SKID ROW

Slave To The Grind

1991 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
18/06/2019
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Prima del rilascio del doppio "Use Your Illusion", i Guns N' Roses intraprendono in anticipo il tour americano, consapevoli del fatto di essere la più popolare hard rock band del pianeta. Le richieste di esibizioni dal vivo sono talmente elevate che i musicisti sono costretti a partire in tour prima del previsto. Ad accompagnare la band californiana, gli amici e colleghi Skid Row. L'amicizia tra Axl Rose e Sebastian Bach è forte e sincera, i due vocalist hanno legato già da tempo e tra loro c'è un rapporto speciale. Agli inizi del 1991 i due rocker passano molto tempo insieme, soprattutto nell'appartamento di Rose, tra schiamazzi notturni, prostitute e droghe, ascoltando musica a tutto volume e infastidendo i vicini. All'epoca sono due star ribelli e hanno il mondo ai piedi. Se i Guns N' Roses, ai servigi della Geffen, sono costretti a dare il via alle prime date live, gli Skid Row non posso far altro che accodarsi. Le registrazioni del secondo album sono quasi concluse, i tempi stringono e c'è ancora da pianificare un piano d'azione, ma nonostante ciò Bach e i suoi compagni non posso rifiutare l'offerta, così le due band partono dalla California per mettere a ferro e fuoco i palchi del mondo. Le prime tappe sono sold out e nei camerini c'è una solenne sintonia tra i musicisti, indotta forse da allucinogeni, cocaina, puttane e il sempre magico sapore dell'alchimia musicale, di eguale estrazione, che proietta entrambe le band ai vertici della scena sleaze metal, subito prima del tracollo che il genere subirà con l'esplosione del grunge. È durante un concerto che gli Skid Row apprendono dell'entrata nella prestigiosa classifica Billboard: Slave To The Grind esordisce al primo posto, tra l'incredulità e l'estasi generali, per un regalo prezioso raramente concesso dagli Dei del metallo. L'unica altra volta, infatti, che un disco metal era entrato direttamente al primo posto il giorno stesso della sua uscita risaliva al 1983, quando i Quiet Riot davano alla luce il celebre "Metal Health". L'eccitazione di essere in cima al mondo va festeggiata, Sebastian Bach onora il primo posto in classifica e le decine di migliaia di copie vendute in poche ore con una bella sbronza e qualche tiro di coca, dietro le quinte dove i Guns si stanno esibendo. Ma parliamo di rock n' roll, e il rock n' roll è per antonomasia ribelle ed estremo, e allora non c'è festino senza una sana scazzottata. A far innervosire il bel cantante, un tizio strafatto di vodka che lo punzecchia additandolo come "frocio" e "checca isterica". Bach, sempre incline alle grandi risse, non riesce a contenersi e gli molla un pugno sulla bocca, mettendolo KO. A separare i due ragazzi e ad accompagnarli nei camerini è la sicurezza, che avverte Bach di aver fracassato il labbro al fratello di Izzy Stradlin, chitarrista dei Guns. Appena terminato il concerto, Izzy apprende la notizia, dà uno scappellotto sia a Sebastian che a suo fratello, evidentemente abituato a tali inconvenienti, e scrolla le spalle con la sua solita regale calma. Un buon giorno per festeggiare l'uscita di un disco come Slave To The Grind, album pesantissimo, più violento e più cupo rispetto al bellissimo esordio, tendente più all'heavy metal che all'hard rock. Gli Skid Row hanno studiato bene la situazione, preferendo irrobustire il suono e puntare su testi più maturi, incentrati sulla critica sociale, anche se non mancano le esilaranti cavalcate street rock. Il cambio di stile va ad abbracciare sia un pubblico legato all'hard rock anni 80 che quello legato all'heavy metal e al thrash metal, e in breve la band si impone sulla massa, svettando come una delle formazioni di maggior successo al mondo, acquisendo un rispetto riservato soltanto ai grandi. Prodotto dall'Atlantic, tra California e Florida, Slave To The Grind viene pubblicato all'inizio dell'estate; in pochi mesi raggiunge le tre milioni di unità vendute e piazza in classifica ben sei singoli, conquistando fans e critica grazie a una qualità eccelsa, studiata nei dettagli, anche se non perfetta. La copertina, che riflette in qualche modo il caos della società contemporanea, è un dipinto di David Bierk, artista hippy, nonché papà di Bach, che si ispira al quadro "Il seppellimento di Santa Lucia" di Caravaggio. Dieci anni dopo, nel 2002, sul letto di morte del pittore, Sebastian ricorderà al padre che la sua arte sarà immortale, e almeno un suo dipinto resterà in eterno nella memoria del pubblico. Il secondo album della band è perciò un contenitore di magia, un'alchimia che unisce vita e morte e che va ammirata sin dall'artwork, ricco di simboli e di significati, e che poi si rivela al mondo in tutto il suo apocalittico clamore, attraverso un caos che è presagio di ciò che accadrà all'interno della scena metal dei primi anni 90 e soprattutto di ciò che succederà agli stessi Skid Row.

Monkey Business

L'apripista è forse la canzone che incarna di più il monicker della band: Monkey Business (Stupidi Affari) si staglia nella mente dell'ascoltatore come un inno al degrado, quindi viene subito in mente un quartiere malfamato, dove avvengono le cose più divertenti e folli. Introdotto da un lento arpeggio di chitarra e da un cantato sospirato, il pezzo esplode poco dopo in tutto il suo splendore metallico. Le strofe sono strambe, evidentemente costruite così per dare la sensazione di confusione mentale e di psicopatia, tanto che nel testo, a dire la verità molto criptico, si potrebbe parlare di dipendenza da droghe. Bach grida a squarciagola, trascinando la band in questa tormenta sonora, rigettando parole a raffica, frasi sconnesse, apparentemente prive di significato. "Fuori dalla finestra arrivano un sacco di guai, gli assassini dei cartoni animati, i tacchi impilati che rintoccano a ritmo, nell'armadio ho scatole di scarpe piene di ossa". In molti si sono interrogati sul significato preciso della canzone, in pochi sono arrivati ad afferrare il concetto espresso dalla band, tuttavia possiamo ricondurre la vicenda a un trip mentale indotto da droghe e allucinogeni. Il tossico si affaccia alla finestra, in strada osserva i tizi più bizzarri, ma lui sta cercando la dose quotidiana. "Non vedo il sole, esco di notte, alle nove escono i mostri ed ora sono le venti meno dieci. Cos'è questo ritmo che chiami spazzatura? Per me è solo uno stupido progetto", dopo le nove evidentemente escono fuori gli spacciatori, e così, tra prostitute e spazzatura, l'uomo si mette in cammino alla ricerca di sballo. Gli stupidi progetti, gli affari sciocchi, sono proprio l'acquisto della droga. L'uomo sa di fare una cazzata, ma non riesce a vincere la tentazione. Il riff portante è di una potenza assurda, la voce di Bach imponente, il basso tortuoso che sembra evocare quella strada sporca e frequentata da gentaccia. "Un uomo cieco che smetterà di parlare, i ragazzini del villaggio ridono e camminano. Uno psicopatico è ai margini di questo mondezzaio umano, gli avvoltoi nelle fogne dicono che sarà lui a saltare". Il refrain è nevrotico, gridato, ululato, pompato al limite, divertente anche, e rimbomba in testa come un martello pneumatico, procurando un gran bel mal di testa. Sotto a una veste metallica, però, gli Skid Row rivelano un'anima funky, espressa dallo scambio tra basso e batteria, specie nella parte centrale del brano. Un singolone di successo, potente e spericolato.

Slave To The Grind

Slave To The Grind (Schiavo Del Delirio) parte in quarta, sezione ritmica indemoniata, al limite col thrash metal, e una carica esplosiva che mostra una band al massimo del suo potenziale. Come espresso nel titolo, il brano è un macigno oscuro e delirante che prende quota velocemente, rivelando una certa dinamicità. Se il riff è massiccio, la voce del cantante parte dal basso, con toni baritonali, per poi prendere slancio, sempre più irritata, trascinandoci nella foga sonora. "Mi hai costretto ad aprire le palpebre, ma sono ancora bloccato in questa stanza di gomma. Devo spaccare l'orologio e andare alla cieca. Sono solo un ingranaggio della macchina". Un ingranaggio della macchina, una pedina in gioco, ecco esposto il destino dell'uomo. Ognuno di noi è rinchiuso in questo manicomio dalle stanze di gomma, sedato per non ribellarsi e per essere controllato. Ma il sangue scorre ancora nelle vene, e allora la band richiama a sé la folla per mettere in atto una rivoluzione. Il ritornello, dotato anche di una gustosa e gelida melodia, induce a lottare, tutti uniti, contro i potenti, contro la vita che ci è stata imposta, in modo tale da uscire dalla melma alla quale ci hanno condannato. "Il cappio ora è più stretto attorno alla gola, ma non sono alla fine della mia vita. Non sarò lasciato indietro. Non puoi essere il re del mondo se sei schiavo del delirio. Abbatti la melma razziale come topi, non sarai mai re se sei schiavo dello schifo". Non si può essere re se si è schiavi della follia che impera in strada, perché bisogna tenere la situazione sotto controllo, dominare gli impulsi e le emozioni per imporsi sulla massa. Le parole declamate da Sebastian Bach sono quelle di un uomo ormai sconfitto, e vanno prese come consigli, perché per lui non c'è più nulla da fare, ormai è storia, è passato, non ha più le forze per reagire ai soprusi. "Un'iniezione di quotidianità, una dose letale. Il mio giorno di sole non è neanche troppo vicino, perciò non sprecare le preghiere per me, faresti meglio a segnarti le mie parole perché io sono storia". La quotidianità lo ha quasi ucciso, a lui resta poco tempo, ma le sue parole dovrebbero essere da monito per tutti coloro che si trovano nelle sue stesse condizioni. Hill e Sabo si scatenano alle chitarre, lanciando il vorace bridge ma, come in tutto il disco, la fase strumentale è breve e concisa; niente assoli lunghissimi, niente passaggi strumentali articolati, solo violenza e cambi di tempo repentini. "Potresti implorare pietà per salvarti, ma io piuttosto preferirei strappare la spina e morire". Nessuna elemosina, la lezione impartita dalla band è quella di non piegarsi mai alla società, ma di combatterla con tutte le forze per non farsi schiacciare. Invocare pietà è per i deboli, meglio la morte a quel punto, perciò bisogna rimboccarsi le maniche e unirsi ai ribelli. Tramutare il delirio in ordine è l'obiettivo finale.

The Threat

Gli stessi nevritico fraseggi, muscolosi e famelici, li ritroviamo in The Threat (La Minaccia), estratto che mette in luce lo splendido lavoro delle chitarre e del basso, senza contare un drumming schiacciante e sempre attento. "Sei stato condannato senza motivo, torturato, trattato come un folle omicida. Senti la rabbia generazionale, sei stato bersaglio di ricatti economici da parte delle autorità". In questo caso la rabbia della band si scaglia contro le autorità e contro una legge corrotta. Il pezzo è una delizia, energico ma che non disdegna una buona dose di melodia, percettibile soprattutto nel buon ritornello, dai connotati fracassoni e le parole pregne di acredine, ma anche dai tratti morbidi che avvolgono i timpani e inducono a cantare assieme al vocalist. "Se pensi di farmi calmare ti sbagli, ci deve essere qualche cavillo nella legge per farti uscire da qui col sorriso, senza farti demolire sotto una palla demolitrice". La minaccia proviene da una società corrotta che si abbatte sempre contro i più deboli, anche quando questi sono innocenti, e allora l'ira acceca la mente del protagonista, il quale si abbatte contro tutto e tutti, come viene ribadito nella seconda strofa: "Non supplicherai, non sanguinerai, il tuo sacrificio è una minaccia alla società. Serve la linea dura, vedrai. Una volta che avrai lasciato un segno la società si sentirà sotto minaccia". Bach spara acuti e Affuso pesta una bellezza dietro le pelli, dipingendo immagini di violenza e di delirio che si abbattono sulla società. "Non sono stato messo qui per essere trattato da malato, tu non sei solo". Nessuno merita di essere trattato da impestato, da folle o da delinquente, bisogna restare uniti per battersi contro il sistema. L'unione fa la forza e la forza riuscirà ad abbattere il sistema corrotto, prima o poi.

Quicksand Jesus

Snake Sabo introduce una delle perle assolute dell'album, una semi-ballata incredibilmente affascinante corredata da un testo ricco di metafore. L'arpeggio malinconico di Quicksand Jesus (Gesù Delle Sabbie Mobili) conquista all'istante, e in pochi secondi si capisce subito di trovarsi davanti a un capolavoro di grande intensità. Bach è quieto e ci apre un territorio desolante e silenzioso: "Ha preso il cielo liquido e lo ha bruciato, ma l'inverno ancora non è passato, anche se ci muoviamo poco a poco per arrivare dalla parte opposta", un uomo cammina in questa landa desolata, l'atmosfera è apocalittica, e mentre Bach continua a delineare la situazione, Bolan, Sabo e Hill si dilettano in una serie di riff che si incastrano tra loro assomigliando a spiriti molesti che riechieggiano nella valle. "Una lenta brezza soffia tra gli alberi. Le foglie sono appassite per la stagione rigida, noi ci affidiamo alle parole dei santi bastardi, viviamo nella paura o nella fede. Adesso inizia a piovere". Inizia a piovere, in questa giornata invernale, gelida e silenziosa, assalita dal vento. La giornata è metafora di desolazione, ma anche di paura, e così l'uomo non sa neanche più quale Santo invocare per superare il timore di perdersi. Il paesaggio descritto è quello interiore, è quello di un uomo che sta perdendo la fede e che prosegue a tastoni nel buio. Snake è sempre stato credente, nel testo è presente tutta la sua concezione spirituale e la crisi che sta attraversando. "Un labirinto di grazia intricata, i sintomi di una realtà che sti sta sbriciolando. Inseguiamo le ombre, la nuova religione offusca le nostre visioni e contamina le radici delle nostre anime". A questo punto il brano prende quota, sorretto dalla voce incredibile di Bach, che si cimenta in un ritornello spettacolare ed emozionante. "Ci vergogniamo del nostro destino, facciamo i buffoni solo per salvarci, ma nella pioggia compare una sagoma. Di cosa abbiamo bisogno dove stiamo andando? Quando arriveremo a destinazione lo sapremo? Perché dubitare della vergine bianca, pura come neve appena caduta? La fede è il nostro rifugio dal freddo". Il doppio assolo avvolge il cuore in un caldo abbraccio, ma la disperazione è ancora forte, tanto che l'inverno sembra non terminare mai. La coda finale è talmente bella da lasciare brividi lungo la schiena, nella quale viene invocato aiuto: "Gesù delle sabbie mobili, sono così lontano da te, sono senza di te, ma ho bisogno di sentiti vicino".

Psycho Love

Le ombre della disperazione danzano attorno al corpo di una Psycho Love (Amore Psicotico) dall'indole selvaggia. I riff terremotanti e un basso adrenalinico ci conducono in un mondo spiritato, in un rapporto di coppia tutto particolare, nel quale l'uomo è succube della follia della sua donna. "Dà un'occhiata a Clementina che ripulisce gli aghi caduti nel suo vino, a faccia in giù nel suo mondo, col suo cervello andato in pappa. Sarà il tuo zombi personale, la sua dolce corruzione ti farà impazzire, lo ha detto lei, ha detto che ti farà impazzire". La donna si muove lentamente come uno zombie, gli occhi indemoniati, il cuore gelido, ma è proprio la sua condizione a far impazzire l'uomo che ha accanto. "Tormenta la mia casa di dolore ed io già sento un amore psicotico. Brilleremo e pregheremo insieme sotto la pioggia affinché il nostro amore psicopatico guarisca". Quando il dolore viene concepito come piacere significa che qualcosa non va come dovrebbe andare, ma nonostante tutto la coppia resiste, alimentandosi proprio attraverso questo dolore. Il loro è un amore folle, psicopatico, ne sono entrambi coscienti, ma sono schiavi dei propri deliri amorosi. "Lei allarga le gambe, le devo incatenare, le diventano gli occhi indemoniati da rettile, la sua pelle da rosa diventa blu. Sento il suo folle odore, lei odora di pazzia, mi sento un fantasma dentro una casa spiritata". Il ritmo rallenta, emerge un arpeggio funesto che segna il break centrale, Bach sussurra con voce modificata, lasciandosi trasportare dalle dolci onde sonore. "Come l'anima calda e liscia insegue il freddo silenzio di un corpo, un corpo che al tatto non si afferra. Lei è come la pietra scolpita nel giardino del diavolo, un granello di polvere sulle ali degli angeli, lei è cenere alla cenere, lussuria". Parte un assolo metallico e sanguinante, che si alterna a dei grassi giri di basso, poi il verdetto finale nelle parole urlate di Bach: "Lei insegnerà il vero amore, avvolgerà il mio corpo e mi risucchierà fino a farmi scomparire".

Get The Fuck Out

Get The Fuck Out (Levati Dai Coglioni), sin dal titolo promette divertimento e sangue. L'attacco è micidiale, la voce imponente di Bach si staglia sopra le chitarre, introducendo con foga il primo verso: "Le tue battute non sono affatto divertenti, non c'è niente che tu dica che voglio sentire. Il suono del citofono ti fa tremare il culo, ma è musica per le mie orecchie. Devo sbatterti fuori". Ovviamente il tema del brano è un furioso litigio di coppia, nel quale un uomo, stufo dei capricci della propria donna e dopo aver scoperto il tradimento, la sbatte fuori di casa senza pensarci due volte. Bach si immedesima nella vittima, tira fuori le palle e le grida con tutta la voce di andarsene. La grinta c'è, la melodia un po' meno, ma la canzone conquista grazie al piglio street metal. Il brano non avrebbe sfigurato nel disco di esordio, diverte ed è spregiudicato, specialmente in fase di refrain: "Stai per andare con quello cazzo di tipo con cui stai ora, non sei più la mia signora e non sei neanche un tatuaggio indelebile sulla mia pelle. Non c'è bisogno di piagnucolare e di urlare, la festa è finita, perciò togliti dai coglioni". Le parole del vocalist sono inequivocabili, la delusione e la rabbia sono talmente elevate che potrebbe strangolare la ragazza. Il due minuti e mezzo scorrono veloci, perciò la band riprende a macinare con la seconda parte: "Vomito, puzzo, prendimi da bere che tanto pago io la stanza. Sta zitta e portami la colazione. Ti diverti a stare con il resto dei ragazzi dello staff? Bè, va a farti una bella passeggiata". Si potrebbe parlare di una groupie, o comunque di una ragazza che segue i musicisti in tour, dato che vengono citati la stanza di hotel e i ragazzi dello staff. Comunque sia, una ragazza che si diverte a coricarsi con più di una persona, e per questo riceve una buona dose di insulti. "È mattina e questo è il mio letto, se non te ne vai subito la cameriera ti troverà morta, togliti dai coglioni". Lo street metal dei nostri stona un pochino con l'atmosfera generale dell'album, inoltre la canzone si profila come una delle minori del lotto.

Livin' On A Chain Gang

Bach è fuori controllo e l'attacco di Livin' On A Chain Gang (Vivere Incatenato) stordisce. Voce potentissima e rabbiosa per raccontare una storia di degrado e di ingiustizia. "Accendi la TV, io non sono arrivato da nessuna parte. Sembra ci siano un po' di problemi in Messico, un ragazzino di 13 anni ruba in un negozio per mangiare, ma lo sbattono a terra mentre gli assassini sono a piede libero". Ancora una riflessione sul mondo contemporaneo e sulla società nella quale viviamo, un sistema corrotto e ingiusto, dove a vincere è sempre il potente di turno. "Un politico affamato è un lupo alla porta, arrivato dall'inferno per sottomettere e alimentare i poveri con menzogne. Potremmo fissare il sole se volessimo, aprire gli occhi per vedere la realtà, ma ci rannicchiamo in un angolo buio dietro le bugie". Le parole di Sebastian sono severissime, i coretti dietro di lui rafforzano il concetto. Siamo tutti in catene, viviamo sottomessi, come ripete il grande ritornello: "Sono con i nervi a pezzi, mi sento frastornato, come se stessi vivendo incatenato al sistema, trascinando i piedi". Parte un buon assolo di chitarra, Snake si destreggia bene, pur non realizzando il suo miglior assolo, ma punge alla grande, lasciando poi spazio alla ripetizione del chorus. "Sto viaggiando sospeso tra errori e guasti, con i nervi a pezzi. Sono incatenato sto vivendo un suicidio, e non posso ribellarmi". E ancora: "I truffatori si salvano, i peccatori vivono bene all'inferno, con i soldi e le loro Cadillac, corrodendo le nostre anime". La presa di coscienza è davvero amara, e non c'è nulla che si possa fare per ribaltare la situazione, come se i richiami alla lotta gridati negli altri pezzi, in questo caso non servissero a nulla.

Creepshow

La palma di testo più incasinato di tutti spetta a Creepshow (Spettacolo Macabro), divertente funky metal ma che non aggiunge molto alla bontà del lavoro. Poco ispirato, a dire la verità, sia liricamente che strumentalmente, questa traccia è un vero mistero. Probabilmente riferito al titolo del famosissimo film di Romero, sceneggiato da King, "Creepshow" è un contenitore di immagini astratte e scabrose di cui si fa fatica a trovare un collegamento logico. Il basso di Bolan e le chitarre di Hill e Snake ondeggiano spudoratamente assumendo la forma di una cantilena alternative metal. Il ritmo è scanzonato, i cambi di tempo numerosi, Bach micidiale perché dà il massimo, ma a mancare è una buona linea melodica che faccia elevare la canzone. "Oh, no, ho visto la mia bambina fare uno spettacolo macabro, è lì fuori ed è stata catturata da un altro mostro. Non posso crederci. La mia mascella cade morta sul tavolo, sono sotto shock, lei si diverte, tra sangue, droghe, psicopatici e travestiti". Alcuni ascoltatori pensano si parli di un ragazzo che si innamora di una prostituta, e soffre perché questa deve lavorare, concedendo il proprio corpo ad altri uomini. I mostri che la rapiscono potrebbero essere i clienti in strada, mentre lui si rintana in casa e osserva la scena dalla finestra. Di interessante però troviamo la bella alchimia tra i musicisti, che sembrano si divertano a intavolare una specie di jam-session. Purtroppo, in questa fase centrale, il disco ha un netto calo; la tripletta "Get The Fuck Out", "Livin' On A Chain Gang" e "Creepshow" rivelano il punto debole di questo grande lavoro. Nulla di così deplorevole, ma certamente inferiore rispetto agli altri pezzi in scaletta.

In A Darkened Room

Il gioiello viene servito caldo, In A Darkened Room (In Una Stanza Oscurata) è pura magnificenza. La chitarra elettrica è sofferta e delicata, così come l'intonazione di Bach: "In una stanza oscurata, al di là della fede in Dio, si trova il ferito, frantumato da un amore tradito, dove l'innocenza di un bambino viene comprata e venduta nel nome dei dannati. La rabbia degli angeli resta silenziosa e fredda". Il testo è poetico, il più ispirato del disco, ed esamina la situazione interiore di un uomo depresso, divorato dall'amore, rinchiuso in una gabbia mentale buia e inospitale. La sezione ritmica si rafforza, entra in scena la batteria, e con la sua spinta ci si inerpica verso il pre-chorus: "Perdonami, per favore, non so quello che faccio, ma se conosco la verità come posso tenermi dentro questa ferita?". Ecco che giunge lo strepitoso refrain ad illuminare l'atmosfera: "Dimmi quando il bacio dell'amore diventa una bugia. Dimmi quando una cicatrice del peccato arriva troppo in profondità, pur di nascondere la paura che mi affianca. Per favore lascia che ci sia la luce in questa stanza buia". In fondo esiste uno spiraglio di luce, una flebile speranza per uscire dal tunnel della depressione e per riprendersi da un amore finito. La chitarra di Snake si muove sinuosa con tutto il suo fascino, tra un arpeggio e un fraseggio robusto, ma senza mai eccedere, lasciando un sostrato melanconico e soffice. "Tutti i tempi preziosi sono stati messi a riposo, aspettando il sorriso dell'alba. La lussuria contaminata canta il mio requiem. Posso affrontare il giorno in arrivo, ma non ho fiducia, sono torturato, la mia salvezza si riduce in polvere". La luce della salvezza è sempre più lontana, il condannato non ha più speranze, la sua stanza buia si stringe attorno a sé. "Perché non posso guidare la nave prima che arrivi la tempesta? Sono caduto in mare, ma ancora cerco di nuotare a riva" ripete, prima di lasciarsi andare nel dolce oblio funebre.

Riot Act

Breve, diretta, violenta, Riot Act (Atto Di Rivolta) riporta la band su lidi street metal, contaminati dal punk, quasi a voler emulare il suono di una band come gli Hanoi Rocks. Il risultato però non è dei migliori, e anche in questo caso abbiamo una piccola caduta di tono. "Non ho mai voluto essere presidente, perché è soltanto un atto egoistico. Non volevo la tua educazione, perché tutto è solo un mucchio di merda". Anche le liriche sono di derivazione punk, l'indole anarchica emerge forte tra le righe, o sarebbe meglio dire che emerge forte un certo menefreghismo. Al protagonista non interessa nulla della società, vuole solo vivere in pace, senza rotture di coglioni. "Mi annoi a morte, quindi sta zitto, per l'amore di Dio" urla Bach sovrastando il potentissimo basso di Bolan, mentre il ritornello arriva come un pugno in pieno volto: "Smettila di leggermi l'atto di rivolta, mentre il mio cervello è ancora intatto. Tu dici che piove, ma sta pisciando lungo la schiena, smettila di leggermi l'atto di rivolta". Due minuti e mezzo per una bordata street un poco insapore. "Non ho ascoltato nulla di ciò che hai pronunciato, preferirei essere altrove". "Riot Act" va ad aggiungersi alla manciata delle tracce minori, e non è un caso se le peggiori canzoni sono quelle più semplici e dal minutaggio conciso, quando la band sceglie la via più breve per colpire il proprio pubblico. In questi casi, o si ha una grande idea di base, con strofe e ritornelli da capogiro, come poteva essere nel caso di "Youth Gone Wild", oppure si rischia di fare un buco nell'acqua. "Riot Act" non ha un'idea vincente alle spalle, scorre via senza lasciare un segno profondo. Non male, ma si poteva fare molto di più.

Mudkicker

In Mudkicker (Fango Che Scalcio) il basso di Rachel Bolan svolge un ruolo predominante, ma anche lo schiacciante drumming di Affuso aiuta a portare il pezzo proposto verso lidi thrash metal. La violenza è talmente elevata che persino Bach è costretto a utilizzare un timbro sporchissimo per scandire le strofe. "Siamo accusati ma tu menti puntando il dito, hai una mente malvagia, e più ti comporti così più se debole. Ti bruci velocemente, anche se sei un parassita, ma non durerai". Subentra il gioco delle rivalità, il vocalist punta il dito contro un suo rivale, forse un potente, considerato un vero parassita della società, le cui menzogne possono anche illudere schiere di ragazzine, ma non possono prendere in giro tutti. "Le tue labbra contorte nutrono le menti delle ragazzine, ti hanno insegnato sin da piccolo che il crimine paga. Sei solo un uomo fortunato ad essere ancora vivo, ma il dolore è vicino, non puoi continuare a giocare". Il crimine non paga mai e prima o poi si pagano i conti della bella vita. Il ritmo procede come uno schiacciasassi, dai riff pachidermici e i colpi funesti alle pelli. "Io non sono figlio della tua disgrazia, le mie ferite sono ormai guarite e sono già stato crocifisso. Sei solo fango che scalcio, i tuoi occhi sono pieni di fango" recita l'ipnotico ritornello, dalle linee gelide e metalliche, piene di rimorso per una vita che ha donato poco. L'assolo è costruito in fabbrica, screziato di ruggine, acuto e industriale, ma dura poco. "Signore e signori, membri della giuria. Tutti si alzano e arriva qui il capo di imputazione. Il giudice ha potere sulla tua morte". Bach è un terremoto irrefrenabile, divora parole su parole, conducendo la band in questa selvaggia e arida cantilena. "Tu sei un uomo d'affari, pensi di avere il sopravvento, di essere intoccabile, ma non puoi nulla", ed ecco rivelata l'identità del rivale: il politico che vive come parassita succhiando energie al popolo. "Il tuo prestigio è chiaro come il giorno, ma la tua rettitudine ha raschiato il fondo e la tua virtù gettata nelle fogne. Mentre tu diventi debole gli altri si rafforzano e vivono liberi. Tu sei un parassita, ma tutto questo non durerà". Le parole del vocalist sono sacre, danno potere alla popolazione e infliggono minacce severe allo schiavo del sistema che crede di comandare.

Wasted Time

La chiusura è affidata alla ballata Wasted Time (Tempo Sprecato), un capolavoro emozionale che ha pochi eguali, nel quale il prode Sebastian narra di un tempo lontano, quando condivideva avventure e sentimenti con il suo migliore amico, oggi perduto. Le loro strade si sono divise e il rimpianto è tanto: "Tu ed io insieme nella vita, i legami sacri non si dovrebbero logorare mai, allora perché non posso lasciarti raccontare bugie? E ti guardo morire ogni giorno", recita il vocalist con aria solenne, mentre il dolce suono delle corde della chitarra riecheggiano nell'ambiente. "Ripenso ai tempi, quando i sogni erano l'unica cosa che contava. Eravamo giovani e ingenui", continua, ripensando ai bei tempi, quando i due condividevano un sogno, "Hai detto che non mi hai mai deluso, ma sei un cavallo imbizzarrito che sbraita e fugge via nel nome della disperazione". Poi giunge il chorus, sublime, intenso, doloroso: "È tutto tempo perso, puoi guardare te stesso e tutto ciò che ti sei lasciato alle spalle". Bach interpreta da maestro le liriche, la sua voce svetta nell'etere, di una potenza assurda, un vero fenomeno, e bilancia la dolcezza della sezione strumentale. "Deliri paranoici ti perseguitano, dov'è l'amico che conoscevo? Ora è tutto solo, sepolto nel fondo di una carcassa, alla ricerca di un'anima". L'amico che conosceva non esiste più, si è perso per sempre alla ricerca di chissà cosa, forse è cresciuto, ha scelto altro dalla vita. "Puoi sentirmi nel profondo del tuo cuore, mentre questo sanguina, perché non mi credi? Non vuoi essere amato? Ti sento urlare in agonia, sei un cavallo imbizzarrito che fugge via tra la disperazione". Snake si diletta in un grandissimo assolo, struggente come la voce di Bach, quasi in lacrime, nel cercare di riprendersi l'amico perduto. La coda finale viene prolungata, e somme parole fuoriescono dalle casse dello stereo, dove Sebastian urla indemoniato della vita amara: "Il sole sorgerà di nuovo, la terra si trasformerà in sabbia, i colori della creazione sembrano svanire e diventare grigi. Vedrai che il tempo non perdona, ti scivolerà tra le dita e terminerà in un ricordo. Non avrei mai pensato che avresti permesso tutto questo, che ti saresti perso".

Conclusioni

Tra i due "Use Your Illusion" dei Guns N' Roses, il "Black Album" dei Metallica, "Nevermind" dei Nirvana, "Ten" dei Pearl Jam, "Badmotorfinger" dei Soundgarden e Slave To The Grind degli Skid Row, quella de 1991, è un'estate rovente, dove a darsi battaglia ci sono formazioni di diversa estrazione ma tutte dotate di una classe semplicemente aliena. È proprio in questo periodo che la musica e il mercato musicale vengono stravolti per sempre, poiché l'esplosione del grunge e dell'alternative metal condannano inevitabilmente tutto l'hard & heavy tradizionale, costringendo etichette e artisti a modificare ogni concezione conosciuta fino a questo momento. Se da un lato centinaia di band vengono spazzate via, a tenere alto il vessillo dell'hard rock restano Guns N' Roses, Aerosmith e gli Skid Row, quest'ultimi in grande spolvero, forti di un successo commerciale che ha del miracoloso. Slave To The Grind conquista il mondo intero, bissando il clamoroso successo del debutto, sorprendendo tutti grazie al potenziamento del muro di suono, gli intrecci chitarristici elaborati da Snake Sabo e Scott Hill e la portentosa voce di Sebastian Bach, la cui bellezza fisica comporta una buona percentuale di successo in più, specialmente tra le ragazze. Non a caso, alla fine dell'anno, il biondo vocalist posa in copertina sulla rivista Rolling Stone, petto nudo e capelli al vento. Il tour intanto prosegue, dal supporto ai Guns N' Roses si passa agli Scorpions, che promuovono il pluripremiato "Crazy World", ma le vendite del disco continuano a macinare guadagni consistenti e allora la Atlantic organizza un nuovo tour, questa volta da headliner, prima in compagnia dei Love/Hate, con i quali il selvaggio Bach scatena l'ennesima rissa col frontman Jizzy Pearl in un bar di Londra, rischiando di beccarsi una denuncia per aggressione, e poi con i Pantera, all'epoca poco conosciuti fuori dagli U.S.A. ma che il cantante vuole con sé perché sbalordito dalla potenza e dalla ruvidezza del nuovo lavoro in studio del gruppo texano, "Vulgar Display Of Power", album che cambierà la musica estrema, facendo da modello per tutto il metal alternativo degli anni 90. Grazie agli Skid Row, i Pantera riescono a farsi un nome nel resto del mondo, e tempo dopo, alla fine del decennio, ricambieranno il favore portando in tour il gruppo del Sebastian Bach "solista", orfano dei suoi compagni di quadra. Il secondo album degli Skid Row abbandona le sonorità sleaze metal del debutto, splendido e di successo anch'esso, aumentando il volume delle chitarre e del basso, costruendo linee vocali più dure e impartendo maggiori cambi di tempo attraverso il roccioso drumming di Rob Affuso. Tra invettive contro la società americana, il caos generale che regna nel mondo, la crisi dei valori sociali, l'ipocrisia della religione, la depressione come malattia della nuova era, l'abuso di droghe e gli amori illusori, Slave To The Grind è riflesso di un'epoca in declino, improvvisamente stravolta. Le violente "Monkey Business", "Psycho Love", "The Threat" o la compulsiva title-track sono bombe a orologeria, frenetiche e possenti come non mai, che mettono in luce una band incazzata nera e intenta a dare un taglio col passato, delusa dalla società con la quale è costretta a convivere. Poi ci sono le ragionate e piuttosto quiete "Wasted Time" e "Quicksand Jesus", semi-ballate nevrotiche e oscure che strappano via l'anima per la loro profondità, dove Sebastian mette in mostra un talento vocale raro e prezioso. Suo padre David riesce ad imprimere su tela le impressioni di un mondo, uno splendido affresco (a due facciate nel disco) che pennella in modo preciso e pulito gli anni 90, un decennio di grandi cambiamenti, privo di luce o di speranza, e di una massa in piena rivolta, schiava di una quotidianità che schiaccia e riduce alla fatica anche i più forti. Con Slave To The Grind gli Skid Row ci sono e combattono assieme a tutti noi, dimostrando di non essere una band tutta lustrini e melodie sdolcinate, ma di aver con sé la scintilla del genio, la magnificenza dei grandi della musica e la perfezione dei veterani. Uno dei grandi album metal del decennio, seppur con qualche punto debole, come ad esempio una manciata di pezzi non memorabili (Creepshow, Riot Act, Mudkicker e Get The Fuck Out) e qualche caduta di stile in fase di songwriting, ma resta una delle ultime opere di hard & heavy a raggiungere un successo planetario e ad arrivare a milioni di persone, e tanto basta per decretarla opera di culto.

1) Monkey Business
2) Slave To The Grind
3) The Threat
4) Quicksand Jesus
5) Psycho Love
6) Get The Fuck Out
7) Livin' On A Chain Gang
8) Creepshow
9) In A Darkened Room
10) Riot Act
11) Mudkicker
12) Wasted Time
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