente potente e rischia davvero di non lasciare che cadaveri dietro di sé.

Black Magic

Il lato B è aperto dalla tellurica "Black Magic (Magia Nera)", divenuta nel corso degli anni un autentico classicone di casa Slayer. Riff incalzantissimo e serratissimo strutturato su di un climax ascendente, sentiamo il volume aumentare passo dopo passo ed è subito la roboante batteria di Dave Lombardo (unita al poderoso basso di Araya), a rendere il clima incredibilmente concitato. Il battito di un cuore impazzito, preda del panico totale, una sezione strumentale abrasiva e veloce sulla quale presto si staglia una nera e satanica melodia ad opera dell'ascia solista. Una sequenza di note comunque non troppo "clean", rese sporche e rugginose quanto basta, e che ben presto esplodono raggiungendo il culmine del climax. Il riff in seguito scandito ha un che di predatorio, di incombente, di violento ed irascibile: sono momenti in cui la suspance creata è tale da poter essere sfogata solo in un'esplosione che avviene al minuto 1:07, momento in cui la batteria di Lombardo inizia a picchiare in maniera allucinante e la coppia Hanneman / King è letteralmente intenta a far esplodere le proprie asce, tanto i riff scanditi risultano serrati, velocissimi e violenti all'ennesima potenza. Sul tutto torreggia fiero il cantato luciferino di un Tom Araya perfettamente a suo agio nelle vesti di demone assassino: Thrash Metal in fieri unito ad un incondizionato amore per l'Hardcore Punk e l'Heavy Metal, una miscela resa volutamente oscura e devastante da un combo di giovani che proprio in quel momento -inconsapevoli- stavano scrivendo la storia del metal estremo. Minuto 2:18, abbiamo una piccola pausa in cui vengono ripetuti (seppur in maniera molto più concitata) gli stilemi iniziali, ed è subito il momento dello giungere tosto di un assolo al fulmicotone in grado di spazzare via ogni nostra resistenza in guisa di tornado F5. Si continua con le mirabolanti asciate soliste sino al minuto 2:52, quando l'ultima nota dell'assolo riecheggia urlando ed una sezione molto più cadenzata, dai tempi più marziali e quadrati, fa il suo ingresso. Sezione che non dura poi molto visto che ci viene nuovamente presentato un momento solista assai più sporco e greve del precedente, il quale si dipana lungo una scia di note emesse ad una velocità da capogiro, in maniera sguaiata e violenta. Un assolo grezzo, grondante sangue, tipica espressione e dimostrazione di quel che gli Slayer erano ad inizio carriera: una macchina da guerra, assassini sonori senza pietà dalle fauci spalancate e dall'artiglio sempre affilato. Il brano viene di lì a poco chiuso mediante una serie di "bastonate" ed un rallentamento progressivo, che ci porta dunque alla fine di un pezzo magistrale, parte integrante di un disco che farà (a ragione) la storia della cosiddetta "prima ondata" di Black Metal. I giovani norvegesi avevano di che esaltarsi, sentendo brani come "Black Magic", è inutile negarlo. In puro stile Venom, il testo riporta in auge la tematica occulto-satanica molto in voga nei gruppi estremi dell'epoca. Ci viene narrata difatti la storia di un protagonista soggiogato da un sortilegio, da una sorta di rituale magico dal quale egli non può liberarsi in alcun modo. Le redini della sua mente sono saldamente tirate da un'entità demoniaca, la quale lo ha praticamente ridotto ad un burattino incapace di reagire. Egli è difatti schiacciato dal peso del controllo mentale, vorrebbe tanto potersi districare dalle grinfie del demonio, sentendo sulla sua vita il peso della frustrazione e dell'impotenza. Può lottare sino allo stremo, nulla sarà efficace e nulla servirà a salvarlo dal suo triste destino. Egli è come tutti, una pedina sacrificabile e null'altro: non può esercitare la sua volontà, non può prendere decisioni, non può parlare né tantomeno muoversi se il suo aguzzino non glielo consente. Il nostro non può far altro che arrendersi ed aspettare che la morte arrivi, anche se questa non gli recherà nessun concreto beneficio. Una volta passato a miglior vita, infatti, la sua anima sarà tenuta prigioniera negli Inferi per il resto dell'eternità. Difficile dire come si sia arrivati a quest'atroce condizione, tuttavia la sottrazione dell'anima avviene, canonicamente, dopo aver chiesto un favore al Demonio, il quale giunge perentoriamente (in seguito) a reclamare qualcosa in cambio. La Magia nera, in effetti, è potente e facilissima da controllare; il prezzo da pagare (per padroneggiarla) è però altissimo. Il male attira solo altro male, è la legge del contrappasso. Tuttavia, dinnanzi ad un testo così diretto e per nulla "profondo", è quanto meno consigliabile non scadere in speculazioni troppo complesse. Il bello di queste lyrics è che risultano essere dirette come la musica stessa, ben lontane da altre ben più articolate che (a loro volta) invece si adattavano meglio a contesti più complessi (Mercyful Fate su tutti). 

Tormentor

Si prosegue di gran carriera con la settima traccia, "Tormentor (Persecutore)", aperta dai battiti del charleston di Dave Lombardo. Notiamo immediatamente come il brano, nelle sue battute iniziali, opti per un rallentamento di gusto spiccatamente Sabbathiano: le sulfuree e pesanti atmosfere generate in principio dalla band di Tony Iommi vengono infatti richiamate a gran voce, con il preciso compito di immergerci in un clima che effettivamente ricordi quello di tracce come "Black Sabbath", appunto. Gli Slayer vogliono rendere il tutto demoniaco e disturbante, pesante, doomeggiante, proprio per farci meglio gustare l'assalto che di lì a poco salterà fuori, azzannandoci la giugulare con una fila di note aguzze e taglienti come le fauci di uno squalo. Rullata sul crash di Dave ed abbiamo, al secondo 00:33, un'accelerazione sostanziale del tutto, con lo scandire di un riff di chiara forgia Judas Priest; il tutto viene però reinterpretato alla maniera degli Slayer, e benché l'andatura generale ricordi moltissimo i cinque di Birmingham, possiamo esaltarci dinnanzi alla forte personalità profusa, dinnanzi pesantezza ed all'oscurità delle quali questi riff così heavyeggianti vengono rivestiti. Araya è in questo senso meno sgraziato e sguaiato del precedente pezzo ed opta per un cantato molto più espressivo che crudo. Soprattutto nel ritornello (il quale risulta essere molto convincente) possiamo notare come il cileno voglia essere più "banditore" che demone, cercando di rendere il tutto quanto più coinvolgente possibile. Non una mazzata sonora come "Black Magic" (anche se non si lesina in quanto a velocità), bensì una chiara dimostrazione di quanto l'animo Heavy dei nostri sia importante ed assolutamente imprescindibile. Verrebbe quasi da accostare il tutto ad alcuni momenti di un "Kill 'em All", anche se il paragone non calzerebbe in toto in quanto gli Slayer comunque desideravano mostrare chiaramente più il loro lato "Venom" che "Motorhead". Ultrasuoni Halfordiani di Araya al minuto 2:12 introducono un assolo formato da note squillanti e meravigliosamente clean, anch'esse richiamanti a gran voce la coppia Tipton / Downing, si riprende con la prima strofa alla quale segue un nuovo momento solista questa volta molto più oscuro e rugginoso, che dura sino all'ultimo grido esasperante di un Araya che letteralmente sbraita il titolo della canzone in questione. Ottimo momento, differente per alcuni versi da "Black Magic" ma tuttavia perfettamente inserito nel clima di oscurità e pesantezza che abbiamo udito sino ad ora. Veniamo immediatamente catapultati, mediante le lyrics, in uno scenario a dir poco orrorifico, topos ed archetipo di ogni buon film Horror che si rispetti. Una strada buia, illuminata a malapena; lampioni le cui lampadine sono danneggiate ed emettono solo una tenue ed intermittente luce, il vento che sibila strisciante, rumori sospetti ai quali non riusciamo a trovare spiegazione alcuna. Abbiamo freddo e ci sentiamo smarriti, ci voltiamo e guardiamo attorno in maniera compulsiva, sperando che quel rumore di passi si riveli unicamente frutto della nostra fantasia. Milleuno scuse che immaginiamo pur di trovare conforto e sollievo, pur di non guardare in faccia la triste realtà: lui è lì e già pregusta il sapore della nostra carne. Un essere furtivo quanto demoniaco, colui che dimora nella notte ed aspetta proprio quel tipo di momento, per colpire e portare a casa l'ennesimo macabro trofeo. Se mai abbiamo avuto paura del buio, iniziamo ad averla proprio in quel momento. Ogni ombra, ogni rumore, ogni scricchiolio ci induce a pensare di essere pedinati; i passi divengono sempre più forti, un tetro ansimare rompe il silenzio. Cominciamo a correre, disperati. Corriamo a perdifiato, cercando di lasciarci indietro quell'atrocità, quell'essere.. quella cosa"E' solo immaginazione..", pensiamo. Vorremmo tanto illuderci, ma il freddo mortale che ci attanaglia e ci fa sudare freddo torna perentorio a farci pensare alla realtà effettiva dei fatti. A lui. E' troppo tardi per scappare, è troppo tardi per nasconderci. La sua immonda faccia si palesa davanti al nostro volto, nutrendosi del terrore del quale i nostri occhi sono ricolmi. La nostra fine è segnata, il persecutore (molto simile, per modi e furtività, al ben noto Jack Lo Squartatore) è ormai in grado di segnare un ulteriore nome sulla sua lista di vittime. 

The Final Command

Stilemi tipicamente Heavy vengono ripresi anche in "The Final Command (L'ultimo ordine)", traccia successiva, la quale si fregia di un riff iniziale che potrebbe ricordare quelli già uditi nelle intro di brani come "Freewheel Burining" dei Judas Priest "Pesadilla Nuclear" degli spagnoli Obus. Un riff dunque veloce e concitato, scandito ad intervalli regolari dal perentorio battere di Lombardo; il quale comincia a tenere un tempo maggiormente deciso ed incalzante verso il diciannovesimo secondo, anche se di lì a poco il tutto viene preso di forza e scaraventato nel turbinio di estremo che tanto abbiamo imparato ad apprezzare, in questo disco. Batteria impazzita e velocissima, chitarre intente a sparare note come mitragliatrici, pur tuttavia tradendo una sorta di amore volutamente non celato per il velocissimo Heavy Speed dei maestri Judas Priest. Uno stile, quello di "The Final Command", che veniva proposto proprio in quegli anni da un'altra band di importanza seminale per il Metal tutto, i tedeschi Running Wild, fra i maggiori esponenti del Power Metal a livello mondiale. Il tutto è dunque estremizzato ma senza tuttavia perdere quell'attitudine old school che comunque ben si sposa con il tocco estremo che i giovani Slayer vogliono conferire alla loro musica. Si prosegue dunque in maniera incalzante e velocissima, senza un attimo di respiro: il cantato di Araya è nuovamente meno demoniaco e più incline all'uso di linee vocali a metà fra il pulito e lo sporco, il suo basso è frastornante e preciso come la batteria del granitico Lombardo, mentre Hanneman King sembrano quasi sfidarsi in una gara di velocità, culminante nel momento solista del minuto 1:28. Aperto da uno sbuffo confuso e "ferroso" di note, i due chitarristi arrivano in questo brano a mostrarci un piccolo saggio di quel che saranno poi i loro dialoghi chitarristici presenti in "Hell Awaits". L'ombra dei Mercyful Fate è presente ed assai visibile, predominante su questo tornado di note in crescendo melodiche ed assassine, che possiamo udire proprio in questo frangente. I due danno sfogo a tutta la loro velocità mettendo in fila una sequenza di suoni dilanianti, quasi come se fossero tante stridule ed acute urla di terrore. Un momento indimenticabile, che di fatto ci conduce al ritorno di Araya e ad i riff violenti e veloci. Si continua a correre a mille km orari, senza conoscere sosta alcuna, Tom ci delizia con un paio di acuti da manuale ed il brano, dalla durata assai esigua, può chiudersi definitivamente lasciandoci storditi ma squisitamente sazi di velocità e potenza. A dispetto della brevità della musica, le lyrics risultano invece molto corpose e dense di dettagli interessanti. In questo testo viene infatti palesato l'interesse storico che gli Slayer (sponda Hanneman su tutti) hanno sempre mostrato nei riguardi del Terzo Reich e per la sua storia bellica. In "The Last.." viene approfondito specialmente il tema dell'artiglieria navale e delle guerre via mare, intraprese dai soldati tedeschi durante il secondo conflitto mondiale. Dapprima ci viene presentato l'esercito teutonico, mosso da ambizioni "sacre" oltre che politiche, visto come un manipolo di personaggi giunti sul campo di battaglia per far valere la loro supremazia spiritualmente ritenuta tale mediante l'affermazione della propria razza. Il codice d'onore tedesco si basava infatti sull'essere orgogliosi della razza ariana, battendosi per la sua supremazia ad ogni costo, sino a dare la vita. In secondo luogo, viene nominata la tattica di guerra adottata da Hitler, la cosiddetta Blitzkrieg, ovvero "guerra lampo". Una tattica basata su assalti continui e distanziati da lassi di tempo minimi, in modo tale da avvilire gli avversari facendoli crollare sotto il peso di un fuoco continuo. Viene poi citata la guerra in mare, condotta dalla Germania mediante un possente arsenale bellico. La cosiddetta Kriegsmarine, ovvero "Marina di Guerra", contava una quantità preoccupante ed imponente di mezzi:  2 vecchie corazzate, 2 incrociatori da battaglia, 3 corazzate tascabili, 2 incrociatori pesanti, 6 incrociatori leggeri, 22 cacciatorpediniere, 20 torpediniere e 59 U-Boot, senza dimenticarsi delle armi più pericolose e letali: le corazzate Tirpitz e Bismarck, l'incrociatore pesante Prinz Eugen e altri 15 cacciatorpediniere. Numeri da capogiro, armi messe nelle mani di soldati pronti a morire sino all'ultimo pur di rendere onore alla missione assegnatagli dal Furher. Le battaglie navali erano cruente e snervanti, ma i soldati non erano preoccupati; ciò che contava era combattere, devastare tutto il devastabile ed infliggere una sonora sconfitta ai nemici della Germania e di Hitler.

Crionics

Prepotenti influenze Heavy riscontrabili anche in "Crionics (Crionica)", unite sempre e comunque ad un'incalzante foga speed che dunque ben spalma la buia andatura à la Mercyful Fate lungo dei tempi maschi e possenti che ci fanno tornare in mente, di nuovo, i Running Wild del primissimo periodo e delle primissime demo (chissà se il buon Rock 'n' Rolf non sia stato effettivamente catturato dagli Slayer di "Show No Mercy", per costruire la prima incarnazione musicale del suo mirabolante progetto). Lo speed e l'Heavy ben si fondono, dunque, per creare ancora una volta un ottimo pezzo il quale prosegue su questa andatura che nuovamente beneficia di un Araya per nulla monocorde ma anzi, capace con le sue linee vocali di risultare molto espressivo; tanto da valorizzare l'incredibile lavoro compiuto da King ed HannemanLombardo è la solita garanzia, il suo drumming è assai superiore a quello di molti colleghi dell'epoca (un nome solo per evitarne mille: Lars Ulrich) e dimostra con la sua poliedricità ritmica di riuscire a stare al passo della coppia d'asce, dettando tempi e modi in maniera ineccepibile. Minuto 1:31, i tempi accelerano notevolmente e tutto sembra assumere connotati ancora più Heavy (eco dei Tank calano perentorie su questa sezione strumentale), culminanti in un assolo incredibilmente melodico di forgia Priestiana, il quale termina in una ripresa di suoni più grezzi e ruvidi. Minuto 2:02, si torna a martellare duro ma ecco che una manciata di secondi più tardi il brano assume una cadenza particolare. Un battere perentorio e marziale, e subito dopo abbiamo dei riff nuovamente Heavy (alla Iron Maiden degli esordi) ricamati da Hanneman, il quale ci mostra la sua tecnica ben stagliandosi sul drumming ossessivamente preciso di Lombardo. E' dunque il momento per un nuovo assolo, a metà fra i Maiden ed i Priest. Il gusto per la melodia dei giovani chitarristi (più Jeff che Kerry) è spiazzante, incredibilmente ben sviluppato; i due ci mostrano infatti di possedere un orecchio fuori dal comune e delle capacità compositive notevoli, ed il brano può dunque continuare sulla falsariga di queste melodie Heavy che rendono il tutto incredibilmente "drammatico", denso di pathos, meravigliosamente sentito. Si conclude così uno dei più bei pezzi di "Show No Mercy", un brano compositivamente parlando validissimo e dinamico quanto basta. Un vero e proprio capolavoro nel capolavoro. Questa volta ci imbattiamo in un testo a tratti fantascientifico, pur mantenendo inalterato il filone "orrorifico" molto caro agli Slayer. Come facilmente si può evincere dal titolo, la materia trattata è quella della Crionica, ovvero un particolare procedimento mediante il quale un corpo (sia esso animale o umano) può essere venir letteralmente congelato e perfettamente conservato, approfittando delle temperature sottozero. E', in genere, il trattamento che si riserva ai cadaveri per poter alterare e fermare lo stato di decomposizione, in modo tale da permettere ai medici di poter effettuare l'autopsia. Ma cosa succederebbe se questa pratica fosse applicata anche su di un essere vivente? La letteratura fantascientifica nonché il mondo della celluloide sono pieni di esempi: uomini intrappolati in capsule ed indotti in un sonno profondo, congelati e liberati secoli dopo la procedura; cresciuti all'anagrafe, ma rimasti fisicamente uguali come nel passato grazie al freddo che li ha preservati da ogni tipo di intemperie. E' chiaro che questa condizione implicherebbe un nutrito numero di possibilità ed opportunità da non farsi sfuggire, anche se gli Slayer preferiscono di gran lunga soffermarsi sul punto di vista di un uomo letteralmente impaurito da questa sua condizione. Egli sente di non poter più muovere un muscolo, anche se il suo cervello è ancora vigile tanto da permettergli di osservare impotente ciò che sta accadendo. Un'equipe di scienziati è intenta a discorrere, forse beandosi del successo ottenuto sulla loro cavia: presto, la crionica potrà divenire un bene comune, permettendo a tutta l'umanità di poterne usufruire. Non solo scienziati, ma anche pezzi grossi del governo ed agenti segreti, i quali hanno patrocinato per conto dei potenti l'inizio degli esperimenti. Il protagonista, dalla sua bara di ghiaccio, sente quindi risate e parole ottimiste, anche se non può fare a meno di chiedersi se quella condizione gli comporterà effettivi giovamenti oppure sia solo un'altra forma di eutanasia. Nel finale, ci viene svelato il perché di tutto questo. L'uomo intrappolato non è altro che una persona afflitta da una grave malattia; solo "fermando" il suo corpo nel corso degli anni e quindi ingannando la Morte potrà permettere agli scienziati di lavorare su di una cura efficace. Appena trovata, sarà scongelato e potrà così salvarsi. 

Show No Mercy

La chiusura spetta alla titletrack, "Show No Mercy (Senza alcuna pietà)", la quale parte con una sfuriata di Dave Lombardo presto tramutata in un ritmo martellante ed ossessivo, subitamente doppiato da una chitarra che inizia a ruggire senza perdersi in chiacchiere. Il brano parte dunque incredibilmente crudele e sostenuto, beneficiando dell'ottimo lavoro di Dave Lombardo e proclamandosi sin da queste battute iniziali come un vero e proprio tripudio di speed Metal. Il cantato di Araya torna a sua volta più concitato che negli altri due pezzi, e l'equazione può dirsi completa: le asce mordono, il primo assolo giunge già al minuto 1:22. Un tripudio di note acute intente a ricorrersi in maniera forsennata, un turbine di suoni tagliente come potrebbe esserlo una lama ben affilata; si prosegue su questa falsariga, i tempi sono talmente serrati che non abbiamo un momento di respiro, diviene estremamente più difficile (in questo caso) trovare tracce plateali di Heavy Metal o comunque di rallentamenti Sabbathiani. Quel che osserviamo è Thrash Metal ante litteram, un assalto brutale, il morso definitivo di un predatore intento a ghermire la preda senza alcuna pietà. Mentre i canini di Hanneman King affondano nelle nostre carni, Dave Lombardo torna a sfogarsi a suon di rullate verso la conclusione, annunciata di fatto da una tremolante nota fatta esaurire a poco a poco. Una titletrack meravigliosamente diretta e priva di fronzoli, dalla durata esigua ma dalla carica prorompente; lo spettro di quel che gli Slayer diventeranno in futuro, a suon di album come l'osannato "Reign in Blood". Testo che si riallaccia a quello di "Tormentor", anche se questa volta i killer notturni agiscono in branco e la loro vena demoniaco / satanica viene accentuata all'inverosimile. Demoni brulicanti nella notte, che risorgono direttamente dall'inferno per divertirsi imbastendo una battuta di caccia. Trofei umani, naturalmente! Essi si definiscono servitori del Principe della Notte, vicari di Satana, loro signore; sono sicuramente meno furtivi e più plateali di Tormentor, in quanto la loro volontà è quella di incutere terrore massimo nei loro nemici ma palesandosi subito dinnanzi ai loro occhi. Non gli interessa essere furtivi od agire in sordina, quel che conta è saziare la fame di carne umana: il loro padrone, l'Arcidemone, vuole semplicemente che più umani possibili muoiano quella notte e così dovrà essere. Un testo crasso ed irresistibilmente esplicito come quello dei padri fondatori Venom, che quindi ci presenta questa "lieta" brigata satanica intenta a far sfaceli in branco, abbeverandosi dalle giugulari umane e tranciando le nostre carni con i loro denti ed artigli. Avranno di che banchettare, e soprattutto avranno non poche anime da consegnare a Satana, il quale li loderà per l'ottimo lavoro svolto. Senza alcuna pietà, dunque. Potremo implorare questi Malebranche per tutta la notte ed in qualsiasi lingua, non servirà. Il nostro destino è segnato, scritto, deciso: dobbiamo morire sotto i colpi delle loro belluine percosse.

Conclusioni

Arrivati dunque alla fine di questo viaggio nell'estremo in fieri, le conclusioni da trarre sono molteplici. Com'è giusto che sia, quando ci si approccia ad un lavoro di questa importanza storica, affettiva ma soprattutto musicale. Parlavamo nell'introduzione di quanto l'accoglienza fosse stata, per dire, ambivalente: da una parte lodi ed un riscontro economico importante, dall'altra una stroncatura su tutti i fronti. Acquisti entusiasti, critiche al vetriolo.. dovendo essere totalmente onesti, possiamo effettivamente comprendere quanto (in fin dei conti) fosse presumibilmente "giustificabile" la presenza di giudizi parecchio discordanti fra di loro, circa questo "Show No Mercy". Eravamo nel 1983 ed il mondo Metal stava pian piano cominciando ad abituarsi all'Estremo, un estremo che però non veniva ancora inquadrato del tutto e compreso. Circa la negatività di alcune critiche ricevute da questo (a posteriori ritenuto) capolavoro, c'è da dire che esso subì la stessa identica sorte di molte altre release sue coetanee o poco distanti. Risale proprio al 1983 la famosa "Triumph of Death", demo degli Hellhammer addirittura giudicata come il peggior lavoro mai realizzato in ambito Metal (sebbene oggi gli inizi di Tom G. Warrior siano venerati e santificati a mo' di reliquie); si pensi anche ai giudizi per nulla lusinghieri ricevuti dai Venom di "Welcome To Hell", i quali prima di sfondare con "Black Metal" furono letteralmente distrutti, in quel lontano 1981. Tanto da doversi rivolgere al mondo Punk (da loro sempre apprezzato) per ottenere un giusto riconoscimento. In sostanza, bisognava anche capire chi, all'epoca, veniva messo prepotentemente dinnanzi ad un'avanguardia così distruttiva ed alternativa. Sound sporco, violenza, testi infarciti di tematiche demoniache, voci sguaiate; insomma, un insieme ostico da mandare giù per chi, nel 1983, era solito esaltarsi per le mirabolanti imprese di grandi nomi quali Iron Maiden e Judas Priest, e che nelle orecchie aveva ancora ben presenti i leggendari assoli e fraseggi di Ritchie Blackmore Jimmy Page. L'Hard Rock e di conseguenza l'Heavy Metal vennero dunque violentemente scossi da questo nascituro, dall'ibrido pazzo: quel Thrash Metal che presto sarebbe divenuto parte integrante del movimento tutto, e che almeno ai suoi inizi veniva giudicato come "spazzatura" proprio per la sua forte carica innovativa, spiazzante. Col passare del tempo, però, determinati giudizi si sono rivelati fini a sé stessi, in quanto oggi come oggi determinati gruppi sono considerati imprescindibili negli ascolti di ogni buon Metalhead che si rispetti. "Show No Mercy" è stato in virtù di ciò rivalutato e divenuto ancora più oggetto di culto di quanto non lo fosse all'epoca (critiche a parte, vendette svariate -mila di copie!), dando ragione a chi scelse giustamente di investire in un qualcosa di così avanguardistico e "prepotente", nel suo modo di porsi. La produzione lo-fi, le insicurezze che ancora percepiamo, il genere via via da definirsi.. un tutto che può suonare acerbo ma che al contempo ci emoziona, in quanto ci mette davanti quel che gli Slayer stavano diventando, quello in cui si sarebbero trasformati. Capire chi stroncò questo disco all'epoca è (quanto meno) intellettualmente giusto, ma bisogna rendersi conto di come "Show No Mercy" si fosse rivelato, al contempo, una pietra miliare d'importanza cruciale. Uno degli inizi, una delle prime tessere atte a costruire un immenso mosaico che avrebbe di lì a poco preso forma, mostrandosi in tutta la sua fiera brutalità. Potrebbero non piacerci i suoni, potremmo eccedere magari in malizia e sottolineare fino allo sfinimento le incertezze di King, o magari il crasso di cui certi testi sono pregni; sarebbe un atteggiamento sbagliato, però, in quanto è stata proprio questa attitudine a portarci verso quel che oggi molti apprezzano. Black e Death Metal, anche nelle loro forme più concettualmente particolari ed articolate, passano necessariamente per "Show No Mercy", che alla critica piaccia o meno. Gli Slayer ebbero il coraggio di dar fondo ai propri risparmi per poter cominciare un'avventura importante, per permettere al mondo di conoscere il loro nome, proponendo qualcosa di nuovo e sconvolgente. Come si può condannare chi ci prova, se è proprio del coraggio dei più che la fiamma del Metal si nutre? Se tutti avessero voluto replicare pedissequamente lo stile dei padri fondatori, tutt'oggi il nostro genere sarebbe all'incirca morto e sepolto. E' proprio grazie a dischi come "Show No Mercy", quindi, che il discorso è potuto andare avanti, raggiungendo vette che sino a qualche anno prima della sua uscita erano ritenute nemmeno lontanamente scrutabili.

1) Evil Has No Boundaries
2) The Antichrist
3) Die By the Sword
4) Fight Till Death
5) Metalstorm/Face the Slayer
6) Black Magic
7) Tormentor
8) The Final Command
9) Crionics
10) Show No Mercy
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