SLAYER

Reign In Blood

1986 - Def Jam Recordings

A CURA DI
ELEONORA E MAREK
31/03/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Imprescindibilità.

Una semplice parola, eppure così carica di significato. Un termine che sta ad indicare una tappa obbligata, un percorso che tutti noi dobbiamo intraprendere almeno una volta nella vita, un cammino nel quale ci si ritrova inseriti per forza di cose, qualsiasi sia il destino che la nostra vita ha scelto di tracciare per noi, quel destino al quale andiamo fieramente incontro difendendo le nostre scelte, assecondando le nostre sane inclinazioni, le nostre passioni, i nostri sogni. Tutto ciò determina e determinerà chi siamo e saremo, come lo saremo, sia nel presente sia nel futuro: non importa tanto il quando, nascere sotto una determinata stella comporta situazioni con le quali ritrovarsi faccia a faccia, prima o poi. E’ solo questione di tempo, del “volgere di strani eoni”, di attesa. Importa solamente che tutto sia adeguatamente predisposto per varcare il confine di quella strada “obbligata” della quale parlavamo poc'anzi. Una strada che quattro ragazzi di Los Angeles intrapresero appena dopo aver cominciato a rendere il proprio un nome importante, altisonante, simbolo di rispetto, coerenza, potenza e furia distruttiva. Gli Slayer non erano un gruppo come tanti e lo stavano dimostrando a dovere in quel lontano 1985, quando bissavano il successo ottenuto dal loro tellurico debutto ( “Show No Mercy”, 1983), donandogli un degno compagno di discografia, il possente “Hell Awaits” che ormai li aveva lanciati nell’olimpo del thrash metal ed aveva ulteriormente indurito ed inasprito la vena heavy ancora percettibile nel loro primolavoro, ora rivisitata a dovere secondo il loro credo estremo e privo di compromessi. Sempre rispettosi ed ossequiosi nei riguardi dei nobili maestri (Judas Priest ed Iron Maiden su tutti) che li avevano spinti (ancora scolari) a formare un gruppo, i nostri erano comunque arrivati ad un punto cruciale della loro carriera: l’interiorizzazione di quel sound magico e selvaggio, che veniva filtrato attraverso il loro modo di volersi porre, presentare, mostrare. Non potevano certamente copiare pedissequamente i loro Maestri, sarebbe stato scontato e quanto meno irrispettoso nei loro riguardi, senza contare che proprio quelle band da loro tanto amate avevano sin dai loro esordi espresso la volontà di creare un qualcosa “ex novo” partendo dalle radici, donare al pubblico una sorta di Avanguardia stravagante e significativa, che avrebbe potuto riunire sotto un’unica bandiera chiunque come loro era affamato di novità, di volontà di assecondare la propria metà indomita, di far baldoria, di andare a tutta velocità infischiandosene dei limiti imposti. Una lezione importante, che i nostri Tom Araya, Kerry King, Jeff Hanneman, e Dave Lombardo avevano forse imparato troppo bene. Tanto da portarli a compiere quell’operazione di espressione – rinnovamento con un impegno fuori dal comune ed una tempra a dir poco d’acciaio, durissimo ed infrangibile, una forza caratteriale senza pari, la volontà ferrea di voler lasciare un segno indelebile nei cuori di chiunque in quel preciso istante avesse bisogno di “quella” musica. Quella sconvolgente, quella alla quale puoi imporre catene d’ogni materiale e padroni severissimi e carismatici, tanto le spezzerà comunque e li abbandonerà senza troppa paura o rimorsi. Il lavoro da fare era sinceramente molto, per gli Slayer. Due ottimi dischi alle spalle, grande potenza in sede live, rispetto ed onori; nulla sembrava proprio mancargli. Eppure l’animo dei nostri era irrequieto ed inappagato: c’era tutto e comunque niente, nei loro cuori. Mancava un tassello fondamentale, quel tassello che gli avrebbe fatto spiccare ancor più definitivamente il volo, che non li avrebbe lasciati ad incespicare nelle sabbie mobili delle band “buone ma non eccezionali”. Serviva un colpo di reni marcato ed evidente, che avrebbe fatto capire al mondo chi e soprattutto cosa erano (e sono. E saranno) gli Slayer. La loro tenacia venne comunque ripagata; notati dal noto Rick Rubin (collaboratore di nomi noti del panorama musicale tutto, dai Beastie Boys ai Black Sabbath), gli “Assassini” vennero presto presi sotto la sua ala protettrice e messi in condizione di tirare fuori il meglio da loro stessi, anche grazie all’accasamento presso la “Def Jam Recordings”, etichetta per la quale i nostri firmarono (rompendo il precedente legame con la “Metal Blade Records”) e che, curiosità massima, era alle primissime esperienze in materia di musica Metal. La Def Jam era infatti un grosso nome nel campo hip hop e ciò fece sorgere non poche perplessità nei giovani thrashers losangeliani, i quali avrebbero senza dubbio preferito ben altri tipi di collaborazione, con persone sicuramente più competenti. L’ascendente di Rubin era comunque forte, e dopo le sue marcate rassicurazioni, gli Slayer decisero letteralmente di buttarsi a capofitto in questa nuova avventura. Questa volta, a ripagarli fu anche il coraggio: sotto la supervisione di un produttore attento ed esperto come Rubin, il loro sound maturò incredibilmente, tanto da portarli a ridefinire in poco tempo il concetto di musica estrema. Un’ottima produzione ed un sound curato uniti ad una bestialità viscerale, una velocità senza pari ed una cattiveria sonora allora spiazzanti e perché no, a tratti addirittura spaventose. Dense nuvole cremisi si addensavano agli orizzonti delle terre metalliche, Reign In Blood sorgeva imperterrito e pronto a riscrivere le allora conosciute regole dell’acciaio pesante. Un album che rinuncia a fronzoli e belletti, un disco senza compromessi che vuole, come una lama appuntita, squarciare le carni di ignari ascoltatori non lasciandogli nemmeno il tempo di capire cosa è successo: solo due tracce hanno una durata per così dire “media”, rispettivamente opener ed ending, tutto il resto dei brani è strutturato seguendo le “regole” dell’Hardcore Punk (altro genere che sull’immaginario dei nostri ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale), ovvero massima brevità, mini-maxi assalti musicali della durata minima di due minuti ciascuno. Un autentico concept album sulla violenza e la depravazione mentale di chi fa di quest’ultima la sua bandiera, il suo credo, la sua religione. Un album senza dubbio avanti con i tempi, che anticipava di netto determinate tematiche e riff poi letteralmente divenuti il pane quotidiano di molti musicisti Death Metal. E come in musica, così l’artwork; tutt’oggi le band sono solite curare molto questo dettaglio di vitale importanza, dato che, come tutti sappiamo, una “bella” confezione è sicuramente un valore aggiunto, la chiave per raggiungere latri sensi oltre che solo l’udito. Ebbene, gli Slayer optarono per una sorta di inquietante minimalismo, in quest’ambito: una copertina tetra, confusa ma assai eloquente che ritrae un Demone portato in trionfo dai suoi sodali e circondato da anime condannate alla dannazione eterna, più una foto dei nostri posta sul retro. All’interno della confezione, il nulla. Solo un vinile dal tetro colore nero e tanta, tanta, tanta micidiale irruenza, storie d’orrore e di violenza, di sangue, tripudi di corpi straziati, torture, omicidi. Forse troppo per il distributore ufficiale della Def Jam. La CBS infatti (oggi nota come “Columbia Records”), spaventata dalle tematiche che avrebbero sicuramente trovato la ferma ostilità del P.M.R.C (Parents Music Resource Center, associazione guidata da Tipper Gore che si batteva per la censura delle varie opere musicali giudicate indecenti ed immorali) si rifiutò di distribuire l’album, infrangendo le speranze degli Slayer di poter esordire già nel Luglio del 1986. La ricerca di un nuovo distributore fu lunga e faticosa, tuttavia la Def Jam riuscì ad accasarsi presso la Geffen Records la quale permise finalmente ai nostri di ritornare sul mercato con una nuova e sconvolgente creatura. Il 7 Ottobre 1986 è una data da ricordarsi proprio come ci ricordiamo di una battaglia campale o di un avvenimento “storico”. Perché in quel giorno ed in quell’anno, il Metal cambiò. Tutto quel che conosciamo passa attraverso “Reign in Blood”, un album imprescindibile, appunto, del quale nessun musicista “estremo” ha potuto e mai potrà fare a meno. Con estremo piacere, premiamo il tasto play ed avventuriamoci in un turbine di sangue e sofferenza: dopo questo ascolto non saremo più gli stessi, garantito.



L’inizio è di quelli devastanti: a strattonarci violentemente e a buttarci nella mischia Slayeriana è un forsennato riff di chitarra unito ad una batteria ancor più esplosiva, connubio micidiale che spalanca i cancelli del Regno del sangue. Non c’è nemmeno il tempo di godere appieno dello splendido lavoro del terzetto King – Hanneman – Lombardo che l’urlo di un autentico demonio squarcia i nostri timpani facendoci letteralmente balzare sull’attenti, in inquietante attesa di un assalto vero e proprio. E’ la voce di Tom Araya (così acuta da essere scambiata, i primi tempi, per una chitarra) che unisce la sua ugola diabolica al suo basso frastornante, facendo ottimamente compagnia ai suoi colleghi in quella che è forse una delle canzoni/simbolo della band in questione. Angel Of Deathè uno di quei pezzi che ancora oggi continua a scrivere pagine su pagine di storia, un anthem, un inno per tutti gli amanti di un certo tipo di musica, una delle spiegazioni perfette da fornire a chi pone una domanda fatidica, come “che cos’è il Thrash Metal?”. Basta osservare perfettamente la struttura del pezzo in questione per fornire veridicità a questa tesi: le chitarre di King e Hanneman non vogliono rallentare per nulla al mondo la loro fatale carica, macinando riff su riff e dando vita ad assoli possenti e forsennati, Dave Lombardo e la sua batteria si esprimono meravigliosamente pur mantenendo salde le redini del ritmo da seguire, Tom Araya è un ottimo accompagnatore e con la sua voce riesce letteralmente a far tremare le pareti, coronando in maniera degna questo brano leggendario. Nonostante l’indiscutibile qualità musicale del pezzo in questione, però, gli Slayer dovettero (e devono) pagare lo scotto d’aver scelto di trattare un tema difficile e facilmente fraintendibile. “Angelo della Morte”, difatti, altro non è che il soprannome storico del criminale Josef Mengele, fra i più stretti collaboratori di Hitler e medico delle SS, responsabile di atroci esperimenti su cavie umane appositamente scelte fra i prigionieri dei lager tedeschi durante il periodo della seconda guerra mondiale. Basta comunque leggere attentamente il testo per accorgersi che di inneggiante o celebrante non vi è assolutamente NULLA, anzi. La canzone si configura semplicemente come un racconto macabro delle gesta di una figura comunque bollata come negativa (in alcuni versi viene descritto come un “infame macellaio”), e la scelta di tale tema è presto giustificata; essendo “Reign in Blood” considerabile quasi come un concept album sulla violenza e sui perché quest’ultima venga scelta come ragione di vita da alcuni soggetti, l’esperienza di Mengele si esaurisce unicamente in questo contesto, tralasciando fattori politici o altro. Gli Slayer vogliono essenzialmente mostrarcelo per quel che era: un pazzoide sociopatico, un uomo malato e perverso intento a far soffrire il prossimo per appagare la sua sete di follia, esattamente come Ed Gein, David Berkowitz e chiunque altro abbia lasciato un’orrida scia di sangue e dolore dietro le sue spalle. Tanto basta per far capire quanto sia effettivamente ridicolo accusare questo gruppo di avere simpatie naziste o simili. E’ indubbio che l’iconografia bellica del secondo conflitto mondiale abbia esercitato su di loro un fascino non indifferente, ma da qui a calunniare e diffamare il passaggio è francamente troppo lungo e perché no, forse volutamente accorciato da chi è troppo di parte per poter accettare la realtà dei fatti. Scampati dalle grinfie dell’infame Angelo, comunque sia, non possiamo certo gioire ed urlare alla salvezza, dato che la seguente Piece By Piece ci trasporta letteralmente all’interno di un “sadico banchetto” (“a great sadistic feast”) al quale siamo stati così cordialmente invitati. E’ uno dei brani più brevi e diretti dell’intero disco, due minuti di atrocità sonora in cui i nostri rischiano di far letteralmente esplodere i loro strumenti, tanto li spingono verso i limiti della tecnologica sopportazione. L’inizio è ritmato e cadenzato, addirittura “calmo” (ma fra mille virgolette) per alcuni standard, degno preludio del ciclone che sta per scatenarsi subito dopo. Si entra nel vivo e dopo pochi secondi ci ritroviamo nuovamente lanciati a mille km orari su di un’autostrada priva di traffico o di ostacoli: solo noi, la velocità e la potenza degli Slayer. Un vero e proprio gioiello del Thrash Metal, traccia da ascoltare e riascoltare godendone sempre di più, collegando la propria anima alle corde del devastante combo King /Hanneman ed il proprio collo all’incalzante ritmo degli strumenti di Dave Lombardo e Tom Araya, autentici mattatori e metronomi del brano, abilissimi rifinitori di un tessuto sonoro che definire avvolgente è un miserabile eufemismo. Degno teatro musicale dell’ennesima descrizione a tinte “splatter”. Caduti nelle grinfie di un pazzo sadico, non abbiamo altra scelta che affidarci ad un qualsiasi dio per poterne uscire indenni, nonostante nessuna entità ultraterrena possa salvarci dal nostro triste destino. Usciremo certamente dal tetro ambulatorio di quel matto, ma un pezzo alla volta, orrendamente trucidati ed accuratamente sezionati. Tematica “Gore” e a tinte molto “Splatter” che persiste anche (ed in misura maggiore) nel terzo brano, la possente Necrophobic, nel quale un Tom Araya nelle vesti di un oscuro banditore elenca diversi tipi di torture e metodi per infliggere dolore a vittime ignare ed inermi. Asfissia, strangolamenti, incisioni, amputazioni, mutilazioni, occhi strappati via dalle orbite, lembi di carne tirati via, sangue a fiumi. Tutto sotto lo sguardo divertito e degenerato di un chirurgo folle, di un dispensatore di morte freddo e comunque orribilmente lucido nella sua depravazione. Non sarebbe sbagliato ricollegare questa tematica al brano iniziale, dato che molte delle pratiche descritte in “Necrophobic” erano il triste pane quotidiano di Josef Mengele, il quale era oltremodo interessato a sperimentare sui suoi “pazienti” quanto la soglia del dolore potesse essere portata in alto. Musicalmente ci troviamo dinnanzi all’ennesimo brano dalla brevissima durata ma dall’impatto devastante: un minuto e quaranta secondi di durata sulla carta, a conti fatti un vero e proprio frontale con un treno in piena corsa, l’attimo prima di realizzare che la nostra fine è prossima. Pochi secondi che per la loro intensità divengono anni, anni nei quali la nostra vita sfila a mo’ di parata dinnanzi al nostro sguardo confuso e consapevole della fine ormai prossima. Tom Araya da il meglio di se lasciandosi andare ad acuti mefistofelici come il ben noto urlo posto ad inizio disco, mantenendo il suo timbro meravigliosamente aggressivo e ruvido. Mai voce fu più adatta per un disco del genere, non c’è altro da dire o da pensare. L’aggressività viene talvolta alternata a momenti leggermente più cadenzati che fungono da preludio per le fughe forsennate di King ed Hanneman, i quali si dimostrano ancora una volta perfettamente a loro agio e soprattutto liberissimi di esprimersi al meglio, grazie anche e soprattutto al granitico Dave Lombardo che a tratti sembra caricarsi l’intera band sulle spalle (pardon, sui tamburi), tanto riesce così efficacemente a fornire il ritmo giusto ai suoi compagni. Menzione d’onore per il finale della traccia, ove scorgiamo nuovamente una cadenza che rallenta il ritmo ma tinge ancor più di inquietitudine ed ineluttabilità il nostro viaggio attraverso i meandri di una mente orribilmente perversa. Un tamburo marziale e severo ci introduce alla traccia numero quattro, fra le più famose del disco e del repertorio tutto degli Slayer. Misteriosi riti ancestrali, sacrifici, coltelli rituali, tutti indizi che portano ad una sola conclusione: è giunto il momento di Altar Of Sacrifice. La vergine è stesa sull’altare, legata ed imbavagliata, dinnanzi a lei una figura indefinita, molto probabilmente un alto prelato infernale, il quale impugna minaccioso una lama con la quale le caverà dalla giovane il sangue del quale il diavolo in persona è bramosamente assetato. Uno scenario da incubo, perfettamente inserito nel contesto che traccia dopo traccia va inesorabilmente delineandosi. La pazzia è anche questo, una vita umana spezzata per onorare un presunto idolo o una qualsivoglia divinità; un gesto unicamente figlio dell’ossessione – compulsione, della paura, un atto puramente apotropaico che prevede l’interruzione di un’esistenza per il nulla più totale. Il dramma è che, come nel 1986 oggi, certe storie non sono poi così “Horrorifiche” ed inverosimili, dato che sparsi per il globo persistono tutt’ora culti malati che prevedono, incoraggiano ed obbligano sacrifici umani e mutilazioni auto inflitte per placare l’ira “degli Dei”. Così come il tema, la musica risulta in questo caso tinta incredibilmente “di nero”, quasi gli Slayer avessero voluto darci l’impressione di trovarci realmente in una cripta al cospetto di una misteriosa setta di incappucciati. E’ un brano che di certo non rinuncia alla velocità ed all’aggressività sino ad ora mostrate, tuttavia opta per un progressivo diminuendo del ritmo, diminuendo che dapprima rende i riff e gli assoli leggermente meno forsennati e più “ariosi” ed infine porta il brano a concludersi quasi in sordina, sempre più lento, cadenzato e sfumato. Il tutto è comunque sia presto giustificato: una conclusione che serve unicamente ad introdurci la quinta traccia, strettamente collegata ad “Altar Of Sacrifice”. Dopo una conclusione quasi in sfumando, ecco irrompere sulla scena il roccioso riff della celeberrima Jesus Saves, il quale rialza i toni pur mantenendo comunque un’andatura assai precisa e controllata, andatura comunque destinata a tramutarsi in un crescendo rossiniano che culmina nella “solita” e dannatamente stupenda esplosione Slayeriana, questa volta maggiormente tinta di Hardcore Punk soprattutto nel cantato di Tom Araya, il quale pronuncia le lyrics in maniera serrata e a dir poco selvaggia, coadiuvato dal solito eccezionale lavoro delle chitarre e della batteria. I nostri Slayer mostrano ancora una volta che il loro non è un nome che si può prendere sotto gamba: basta questo autentico capolavoro per rendersi conto di come questi ragazzi siano riusciti anche solo prendendo in considerazione questa prima metà di disco a riscrivere letteralmente le regole del thrash metal ed a gettare contemporaneamente le basi per il Metal che verrà. Da segnalare inoltre i momenti “in solitaria” che soprattutto in questo brano spiccano per potenza e velocità, ulteriore dimostrazione di quanto Kerry King e Jeff Hanneman riescano a collaborare magnificamente assieme senza cercare di sopraffarsi o di dimostrare chi è il migliore. Sintonia, meravigliosa sintonia della quale i nostri ragazzi sono portatori sani, compatti in falange come dei guerrieri macedoni pronti all’assalto. Assalto e veemenza presenti anche nel testo, in qualche modo contrapposizione e comunque continuazione del brano precedente. Se infatti in “Altar Of Sacrifice” si narrava la tetra storia di un sacrificio al maligno, in “Jeus Saves” gli Slayer decidono di prendere di mira la sostanziale ipocrisia e malvagità dominante all’interno di determinati ambienti cattolici, ambienti nei quali i “sovrani” hanno riscritto la Bibbia a modo loro per inculcare paura e soggezione a dei fedeli trattati come dei burattini pronti a tirar fuori soldi e carte di credito per assicurarsi un posto in paradiso. La figura di Cristo viene qui spogliata del suo spessore umano e ci viene mostrata secondo la lente deformante del clero: non più un padre benevolo ma un giudice severo e spietato, al pari di noti inquisitori e boia medievali come Torquemada. Cos’è il male e cos’è il bene, dunque? Se nel nome del diavolo si uccide e nel nome di dio anche, chi potrà salvare la nostra anima? C’è veramente giustizia, a questo mondo? Non solo storie di Serial Killer, anche e soprattutto introspezione ricca di nichilismo, in un disco – pietra miliare che tutti gli amanti del metal dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita.

Cosa accade nella mente di chi decide di togliere la vita a un'altra persona? Le sinapsi prendono un cipiglio aggressivo, incendiandosi di furia e partendo in quarta affinché il soggetto sputi un odio velenoso nei confronti di una vittima scelta o casuale. O magari, semplicemente, scatta la violenza che consacra “Criminally Insane”, come spietata colonna sonora di un efferato massacro, che toglie il domani a chi si vede privare della vita, ma anche a chi dovrà cominciare a scappare. Pietà per il pazzo criminale! Tom Araya si fa portavoce di questa follia, vomitando parole e promesse di chi del serial killer ha fatto la propria esistenza. Dal tempo rituale iniziale di batteria, ci si muove con passo lento e deciso, su un muro di riff acidi e corrosivi che esplodono nella violenza più brutale: una guerra lampo di folle furia strumentale, assoli saettanti che inducono in tentazione, lasciando trapelare un orrido, sottile, tremendo sorriso folle. Perché “Criminally Insane” e la furia travolgente degli Slayer riescono a contagiare, lasciando comparire nella mente pensieri puri, di rabbia e violenza: chi è il criminale, qui? Con un pezzo del genere a far da sottofondo, anche il più docile degli esseri umani si lancerebbe in un pit di carne, sangue e fauci pronte ad azzannare. La follia annebbia, dura un minuto ed è feroce: elementi che compaiono e compongono questo brano, caricato in ogni minima battuta di un nero sentimento criminale. Un tiro eccellente per tirare fuori da sé il nero marcio di una vita immersa in un'esistenza sociale obbligata ma, spesso e volentieri, pizzicata di elementi fastidiosi: dato che potenzialmente siamo tutti dei pazzi criminali, è meglio continuare a gustarsi questo pezzo a ripetizione, anziché finire reclusi in una cella di odio e pazzia. E come un destro alla bocca dello stomaco, così si presenta “Reborn”. Una corsa sfrenata, che lascia senza fiato, verso la propria morte: una strega che ha speso la propria vita immersa in un'adorazione profana, intrisa di una ribellione devota. E perché, per questo motivo, si dovrebbe meritare di finire la propria esistenza, bruciata al rogo? Qual è il crimine commesso da chi è diverso? Semplicemente, decidere di non sottomettersi a valori che si autoproclamano migliori; ma chi ha una forza interiore che brucia più del fuoco, ha la forza necessaria per rimettersi sulla strada della vita e rinascere. Lei rinascerà, nella rabbia e nella furia, con l'accecante promessa di dimostrare che la morte non significa nulla, non significa fine. E allora prepariamoci a vederla risorgere, avvolta nelle fiamme di strumenti che si incendiano e di pelli infuriate: non c'è tempo per respirare, solo per pestare e pestare e pestare. In un'atmosfera cupa di riff corrosivi, la voce grida di rabbia e potenza, passando lo scettro della violenza alle sei corde incendiate e pronte a vomitare note infuriate, immerse in un turbinio di furia bruciante. L'ennesima guerra lampo di accecante follia crudele, sorta laddove chi ritiene di essere nel giusto e nel nome del Signore – non tanto per fede, piuttosto per sottomissione - si comporta da pazzo criminale e decide di bruciare un'esistenza, condannandola al rogo. Qui giungono gli Slayer, con un nero requiem infuriato di una promessa di vendetta: quella di tornare nella rabbia e nella furia, più viva che mai. La rullata iniziale a opera di Lombardo che apre “Epidemic”, è un perfetto segnale d'allarme della guerra violenta che si consumerà a breve: furia, potenza, putrefazione, agonia. Possiamo considerare la morte come l'epidemia più letale, imbattibile e solenne, che dall'alba dei tempi detta legge in questo mondo? Il seme dell'epidemia ha dimora in un corpo che non sa di portare con sé la parola fine: sta lì, pronto a esplodere in una risata di dolore e sangue. Un'epidemia che si evolve nell'epidemia più duratura di sempre, che con la sua M maiuscola terrorizza e spezza la sanità mentale di ogni essere umano. Questa macchina di morte è descritta da un riff con la bava alla bocca e da un Tom Araya più deciso che mai: si muove su un drumming sparato, tirato e senza intenzioni di interrompere la propria furia brutale. Si trasforma, respira, ma non cala né di tensione né di intensità, mentre l'inferno in note di Jeff Hanneman e Kerry King si dispiega, vorticando nella furia più nera ed evocando una sensazione panica di euforia. Di nuovo, gli Slayer riescono a tirar fuori la parte più brutale che risiede in ogni essere umano, evocandola ed esorcizzandola con rabbia, sangue e sudore: un cammino rabbioso e intenzionato a distruggere, che spezza la normalità e inaugura la strada della furia più accecante e accecata sulla quale tutti, prima o poi, siamo costretti a passare. La rabbia è un sentimento così umano, ma anche così divino, impossibile da evitare, impossibile da non adorare: essere infuriati è un modo per sentirsi accanto a quel Dio padre di distruzione e terrore, che sia quello in cielo o che sia quello sottoterra. La rabbia ha molte evoluzioni e fasi: prima è una furia incontrollata che porta la mente a toccare il fondo di tutto, poi si trasforma, divenendo un elegante modo di odiare con tutta la cura necessaria per farlo col massimo della solennità, con un'agghiacciante postura composta nella forma, ma instabile nell'essenza. “Postmortem” infonde esattamente questa sensazione di solenne quiete infuriata, con un riff di apertura che pesta senza lesinare in grinta. Una preparazione all'ignoto, che odora di umido e si colora di nero, striata del gelido tocco della morte che congela a partire dalla spina dorsale. Pensiamoci bene: qual è l'unica cosa della quale siamo sicuri? La morte. Dal momento che veniamo al mondo, sappiamo bene che ne usciremo, i nostri vasi sanguigni portano in giro per il corpo la morte fin dalla nascita. Come dare torto ai nostri Slayer: nasciamo per morire e dato che questa è l'unica certezza sulla quale possiamo contare, l'ultima tappa di ogni esistenza, allora sì, la morte è il fine della vita. Ma c'è modo e modo di reagire di fronte all'idea della morte: i nostri lo fanno con un'accesa vitalità bruciante, un sentimento di sfida nei confronti della Mietitrice. Una grinta sinuosa che si muove con passo composto e va per la sua strada, esplodendo in una pioggia di furia incontrollata che travolge e stravolge: gli strumenti impazziscono, lanciando una sfida alla velocità e accelerando in tutte le direzioni. Niente assolo in questo brano: “Postmortem” fa parte di una piccola elitè firmata Slayer di brani privi di soli, insieme a “Piece by Piece”, “Sex, Murder, Art” e “Can't Stand You”. Per citare la saggezza di Tito Livio “A cattivo principio cattiva fine”. Dalla opener “Angel Of Death” gli Slayer hanno sviscerato ogni aspetto della cattiveria, della rabbia, di un'aggressività rabbiosa che ha il potere di infettare e contagiare ogni singola molecola di sanità mentale. La strada della furia, inevitabilmente, porta verso una pioggia di sangue acidulo e bollente, che corruga la fronte in un'espressione bestiale, violenta e demoniaca. L'ultima battuta di “Reign in Blood” è la potentissima “Raining Blood”, degna sfuriata finale di un lavoro carico di collera e furore : si apre evocando proprio quel titolo così esplicito e malato, una tempesta di sangue grumoso misto a plasma tiepido, che cade dal soffitto di un cielo costellato di violenza. La snervante attesa dell'intro è la stessa che compare in un giorno di pioggia, quando si volgono gli occhi al cielo, con la speranza che smetta di piangere e inondare il mondo di tristezza e apatia: la differenza è che qui la pioggia è color cremisi, è un'epidemia di violenza, è una risata diabolica. Ebbene, che il regno del sangue abbia inizio, un regno dove la violenza è sovrana, la mente è annebbiata da un rosso lacerante, che brilla da ogni punto di vista di un nero assoluto. Intrappolato nel Purgatorio come un oggetto privo di vita, intento a giocarsi la strada per la salvezza eterna, scegliendo quella della furia: la condizione di un soggetto battezzato nella rabbia e nella furia, un oggetto senza vita, ma vivo. Vivo nel sangue, vivo nell'odio, vivo nella vendetta. Tutto questo si fa spazio sull'introduzione di un brano destinato a rimanere nell'anima e nella mente per il modo pungente di colpire dritto a quella follia funesta che si annida in ogni essere umano: batteria rituale, pioggia di sangue, suoni striduli di chitarra che fanno venire semplicemente i brividi. Il tutto esasperato, ancora e ancora, in modo da eliminare ogni traccia di sanità mentale, scaraventata nello spazio da uno dei riff più crudeli e malvagi di sempre: poche note ma efficaci, in grado di smantellare la compostezza che per convenzione siamo tenuti a mantenere nella vita di ogni giorno, per lasciare spazio a un grido lancinante che lasci sfogare i propri mostri personali. Sulle note del riff di apertura di “Raining Blood” la mente grida e il corpo si trasforma in un orrendo omuncolo pronto a sfogare la propria orrenda esistenza: comincia la corsa su un tempo tirato quel giusto che occorre, con chitarre ruggenti, pronte a tirar fuori ogni singola molecola di violenza, atta a sfamare le fauci fameliche di un singer più spietato che mai. Accordati sulla stessa tonalità di potente furia omicida, gli Slayer lasciano scorrere un pezzo potente e spettacolare, con quel riff centrale che a ogni comparsa inietta nel sangue l'ennesima dose di rabbia malata: un formicolio di pazzia colpisce la testa, all'urlo di “Raining Blood” nel ritornello. Ed ecco che la caduta verso la fine della propria integrità mentale prende una strada ancor più furiosa e marcia, con un solo intrecciato e soffocante che taglia la testa al pezzo. Il rombo di un tuono, di nuovo una pioggia di sangue.



 



Qual è la prima sensazione che segue dall'ascolto di un disco come “Reign in Blood”? L'apatia più assoluta. Questo è uno di quei dischi che ti obbliga a svuotare le viscere da ogni singola emozione, travolta e pestata dalla potenza di una band che ha dettato la storia della musica estrema come gli Slayer. Dopo l'apatia iniziale, giunge l'astinenza da quella dose adrenalinica di carica brutale, che mostrifica lo spirito e irradia tutto di una tinta violacea: in un mantra rituale interminabile ci ritroveremo ad ascoltare ancora e ancora questo disco che ha segnato ogni metalhead del mondo, da quel proficuo 1986 a oggi. Già, perché la storia del metal nel 1986 si è tinta di un'altra pietra miliare che hanno smosso una rivoluzione straordinaria: oltre a “Reign in Blood” usciva “Master of Puppets” dei Metallica. La forza di questo lavoro risiede in un'essenza così mostruosa da far paura, una carica nera viva e vivente, destinata a distruggere e a ricostruire: trascina e getta la mente in un baratro infinito di potente linfa brutale. “Reign in Blood” rimane dentro, un seme ancorato e destinato a germogliare nel bene e nel male: sia che piaccia, sia che non piaccia questo disco stravolge indelebilmente. È impossibile rimanere impassibili di fronte a un lavoro del genere, riesce a toccare tasti del subconscio così celati dietro a un muro di necessità e imposizioni, da infondere una sensazione di panico, eccitante e bestiale. Probabilmente gli Slayer nel 1986 non avevano idea che un disco così ripudiato e rifiutato sia dalla critica che dalle etichette, potesse segnare la storia della musica estrema (ma non solo): era visto come un lavoro troppo cattivo, troppo estremo, troppo eccessivo in quanto a rabbia e brutalità. Elementi che lo hanno reso così necessario nella storia del thrash metal, che gli hanno dato modo di fondere l'agghiacciante brutalità delle ritmiche del punk Hardcore con i riff cupi e oscuri del metal. Potremmo definirlo come un disco nichilista, che ha distrutto ma ha ricreato, che ha saputo affrontare, a testa alta e con fierezza luciferina, tematiche scomode e oscure, ripudiate dalle menti che si dichiarano integerrime, abbracciate da coloro che hanno saputo vedere quel bene perverso in un inferno di violenza. È un disco che non ha tempo, semplicemente: una cattiveria evocata che sa di passato, presente e futuro, che ancora oggi dà il la ai giovani che approdano a questi lidi infernali. Ventinove minuti appena per stravolgere la mente di un mondo che prolifica di generi e filoni, dove tutti, volenti o nolenti, sono costretti a passare: “Reign in Blood” è una tappa obbligata dall'evoluzione stilistica e profonda di un mondo sempre pronto a rivoluzionarsi, a stravolgersi, ma soprattutto a stravolgere. Questo è uno di quei lavori genuini e sinceri che è nato senza avere pretese, ma è riuscito a rivoluzionare il modo di vedere e sentire. Oggi accade esattamente il contrario: si hanno pretese, ma non si rivoluziona un bel niente. E allora intingiamoci in questa cattiveria prolifica iniettata per mano degli Slayer, sentiamola, viviamola, amiamola e odiamola. Non c'è spazio per essere umani dentro a “Reign in Blood”, c'è spazio solo per far vivere quello che ci occupiamo di tenere a bada, nascosto dentro a un baule del quale proviamo vergogna e dolore. Facciamoli respirare questi mostri che attentano alla sanità mentale di ognuno di noi, lasciamoli sfogare, gridare, correre. Lasciamoli azzannare l'uno con l'altro, con un disco intriso di cattiveria che suona in sottofondo a un volume disumano.  Viviamo la nostra parte più oscura e intrisa di sentimenti considerati sbagliati, dall'opinione comune, per mezzo di “Reign in Blood”, liberiamoci da quelle catene che siamo costretti a portare come pesante fardello nella vita di tutti i giorni: bastano appena ventinove minuti per sentirsi, per una volta, veramente liberi di esprimere la furia che inevitabilmente portiamo dentro. Urliamo con Tom Araya, spacchiamoci la schiena sui drumming di Lombardo, godiamoci i turbinii di sei corde di Kerry King e del grandissimo Jeff Hanneman. La forza di questo disco sta proprio nel dare la possibilità a ognuno di noi di poter sentir vivere, per ventinove minuti intensi, ogni molecola della nostra esistenza e non solamente quella che ci consentono di lasciare libera.


1) Angel Of Death
2) Piece By Piece
3) Necrophobic
4) Altar Of Sacrifice
5) Jesus Saves
6) Criminally Insane
7) Reborn
8) Epidemic
9) Postmortem
10) Raining Blood

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