SLAYER

Hell Awaits

1985 - Metal Blade Records

A CURA DI
MAREK & MICHELE ALLUIGI
04/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Gli Slayer mi hanno insegnato come suonare con aggressività, tirando fuori i cogl**ni!!" . Questa la dichiarazione che un entusiasta Dimebag Darrell rilasciò nel Marzo del '93 per la nota rivista "Guitar Club", quando il suo intervistatore gli diede l'opportunità di dire al mondo cosa pensasse, il compianto artista, di un masterpiece dell'estremo come "Hell Awaits", altrimenti noto come "uno psicotico viaggio all'interno delle profondità dell'Inferno e della Tortura" (stando a ciò che viene riferito nel libro "Legends of Rock Guitar"). Fama conquistata a furia di pugni e firmata a suon di calci, il proseguo di una delle storie più importanti di sempre. Gli Slayer, forti dei consensi ricevuti con l'ottimo debutto "Show No Mercy", tornavano quindi a far parlare di loro, se possibile alzando ancor di più il tiro e cominciando seriamente a delineare quello che poi sarebbe divenuto (in un futuro nemmeno troppo lontano) il loro trademark per antonomasia; quell'attitudine selvaggia, crudele, aggressiva. Un vero e proprio inferno creato a suon di note e sciabolate sulle sei corde. Tom Araya, Jeff Hanneman (r.i.p.), Dave Lombardo e Kerry King avevano dunque le idee molto chiare, circa il da farsi: replicare al successo ottenuto con il debut ma non semplicemente confermandosi, bensì cercando di scavalcare loro stessi, aggiungendo un nuovo importantissimo tassello alla loro carriera. E dire che il rischio di cadere nella trappola tesa dalla cosiddetta "ansia da prestazione" c'era eccome. "Show No Mercy" non fu solo un successo di critica, ma anche e soprattutto di pubblico: con le sue oltre 40.000 copie smerciate divenne infatti il disco più venduto della "Metal Blade Records", la quale decise saggiamente di offrire più opportunità ai giovani di Huntington Park, proprio per metterli in condizione di compiere un ulteriore salto di qualità. "Challenge accepted", devono aver pensato quei quattro scalcinati thrashers, i quali si dimostrarono per nulla impauriti ed immediatamente pronti a raccogliere questa nuova sfida. Il primo scoglio da superare, quello dei soldi, fu presto risolto: ad occuparsi dell'intera campagna di finanziamento fu infatti nientemeno che Brian Slagel, fondatore e CEO della "Metal Blade" il quale decise appunto di investire importanti somme di denaro, convinto (giustamente) che ne avrebbe guadagnate non solo altrettante, ma addirittura maggiori. Una boccata d'ossigeno per i giovani Slayer, che per il primo disco furono costretti a ricorrere all'autofinanziamento, coinvolgendo il padre di Kerry King ed adoperando i guadagni di Tom Araya che all'epoca lavorava come terapista della respirazione. Avendo dunque a disposizione un budget sostanzialmente elevato, il gruppo poté avvalersi dell'aiuto di una professionalissima equipe, capeggiata da Ron Fair (paradossalmente noto oggi per aver seguito personalmente e lanciato personaggi come Christina Aguilera ed i Black Eyed Peas); l'uomo, con un passato nella "Chrysalis Records", era abbastanza a digiuno in quanto ad Heavy Metal, ma accettò comunque dopo aver avuto occasione di vedere gli Slayer su di un palcoscenico. Entusiasta, decise dunque di aiutare Slagel e la band, chiamando a sé altri tre personaggi chiave. Parliamo di Bernie Grundman, reclutato in qualità della sua abilità nel campo dell'audio mastering, Eddy Schreyer che invece si occupò del remastering e dulcis in fundo Bill Metoyer nel ruolo di sound engineer, personaggio già noto agli Slayer in quanto assolse la stessa mansione nell'EP precedentemente rilasciato dalla band, "Haunting The Chapel" (1984). Un'autentica corazzata che i giovani musicisti trovarono a loro totale disposizione, un team che sarebbe stato capace di rendere giustizia al lavoro che in quel momento gli Slayer erano chiamati (ed obbligati) a svolgere utilizzando il 101% delle loro risorse e possibilità. Di certo, per compiere un ulteriore balzo in avanti ed affermarsi come realtà e non più come "semplice" promessa del Metal, sarebbe occorso seriamente rimettere mano al songwriting, per cercare di evolvere lo stile Speed Heavy simil Venom che si aveva fatto la loro fortuna per ciò che riguardava la prima release, ma che non poteva essere riscaldato e presentato in una copia di minore entità. Gli stessi King ed Hanneman ammisero di aver voluto schiacciare sul pedale, in quel periodo, ma con una sorta di maggior gusto compositivo ed una volontà di dar vita a passaggi chitarristici ben più complessi ed articolati di quelli già sentiti in "Show No Mercy". In loro aiuto vennero dunque i Mercyful Fate, gruppo che le sei corde degli Slayer ascoltarono per bene, cercando di lasciarsi "insegnare" qualcosa, seppur indirettamente, dagli splendidi dialoghi di due autentici colossi come Hank Shermann e Michael Denner. Dischi come "Melissa" ed il masterpiece "Don't Break The Oath" esercitarono dunque un notevole ascendente sul metodo compositivo degli Slayer, i quali decisero di attingere dal'esperienza Danese anche per quel che riguardava le liriche. I testi di "Hell Awaits" furono infatti allineati alla nuova aggressività che la band stava per maturare e mutuare attraverso concerti tenuti e nuovi ascolti: liriche deliranti, per lo più improntate su di una sorta di satanismo nemmeno troppo crasso o spiattellato senza ritegno. Non certo profonde ed eleganti come quelle partorite da King Diamond, ma certamente più oscure e pesanti del passato, naturalmente unite ad altri tipi di liriche richiamanti invece argomenti molto più gore e splatter; vari deliri su serial Killer più o meno reali e situazioni grandguignolesche, un disco dunque ancor più estremo da ogni punto di vista, sia musicale che testuale. Pronto finalmente per vedere la luce, come una sorta di anticristo appena partorito da una vergine dopo una notte  di passione in compagnia dell'Arcidemone. "Hell Awaits" giunse dunque marchiato a fuoco e grondante sangue nel lontano 1985, proprio durante Marzo, il mese della Primavera. Non c'era spazio per cinguettii e fiori sboccianti, al contrario. Le carcasse degli zombie, il Male, Satana, il pazzoide di "Kill Again" erano pronti a fare il loro debutto regalando al pubblico quello che fu un autentico successo, sotto ogni punto di vista. Il risultato degli sforzi combinati di un team di facoltosi professionisti dell'industria discografica e di un gruppo di ragazzi volenterosi di migliorare, di dare sempre di più, non adagiandosi mai sugli allori. E dire che, in tempi neanche troppo lontani, Tom Araya arrivò persino a parlare della produzione di "Hell Awaits" in termini nemmeno troppo lusinghieri, definendolo un lavoro dal sound pessimo ma in fin dei conti efficace proprio per quel motivo: "Sentito con le orecchie di oggi, suona veramente male! Ma sentendolo con le orecchie di allora, è sicuramente il massimo. Alcune volte ho pensato.. forse avremmo dovuto ri-registrarlo.. ma meglio di no. Perché dovremmo rovinarlo?". Il massimo, dunque, per un epoca in cui di certa musica, suonata a quel modo, ce n'era terribilmente bisogno. Se Araya espose le sue perplessità circa la qualità del suono, nemmeno King fu gentile, a posteriori, con la copertina raffigurante un Inferno brulicante di demoni intenti a brutalizzare varie vittime. Si dice che il chitarrista avesse avuto in origine altre idee, ma la scelta ricadde sul soggetto (ottimo, per altro) ideato dal visionario artista Albert Cuellar, il quale dipinse un luogo di dannazione incredibilmente di impatto ed anche inquietante, proprio come doveva suonare la musica contenuta in "Hell Awaits". Piccola nota: in molti pensano che Cuellar, a sua volta, si fosse ispirato (un po' troppo, dicono i più maligni) ad un altro artista, il francese Jean "Moebius" Giraud, il quale aveva già fatto comparire, nel 1977, dei demoni simili-uguali a quelli rappresentati sulla copertina del disco (illustrazione per la nota rivista a fumetti "Heavy Metal"). Questioni di lana caprina, visto che il disco, un concentrato di violenza questa volta espressa in maniera si direttissima ma anche e soprattutto traghettata da un accrescimento delle facoltà tecniche del combo, si rivelò un successone. Lo stesso Chuck Schuldiner arrivò a sciorinare elogi infiniti per "Hell Awaits", dichiarando quanto fosse stato importante per lui udire un qualcosa del genere, con quei suoni e quell'approccio così ruvido e prepotente. Phil Anselmo gli fece eco, gli stessi Venom, numi tutelari dei quattro losangelini, rimasero a dir poco sorpresi dall'attitudine violenta e selvaggia di quel disco, tant'è che decisero di farsi affiancare proprio dagli Slayer (ed anche dagli Exodus) in una lunga serie di concerti denominata "Combat Tour". Proprio per il successo ottenuto e per le ovazioni ricevute praticamente ogni sera, ai giovanissimi Slayer fu concesso a più riprese di festeggiare, bevendo come non mai. Forse troppo, visto che in preda ai fumi dell'alcool, Tom Araya interpretò alla lettera una battuta di Cronos, arrivando ad urinargli nei capelli. Di tutta risposta, il buon Conrad Lant gli mollò un destro dritto sul volto, facendogli terminare il tour con un occhio nero. Reduci da un successo anche maggiore di "Show no Mercy" e coinvolti in una rissa con i Venom: "Hell Awaits" aveva portato anche più di quel che i ragazzi si sarebbero aspettati! Addentriamoci dunque nelle trame perverse di questo scottante capitolo della discografia estrema; spero abbiate con voi un buon smacchiante, servirà per cercare di lavare via le chiazze di sangue dai vestiti. Let's Play!

Hell Awaits

Ad aprire le danze, un brano divenuto ormai leggendario ed assoluto protagonista dell'immaginario di ogni fan degli Slayer che si rispetti: parliamo proprio della title track, "Hell Awaits (L'inferno attende)", cavallo di battaglia dell'Assassino e vero e proprio inno del Metallo estremo. Aperto da un offuscato sottofondo di basso e chitarra (quest'ultima intenta ad emettere note quasi come se queste stessero bollendo in un calderone), sono immediatamente delle voci ossessive e latranti a divenire protagoniste del contesto; voci gorgoglianti, catarrose, disperate, intente a ripetere un'espressione inquietante e martellante, proprio come uno zombie anelerebbe il cervello della sua preda con una semplice parola da ripetersi fino al consumo del pasto ("brain? brain?"). Notiamo dal modo in cui le voci emettono la loro orrenda litania che l'empio gorgogliare consiste in un'espressione pre-registrata ed in questo caso presentataci con l'espediente del "reverse". Il coro di dannati non fa altro che ripetere "Join us.. join us..", ovvero "unisciti a noi", frase che con l'espediente del rovesciamento suona simile ad un "sainòòòg.." (mostrando letteralmente la pronuncia della locuzione inglese), termine apparentemente senza senso. Forse, da parte degli Slayer, è sopraggiunta in fase di realizzazione la volontà di prendere in giro i fanatici dei cosiddetti "messaggi subliminali", quei personaggi davvero intenzionati a credere che ascoltando al contrario un disco Metal o Rock si possano captare lodi al demonio ed inviti al suicidio o a chissà quali azioni malvagie. Più esplicito delle liriche di "Hell Awaits" vi è relativamente poco, è un disco che parla chiaro; così facendo, però, i nostri Sherlock Holmes della musica avranno sicuramente di che carpire e captare, magari nemmeno accorgendosi dell'esplicito delle liriche ma concentrandosi unicamente su quell' "unisciti a noi". Tornando più concentrati sul brano, possiamo anche intravedere in questo inizio una sorta di ode ai Venom, i quali si servirono di questo espediente già nell'1981, aprendo con un inquietantissimo "reverse Cronos" il loro inno "In League With Satan". Il coro demoniaco si fa sempre più intenso ed anche la gorgogliante ascia in sottofondo continua a stridere in maniera sempre più nitida, in un crescendo diabolico nel quale arriva a sfidare, a suon di volumi, la satanica schiera di demoni che dal canto suo continua a trascinarsi ripetendo l'empio ritornello. Un vocione cavernoso e quasi vomitante si innalza improvvisamente su tutto e tutti, ed al minuto 1:05 è Dave Lombardo a dettare il tempi, battendo in maniera perentoria e precisa sul suo drum kit, mentre King ed Hanneman possono finalmente cominciare a farsi udire in tutto il loro satanico splendore. I due dialogano alla perfezione, dando vita ad un guitar work fino ad ora oscuro e pesante; i suoni delle due asce ben si stagliano sul tempo marziale e precisissimo di Lombardo, ottimo in fase di impostazione e vero e proprio trascinatore del combo. Un'andatura cadenzata e malvagia, forgiata da un riff quasi Sabbathiano e militaresca nel suo incedere, con le due chitarre intente per il momento a non strafare ed il basso anch'esso abbastanza essenziale e per nulla invadente. Possiamo goderci il precisissimo drumming del batterista e chiederci quando effettivamente avrà luogo quella cavalcata letale che, di lì a poco, si mostrerà fiera in tutta la sua crudeltà. Non dobbiamo aspettare molto: minuto 2:43, la grancassa di Lombardo suona la carica ed il riff scandito diviene ben più veloce e sostenuto, i ritmi si inaspriscono ed è tutto pronto per la partenza "definitiva". Abbandonati i sulfurei ritmi Sabbathiani, gli Slayer premono definitivamente sull'acceleratore partendo a tutta birra, non preoccupandosi di travolgere o di lasciarsi indietro qualcuno. Un crescendo letale, i piatti del drum kit si fanno sentire anch'essi sino alla partenza. La batteria diviene di colpo assatanata ed i riff scanditi da Hanneman e King, rugginosi, veloci ed oscuri, fanno da perfetto tappeto sonoro per la voce di un Araya intento a cantare come un forsennato. Anche il suo basso si adegua ad un contesto a dir poco estremo, le pareti sembrano tremare dinnanzi a tanta crudeltà; una crudeltà che per il 1985 era innovativa, malvagia davvero, sconvolgente quel tanto che bastava ad impaurire chi non era evidentemente pronto per sopportare un qualcosa del genere. Di quando in quando la voce del singer viene effettata a dovere per sembrare quasi orchesca, demoniaca, mentre le chitarre eruttano suoni dilanianti, taglienti, sporchi e pesanti come solo gli Slayer sanno essere. Tutto gronda sangue in maniera copiosa ed agonizzante, si continua con questo registro e si giunge al minuto 4:29 ad un meraviglioso assolo (ad opera di Hanneman) un momento sicuramente più articolato e di impatto dei precedenti uditi in "Show No Mercy". In generale, sembra che al tutto sia stata effettivamente data una sferzata più significativa. In fase di dialogo solista-ritmico, sia Hanneman sia King sono perfetti, in grado di divenire a seconda dei casi ognuno la spalla dell'altro, e di ricamare assoli in piena libertà, senza paura di risultare prolissi o scollegati dal continuum. I dialoghi di Denner e Shermann sono stati appresi appieno, solo che qui non udiamo del particolare virtuosismo quanto una tecnica sicuramente elevata posta però al servizio della violenza. Le note dell'assolo sono taglienti e perfettamente distinguibili, sporcate il tanto che basta e squillanti al tempo stesso, eseguite a grande velocità e risultati perfette nel loro ansioso incedere. Finito l'assolo, si riprende a martellare a suon di vocals al fulmicotone e di riffoni chiari ispiratori di quello che di lì a poco sarebbe stato il Death Metal. Lombardo pesta meravigliosamente, Araya sembra un tarantolato e dunque possiamo avvicinarci ed in seguito perderci in un nuovo momento solista (King, questa volta), anch'esso come il precedente intento ad annichilire e suonare più terribile e veloce che mai. Sembra quasi che riesca a dare al pezzo un'ulteriore scossa, un'ulteriore devastante accelerata, la quale fa dunque impattare il pezzo contro il muro di una conclusione giunta come la lama di una perentoria ghigliottina, dritta sui nostri colli. Il primo assalto si è rivelato incredibile, il resto si preannuncia ancora più devastante. Come annunciato in precedenza, le liriche hanno anch'esse, a loro volta, un carattere molto più buio, cupo e violento di quanto già visto in "Show No Mercy". Nella fattispecie, nel testo di "Hell Awaits" veniamo messi dinnanzi, senza filtri, ad una vera e propria apocalisse. Il manifesto programmatico delle forze del male: gli angeli combattono invano, colui che tutti chiamano "il salvatore" verrà presto bersagliato dalla ferocia, dalla violenza che le Legioni della Malvagità sono in grado di generare. Nessuno potrà essere salvato, né Dio né umano. La nera schiera combatte con foga e crudeltà; le sue falangi sono armate di spade e lance, armi dalle punte acuminate adattissime per trafiggere le carni dei malcapitati, di chiunque oserà andargli contro. Le forze celesti non possono opporsi a questo strapotere, sono destinate a soccombere. Viceversa, i cancelli dell'Inferno sono spalancati per chiunque avrà la saggia idea di schierarsi dalla parte giusta. Il Messia verrà crocifisso di nuovo, Satana in persona ci informa che egli può dominare le nostre anime senza sforzo alcuno. Cercare di sottrarsi alla sua proposta sarebbe inutile, tantovale arrendersi incondizionatamente ed accettarlo come nuovo signore e padrone. Solo nell'ardente fornace, solo nel luogo della dannazione eterna potremo trovare finalmente la vera libertà, tutt'uno col demonio, uniti in una cosa sola; egli è lì che troneggia e ci attende, e si bea della crudeltà mostrata dai suoi seguaci, i quali adempiono perfettamente al ruolo assegnatogli, quello di tormentatori delle anime pavide e sottomesse. Chiunque accetti ancora Dio come sua guida verrà perseguitato dai Preti di Ade (qui Satana viene appellato con il nome greco del dio dell'oltretomba) e braccato da una schiera di famelici zombie, intenti a divorare carni ed a strappare organi interni con la stessa facilità con la quale noi sbucceremmo un arancia. Sangue, fiamme, carni bruciate, svisceramenti.. la punizione è servita, le Schiere Infernali non hanno pietà alcuna e sono giunte sulla terra per portare caos, morte e distruzione. Plachiamo Satana offrendogli anime in sacrificio, uccidendo chi è evidentemente debole ed incapace di difendersi: solo così potremo salvarci e scampare ad un destino che sembra, comunque sia, obbligato. Notiamo come il tema Satanico sia stato certamente portato all'estremo, tuttavia anche in questo caso notiamo come questo tema non sia più crasso e spiattellato come poteva essere nei Venom. Anche in questo caso, sembra che l'influenza dei Mercyful Fate sia stata essenziale ed abbia convinto gli Slayer a mediare verso delle liriche certamente dirette, ma anche buie e cupe, capaci di suscitare anche inquietitudine e non solo accompagnare bordate di decibel, creando solo esaltazione.

Kill Again

Altro classicone di casa Slayer, "Kill Again (Uccido, ancora)" si presenta alle nostre orecchie mediante un inizio apparentemente tranquillo e cadenzato. La batteria corre, ma non troppo, ed il sound della coppia King / Hanneman non è poi troppo impostato sulla modalità "carneficina". Un riff introduttivo particolarmente accattivante ed anch'esso profondo debitore di quel sound oscuro tanto caro ai Black Sabbath e ad i Mercyful Fate, un riff che per il momento decide di spianare il terreno ad un qualcosa di ben più estremo che partire subito in quarta. Potrebbero mai gli Slayer privarsi della gioia di assalirci all'improvviso, illudendoci con andature medio-potenti per poi zac, pugnalarci all'improvviso? No signore. Detto fatto, Lombardo comincia a percuotere i suoi tamburi simulando quasi raffiche di mitra, le quali vanno dunque a sancire la benemerita accelerata che subito ci conduce in un nuovo inferno sonoro. Tre battute di mitragliatore e si può letteralmente urlare al "Pedal To The Metal!!!", con i tempi che divengono estremamente più serrati, veloci e malvagi. Ritorna poco dopo lo stacco "a mitraglia", il quale si ripropone durante la corsa in ben due occasioni, l'ultima delle quali (la terza, of course) va a sfociare in un preciso "on, two, three, four" battuto sul charleston; come se prima il tutto non fosse altro che acqua di rose, gli Slayer esagerano e la premiata ditta King / Hanneman dà vita ad un riff ancora più veloce e devastante nel suo incedere; per alcuni frangenti udiamo solo le chitarre ma ben presto la batteria sopraggiunge dettando tempi allucinanti. Lombardo è potente e preciso come solo pochissimi saprebbero essere, si dimostra un autentico cardine - valore aggiunto, mentre Araya può finalmente scartavetrarci  i timpani col suo cantato forsennato e perfettamente inserito nel contesto. Il ritornello è da premio Oscar del Thrash Metal qualora esistesse, convincente e memorizzabile, forte di una grande capacità di essere assimilato proprio per la sua "orecchiabilità" (cercando di trasporre il termine in un contesto del genere!") e della convinzione con il quale è scandito da Tom. Viene ripetuto per due volte, le strofe sono chiamate da precisi stacchi di Dave il quale a ragione veniva all'ora definito una rivelazione della batteria Metal (lasciatemelo dire, avanti anni ed anni luce al collega Lars Ulrich..), grazie ad un drumming variegato e mai monotono. Dopo il secondo ritornello giungiamo dunque ad una sezione strumentale che continua sui tempi sino ad ora uditi, ripetendo il riff portante e sfociando a sua volta in una nuova sezione in cui la batteria serra ulteriormente i ranghi e tutto è dunque pronto per gli assoli di Jeff e Kerry, perfetti nel loro botta e risposta a dir poco commovente, per ogni amante della chitarra Metal. Un momento che si prolunga il giusto e ci mostra un dialogo preciso al millimetro, fatto di suoni metallici e stridenti, abrasivi, ma al solito anche da note squillanti e pungenti come coltellate tirate in pieno stomaco. La crescita tecnica e compositiva è a dir poco ultimata, tutti sono riusciti a dare il meglio di loro e questo "duello" / contest chitarristico ne è quasi la prova. Come se i due chitarristi stessero improvvisando sul momento, giocando perfettamente su di un tempo ed un tappeto sonoro e dunque cercando di far valere ognuno il proprio stile. Un approccio più greve e grezzo per King, più tecnico e di gusto Heavyeggiante (a tratti) per Jeff, vera e propria anima "tecnica" degli Slayer dell'epoca (mi sia concesso affermarlo, assieme a Lombardo era forse la fonte di maggior sicurezza dell'intero combo). Finiti gli assoli, al minuto 3:55 udiamo un Tom Araya nelle vesti di inconsapevole ispiratore di sé stesso, in quanto il singer decide di lanciarsi nell'urlo che poi sarebbe divenuto famoso nel capolavoro dei capolavori, quel "Reign in Blood" che nella sua open track, "Angel Of Death", presentava un devastante acuto esattamente simile a quel che proprio ora abbiamo udito. Un acuto prolungato e sfociante in un ringhio cavernoso, dopo il quale Tom riprende a cantare intonando una nuova strofa. Si ritorna al ritornello, sempre più efficace e questa volta reso maggiormente più aspro grazie alla voce di Araya, più sguaiata, che quasi urlando a mo' di King Diamond chiude definitivamente (con un'altra bella accettata) questo nuovo grande momento di questo disco leggendario. A livello lirico, ci troviamo questa volta dinnanzi ad un testo che sembra mettere momentaneamente da parte il Satanismo apocalittico, per virare verso l'esplorazione dei meandri più oscuri della mente umana. Come avrete sicuramente capito dal titolo, il protagonista è un serial killer patentato e provetto, un pazzo lasciato libero di girovagare per la notte in cerca di vittime. Uscirà col favore delle tenebre per saziare la sua sete di sangue, quasi come farebbe un vampiro; egli non ha però né eleganza né canini appuntiti, non è interessato ad apparire in maniera impeccabile per sedurre qualche giovane donna da amare e prosciugare della linfa vitale. Egli è solo un sadico schizofrenico, armato di un coltello ed intenzionato ad uccidere, uccidere ed uccidere. Non è chiaro perché lo faccia, ed è lui il primo a non domandarselo: "senza motivazioni apparenti, uccido ed uccido ancora!!", siamo dinnanzi alla figura di un pazzo scatenato, sadico ed amante delle esecuzioni dolorose e cruente. Egli decide con chi giocare e preghiamo ogni volta di non essere noi le sue vittime. Tutto sembra far brodo, infatti; uomini o donne non importa, a lui bastano gole da tagliare e fiotti di sangue da osservare compiaciuto. Egli è il male, la mina vagante, il mostro, l'uomo nero dal quale non possiamo difenderci. Abituato a cogliere di sorpresa, a tendere agguati, quando ci accorgiamo della sua presenza è ormai troppo tardi. Una fredda lama scivola sulle nostre gole aprendoci un profondo taglio, cominciamo ad annaspare, vomitando sangue e perdendone da ogni dove. Naso, gola, bocca, le sue mani cingono il nostro corpo, impedendoci ogni movimento. Siamo lì, fra le sue braccia.. la nostra vista si offusca ed il nostro trapasso avviene al suono della sua risata rabbiosa ed isterica. Sporco di sangue, con i vestiti imbrattati della nostra essenza, strazierà il nostro cadavere per poi seppellirlo chissà dove, chissà quando. Da certe liriche traspare il grande interesse che gli Slayer mostravano per i film dell'orrore e soprattutto per delle vere storie di cronaca a tema omicidi seriali. In questo testo, la figura è ancora pregna di attributi filmici, tuttavia determinate liriche sono da considerarsi importanti precursori di quelle che saranno poi canzoni più "a tema" e ricche di dettagli precisi e reali (per fare un esempio, "Dead Skin Mask").

At Dawn they Sleep

Quasi fossimo al cospetto di un Greatest Hits ante litteram, è un altro il grande classico quello contro il quale impattiamo in questo preciso istante. Il momento di "At Dawn they Sleep (Essi si coricano all'Alba)" è dunque giunto e con esso giunge anche la fine del lato a di "Hell Awaits". Al solito, è un riff scandito in maniera assai cadenzata a darci il benvenuto, dapprima in solitaria e ben presto adagiato su di un incalzante tempo, ben sostenuto dal grande Dave Lombardo che non perde occasioni per mostrarci quali e quante siano le sue incredibili potenzialità. Un ritmo che cattura e rapisce, che ci prende di peso e catapulta nelle prime battute di una track che al solito promette sfaceli i quali si paleseranno "a lungo andare". Piccolo momento di stop intorno al ventesimo secondo e si parte in maniera decisamente più "quadrata", con i ritmi che divengono più essenziali e diretti ed il basso di Araya maggiormente udibile che nei due precedenti brani. Un basso che non eccellerà in tecnica o comunque in presenza (non uno Steve Di Giorgio, per intenderci) ma comunque perfetto all'interno del "tutto" ed in grado di riempire il sound quanto basta. Su questa aggressività contenuta si palesa ben presto anche il cantato, meno forsennato e meno concitato, salvo che in fase di pre-refrain, momento in cui tutta la band sembra accelerare anche se non troppo. La prima strofa scorre via tranquilla  e nella seconda possiamo udire nuovamente (in momenti sparuti) gli effetti "demoniaci" atti a rendere diabolica la voce di Tom. Possiamo dire che questa volta il momento "calmo" si è protratto molto più a lungo, nei primi tre minuti abbiamo anche già udito due assoli particolarmente ispirati e ben confezionati, il secondo dei quali risulta quasi essere un vero e proprio gioiello (ad opera, neanche a dirlo, del grande Hanneman). Un perfetto compromesso fra Thrash ed Heavy, in quanto la poderosa mano dell'estremo è perfettamente udibile (rimandi sicuramente frequenti a quel che fu il lavoro di Mantas alla sei corde) anche se nei momenti più veloci è chiaramente distinguibile la vecchia scuola Tipton / Downing. La vera sorpresa giunge al minuto 2:51, istante nel quale viene dato il via ad una sezione strumentale particolarmente lenta e cadenzata, Sabbathiana sino al midollo visto l'incedere dei riff, incredibilmente sulfurea e pesante. Il cantato effettato di Araya ritorna ed il brano sembra ormai seguire quest'andatura che non ci dispiace affatto: è un incedere che valorizza dapprima l'anima nera dei nostri, un brano che fa del male nonostante la lentezza sino ad ora udita, ed in seconda battuta ci dimostra la loro grande poliedricità, il sapersi giostrare fra killer tracks del calibro delle due precedenti a questa, ben più variegata e ragionata a livello di tempi. Siamo tuttavia in un disco degli Slayer, e come preannunciato all'inizio della descrizione di questa traccia, l'assalto del predatore è dietro l'angolo. Coincide con il minuto 4:36, in cui Lombardo spinge sul pedale e si trascina dietro tutto il resto della sezione strumentale. I riff sono ora veloci e serrati, il drumming esasperato ed il cantato di Tom torna ad essere meravigliosamente concitato e straniante. Altro bellissimo assolo in agguato, la solita sequenza di note talmente acute e veloci che sembrano esplodere nel loro incedere killer, privo di compromessi. Squillanti ed acuminate come mille punture d'aghi sparate nei bulbi oculari, arriviamo ad assistere al minuto 5:57 ad una splendida esibizione di Dave alla doppia cassa ("Hell Awaits" è il primo album nel quale il batterista ha esplicitamente dichiarato di utilizzarla), il quale decide di protrarla a lungo tanto da far scattare in movimento le nostre gambe, desiderose di emulare il suo concitato drumming. Dopo questa notevole parentesi il brano può dunque riprendere il riff principale e chiudersi. Non c'è da meravigliarsi se, col tempo, questo brano è divenuto irremovibile da ogni scaletta degli Slayer. Si ritorna alle tematiche "demoniache" con un testo che parla di vampirismo. Una figura, quella del vampiro, trattata in moltissimi testi Metal (basti pensare a "Vampire" dei Death SS, oppure a "Love Bites" dei Judas Priest), ed in questo caso assoggettata al clima di malvagità ed oscura brutalità che abbiamo percepito lungo questi solchi. Un vampiro, in questo caso, assassino e manipolatore, anche se molto differente dallo schizzoide presente in "Kill Again". Esso sente su di sé il peso del carisma che la sua figura comporta: un principe della notte, mai sazio di sangue e letale nel suo manifestarsi, nel suo approcciarsi alle sue vittime. Il suo nero mantello svolazza fiero, reso ampio dai venti notturni, ed appostato sulle guglie del suo castello a mo' di gargoyle comincia a chiedersi quale collo, quella notte, sazierà la sua sete. L'ultima cosa che la sua vittima vedrà sarà la brama nei suoi occhi; sorpresi nel nostro letto a dormire beati, verremo sopraffatti da questo demone, che marchierà le nostre carni con il simbolo dell'inferno, prosciugandoci del nostro prezioso sangue. Creature affascinanti e letali, i Vampiri. Di bell'aspetto e di maniere impeccabili, una buona maschera indossata per non destare sospetti. Di notte, invece, si rivelano per i demoni che sono. I loro occhi rossi brillano come rubini, nel buio delle nostre stanze possiamo udire i loro lamenti e ringhi famelici, la vista del sangue li tramuta in bestie fameliche. Da eleganti ed impalpabili fantasmi si trasformano dunque in demoni privi di freni inibitori, intenti solo a mordere ed uccidere. Dall'alba dei tempi (come apprendiamo da un certo tipo di letteratura) l'uomo ha cercato di combatterli, ma in questo caso i proverbiali paletto di frassino e martello sembrano non funzionare. Non abbiamo la forza necessaria per opporci alla loro forza e ad i loro poteri, riusciamo a pugnalarli solo superficialmente, non riuscendo a spingere l'arma sino al loro cuore: anche quando riposano nelle bare sono avversari ben più temibili di quello che pensiamo, solo la luce del sole riuscirebbe ad infliggergli danni considerevoli. Difatti, si coricano all'alba proprio per questo motivo. Che gusto ci sarebbe a cacciare durante la luce del giorno, quando tutti sono svegli e vigili? Notiamo, come dicevamo prima, come la figura del Vampiro sia in questo caso "satanizzata" a dovere per rendere il mostro ancor più spaventoso di quanto non sia. Dalle liriche si apprende come il Vampiro protagonista sia un vero e proprio emissario dell'inferno, un servo di Satana, incaricato anch'esso (come i "preti di Ade" in "Hell Awaits") di portare il male sulla terra, nonché il terrore, la morte. I suoi morsi sono dati in nome dell'inferno, le sue azioni sono così giustificate: rimpinguare l'Ardente Fornace di anime sempre fresche, di nuovo materiale da brutalizzare e torturare.

Praise of Death

Il lato b di "Hell Awaits" viene aperto in maniera incredibilmente diretta e violenta dalla splendida "Praise of Death (Ode alla Morte)", che non si perde in indugi e parte spedita, arrabbiata come non mai. I tempi dettati da Dave sono subito forsennati e le asce di King ed Hanneman non si lasciano certo pregare, mordendoci a suon di riff direttamente derivanti dal primo periodo della band. Lo spettro di "Show no Mercy" è nell'aria, del resto andava benissimo migliorarsi ma non troppo da snaturare un'attitudine selvaggia e priva di compromessi che, lungo queste note, vive praticamente una seconda giovinezza alla luce della crescita tecnica alla quale abbiamo assistito. E' dunque un assalto sonoro in piena regola, quello che udiamo: un pezzo spedito e travolgente, il quale si fregia anche e soprattutto di un Tom Araya convincentissimo, le cui vocals sono addirittura dotate di un leggerissimo effetto "eco" che molto dona al contesto allucinante e straziante che si dipana dinnanzi ai nostri occhi. Primo momento di "pausa" verso il minuto 1:38, momento in cui uno stacco deciso dà poi il via ad un breve ma ben eseguito assolo da parte di King, al quale segue un riffing che troveremo meglio sviluppato ed estremizzato in "Angel Of Death" (gli spettri del capolavoro che "Reign in Blood" sarebbe stato c'erano già tutti); Araya riprende a cantare e ci fa presto udire il suo basso, ma è tempo per una nuova "gara" a suon di assoli fra la coppia d'asce degli Slayer. Apre le danze nuovamente Kerry King, il quale riversa sulla sua sei corde tutta la violenza e la rabbia di cui dispone, donando la vita ad un carrilon infernale fatto di note velocissime ed acutissime, in grado di perforare i nostri timpani; gli fa presto eco Hanneman, il quale riprende lo stilema dell'amico per dar vita a tutta una sarabanda demoniaca di note, mostrando comunque un approccio più oscuro e ragionato: la frenesia viene lasciata dunque a Kerry, Jeff dall'alto della sua tecnica maggiore può dar vita a dei momenti ben più articolati ed in grado di rendere il tutto ancor più malvagio proprio in virtù delle sue mastodontiche capacità. Ben sappiamo come l'estremo "fine a sé stesso" non paghi mai troppo, c'è sempre bisogno di un elemento capace di suscitare un che di atmosferico, di particolare; Jeff riesce in tutto questo, donando vita a soli sulfurei e studiati, aggressivi e particolari al contempo. Non è un caso che, dopo un esaltante momento cadenzato e molto più "lento" rispetto a quanto abbiamo udito, sia lui a chiudere lo "scambio" con il collega donando la vita ad uno degli assoli più belli della storia del Thrash Metal, a parer di chi scrive. Dopo di ciò, le chitarre cominciano letteralmente a latrare per un buon lasso di tempo, donando la vita a note lunghe e tremolanti, simili quasi ai lamenti di un dannato, di un fantasma o di un prigioniero torturato a morte. Gemiti di agonia, un effetto a dir poco straniante che cede poi il passo ad un nuovo assalto, fatto di riff aggressivi quant'altri mai e di forsennati ritmi di batteria. Araya torna presto a cantare e nuovamente possiamo dire di trovarci dinnanzi a nette somiglianze con quello che poi sarà "Angel of Death". Nuovo assolo da parte di Kerry King, che rabbioso e decisamente su di giri (il suo approccio risulta comunque un'arma vincente. Egli è realmente l'anima estrema degli Slayer) chiude un brano a dir poco epico, il quale conserva in sé tutti i germi di una brutalità che saremo destinati ad udire appena un anno dopo questo capolavoro. Il testo affonda il proprio panorama immaginario in un registro prettamente horror dalle tinte blasfeme: siamo nel momento immediatamente prima di un decesso, che viene raccontato da Araya con una perizia che dallo scientifico arriva a toccare le righe più suggestive di un libro di magia nera; a decretare la fine definitiva dell'organismo è innanzitutto il decadimento del cervello, ritenuto la sentenza di morte a tutti gli effetti, dopo di che, il cuore cessa immediatamente di battere, ma non si parla di un muscolo cardiaco qualsiasi, bensì di un organo battezzato direttamente nel fuoco infernale e che da sempre ha avuto la sua sede nel petto di un eretico. La dose massiccia di dolore che pervade i muscoli e la conseguente scarica di adrenalina sparata in circolo disegnano metaforicamente la linea di demarcazione tra la vita e la morte, che l'essere umano percorre non in maniera uniforme ma sbandando e zigzagando da un polo all'altro in un eterno tormento. Si crea così quell'Inferno in terra a cui tutti gli esseri umani sono destinati, perennemente consapevoli di trascorrere l'esistenza in una inesauribile sequenza di bugie che rende la vita stessa un supplizio per il quale non si può far altro che pregare chiedendone la fine; la richiesta però si erge disperata in un cielo insofferente al dolore umano, che ci lascia annegare in un mare di quotidianità dove la follia e l'insensatezza sono all'ordine del giorno: autodistruzione, menzogna, delusione, esse sono le chiavi di una realtà che lascia l'uomo in balia di un oceano di violenza verso il quale è immancabilmente impotente, dal quale cerca di fuggire perennemente braccato senza possibilità di fuga, nel quale si danna cercando qualcosa che nemmeno conosce bene ma dal quale è immancabilmente attratto e non troverà mai, distruggendo, uccidendo e tradendo i suoi simili in quanto potenziali minacce di questa ricerca metafisica che lo sfinirà fino al definitivo decesso.

Necrophiliac

La successiva "Necrophiliac (Necrofilo)" si presenta alle nostre orecchie come un pezzo thrash squisitamente old school; a dare l'avvio troviamo le chitarre di King ed Hanneman, intente a marciare con un riffing serrato e dinamico che si dimostra tra i più riusciti dell'era "primitiva" degli Slayer. A trascinare il tutto è la batteria di Dave Lombardo, orchestrata su un tempo lineare che dal classico quattro quarti per cui il drummer di L'Avana è divenuto celebre passerà ad una parte centrale terzinata. A dare la proverbiale mina nei denti è l'inizio incentrato sugli stacchi, che dopo il break di sola chitarra esplode in uno start al vetriolo corrosivo come piace a noi amanti del genere, a dare poi ulteriore corpo alle strutture di queste prime composizioni dei quattro californiani è il maggiore risalto del basso, che sostiene le parti elaborate e veloci delle sei corde con delle pennate pesanti e monolitiche. Pur rimanendo su un disegno abbastanza standard, la struttura della traccia risulta assolutamente fruibile grazie ai cambi che, pur non essendo moltissimi, vengono piazzati al punto giusto, mantenendo la nostra attenzione sempre destissima durante l'ascolto; gli incisi di chitarra poi spezzano provvisoriamente l'incedere del pezzo lasciando la scena alla maestria di King e di Hanneman, che in merito alle parti armonizzate potrebbero tenere una cattedra universitaria. L'intera canzone si potrebbe suddividere in tre blocchi separati, dove il primo ed il terzo riprendono il tempo lineare e  sono a loro volta separati da una parte centrale nella quale emerge il cambio vero e proprio; pur trattandosi di brani di metà anni Ottanta dunque, già all'epoca iniziava ad intravvedersi ciò che gli Slayer sarebbero riusciti a fare nelle loro canzoni successive, evolvendosi gradualmente verso orizzonti più elaborati che avrebbero reso celebri molte delle loro composizioni future. È nelle parole del testo che troviamo invece il legame saldissimo con l'old school: la necrofilia, ovvero quella forma di perversione che fa provare un'attrazione sessuale verso i cadaveri, viene raccontata in questo pezzo attraverso una descrizione dal registro marcatamente splatter: il corpo di una puttana giace in una bara sepolta di fresco al cimitero, in una tomba sulla cui lapide si leggono solo il nome e le date di nascita e di morte; la donna infatti ha dedicato la propria vita al mercimonio ed alla lussuria, divenendo quindi una schiava di Satana che nemmeno si sarebbe meritata la sepoltura secondo il rito di Santa Madre Chiesa. Al rifiuto ed al disgusto dei più però, fa da contraltare la perversione del maniaco, che vede quel corpo devastato dalle malattie veneree e sepolto di fresco ancora bellissimo ed attraente. La terra è ancora tiepida, ma quel visino di bambola, seppur spento e privato di ogni essenza vitale, emerge ai suoi occhi come il più bello che ci sia; non resta che aspettare il favore delle tenebre per poter dissotterrare il feretro e consumare quest'atto di amore carnale per l'ultima volta, la bara viene scoperchiata e l'appetito malsano censura l'olezzo che quella carcassa emana, non c'è nemmeno da sforzarsi tanto per spogliarla e lei è immancabilmente consenziente, è così che il rituale perverso può finalmente celebrarsi.

Crypts Of Eternity

A seguire troviamo "Crypts Of Eternity (Le Cripte dell'Eternità)" brano che fin dai primi secondi si caratterizza per l'attitudine meno thrash e più heavy metal vecchio stile: l'inizio infatti è composto dal fade in delle chitarre, con la cassa che tiene il tempo prima di passare nuovamente ad una serie di stacchi accentati ma la partenza è decisamente meno serrata di quella del pezzo precedente; la batteria infatti procede con il rullante in quarti i cui colpi sono netti e cadenzati, è la grancassa a viaggiare in trentaduesimi con un tappeto mitragliante e devastante. Anche le chitarre sfoderano un riff più lento di come gli Slayer ci hanno abituati a sentire e lo shredding infatti diminuisce di bpm senza però perderne in potenza, i power chords infatti si caratterizzano per essere suonati con una serie di pennate decise e pesanti che rendono le note tenute ancora più sontuose ed imponenti. Tutta la canzone si caratterizza per un'atmosfera marcatamente doom che ci immerge immediatamente in un oceano di tenebra che affonda le radici nei Pentagram e nei Black Sabbath, suonati però con la consueta attitudine che da sempre caratterizza il gruppo di Huntington Park. Dopo tre minuti di esecuzione, ecco il cambio intermedio dove viene dimezzato il tempo per sorreggere un riff di chitarra pesante e sulfureo eseguito in palm muting, scandito con dei fraseggi solisti armonizzati che spezzano un po' la marzialità della parte prima della partenza della sessione solista, che vede i due axeman alternarsi in una delle loro usuali battaglie all'ultima nota, per poi vederli suonare in sinergia sull'ultima sfuriata prima della conclusione della traccia. Anche la voce del vocalist cileno si caratterizza per un pathos più ritualistico che ricollega immediatamente i thrasher alla grande tradizione doom, anche se non mancano i suoi proverbiali acuti che su questo secondo full lenght vedevano un Tom Araya decisamente in forma. Ancora una volta è la magia nera a costituire il nodo tematico delle liriche di questo pezzo: in una landa desertica e priva di ogni traccia di vita, un messiah si aggira mietendo vittime sul proprio cammino e lasciandone i corpi esanimi sulla sabbia, essi sono gli agnelli sacrificali di un rituale il cui compimento riporterà sulla Terra le anime relegate agli Inferi; egli è un maestro delle arti magiche oscure e possiede in sé il potere di spalancare i sette sigilli che costituiscono il lucchetto dei cancelli infernali, non deve far altro che trovare nella sua lunga ricerca l'ultima chiave mancante per poter finalmente liberare il male sul mondo intero. Lo stregone ha visto dal vivo l'Inferno e grazie al verbo di un rituale di stregoneria può finalmente infrangere i coperchi delle cripte che raccolgono gli spiriti del passato per poterli far tornare in vita, sacrificare un ministro di dio offrendone le carni a Satana e maledicendo il suo nome risulta essere l'apice di questo rito che per troppo tempo non è stato svolto, lasciando che la chiesa estendesse il suo dominio sull'umanità. Sarà la sua voce la prima ad intonare il canto che chiamerà fra noi i cavalieri dell'Apocalisse dando così inizio alla rovina dell'umanità facendoli volare in un cielo ormai tinto di un rosso color sangue. Dopo aver finalmente infranto l'ultimo sigillo le cripte dell'eternità sono finalmente aperte e l'orda di anime può finalmente iniziare la sua marcia, la morte può finalmente riprendere la sua caccia di anime infime per infarcire la sua collezione e per gli esseri umani non vi è alcuna possibilità di fuga. La Terra diventa così il campo di battaglia su cui le forze del male possono prendersi la loro rivincita gettando l'intero pianeta in un mare si cenere e polvere, le stesse a cui la Bibbia ha destinato l'uomo dopo la sua fine, le anime e le menti degli uomini sono definitivamente conquistate e può così finalmente avere inizio il regno di Lucifero, da troppo a tempo imprigionato nell'abisso.

Hardening Of Arteries

Il disco si conclude con "Hardening Of Arteries (Aterosclerosi)", un titolo che già di per sé ribadisce il carattere sanguinario degli Slayer. Il pezzo viene aperto da una chitarra secca e graffiante, intenta a sfoderare un riff serrato in puro stile thrash vecchia scuola, mentre l'altra ascia introduce gli stacchi accentati con uno slide incisivo, su questa sessione abbiamo modo di apprezzare anche il basso di Araya, le cui pennate decise fanno uscire le note del quattro corde con una pesantezza fuori dal comune. Superata questa introduzione esplosiva ecco partire una strofa altrettanto incendiaria, con la batteria di Lombardo intenta a fracassare ossa con un quattro quarti lineare ed inarrestabile che questa volta usa la campana del ride al posto del charleston e su cui le chitarre possono distribuire la loro colata di note. Fin da subito si intuisce che la struttura di questa canzone è studiata appositamente per colpire dritta al volto, come tutti gli altri pezzi della band del resto, ed è nella prima metà che i quattro musicisti voglio travolgere chiunque si trovi sul loro cammino senza lasciare superstiti. La voce di Araya si scaglia sulle strofe come un ghepardo sulla propria preda, essa è infatti fulminea e sanguinaria al punto giusto per farci scuotere la testa senza sosta. La composizione viene poi scissa in tre blocchi: giunti al primo stop and go ecco partire la parte solista, dove prima Kerry King e poi Jeff Hanneman si lanciano in una delle loro proverbiali tenzoni all'ultima nota; giunti ad un nuovo break, serrato di netto dai tom di Lombardo, prende avvio la parte conclusiva del pezzo che va a chiudere l'album, dove le chitarre eseguono delle pennate costanti sul mi mentre il drummer si lancia in una serie di passaggi ciclici sui fusti fino alle fade out decisivo. Il mondo viene in questo testo paragonato ad un immenso sistema circolatorio, dove al posto del sangue scorrono la paura, la falsità e la violenza varcando le infinite gallerie che dalle autostrade si ramificano fino a capillarizzarsi nei vicoli più oscuri e malfamati dei sobborghi. Al posto dell'ossigeno, questo sangue malsano diffonde un veleno che avvelena tutta la società dall'interno, facendo nascere così delle menti malate e delle psiche malsane che come tumori infesteranno un organismo che fino a qualche secolo fa poteva ritenersi sano. Le arterie sono però forti e resistenti, nel senso che nonostante il passaggio di questo venefico sangue esse sono sempre solide e non ne impediscono in alcun modo il flusso, anzi, il loro compito viene svolto con sempre maggior efficienza fino al decadimento finale. Come un anziano il cui fisico è ormai minato dal tempo e dalla debolezza, anche il mondo, inteso non solo come ambiente ed ecosistema ma anche come società degli esseri umani, si avvia quindi sul viale del tramonto; l'inquinamento e lo sviluppo industriale avvelenano il terreno sul quale camminiamo, mentre l'indifferenza e l'egoismo inquinano ciò che una volta poteva dirsi lo spirito di sopravvivenza, l'umanità oggi pensa solo al singolo, non curandosi dei pericoli che incombono sull'intera specie, ma le arterie sono temprate ed il veleno continuerà a scorrere fino a quando non saremo tutti estinti.

Conclusioni

"Hell Awaits" rappresenta per gli Slayer il secondo passo di quella che oltre ad essere una carriera si potrebbe rappresentare come una lunga marcia verso gli Inferi della musica. Se il debutto "Show No Mercy" aveva tracciato quella che era (ed è ancora oggi) la filosofia del gruppo, il loro secondo capitolo discografico certamente evolve il discorso affinando gradualmente il sound crudo, diretto, grezzo e blasfemo di una delle band metal più note di tutto il panorama estremo. I quattro musicisti che suonano su questo vinile sono ancora i Tom Araya, Kerry King, Jeff Hanneman e Dave Lombardo degli albori, i quattro metalheads il cui fine era scuotere il mondo suonando la loro musica con tutta la rabbia e la grinta che possedevano i metallari degli anni Ottanta, ben lontani quindi dai professionisti e manager (soprattutto i primi due) che sono nel 2016; Con "Hell Awaits" gli Slayer cessano in qualche modo di essere una band underground e si preparano ad ampliare su vasta scala il numero degli show, che di lì a poco sarebbero diventati i tour mondiali compiuti in veste di headliner. Come ogni musicista, anche i quattro californiani hanno iniziato nei locali, facendo da apertura a band più rinomate, ma già nel 1986 sarebbero diventati i proverbiali allievi che superano i maestri: "Reign In Blood" è ormai prossimo e la scalata della band verso l'olimpo del thrash è ormai iniziata. Queste sette canzoni quindi fanno da tramite fra la prima era del gruppo e la fase successiva, le strutture ed i riff sono ancora grezzi ed in certi punti un po' azzardati, ma tuttavia abbiamo modo di iniziare ad intravvedere la crescita artistica che caratterizzerà successivamente gli album dell'Assassino. Volendo fare un paragone con una qualsiasi opera d'arte scultorea, "Hell Awaits" raffigura lo stadio del blocco di marmo la cui lavorazione è già iniziata, non riusciamo ancora a vedere i dettagli del soggetto, anche se siamo in grado di avere un'idea primitiva di che cosa esso rappresenterà, i quattro di Huntington Park devono quindi continuare a scolpire il loro monumento, delineandosi ed affermandosi a forza di colpi di scalpello o, in questo caso, di pennate sugli strumenti e di colpi sulla batteria. Il sound dell'album è ancora parecchio scarno, ma del resto nel Metal i lavori divenuti leggendari sono proprio quelli registrati nei garage con gli otto piste senza badare troppo alla pulizia del suono, cosa che oggigiorno forse eclissa un po' quello che dovrebbe essere elemento principe di un disco: l'attitudine. Il lavoro fu registrato all'Eldorado ed al Track Record Studio di Los Angeles, per poi essere post prodotto da Bernie Grundman nel suo studio a Hollywood, le tecnologie dell'epoca oggi sono obsolete ma per gli standard degli eighties siamo di fronte ad un disco la cui lavorazione è il non plus ultra per il proprio genere. Le distorsioni  "zanzarose", la batteria secca e "indietro" rispetto al resto ed il basso pesantemente equalizzato fanno rabbrividire gli audiofili moderni ma non bisogna dimenticare che se oggi disponiamo di dischi pressoché perfetti è proprio grazie ai grandi album vintage che ne hanno costituito l'anno zero; definite pure retrograda questa affermazione ma dischi come "Hell Awaits" dell'85 continuano a tenere testa ai millemila lavori super chirurgici del 2016: la tecnologia fa i miracoli e ne siamo consapevoli, ma l'attitudine "in your face" di questo lavoro non ha assolutamente prezzo.

1) Hell Awaits
2) Kill Again
3) At Dawn they Sleep
4) Praise of Death
5) Necrophiliac
6) Crypts Of Eternity
7) Hardening Of Arteries
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