SKATING POLLY

New Trick

2017 - El Camino Media

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
06/01/2021
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Eh già, inutile continuare a negarlo e tenerlo nascosto: noi della mia generazione, quei "Millennials" nati tra il 1980 e la prima metà dei '90, ormai abbiamo un'età, anche se me ne rendo conto solo in rari e sporadici casi: ascoltare la musica che passava nel mio walkman ai tempi delle scuole medie è uno di questi. Poche cose riescono a farmi sentire vecchio e a farmi provare piacere allo stesso tempo come riesumare CD (e persino cassette!) di sano buon rock di fine Novecento, roba che all'epoca mi faceva davvero tremolare le mani e il sangue dall'eccitazione, complice anche la mia giovanissima età e la mia pressappoco totale inesperienza nell'ambito della musica dura. Gli storici pezzi dei Cranberries, le canzoni più distorte dei Blur, fino alla scoperta dell'alternative rock e del grunge con gli Alice In Chains prima e gli Smashing Pumpkins poi, senza contare la scoperta dei Nirvana, del loro look e del loro stile di vita così dannatamente anni '90, tra camicie di flanella e chitarre distrutte sul palco: nomi importanti, se non fondamentali, per la formazione culturale di un amante del rock che si rispetti, ma che per il pischello che ero un tempo altro non erano se non delle basi, degli spunti da cui partire per poi esplorare sempre più a fondo un genere musicale così ampio e dalle derive così articolate. Erano i tempi dei sogni e dei progetti lontani, quelli in cui si iniziavano a piantare le radici per una concreta realizzazione futura, primo tra tutti quello di fondare una band: non so quante volte mi sono ritrovato davanti lo specchio ad agitare le mani facendo air guitar e a far finta di cantare con smorfie incazzate e soffocando le urla alla Cobain per non disturbare i borghesi vicini del piano di sopra. Ora, se alla tenera età di tredici o quattordici anni avessi davvero fondato una band con quelle sonorità, non ci sarebbe stato nulla di strano o anormale: quella è la musica con cui sono cresciuto, e così altri ragazzi baby-rocker come me, e quei riff grezzi, quelle distorsioni caciarone e quelle urla sgraziate erano ciò che desideravamo tanto ascoltare quanto emulare. Quella era la musica rock che aveva caratterizzato gli anni '90, che aveva nel suo sound il marchio indelebile di quegli anni: ma cosa succederebbe se adesso, così dal nulla, spuntasse fuori una band che ai giorni nostri pretende di suonare esattamente come si faceva in quegli anni, e se questa band fosse formata da gente che, in quegli anni, magari neppure era nata? Sul serio, fatevi questa domanda: riuscireste a prendere sul serio una band del genere? Io avrei risposto di no. E mi sarei sbagliato. Di brutto.

Okhlaoma City, U.S.A., anno domini 2010. Kelli Drew Mayo è "solo" una vivace bambina di dieci anni, ma ha già il rock nel sangue. Creativa, vulcanica, dall'animo ribelle, tutto quello che volete. Ma ha solo dieci dannatissimi anni. Eppure a quanto pare le è bastato per imparare a suonare la chitarra (e non solo), fare coppia con la sua amica quindicenne Peyton Mckenna Bighorse (più grande, e quindi "già" polistrumentista) e fondare una band rock'n'roll. Due ragazzine dall'aspetto che più tenero non si può, Kelli scavata e dallo sguardo furbetto, Peyton dolcissima e cicciottella. I genitori di entrambe sono separate, e si conoscono quando il padre di Kelli inizia a frequentare la madre di Peyton. Da sorelle acquisite a compagne di band, il salto è quasi immediato: laddove manca il legame di sangue, è il legame di musica ad unire per sempre le due giovanissime amiche/sorellastre. Peyton si sistema dietro la batteria, mentre Kelli si diletta con un basitar, una particolarissima chitarra le cui due corde più basse sono state prese in prestito da un basso elettrico. Uno strumento strano ma efficace, che aveva iniziato a far parlare di sé quando Chris Ballew dei The Presidents Of The USA ha iniziato a utilizzarlo come strumento fisso al posto della classica chitarra. La mancanza di un bassista viene così risolta, e il primo album della band, "Taking Over The World", viene pubblicato per la Nice People quando la chitarrista del duo non ha ancora finito le scuole elementari. Tempo dopo, quando Kelli è ancora in terza media e Peyton è appena diventata maggiorenne, esce il secondo album della band, "Lost Wonderfuls", per la SQE Music: è ormai appurato che le due possono essere definite "bambine prodigio". Ma è solo con il quarto album "The Big Fit" che l'ormai sedicenne Kelli e la ventunenne Peyton raggiungono davvero il successo: le due ragazze si scambiano ormai di strumento come se si passassero una lattina di Coca-Cola (l'iniziale "Oddie Moore", giusto per dirne una, vede Kelli solo alla batteria e Peyton solo alla voce e chitarra), lo stile è ormai palesemente ispirato al movimento riot grrrl e al grunge di Seattle, e le influenze della band vanno da una versione più adolescenziale dei primi Nirvana fino al rock duro di band al femminile come Hole, Bikini Kill e Babes In Toyland. Ormai essere un duo inizia a pesare, e così le nostre eroine ingaggiano il fratello di Kelli, Kurtis Lee Mayo, alla batteria, diventando così di fatto un trio, pur restando sempre in famiglia. Nel 2018 arriverà finalmente l'album della consacrazione, "The Make It All Show", ma già l'anno prima possiamo vedere il debutto del power trio con l'EP "New Trick", che ne mostra ormai le affinate potenzialità e l'energia dirompente che i nostri giovanissimi musicisti sanno evocare dai loro strumenti. Non si tratta più, ormai, di "imitare i grandi": le, anzi, "gli" Skating Polly sono già dei "piccoli grandi".

Louder In Outer Space

La sensazione che si prova ascoltando "Louder In Outer Space" ("Più rumoroso nello spazio esterno"), azzeccata opener di questo bell'EP, la si può riassumere con l'espressione sorridente che quel pacioccone di Kurtis, giacchetta beige e farfallino, mostra raggiante all'inizio del videoclip ufficiale. Poche note di chitarra acustica aprono le porte all'armoniosa e melodica voce di Peyton Bighorse, che qui sembra finalmente essere uscita del suo guscio di bruco per trasformarsi in farfalla, ovvero in quella talentuosa cantante di cui finora si erano solo intraviste le potenzialità. La sua voce è puro piacere per le orecchie, un po' sgraziata ma proprio per questo affascinante, in bilico tra tonalità profonde da maschiaccio e melodici acuti da principessina punk. Chi come il sottoscritto ha ormai superato i trenta, non può riconoscere un'ombra di pop/rock smaccatamente anni '90 in queste ritmiche, ma il tutto diventa ancor più palese quando le distorsioni fanno irruzione nella scena e le nostre donzelle possono finalmente scatenarsi e dare libero sfogo alla loro immagine da adolescenti rock'n'roll "che però ci sanno fare". L'atmosfera che si respira qui dentro è davvero quella tipica di una band che nel 2000 diventò un simbolo per tutti i "losers" e gli adolescenti americani "sfigati" dell'epoca, che trovarono così la loro bandiera nel pop punk e nel viso stralunato del Jason Biggs di "American Pie": sto parlando, ovviamente, dei newyorkesi Wheatus. Proprio loro, quelli della famosissima "Teenage Dirtbag", singolo di lancio del loro album di debutto: quel disco infatti, per quanto più di nicchia rispetto a fenomeni musicali ben più noti e importanti, diventò tuttavia un vero e proprio simbolo di un certo modo di intendere il punk adolescenziale di quegli anni. La band di Brandon Brown non si prendeva così sul serio come i Green Day, ma allo stesso tempo non si limitava a sguazzare nel cazzeggio come i Blink 182; piuttosto, i Wheatus erano una band che trovava nella gentilezza la sua forza, che ti ammaliava con melodie sdolcinate e volutamente ruffiane (impreziosite dal peculiare falsetto di Brown), per poi sbatterti in faccia le sue distorsioni graffianti e il suo spirito intrinsecamente punk. Ecco, qui le Skating Polly fanno la stessa cosa che all'epoca fecero i Wheatus: un attimo prima ti accarezzano e quello dopo ti rifilano un sonoro schiaffo in faccia. Anche a livello di sound ci avviciniamo alla band di Teenage Dirtbag, ma qui l'impronta femminile dona un diverso approccio alla materia rock, intingendola da un lato nello spirito mainstream di una certa Avril Lavigne più ribelle e dall'altro nel riot grrrl delle Babes In Toyland, seppur parecchio addolcito e decisamente più mansueto. Un brano decisamente interessante, seppur il pezzo forte dell'EP arriverà in seguito con la strepitosa "Hail Mary".

Hail Mary

Sarò sincero, mi sento particolarmente legato ad "Hail Mary" ("Ave Maria"). E non solo perché è la prima canzone in assoluto che ho ascoltato degli Skating Polly, ma anche perché, pur avendone ascoltate molte altre della band dopo di lei, non ne ho mai trovata una che riuscisse a prendermi più di questa qui. Ancora adesso, ogni volta che la metto su e premo play, mi sento felice come un bambino che si appresta a gustare la sua merendina preferita. Nulla di trascendentale, in realtà, anzi: la canzone è di una semplicità estrema. Poche note di chitarra, bassa e smaccatamente in minore, introducono la voce di Kelli Mayo, che canta proprio con la stessa espressività con cui si presenta nel videoclip: suadente ma risoluta, con lo sguardo nascosto sotto la sua impertinente frangetta e quelle gambe accavallate con gli anfibi, che sanno tanto di rocker maschiaccia ancora adolescente che recita la parte della femme fatale, come quelle bambine che rubano il trucco dalla borsetta della mamma e se lo spalmano in faccia per sembrare più grandi. La sua voce, come quella di Peyton, appare qui nettamente maturata: meno squillante e molto più calda, armoniosa nel suo insieme e avvolgente, mentre dialoga a viso aperto con Maria ("quella" Maria?) come se parlasse con una sua vecchia amica: "Ehy Mary / Follow me out / And we never walk back / Ehy Mary / Tell me honestly / You'd never want that" ("Ehy Mary / Seguimi fuori / E non torneremo mai più indietro / Ehy Mary / Dimmi onestamente / Che non lo avresti mai voluto"). Ma è l'entrata in scena del basso di Peyton che mostra le carte in tavola e fa venire l'acquolina in bocca a chi, come me, è un amante di queste sonorità. La batteria di Kurtis è lenta e secca, la chitarra e il basso sembrano scavare una fossa nel pavimento per quanto sono ribassati, e su tutti la voce acuta di Kelli dona un contrasto di sound c è puro piacere per le orecchie (azzeccatissima la scelta di far cantare lei qui al posto di Peyton) e che, con le dovute proporzioni, mi ha ricordato l'approccio di Amber Valentine nei brani più sludgy dei suoi Jucifer. Passata la strofa e il suo riff portante, sia gli effetti corali sulla voce di Kelli (che nella strofa si erano solo intravisti), sia le perfette backing vocals di Peyton, contribuiscono a creare un ritornello perfetto, con quel "La La La La La La" femmineo e infantile che si incastona alla perfezione con le potenti distorsioni e l'odore di valvole fumanti. Tutto in questo brano odora di grunge e anni '90, e l'ombra degli Smashing Pumpkins di Mr. Corgan, diviso tra gli alti della sua voce nasale e i bassi della sua overdrive, aleggia prepotente sui riff del trio. Quando parte il bridge il brano ormai ci ha già conquistato, eppure non ha ancora esaurito tutto quello che ha da dire: Kelli riesce a superarsi e a rincarare la dose, donando ancora maggior forza espressiva alla canzone, mentre le note crescono di intensità e si stagliano nuovamente su un ritornello che chiude il tutto in modo brusco, feroce e squisitamente nirvaniano. "Hail Mary" è un gioiellino di canzone e, insieme al suo convincente videoclip, è il perfetto biglietto da visita per chiunque voglia approcciarsi a questa band così giovane eppure già così piena di cose da dire. Promossi a pieni voti.

Black Sky

Vi ricordate quando nell'introduzione ho parlato di quanto fosse strana l'idea che una band così giovane come gli Skating Polly fosse così tanto influenzata da un sound che ha raggiunto l'apice del successo quando loro ancora non erano nemmeno nati? Beh, a quanto pare anche loro stessi devono essere coscienti di questa particolarità musical-anagrafica, visto che hanno deciso di collaborare con qualcuno che, invece, aveva iniziato a fare musica proprio negli anni in cui il grunge era diventato il genere del momento e il nome di Kurt Cobain era appena diventato leggenda. C'è una scritta, infatti, che campeggia prepotente sulla copertina del disco, appena sotto il nome della band, ed è quella che dichiara con fierezza la collaborazione degli Skating Polly con le musiciste Louise Post e Nina Gordon, qui in veste di chitarriste. Si tratta di due belle donzelle appena cinquantenni, che nell'ormai lontano 1993 hanno fondato i Veruca Salt, insieme al bassista Steve Lack e al batterista Jim Shapiro, fratello di Nina (e non può sfuggire qui il palese parallelismo con Kurtis e Kelli, per la serie: sempre tutto in famiglia), contribuendo alla formazione di quelle tipiche sonorità alternative rock che sarebbero poi diventate un simbolo della musica anni '90 anche in quel di Chicago. Tuttavia la collaborazione con le due musiciste, seppur il loro nome sia stato richiesto in bella vista sulla copertina, si limita solo alla terza traccia, questa "Black Sky" ("Cielo Nero") che così tanto ricorda quello stile musicale di cui gli stessi Veruca Salt si sono fatti portavoce negli anni. Il ritornello sprizza indie rock di scuola americana da tutti i pori, con quella vocina acuta e dall'animo sfacciatamente pop, che segue armoniosamente il pulsare del basso elettrico (qui vero regista di tutto il brano), con un andamento ruffiano e un riff che è la semplicità fatta musica. Poche note ma efficaci, e lo stesso vale per quando le chitarrone distorte della coppia Post/Gordon entrano in scena, riproponendo sempre le stesse note ma con tonalità diverse, fino a un cambio di tempo con schitarrate in palm-mute che è quanto di più alt-rock anni '90 si potesse chiedere a un brano del genere. Lo stesso testo della song è un inno al male di vivere che tutti gli adolescenti cresciuti a pane e Nirvana in quegli anni hanno provato sulla propria pelle, costruito su versi semplici e in fondo banalotti, ma anche per questi carichi di emotività, che donano ancora maggior significato all'incrocio dolceamaro tra la tenerezza delle voci e la ruvidità delle chitarre ("E sto perdendo la mia strada / Il sole sta tramontando dietro di me / E sto perdendo la battaglia / Sono tra i rifiuti / E mi trascino giù"). I miseri tre minuti della canzone scorrono quindi via così, piacevolmente e senza intoppi, e per quanto si tratti di un brano molto carino e tutto sommato riuscito, dispiace un po' che siano stati scomodati i nomi delle due musiciste solo e unicamente per un paio di riff in croce dalla semplicità quasi estrema. Non che ci si aspettasse di più, ci mancherebbe, ma un altro paio di minuti in più e qualche piccola variazione nei riff non avrebbero certo guastato. Ma il genere è pur sempre questo, e in fondo va bene così.

Conclusioni

Sono carine, le due Skating Polly, ma loro non lo sanno. Loro suonano "ugly pop" e gli va bene così. Lo ha dichiarato la stessa chitarrista e cantante Kelli Drew Mayo, quando ha orgogliosamente detto di essere attratta dalla parola "ugly" (brutto, in inglese) e di prenderla come punto di riferimento per la sua vita. Non le importa di essere carina, non le importa di vestire sexy e alla moda. E, soprattutto, non le importa di suonare qualcosa che vada di moda oggi. Sarà forse per questo che, seppur sia nata il 29 Marzo del 2000 e al momento in cui scrivo non abbia nemmeno raggiunto le sue ventuno primavere (età minima per bere legalmente negli USA), la sua musica affonda la radici negli anni '90 più profondi e ruggenti. I suoi modelli di riferimento sono quelli dei Nirvana e della rabbia di Kurt Cobain, ma ancor di più sono quelli del riot grrrl, delle Hole, delle L7 e ancor più delle Bikini Kill e delle Babes In Toyland, quel punk femminista che se ne fregava alla grande degli stereotipi patriarcali di una società affogata nel suo stesso perbenismo e, anzi, mirava a distruggerli e a schernirli. Gli idoli di Kelli, proprio come lei, non vogliono sembrare belli, anzi: vogliono sovvertire il concetto stesso di "bello", esaltare la ruvidezza ed omaggiare l'imperfezione. Eppure, per quanto la giovanissima rocker si sforzi di sembrare cattiva e sgraziata, la dolcezza dei suoi tratti è insita nella sua così giovane età, ed emerge prepotente quanto l'energia della sua musica, proprio come accade anche per la sua amica d'infanzia e compagna d'armi Peyton Mckenna Bighorse, polistrumentista tanto carina quanto "ugly" anch'essa, più grande di soli 5 anni e che quando i 90 erano finiti doveva ancora iniziare le scuole elementari. La loro casa ad Okhlaoma City era il loro rifugio per ritrovarsi e suonare insieme, e non può che ricordarmi i tempi in cui anche io, con i miei amici, mi ritrovavo in qualche vecchio garage, con in mano una chitarra e nel cuore la voglia di spaccare il mondo. Tempi ormai trascorsi, è vero, ma che hanno lasciato una traccia così forte nell'immaginario collettivo da essere recepiti persino da persone così giovani che in quegli anni nemmeno erano nate.

Questo è ciò che più mi ha colpito delle (degli) Skating Polly e della loro musica: il fatto stesso che una band come la loro esista, significa che lo spirito di grunge del grunge e il rock della mia gioventù non solo non sono morti, ma sono vivi e vegeti persino nelle generazioni successive cresciute a pane e smartphone. Le Skating Polly sono forse la migliore testimonianza della musica di quegli anni nei moderni tempi del nuovo millennio, proprio perché, paradossalmente, loro quegli anni non li hanno vissuti in prima persona. E il loro EP "New Trick", forse persino più di album come "The Big Fit" o "The Make It All Show", ne è l'esempio più concreto. Si può essere così tanto influenzati da una musica che ha raggiunto il suo apice quando noi ancora non si era nemmeno nati? È questa la domanda che mi frulla per la testa, e a cui un EP tanto interessante come "New Trick" sembra rispondere in modo affermativo. Le ritmiche di "Louder In Outer Space" sembrano quasi un omaggio a quei Wheatus che riuscirono a sfondare quando la piccola Kelli dormiva ancora nella culla, come anche le sue melodie paiono ispirarsi alla Avril Lavigne che diventò un fenomeno di costume revival grunge proprio in quegli anni lì, mentre il pop punk adolescenziale di "Black Sky" ha un'impronta decisamente troppo vintage per sembrare uscito da un album del 2017. Certo, la sensazione di déjà vu accompagna per tutto l'ascolto chi, come me, è stato abituato a tali sonorità fin da ragazzino. Eppure si tratta di una sensazione tanto piacevole quanto moderna, che non solo non infastidisce ma anzi, riscalda davvero il cuore. In quelle distorsioni, in quelle vocine acute e in quelle aperture melodiche così ben confezionate si percepisce tutta la passione per il rock degli anni '90 e per un progetto che ormai sembra aver raggiunto una sua intrinseca maturazione.   Le stesse performance di Kelli e Peyton, sia vocali che strumentali, non solo confermano quanto di buono era stato fatto in precedenza dalle donzelle, ma si dimostrano definitivamente come un'evoluzione delle loro capacità sia tecniche che artistiche, nonché di gestione tecnica del proprio sound. "New Trick", per quanto solo un EP, è un decisivo passo avanti nella musica del trio, che apre così le porte a quella carriera che il successivo "The Make It All Show" sembra aver avviato; non ci sono qui quegli urli sguaiati che accompagnavano la nirvaniana "Oddie Moore" (indimenticabile e iconica opener del precedente album "The Big Fit"), e probabilmente l'introduzione di Kurtis alla batteria ha portato la band a ingentilire le proprie sonorità e a renderle più raffinate, eppure non è stata persa nemmeno un'oncia di energia e di carica rock. Anzi, semmai sembra diventata ancora più forte: le chitarrone distorte di "Hail Mary" lasciano poco spazio all'immaginazione, da questo punto di vista, e in generale i suoni sono decisamente diventati più maturi, più "adulti", e sembrano accompagnare la stessa età della giovane Kelli che ormai, all'epoca di questo dischetto, per noi italiani era quasi diventata maggiorenne. Ma ormai la fatidica soglia del 2020 è stata superata, le due giovanissime pulzelle vantano già una "carriera decennale" nonostante fino all'altro ieri andavano ancora a scuola, e un talento così prorompente come il loro non può che rendercele amorevolmente simpatiche e a farci sperare che la loro passione per il rock non venga mai meno e che questa loro (mica tanto) piccola discografia sia solo l'inizio di un percorso lungo, felice e ricco di grandi soddisfazioni. Dai Skating Polly, facciamo il tifo per voi!

1) Louder In Outer Space
2) Hail Mary
3) Black Sky