SLAYER

Christ Illusion

2006 - American Recordings

A CURA DI
MICHELE MET ALLUIGI
05/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Gli Slayer sono un argomento di conversazione che non perde mai la propria attualità; si sono formati nel 1981, agli albori della scena Thrash metal, eppure, negli oltre 30 anni di carriera, hanno sempre fatto parlare di loro dimostrandosi un emblema di coerenza e dedizione alla causa della musica estrema. Ci accingiamo ad affrontare “Christ Illusion”, un disco particolare sotto diversi aspetti: innanzitutto per il ritorno del figliol prodigo dietro le pelli, Paul Bostaph viene infatti congedato dal suo dovere per lasciare lo sgabello-trono al suo predecessore Dave Lombardo, che tornerà ad essere il batterista ufficiale della band fino ai tempi recenti, per poi andare nuovamente “in esilio” dopo i dissapori con Kerry King e riprenderà il timone dei Philm. Questo come back, peraltro attesissimo dai fans, riporta dunque il gruppo sui binari della tradizione dopo il periodo “sperimentale” vissuto negli anni novanta, periodo che come abbiamo già avuto modo di assodare ha spaccato i seguaci della band in due, chi ha continuato ad amarli e chi ha iniziato ad odiarli dopo averli bollati come “renitenti” delle loro vere origini; questi ultimi però, col senno di poi, hanno avuto la loro rivalsa, ricevendo da Tom ArayaJeff HannemanKerry King e Dave Lombardo (considerati all'unanimità i veri Slayer) un album che già dalle prime note soddisfa ogni loro appetito di thrash metal old school; quello fatto di riff serratissimi, tempi martellanti e soprattuttodi quella furia che ha reso questo gruppo la personificazione della malvagità sonora. Siamo nel 2006, il mondo della musica è ormai stato definitivamente conquistato dalla tecnologia digitale ed i vecchi registratori analogici, ormai accasati nei cuori degli amanti del vintage, sono stati soppiantati dai software di audio recording; è proprio qui che la band americana dimostra nuovamente la propria astuzia: se con i tre dischi precedenti l'obiettivo era quello di “sopravvivere” agli anni duemila ed all'avvento del nu metal, compiuta questa missione, il nuovo obiettivo dei quattro musicisti è ora un altro, quello di sfruttare le nuove tecnologie digitali al servizio di un sound di ritorno alle origini, sembra quasi un paradosso, poiché pare impensabile mettersi a cogitare cercando il modo migliore di utilizzare le avanguardie digitali per produrre un lavoro che sia vecchio stile in tutto e per tutto, ma si sa, un'idea che per i più è considerata inconcepibile se non addirittura folle si rivela poi essere un vero colpo di genialità; un'epifania concettuale che non è né metafisica, né fenomeno, né noumeno ma semplicemente ha preso il nome di “Christ Illusion”. Il salto indietro nel tempo ci appare chiaro fin dalla copertina dell'album, dopo la fase simbolista avuta con i precedenti “Diabolus In Musica” e “God Hates Us All”, i quali puntavano tutto sul linguaggio minimale e diretto delle icone raffigurate, gli Slayer optano per la ripresa dei vecchi stilemi iconografici; se il loro sound torna ad essere istintivo, crudo e primitivo così deve essere anche la grafica che lo accompagna; ecco dunque che sulla cover troviamo nuovamente quelle pitture “rupestri” che avvolsero le pubblicazioni del gruppo dagli albori fino a “Season In The Abyss”. Il soggetto principale è un Cristo che non è certo raffigurato secondo i canoni dell'arte medievale o rinascimentale, ma piuttosto attraverso uno stile tribale: egli ci appare infatti mutilato e sfigurato, rappresentato con i tratti di un mostro immerso a piena gamba in un lago di sangue, nel quale galleggiano le membra martoriate di tutti i fedeli che in lui hanno creduto ed hanno finito per morire in nome della sua illusione. Il cielo della scena è tinto di un giallo spento mescolato al nero, che ci lascia immaginare un sole ormai allontanato da questo mondo degradato, su cui aleggia solo una luce fioca destinata anch'essa a spegnersi come ogni speranza che si possa riporre nella religione. A tingere questa macabra “tela” con un tocco di inquietudine e paura sono le numerose icone sacre tatuate sul corpo del martoriato Messia, accostate a loro volta a dei simboli lugubri nel cielo, fra cui un teschio ed un primordiale occhio mongolfiera simile a quello del celebre carboncino di Odilon Redon. Il Thrash degli Slayer viene ancor una volta arricchito dalla potenza espressiva delle immagini, non c'è minima traccia di eros, ma solo di una thanatos che ormai ha preso il controllo del mondo e che l'uomo degli anni duemila, sempre diviso tra razionalismo scientifico e fede, non è in grado di rappresentare, tocca quindi al “buon selvaggio” insito dentro ognuno di noi raffigurare, con i poveri strumenti della sua iconografia, quello che sembra essere un destino ormai prossimo al compiersi.



Il disco si apre con “Flesh Storm”; è un fade in che introduce il fischio delle chitarre, pochi secondi prima della partenza degli Slayer che tutti conosciamo ed amiamo, non occorrono tante cerimonie, loro sono gli dei della musica estrema, arrivano e ci asfaltano senza porsi troppi problemi. Il tempo di batteria è un quattro quarti lineare che non perde il tiro nemmeno per un secondo, anzi, se qualcuno avessi mai potuto avere il dubbio che i Grip Inc. avessero rammollito Dave Lombardo si può stare tranquilli, il suo tocco è rimasto quello di un tempo, velocissimo, dritto e devastante. Viene subito spontaneo fare un paragone con lo stile del suo collega Bostaph, che possedeva un drumming maggiormente elaborato ed infarcito di passaggi, ma abbiamo parlato di un ritorno alle origini, quindi è la mazzata quello che conta, per gli abbellimenti non c'è tempo, la macchina da guerra degli Slayer deve avanzare inarrestabile. Inutile poi definire eccelsa l'intesa tra King ed Hanneman, il loro sodalizio infatti ha superato le nozze d'argento, quindi è assodato che l'efficacia dei riff e l'incisività esecutiva sono i concetti chiave del loro stile; le chitarre infatti tornano a ripescare nell'ampio repertorio dell'attitudine più cruda, tutta la canzone infatti si muove su un massimo di quattro riff principali alchemicamente mescolati, che funzionano egregiamente sia come motori trascinanti della traccia sia come base ritmica degli assoli, eseguiti con l'arcinoto “Slayer style”, ovvero una colata di note, per lo più scale cromatiche, eseguite a tutta velocità non badando sempre alla precisione; d'altro canto se bisogna essere devastanti la fluidità esecutiva non è la prima cosa a cui si pensa. Anche sul piano lirico siamo nel pieno del cliché: la violenza è talmente presente nel mondo odierno da essere diventata un vero e proprio stile di vita, a forza di sentir parlare di omicidi e violenza di vario genere dai mass media, essi non ci appaiono più shockanti ed inaccettabili ma improvvisamente diventano parte della routine quotidiana. L'aggressione diventa quasi una nuova forma di comunicazione ed il sangue di ogni singolo colpo viene spruzzato nell'aria insieme ai brandelli del cranio che stiamo sfracellando quasi inconsapevolmente. Senza rendercene conto, il moto dei colpi che vengono inferti crea una corrente ascensionale che dà luogo ad un uragano, il quale solleva da terra i brandelli di membra dando vita ad una vera e propria tempesta di frattaglie nell'aria. Lo spettacolo è di per sé raccapricciante ma essendo ormai abituati a tale visione, tutte queste budella ci sembrano affascinanti tanto quanto la neve delle più fredde giornate invernali. La seguente “Catalyst” mantiene il tiro sempre elevatissimo, sembra quasi non esservi distacco dal brano precedente, ma in questa sede troviamo, ad arricchire il drumming funambolico di Lombardo ed il riffing alcalino dei due chitarristi americani, un maggiore uso dei mid - tempo che si alternano ai quattro quarti serrati. L'incedere è infatti incalzante e non vi sono attimi di respiro, tanto che la voce di Araya viene strascicata per infarcire in ogni battuta il maggior numero di parole possibile, espediente questo, peraltro già noto a chi segue il gruppo, atto a ricreare un'atmosfera ancora più claustrofobica; gli elementi costitutivi sono quelli della canzone thrash più classica: partenza a “stop and go” con solo la chitarra a scagliarci addosso una cascata di lame per poi partire con il classico tupatupa che non guarda in faccia nessuno, è il medley ad essere la parentesi più colorata della struttura, dove il palm muting delle chitarre ha modo di manifestarsi in tutta la sua sontuosità sfociando in seguito in power chords aperti e granitici. È un topos ormai ricorrente di certe altre band come Ac/Dc o Motorhead: “non c'è bisogno di cercare sempre cose nuove, quello che sappiamo fare meglio è travolgervi tutti, e lo faremo album dopo album finché i nostri arti riusciranno a muoversi”. Lo dice anche il proverbio “squadra che vince non si cambia”, ma il vero talento di queste band è quello di riuscire a stupirci sempre; pur essendo consapevoli di quello che potranno proporci, gli Slayer ci avevano fatto innamorare della loro musica con “Show No Mercy” per consolidare la loro seduzione con “Reign In Blood” e rafforzarla con i dischi a venire, rendendo ogni nuova pubblicazione un evento pregno di attesa. L'argomento del testo questa volta è l'esistenza dell'outsider: l'io narrante di Araya questa volta si manifesta in tutta la sua misantropia e disprezzo verso gli altri, che si mostrano disgustosi ai suoi occhi proprio per essere individui standard e preconfezionati, è proprio questa condizione che alimenta maggiormente il cinismo del protagonista. Mentre loro sono così schematici, prevedibili e privi di individuali lui è completamente dedito alla sua filosofia di vita, che lo fa condurre l'esistenza senza alcun rimorso e lo rende il catalizzatore nel quale viene raccolta ogni voglia di violenza e trasgressione. In un mondo che per conformismo soffoca tutte le emozioni ritenute immorali solo colui che vive senza rimorso delle proprie azioni potrà depurarsi da tutti quegli istinti repressi, a differenza dei bigotti, i quali possiedono i giorni prestabiliti per l'espiazione dei loro peccati, per il personaggio di Araya ogni giorno è buono per riversar nel mondo i propri istinti più malsani. “Skeleton Christ” si apre con delle quartine di palm muting delle chitarre, puntualmente seguite dal basso e dalla doppia cassa di Lombardo, che conferisce alla canzone uno sviluppo più marziale e cadenzato, è solo un momento di presa di respiro prima dell'esplosiva ripartenza in quattro quarti, che ormai risulta essere il vero motore ritmico degli Slayer. Il tachimetro resta sempre alto di giri, ma su questa traccia vi è un maggiore uso del groove che spezza un po' la monotonia del tempo principale, proponendo soluzioni stilistiche da cui affonderanno a piene mani anche gli Slipknot nei primi anni duemila ( in particolare nel periodo di “Iowa”). La parte solista vede il buon Kerry King tempestarci con i suoi assoli stracarichi di wah wah che un po' condiscono e un po' mascherano la sua tecnica non del tutto scolastica. “Skeleton Christ” rappresenta dunque un ponte tra lo stile passato e presente del gruppo, tuttavia la predominanza della componente che fu è più che evidente, nel complesso però l'intento di attualizzare il proprio songwriting si dimostra perfettamente riuscito. È la componente blasfema questa volta a caratterizzare il testo: la seconda venuta di Cristo sulla Terra non si verificherà mai, dato che la vita dell'uomo è troppo breve ed intrisa di peccato perché egli possa bearsi del respiro di Dio e prendergli la mano; la religione è solo una raccolta di concetti abbozzati di cui l'essere umano si abbuffa seguendo un'immagine stereotipata che è solo uno scheletro in quanto non ben definita: come un edificio la cui costruzione è lasciata interrotta al livello delle impalcature, allo stesso modo l'uomo, per sua stessa convinzione dell'incapacità di poterlo fare, lascia la rappresentazione del dio da lui tanto amato, di cui resta solo lo scheletro. Si giunge a “Eyes Of The Insane”, brano che fu scelto anche come singolo dell'album, il cui videoclip rappresenta un vero e proprio fiore all'occhiello: tutto si svolge nel riflesso della pupilla di un occhio sempre in primo piano, attraverso cui vediamo tutte le azioni compiute dal possessore di quel bulbo oculare, impegnato in operazioni militari che lo portano a vedere in prima persona gli orrori della guerra, dall'esplosione di un commilitone, al combattimento corpo a corpo, fino all'intervento chirurgico a cui è sottoposto. La traccia appare fin da subito come una delle più innovative composte dal gruppo americano: a colpire maggiormente è la struttura ritmica della composizione, Lombardo dà infatti prova di tutta la sua maestria eseguendo un unico giro sui fusti durante le strofe del pezzo nella loro interezza, per poi passare ad un “quarti” con la cassa in sedicesimi nel ritornello. Siamo di fronte ad una soluzione mai sperimentata prima dagli Slayer, un azzardo quasi, il cui risultato però non delude assolutamente, anzi, aggiorna in 2.0 l'attitudine Thrash del gruppo. Le chitarre optano per gli accordi aperti ed incisivi, bypassando momentaneamente lo shredding, diversificando il loro stile verso un sound più monolitico e devastant, il cantato di Araya si fa più epico e solenne per poi esplodere nella follia durante il ritornello. Il testo racconta i vari spettacoli raccapriccianti a cui assiste un soldato durante le operazione a cui prende parte, richiamando in un certo modo quanto di fatto dai Metallica nel brano “One”, ponendo però maggiore attenzione allo stress post traumatico dei reduci dal fronte, un problema verso cui il governo americano si è sensibilizzato sempre di più nel corso degli anni. La legge del soldato è una sola, uccidere o essere uccisi, a volte però quelle facce malvagie ritornano nei nostri incubi, tutti i nostri nemici si insediano nel nostro cervello, facendo echeggiare le loro urla di dolore costantemente nella nostra testa e riportandoci periodicamente su quel maledetto campo di battaglia. La guerra con il nostro subconscio traumatizzato non finirà mai, nemmeno una volta tornati a casa, perché se i nostri proiettili hanno ucciso una serie infinita di avversari, ognuno di loro ora ci colpisce dove non possiamo trovare rifugio, nella nostra mente. Già dal titolo, la seguente “Jihad” ci balza agli occhi come il brano forse più provocatorio del disco intero. La canzone si apre con una soluzione tanto semplice quanto efficace: tre note di chitarra eseguite alzando ed abbassando il volume dei pick up, creando un effetto di delay naturale che da la suspence necessaria al vero e proprio urlo di guerra di Tom Arya, Lombardo “si limita” a tenere il tempo sul charleston, dando il via ad un crescendo che, passando per gli accenti sui tom, si concluderà con la partenza in quattro quarti. Lo sviluppo torna sui vecchi canoni degli Slayer, il tempo infatti resta sempre a bpm elevatissimi e le plettrate sulle corde delle chitarre si fanno più pesanti e taglienti; la traccia dunque riporta il gruppo indietro nel tempo verso le proprie origini; dopo una breve introduzione dunque ecco la voce di Araya entrare a gamba tesa sui nostri timpani, le strofe vengono cantate con metrica serratissime, intervallate tra loro solo da un breve passaggio di chitarra in shredding che passa poi ad un fraseggio incisivo e frenetico. Come è ovvio è la velocità l'ingrediente principale e gli Slayer vi sono talmente abituati da non sentire minimamente la fatica di viaggiare sempre a ritmi elevatissimi. Interessante su questo brano è il finale, dove un mid - tempo accompagna un parlato distorto e carico di gain che sembra uscire da un altoparlante, nel quale un profeta incoraggia i suoi guerrieri a non temere il loro sacrificio in battaglia; solo attraverso la loro morte infatti sarà portata avanti la causa ed i caduti verranno ricompensati con la gloria ultraterrena. Decisamente sagace qui il gioco di ambiguità del testo: Araya descrive quello che è l'urlo di guerra di un martire che combatte la sua guerra sacra, ma non è solo il versante islamico ad essere chiamato in causa, anzi, le parole del frontman cileno creano un effetto “vedo non vedo” attraverso cui si intravedono anche le gesta dei cristiani durante le crociate; i protagonisti principali sono i guerrieri sacri contro gli infedeli, ma la prospettiva può essere ambivalente: si può infatti leggere come un crociato cristiano che si bea della vista del suo nemico ardere sul rogo, oppure ribaltare l'interpretazione mettendo come soggetto un guerriero di Allah che esulta sul corpo del cristiano bruciato dalle fiamme di un attentato kamikaze. Lo stesso termine del titolo, volutamente scelto per essere ancora più provocatorio verso il sistema, ha valenza doppia: la parola “Jihad” indica infatti la guerra santa, concetto valido tanto per i cristiani quanto per i musulmani, ma le due fazioni, a conti fatti, sono solo marionette manovrate da un dio incurante del dolore che causano i suoi fedeli ed a trionfare sarà proprio il male: fra le due divinità l'unico ad ubriacarsi del sangue versato sarà unicamente Satana. L'inizio di “Consfearacy” si basa su un altro riff che farà venire l'acquolina in bocca a tutti gli amanti del “classicismo” Thrash metal: le mani di King ed Hanneman infatti sono nuovamente intente a martellare le corde delle loro asce, sempre seguite dalla batteria di Lombardo, che in quanto a precisione non sbaglia un colpo; il set del batterista de L'Avana sembra essere composto dai soli fusti, la postproduzione della batteria degli Slayer, a differenza di quanto fatto sui dischi con Bostaph, pone maggiore risalto alla cassa, al rullante, ai tom ed ai timpani, lasciando volutamente indietro i piatti in quanto elemento che inevitabilmente alleggerisce il tiro delle partiture eseguite. Il brano nel suo complesso si basa sulla classica struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello e finale, non vi sono quindi grandi momenti di estro creativo e ciò fa si che tutta l'attenzione venga a confluire sulla potenza del main riff; il talento compositivo del gruppo americano consiste infatti nel creare sequenze di note semplici a livello tecnico, ma che al tempo stesso si dimostrano capaci di coinvolgerci e farci scuotere la testa dal primo all'ultimo secondo. Su questa canzone è poi singolare il fatto che la voce di Araya sia in secondo piano rispetto alla musica, il rapporto tra parti strumentali e parti cantate è nettamente sproporzionato in favore delle prime, che lasciano alla voce un largo spazio solo nella seconda metà dello sviluppo, così facendo si ha quindi modo di apprezzare ancora più chiaramente il tiro travolgente del gruppo. In questo testo il gruppo ha redatto una propria lista nera di tutto ciò che odia: nella prima strofa il brano si apre infatti con la necessità di elencare e ridefinire tutto quello che è da odiare, dalla politica, ormai divenuta sinonimo di ipocrisia, all'economia sempre più sfrontata ed utilitaristica; proprio sugli aspetti economici il buon Tom Araya non lascia adito a fraintendimenti, se proprio bisogna prenderselo in quel posto tanto vale dedicarsi alla sodomia invece che subire una subdola penetrazione da coloro che gestiscono i flussi monetari mondiali. Il problema principale risulta essere una mancanza di opposizione reale a questi soprusi: i politici fanno tutto ciò che vogliono proprio perché noi cittadini glielo lasciamo fare, se fossimo coesi ed uniti sotto un ideale di reale uguaglianza, l'opposizione al sistema passerebbe dall'essere una poetica utopia al divenire una reale possibilità concreta, ma ad impedire che ciò accada si pone quell'insormontabile ostacolo dell'inettitudine umana. La seguente “Catatonic” smorza momentaneamente il tiro per puntare ad uno sviluppo maggiormente cadenzato dal retrogusto quasi doom, l'apertura è ancora una volta lasciata agli stacchi accentati, dove agli accordi aperti e monumentali si accavalla un fraseggio eseguito dalle due chitarre armonizzate fra loro, le quali, ricreano immediatamente un'atmosfera plumbea e funerea. La batteria inizia la propria marcia con un tempo in quattro quarti che sorprendentemente (parlando degli Slayer) scende sugli 80 bpm e si mantiene pressoché costante per tutta la traccia, muovendosi ecletticamente su diversi disegni ritmici che, pur raddoppiando e dimezzandosi, lasciano inalterata la velocità esecutiva. Punto forte di questo sviluppo sono le sestine delle chitarre, che eseguono una parte in palm muting mitragliante e chirurgicamente precisa, appesantita a sua volta dalle accordature ribassate; siamo di fronte ad uno di quegli sviluppi ricchi di groove che darà vita al contemporaneo genere “Djent”, dove sono proprio gli elementi poc'anzi elencati a costituire i cardini fondamentali dei pezzi. Tutto il brano è costantemente impregnato da un alone di inesorabilità, che ben esprime a livello sonoro lo stato catatonico in cui versa l'umanità. Essendo l'uomo ormai schiavo impotente della propria religione egli viene invitato da un profetico Araya ad accettare il culto del puro odio, unico elemento in grado di liberarci dalla nostra condizioni di entità anestetizzate dall'ipnosi di un falso profeta. La conversione però deve avvenire attraverso l'imposizione di immagini veritiere, a differenza della fede cattolica, che ci ha mentito prospettandoci la bontà misericordiosa dei nostri “fratelli”, questo nuovo credo si deve imporre attraverso immagini violente di vessazioni di ogni tipo, per quanto crude e raccapriccianti possano essere, esse hanno il pregio di rispecchiare veramente quanto viene predicato dal culto, che si pone quindi come unico tra le credenze religiose a praticare realmente ciò che afferma. Una visione cinica forse, ma di fronte alla realtà dei fatti è innegabile che quanto professato dagli Slayer sia assolutamente ineccepibile. Gradualmente il tiro dell'album torna ad alzarsi con la successiva “Black Serenade”, che punta su una ripartenza che dal mid tempo passerà successivamente al quattro quarti, ormai accertato essere il vero e proprio dogma di Dave Lombardo. Il pezzo si apre con degli stacchi sul timpano e sui tom che lanciano un riff di chitarra terzinato, nuovamente accompagnato da un incisivo melodico eseguito sulle corde alte, all'incedere stoppato della musica si contrappone la linearità delle metriche di Tom Araya che, apparentemente non curante di cosa stiano suonando i suoi colleghi, declama la sua serenata nera ad un uditorio ormai ipnotizzato dalle sue parole profetiche. A conferire un maggiore tocco di teatralità inoltre, vi è il raddoppio ritmico alla fine di ogni frase dichiarata dal vocalist del gruppo, non appena egli finisce di recitare il suo verso la batteria interviene con un raddoppio di cassa che alza notevolmente la tensione di un atmosfera già adrenalinica, accentuata poi dagli stop and go eseguiti nel ritornello, che creano uno sviluppo asfissiante e quasi ansiogeno. Anche le pennate delle chitarre attuano un crescendo durante i vari ritornelli, la mano destra di Hanneman e King porta delle pennate sempre più pesanti, che se nel primo ritornello sono di normale intensità, arrivano nell'ultimo ad essere delle vere martellate, non stupirebbe scoprire che per registrare questa canzone i musicisti abbiano rinforzato i loro strumenti con delle corde di maggior spessore, più resistenti alla violenza dei palm muting extreme metal e meglio progettate per reggere i drop delle accordature verso tonalità sempre più gravi. Come si evince dal titolo, gli Slayer sono qui intenti a cantarci una serenata dalle tinte oscure, che a differenza delle normali ballate, dove viene cantata la nostra condizione idillica verso la emozionante della vita, ci descrive come siamo completamente in balia dei mali del mondo, una macabra ninna nanna dove il bambino non è rassicurato fra le braccia della madre amorevole, ma è lasciato volutamente da solo, al buio e privo di qualsiasi riparo. Elementi comuni dell'immaginario delle ninne nanne quali il Signore benevolo che ci protegge nel sonno, la voce della mamma che ci culla e l'amore genitoriale che ci scalda vengono qui completamente ribaltati: la serenata di Araya ha il compito di introdurci ad un sonno pieno di incubi, nei quali si spalancano d'innanzi a noi le porte dell'Inferno e dove la voce di Dio è lontana, ormai completamente eclissata dalle urla dei dannati. Ad aprire la successiva “Cult” troviamo un arpeggio, il primo di tutto il disco, che nuovamente anticipa uno sviluppo in crescendo: le prime ad entrare sono le chitarre distorte, a loro volta seguite dal basso e dalla batteria; a differenza delle tracce precedenti questo sviluppo si articola su più fasi, rendendo l'introduzione della canzone più lunga non solo come durata ma come aumento della tensione. La partenza dopo questa parte, come da manuale, si basa su un tupatupa di quelli che a noi amanti del thrash metal con la T maiuscola fa scendere le lacrime dagli occhi dall'emozione. Ancora una volta il tiro è travolgente, i quattro musicisti avanzano inarrestabili come un branco di barbari che si appresta ad attaccare un villaggio inerme con le spade sguainate; anche su questa canzone non vi sono particolari variazioni stilistiche, la struttura standard lascia quasi intravedere dove andrà a porsi l'assolo di chitarra di Kerry King (che su questo album esegue la maggior parte degli assoli), il cui stile è ormai inconfondibile, ormai plasmato da anni ed anni di sfuriate alcaline come di scale sciorinate alle più folli velocità. Il testo di questo brano è un attacco apertissimo alla religione, essa viene descritta infatti come ormai prossima a cadere sotto il peso dei suoi stessi paradossi, Araya dichiara apertamente di non fidarsi di Dio, in quanto essere il primo dei traditori, e che i monumenti sacri sono destinati a diventare polvere, dalla chiesetta di campagna fino alla più decorata delle cattedrali. Il frontman degli Slayer arriva addirittura a mettere in discussione la stessa verità dell'atto della crocifissione, secondo lui infatti nessun profeta è stato inchiodato ad una croce e l'unica cosa che realmente Cristo ha diffuso nel mondo non è la parola di Dio, ma una vera e propria pestilenza che non affligge gli uomini nel corpo, ma nella mente. Questo è uno dei testi più blasfemi mai composti dagli Slayer, gli attacchi alla religione non possono essere più lampanti e sembra strano che manchi da parte della band la vena di proselitismo presente nelle altre canzoni: il gruppo non vuole qui convertirci al loro culto dell'odio, semplicemente ci dichiara che loro hanno compiuto la scelta di seguire Satana (nominato qui attraverso il suo numero, il 666) e a noi viene lasciata la possibilità di decidere se liberarci dalla vana illusione di Cristo o di annegarvici dentro inesorabilmente. Il disco si conclude con “Supremist”, come in un pranzo luculliano gli Slayer lasciano la portata più pregiata alla fine: la canzone infatti si rivela subito come la più sperimentale e progressiva, che mette il gruppo sotto una nuova luce facendo risaltare tutta la loro perizia tecnica; sia ben chiaro, pur essendo una canzone “diversa”, che a tratti affonda a piene mani nel black metal attraverso passaggi ricchi di blast beat e voce quasi tendente allo screaming, essa non risulta assolutamente priva del marchio di fabbrica dell'uccisore. A livello compositivo, semplicemente, Kerry King e soci stanno sperimentando soluzioni stilistiche diverse per dar sfogo a tutta la loro rabbia, senza ovviamente perdere mai di vista il legame con quelle origini che dopo un'odissea nella musica estrema li ha consacrati fra gli dei del genere. A livello ritmico Dave Lombardo si concede qui l'utilizzo di pattern mai provati prima, dando prova del suo reale valore solo in questa traccia, mentre le chitarre, oltre a cimentarsi qui con accordi e tonalità dissonanti, sperimentano l'utilizzo di suoni più elaborati e meglio definiti, facendo di questa canzone la vera chicca della tracklist. Il protagonista del testo qui è un io narrante che dichiara apertamente di voler predominare sugli altri, assumendone il controllo con qualsiasi mezzo ed ovviamente non sono esclusi i metodi coercitivi. Nella realtà odierna, dominata dal razionalismo, ecco tornare alla ribalta quegli istinti primordiali che ormai cataloghiamo come primitivi, ma che in realtà dimostrano realmente chi siamo in quanto puri ed incorruttibili. A differenza dell'uomo contemporaneo, che motiva le proprie decisioni riconducendole a motivazioni di carattere etico e politico, un selvaggio non ha bisogno di spiegare niente a nessuno, se ha fame va a caccia ed ucciderà fino a quando non si sarà riempito a sazietà. Tom Araya qui non si pone scrupoli nell'ammazzarci di botte o nel dichiarare di voler urinare sulla nostra fede, vuole dominarci in maniera totalitaria e non si darà pace finché non ci sarà riuscito; il messaggio è talmente chiaro che questo testo potrebbe essere quasi utilizzato come manifesto programmatico della musica in toto degli Slayer.



Il distacco tra “Christ Illusion” ed i dischi precedenti si rivela quindi netto, l'era di Bostaph era, all'epoca, giunta al termine (il batterista è infatti rientrato in formazione recentemente) chiudendo quel ciclo di sperimentazione che gli Slayer avviarono tra fine anni novanta e primi anni duemila. Il ritorno di Lombardo sullo sgabello ha fatto sì che il gruppo tornasse alle proprie origini, riprendendo il percorso artistico esattamente da dove lo avevano lasciato al tempo di “Season In The Abyss”. A tratti sembrano quasi due band diverse e proprio tale concezione ha animato il dissidio tra i fan, ma dopo un'analisi più approfondita sarebbe meglio vedere la discografia degli Slayer come un'unica grande epopea del thrash che, pur avendo avuto i suoi alti e bassi, ha dimostrato la grande attitudine e l'enorme coerenza che si pone al centro della filosofia di questo gruppo storico. “Christ Illusion” ha il pregio di vole riunire due cicli di questa saga in un disco compatto, che guarda indietro alle proprie radici ed al tempo stesso lascia aperta la porta delle nuove soluzioni provate in “Diabolus In Musica” e “God Hates Us All”; l'unica pecca, se così la si vuole definire, è lo sbilanciamento dei suoni a livello di post produzione, una lavorazione più sullo stile dei dischi immediatamente precedenti avrebbe forse reso ancora maggior giustizia a quanto hanno fatto gli Slayer, ma come è risaputo, ci sono interrogativi che è meglio che restino irrisolti, quello che conta è che continuino a regalarci dei capolavori indiscussi della musica metal.


1) Flesh Storm 
2) Catalyst 
3) Skeleton Christ 
4) Eyes Of The Insane 
5) Jihad 
6) Consfearacy 
7) Catatonic
8) Black Serenade 
9) Cult 
10) Supremist 

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