SHRAPNEL

Decade Of Decimation

2019 - Candlelight Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
04/05/2019
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione

Trovo sempre molto piacevole cercare e scovare nuovi gruppi capaci di intrattenermi, o eventualmente, di riservarmi qualche piacevole sorpresa. Sia attraverso internet - strumento ormai indispensabile - sia attraverso le varie fanzines, sia consultandomi con i vari colleghi della nostra webzine. Ormai questo è un piacevole passatempo a cui amo dedicare parecchio tempo, e talvolta sono ben ricompensato avendo la fortuna e il piacere di trovare gruppi capaci di sollazzarmi e magari destare in me qualche reale interesse. Certo non è sempre così: il panorama musicale (e nello specifico il panorama metal, quello di cui mi occupo come recensore) offre veramente di tutto, e solo uno sguardo selettivo può aiutare a discernere la paccottiglia da quanto effettivamente può essere ritenuto interessante. Chiaramente i gruppi miracolati da un'assoluta ispirazione non sono moltissimi: è più facile trovare chi la propria materia la mastica bene e sa offrire un innegabile intrattenimento senza pretenziosità alcuna. Questo per dirvi che, consultandomi con uno dei miei colleghi, uno di questi gruppi - che non conoscevo, devo essere sincero - è stato portato alla mia attenzione rivelandosi capace di solleticarmi piacevolmente. Un gruppo thrash inglese dal guerresco monicker "Shrapnel" (la celebre bomba a grappolo), artefice di una doppietta di full-length e tre Ep. Ed è proprio dell'ultimo Ep, "Decade Of Decimation" (uscito proprio nel 2019), che mi andrò ad occupare in questa sede. Il dischetto, distribuito dalla gloriosa Candelight, ha giusto quattro tracce, che comunque sono indicative del genere di thrash proposto dai nostri: siamo in una modalità arrembante, possente, che in più di un'occasione mi ha riportato alla mente gli Exodus, peraltro citati tra le influenze della band (insieme a  Megadeth, Slayer, Testament, che comunque si sentono assolutamente in minor misura). Tra i gruppi con cui si possono citare parallelismi Metal Archives propone anche i Destruction, gli Angelus Apatrida, gli Aggression, gli Havok (non so se avete presente, c'è una sezione apposita su Metallum chiamata "similar artists" che indica i gruppi simili a quello selezionato), ma comunque il primo nome che mi è venuto in mente sono stati proprio gli Exodus, sia per modalità stilistiche, sia per l'uso delle gang vocals percepibili nelle varie traccie. Ma il fatto che vi siano delle rimembranze non vuol dire che il gruppo sia un clone della band sopra citata: anzi, finito l'enorme sentore Exodus della prima track, le altre scorrono con una certa personalità, evitando spudorati citazionismi e plagi. Certo non si inventa niente, non vi sono innovazioni, sperimentazioni, marchi di fabbrica precisi che distinguano questa band da altre centinaia (tanto, in una maniera o nell'altra, la maggior parte del "movimento" revival thrash pecca sempre di una certa sudditanza ai maestri del passato), ma in questi quasi quindici minuti il divertimento è assicurato. Solo quattro tracce, ma che scorrono a meraviglia, possenti e detonanti, memori del passato ma senza la puzza di riciclaggio stantio che soffoca gli epigoni meno ispirati. Quattro tracce per passare quindici minuti a sbattere la testa in totale frenesia, lasciandosi "cullare" dalle partiture destabilizzanti proposte dai nostri, fiere e terremotanti, in cui la violenza non è mai fine a se stessa come il miglior thrash insegna (persino i maestri più violenti del genere - gli Slayer, i teutonici, i Possessed - non piazzano colpi a caso tanto per fare male, ma calcolano attentamente come e dove sferrare colpi). Quindi una band conscia dei propri potenziali, sicuramente priva di un trademark proprio (la formula proposta è, così come nella maggior parte del thrash revivalista, uno "svecchiamento" del thrash storico, un'aggiornamento dei maestri del passato) ma considerando che siamo ancora al secondo full spezzo una lancia a loro favore dicendo tranquillamente che per qualcosa di estremamente personale c'è tempo. Avendo speso abbastanza parole per introdurre questa interessante proposta, e non avendo fiumi di info per presentare la band (sulla pagina ufficiale di Facebook è presente giusto la data della loro formazione - il 9 aprile 2009 - e il fatto che i nostri abbiano supportato in certe date act importanti come i Sepultura, gli Exodus, i Suicidal Tendencies, i Voivod ed altri) direi di passare direttamente alla nostra - e stavolta breve - track by track.

Warhead

Si parte benissimo con opener "Warhead" (Testata Di Guerra), traccia dal piglio "à la Exodus" che ci porta in seno a un testo di chiaro stampo "guerresco" ma assolutamente non "guerrafondaio" - non vi è alcuna partecipazione/incitazione alla guerra, ma solo una modalità per così dire "cronistica" (gli eventi vengono narrati in maniera distaccata). Si parla di una guerra imminente, si testimonia come le nazioni siano schierate le une contro le altre: le armi nucleari sono già pronte per portare caos e distruzione, mentre nei palazzi del potere non si fa che parlare, litigare, reiterare scempiaggini. Alcuni passaggi ci fanno comprendere che le armi atomiche vengono a un certo punto azionate, decimando la popolazione mondiale ("Madre natura sta bruciando in un fuoco nucleare/Uomini contro uomini/La guerra dei mondi/La bomba atomica scoppia e il mondo finisce") ma in realtà non è possibile comprendere a fondo se questi siano pensieri della voce narrante - che rimane completamente fuori campo non permettendoci di capire di chi si tratta, anche se certamente parliamo di un testimone silente - o se le atomiche vengano veramente sganciate. Lo scenario proposto è comunque allarmante, e spaventosamente attuale, in un mondo atomizzato e controllato da personaggi che a volte sono nient'altro che scellerati, capaci di tenere la stabilità mondiale sul filo del rasoio, in una tensione continua. Musicalmente parlando abbiamo un'inizio forgiato su un giro di chitarra intervallato dalla batteria che rimanda innegabilmente agli Slayer. Dopo pochi secondi - e un frangente meno impattante - si entra in seno alla struttura principale, veloce, deflagrante, in cui una batteria martellante funge da contraltare a un riffing serratissimo. Subentra anche la voce, dal timbro innegabilmente simile a quella di Steve "Zetro" Souza (degli Exodus), che alimenta piacevolmente il clima di follia imposto dal martirio strumentale di fondo. Quasi al quarantesimo secondo subentrano anche le "gang vocals" tanto usate dagli Exodus che confermano l'amore dei nostri per le sonorità della band di Holt and co. Si prosegue in maniera abbastanza lineare, con tanta potenza e parecchia velocità, ed è un piacere ascoltare in questo marasma la voce allucinata del singer che si strappa le corde vocali evocando degnamente Souza. Tanta frenesia sfocia verso il minuto e quindici in un bel solo guitar, estremamente veloce, gemellato da un lavoro alla batteria che definire terremotante è puro eufemismo. Circa una quindicina di secondi dopo si riprende sulle coordinate portanti - ancora con tanta violenza e frenesia - capaci di trainare il brano in maniera lineare sino ai due minuti e quindici, quando le ritmiche serrate si smorzano quasi necessariamente per permettere ai nostri e agli ascoltatori di tirare il fiato. Subentra dunque una parte più granitica, rocciosa, memore di tanto thrash storico, destinata comunque a durare pochi secondi. E in effetti verso i due minuti e trenta si ritorna a ritmi sostenuti, stavolta grazie ad un altro solo guitar magistrale (qualcosa dei Megadeth sembra fare capolino) che ci porta nuovamente alla main structure, e fieramente verso la fine di un brano assolutamente riuscito e di innegabile bellezza.

Rider Of Black

Si continua egregiamente con "Rider Of Black" (Il cavaliere dell'oscurità), altro pezzo di innegabile fattura, che presenta un testo dotato di certe analogie con il precedente: in entrambi i brani viene preconizzata la fine del mondo, ma mentre in Warhead questa era causata da mano umana, tramite un disastro nucleare - e quindi il testo si nutre di paure attuali - questo vive di metafore, sviluppandosi su leggende bibliche (sono citati i quattro Cavalieri dell'Apocalisse). Implicitamente, dietro all'apparato metaforico delle liriche, si evidenziano paure che, più che attuali, possono essere considerate senza tempo: la paura di un disastro, della morte massificata capace di dispiegare in lungo e in largo le sue mefitiche ali. Un testo questo che può riferirsi a qualsiasi evento catastrofico. Alla peste nera come a un asteroide o a una guerra, e perchè no, ancora a un disastro nucleare. Niente di specifico viene lasciato trapelare, dato che tutto si sviluppa in seno a una "trama" che evidenzia il terrore di fronte a quanto può succedere, e offre visioni "apocalittiche" (il termine corretto indica concettualmente una "rivelazione" anche se lo usiamo per "fine del mondo", ma il termine si presta bene ad entrambe le letture, indubitabilmente interconnesse) in cui i quattro cavalieri biblici cavalcano gelidi verso un'umanità pronta all'estinzione. A livello musicale stavolta ci troviamo di fronte ad un brano nuovamente di retaggio "classico", ma meno debitore al sound degli Exodus: le varie influenze sono qui ben amalgamate e più difficili da estrapolare. La parte introduttiva, terremotante, forgiata su un riffing serratissimo e una batteria implacabile suggeriscono un mood abbastanza ingannevole, dato che nell'arco di una quarantina di secondi - dopo un interessante rallentamento - ci si incanala in una struttura parecchio arrembante ma assolutamente non in linea con la parte introduttiva. Quanto segue è thrash dotato di una forma totalmente e perentoriamente classica, nel solco dei maestri della Bay Area, e come ho già detto, pur non mancando riferimenti ai vari pilastri del settore, qui il tutto è shakerato alla perfezione rendendo il brano a suo modo personalissimo. Quindi, verso il quarantesimo secondo, dopo un riff circolare - appartenente al songbook di tanti gloriosi maestri - ci inseriamo in una struttura dinamica ma non veloce sino al parossismo, tutta incentrata sul riffing di cui sopra e una batteria mai eccessiva. La voce fa la sua parte condendo le gustose stilettate strumentali con una gradevolissima dose di acredine. Verso il minuto e dieci una lieve accelerazione, che porta presto al refrain - verso il minuto e trenta - melodico e parecchio esaltante, sempre trainato dall'ottimo main riff. Il proseguo è sulla scorta di quanto già sentito: una prima parte arrembante e grintosa, seguita da un bridge veloce e un ritornello dotato di una melodia potente e catchy. A seguire abbiamo una gustosa parte rigorosamente strumentale, nella quale si inserisce un grintoso solo guitar destinato a portare il brano verso una nuova accelerazione (e nel chitarrismo ancora una volta aleggia lo spettro dei Megadeth). A quattro minuti ancora il refrain, quindi un frangente granitico sorretto da un riffing in linea con quanto ascoltato intorno al quarantesimo secondo che trascina il brano verso la fine.

No Saviour

Il proseguo è affidato all'ottima "No Saviour" (Nessun Salvatore), che presenta un testo di stampo vagamente più orrorifico rispetto ai precedenti. Stavolta abbiamo riferimenti solo impliciti alla guerra, esplicitati in poche righe in cui si parla di "proiettili che inizieranno a volare". Potrebbe anche non essere il prodomo di una guerra, ma considerando il testo guerresco del primo brano e quello apocalittico del secondo brano, non so se sia adeguato leggere tale parte solo come una semplice sparatoria. In più abbiamo un breve passaggio in cui si cita un "fuoco nucleare", che potrebbe essere usato solo per "dare colore" al testo come per confermare la mia ipotesi. Lecito comunque lasciare una totale libertà di interpretazione all'ascoltatore, che può tirare le somme in maniera autonoma. Quel che è certo è che, mentre infuria questa presunta battaglia, o comunque mentre la sparatoria entra nel vivo, i morti iniziano a risorgere dai loro sepolcri. Mentre la gente cade vittima delle pallottole, i dannati risorgono per portare morte e distruzione nella nostra civiltà. E, ammonisce uno di loro, non ci sarà nessun salvatore (forse inteso nell'accezione cristiana del termine), nessuno che possa fermare la fame dei non morti, nessuno che possa placare gli estinti pronti a seminare il caos. Solo morte e distruzione, iniziata per mano dell'uomo e portata a termine da orde di zombi in una visione totalmente nichilista e decadente. Passando ora all'aspeto musicale, notiamo una prima parte assolutamente destabilizzante, con un riffing serratissimo e una batteria devastante. Si finiscesubito in un frangente dove la forza impattante, più che dall'ottimo lavoro alla chitarra, è dettato da una batteria senza freni. Si prosegue in velocità anche al subentrare della voce, con la chitarra e la batteria che sembrano non voler dare tregua all'ascoltatore. Il brano prosegue sulla scorta di una certa linearità, senza particolari cambi di tempo o vezzi di alcun tipo, avanzando prepotentemente come un panzer fino al minuto e dieci, quando pur non lesinando un collaudato iper-dinamismo, la voce si smorza per lasciare spazio ad una parte rigorosamente strumentale con tanto di ottimo solo guitar. Verso la conclusione di questo ottimo affresco strumentale riparte in quarta la voce che ripete più volte, scandendo "There's no saviour!". Si ritorna quindi in seno alla struttura principale, poco incline a variazioni (si parla di un pezzo abbastanza lineare) e avvezzo a un martellamento continuo e implacabile, stabile sino alla fine. Pezzo breve (giusto due minuti e trentacinque) ma assolutamente conciso, senza stranezze e fronzoli. Una manna per tutti gli amanti del più forsennato headbanging.

Live Vindictice

Concludiamo con "Live Vindictice" (Vivo Vendicativo), brano dal testo assai singolare: analizzando i vari passaggi comprendiamo di avere a che fare con un uomo che sta per essere impiccato, e molto di quello che ascoltiamo sembra frutto dei pensieri di questo personaggio condotto al patibolo. Fondamentalmente nulla di strano, se non fosse che alcuni passaggi rimandano a una possibile trasformazione di quest'uomo - una volta morto - in zombi. Tale personaggio, insomma, crediamo stia aspettando la morte quasi con una certa goduria, pregustando quando, dopo il trapasso, si tramuterà in un morto vivente e potrà compiere la sua vendetta nei confronti del suo boia e aguzzino. Poi, a condire il tutto, abbiamo alcune parti di difficile interpretazione, piazzate li quasi a voler dare più colore al tutto. Tra tutte quella che recita "tu ti artigli la schiena" (riferito al boia)  che a dire il vero sembra non avere grande affinità con tutto il resto. Ma certe parti è lecito considerarle come "aggiuntive", usate giusto per rendere il brano più colorito e magari incoraggiare l'ascoltatore ad eventuali riflessioni proprie. Di base abbiamo un testo horror, molto in linea con il precedente (anzi, qui la componente horror è forse più accentuata) invero tra l'horror e l'apocalittico, rispetto ai primi due brani che puntano invece più sul catastrofico (il secondo, pur vagamente orrorifico è decisamente metaforico di certe paure umane). Arrivando alla parte musicale, il brano sembra continuare li dove il precedente si era fermato (formando con esso un ipotetico "dittico"). Il precedente stoppava quasi di netto sulle coordinate veloci su cui sembrava correre a freni rotti, e questo riprende in velocità in maniera totalmente immediata, senza preamboli ne vezzi introduttivi: la stessa introduzione è una mitragliata cieca forgiata su un guitar work serrato e un bombardamento batteristico in odore di caos primigenio. Addirittura a condire il tutto vi è un assolo free form piazzato in mezzo al marasma giusto per scombussolare ancor più l'ascoltatore. Dopo questo devastante preambolo si inserisce la voce, mentre la batteria martella tipo un motopico impazzito. Verso il trentesimo secondo il protagonismo di un interessante guitar work regala qualcosa di vagamente simile a una "melodia" in un contesto che sembra l'allegoria di una guerra fatta a colpi di strumenti. Ancora un interessante lavoro di chitarra oltrepassati i quaranta secondi, adagiato su una batteria sempre e comunque letale, quindi al minuto si riprende in velocità, in un frangente che ancora una volta evoca scenari di pura devastazione, con una batteria tipo mitragliatrice e un lavoro di chitarra segaosse. Oltrepassato il minuto e quindici abbiamo un altro passaggio relativamente più"melodico" (sempre da prendere con le pinze), fregiato da un guitar work assassino ma riconoscibile. Si prosegue su ceselli chitarristici in primo piano, su cui si adagia al solito la voce assassina del singer, sino a un frangente strumentale verso il minuto e cinquanta, devastante nella sua irrefrenabile carica tipo juggernaut. Dai due minuti e venti l'inarrestabile furia espressa sino a questo momento cede il passo a un frangente granitico gestito su tempi medi, schiacciante nella sua possenza, articolato su un lavoro di chitarra monolitico e una batteria maggiormente dosata. Una bella dose di gang vocals ci portano dunque ad un nuovo frangente strumentale, breve, che nel giro di un attimo ci riporta su territori veloci, forsennati. Quindi un nuovo troncone gestito su tempi medi e corredato ancora di eloquenti gang vocals, che ci riporta ad un'ennesima accelerazione, e quindi alla fine del brano.

Conclusioni

Arriviamo così alle consuete considerazioni finali, che ci portano a confermare quanto già percepito in questa non troppo lunga analisi, ossia che quanto contenuto in questo Ep è davvero di gran pregio, con tanta carica e un evidente flavour di thrash old school destinato a fare la gioia di tutti gli appassionati. Solo un Ep, e solo quattro tracce, a dire il vero neanche tanto lunghe (la più lunga, Rider Of Black non arriva neanche ai quattro minuti e quaranta), ma che nella loro essenza "concisa" arrivano dritte al punto senza perdersi in fronzoli, inutili digressioni strumentali, sperimentazioni. Già, perchè qui, lo avrete capito, di sperimentazioni non vi è traccia, così come non vi è nessun particolare tentativo di innovazione. Croce e delizia di tutti i revivalisti thrash, che spesso statici nella loro proposta, sanno comunque - grazie ai loro epigoni migliori - tirare fuori gemme capaci di avere un mood non dissimile da quello dei maestri presi a modello. E questo dischetto, potete crederci, ha un'espressività che ricorda decisamente il thrash storico, quello forgiato dai pilastri del genere. E pur non ripetendone i fasti, pur non eguagliando i maestri in grandezza, gli Shrapnel dimostrano di aver ben assimilato la lezione di chi questo genere lo ha creato. Degli ottimi allievi, insomma, di quelli che in un compito in classe prendono sicuramente bei voti. Ma a parte aver ben recepito l'insegnamento i nostri dimostrano di essere abili a svecchiarlo riplasmandolo per le nuove generazioni, mantenendo inalterato il flavour essenziale ma aggiornando la proposta onde evitare qualsiasi puzza di stantio e di riciclato. Quindi ottimi allievi, e si spera, futuri professori. E la cosa non è tanto distante dalla realtà, dato che chi mostra una tale padronanza del genere, se non si perde strada facendo, può riservare gradualmente interessantissime sorprese. Qui l'ispirazione non manca di certo, anche se qualcuno pensa che tale componente sia di appannaggio di certi artisti mediamente originali. Non è così, dato che anche per chi segue un trademark già ampiamente collaudato, l'ispirazione è necessaria per rendere un prodotto credibile. Guai se mancasse: il suddetto prodotto (ora si parla di dischi, ma può essere un dipinto, una scultura etc) perderebbe di freschezza e avrebbe un retrogusto plastificato che ne evidenzierebbe i limiti. In questo Ep questo non succede: l'ispirazione è palpabile e mette in evidenza una grinta genuina e un'attitudine verace, dei pattern sonori che non sono fatti da semplici mestieranti, un'espressione di potenza calcolata a dimostrazione che i nostri non sono dei volgari picchiatori. Sottolineerei quest'ultima parte, dato che nelle trame imbastite dal gruppo non vi è un uso della forza fine a se stesso: ogni stilettata è piazzata ad arte e tutto segue una visione complessiva assolutamente ben studiata e calcolata. Il tutto assume connotati forzuti ma catchy, possenti ma particolarmente goderecci. E tra l'altro abbiamo anche un apparato lirico particolarmente azzeccato, che verte quasi completamente su un paio di tematiche, ossia la fine del mondo e la resurrezione dei morti. E dunque, mentre i primi due brani (più una parte del terzo) trattano della fine del mondo - o della paura che questo possa avvenire - l'ultimo brano (e qualcosa sempre del terzo) trattano della resurrezione dei morti. Tematiche vecchie, usate e abusate, ma che qui trovano la loro raison d'etre e in più sono trattate con una buona capacità di scrittura. Tutto quindi sembra fatto ad arte per offrire all'ascoltatore un quarto d'ora di divertimento assicurato, e in tutto ciò è difficile trovare veri punti deboli. Quel che manca, ma è quasi una costante in chi fa thrash revivalista, è una personalità propria al 100%, dato che come ho già detto, i nostri sembrano voler offrire giusto un sano intrattenimento rinverdendo i fasti dei vari maestri che hanno fondato il genere. Non manca una certa impronta personale, ma è ancora poca cosa rispetto a chi ha un trademark immediatamente riconoscibile. Senza voler citare alcuni maestri "moderni", basta andare a rispolverare un disco degli Slayer, o uno degli Exodus: questi avevano e hanno un loro modo di concepire il thrash, un marchio di fabbrica assolutamente definito che li distingue da qualisiasi altra band, mentre nella nuova ondata thrash spesso l'impronta personale è ben più sfumata, sacrificata in parte a favore di certi richiami passatisti. Ma di questo i nostri, e forse tutti gli altri "revivalisti", sembrano fregarsene. Giustamente. Quello che conta alla fine è un buon prodotto, adatto da piazzare nello stereo - o nell'autoradio, o nel proprio lettore portatile - per godere di una bella scarica di adrenalina con tanto di headbanging sino al mal di testa. Questo è quello che offrono i nostri, e io, da amante del buon thrash, ne sono rimasto assolutamente soddisfatto. Bravi i nostri Shrapnel, a cui raccomando di continuare su queste direttive. Attitudine e ispirazione non mancano, magari con il tempo potremmo godere anche di dischi con un trademark totalmente e assolutamente personale.

1) Introduzione
2) Warhead
3) Rider Of Black
4) No Saviour
5) Live Vindictice