SCORN

A Comedic Tragedy

2020 - Unsigned/independent

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
09/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione

Gran bel progetto quello targato Scorn, one man band canadese dedita ad un ferale thrash/death e responsabile di un unico full length, ossia A Comedic Tragedy (disco che prenderemo in esame quest'oggi), dato alle stampe dopo una sola demo e una tripletta di singoli. Un "gruppo" (virgolette d'obbligo dato che oggi è il solo Rowlands a tenere le redini di questo progetto) dal nome forse un pizzico fuorviante dato che, a parte una band black metal statunitense, ormai sciolta e responsabile di un paio di demo, abbiamo un gruppo estremamente celebre con lo stesso nome, ossia gli Scorn di Mick Harris e Nick Bullen, fondatori dei celeberrimi Napalm Death, responsabili nel gruppo in questione di una mistura musicale originale e particolarissima ben lontana dal sound dilaniante della band madre. Responsabili di quasi una quindicina di album, gli Scorn di Harris/Bullen sono sicuramente una realtà ultra-consolidata nel panorama musicale internazionale, e la scelta di un nome già sinonimo di un certo tipo di musica, di un marchio di fabbrica predefinito, deve essere stata piuttosto azzardata. Tant'è che quando mi sono imbattuto in questo A Comedic Tragedy pensavo a qualche collegamento con la band di cui sopra. Questo prima di andare a sbirciare la copertina e a leggere varie info sul web. Le distanze tra i due gruppi sono notevoli (il primo si nutre di un sound a tutti gli effetti non lontano da quello dei Godflesh; il secondo è fautore di un death metal violento e dalla massima potenza), e non per questo il secondo gruppo, a tutti gli effetti meno noto del primo, risulta essere meno intrigante. Anzi, devo ammettere che iniziando ad ascoltare le varie tracce sono stato colto da un fremito, rendendomi subito conto di avere a che fare con un OTTIMO gruppo death, di cui non sapevo nulla fino a poco prima: e infatti ammetto di non avere neanche ascoltato la demo. Ma il full in questione mi è bastato. Materiale potente, aggressivo, dotato di una carica impattante davvero strepitosa, mai fine a se stessa. E mi spiego: spesso si ha a che fare con gruppi che spingono il piede sul pedale della violenza cieca alla ricerca di un prodotto che sia estremo e basta, tentando di oltrepassare la soglia di qualsiasi concetto di estremismo musicale sino ad arrivare a sfiorare pericolosamente la soglia del "rumore", mentre un buon prodotto - o almeno quello che il sottoscritto può sbilanciarsi nel definire un buon prodotto - deve o dovrebbe conservare una struttura fruibile e una maggiore o minore dose di "atmosfera". Non nel senso di metal estremo "atmosferico" (per fare un esempio, il black atmosferico, in cui la componente è preponderante) ma di metal estremo in cui si respira un qualcosa di più o meno "evil", di più o meno disturbante, destabilizzante. Insomma che sia capace di comunicare sensazioni tramite le note, le partiture, le strutture sciorinate. Come - per fare un esempio, anche se generalmente non è una cosa che amo - nei migliori album degli Slayer, o dei Deicide, o dei Morbid Angel, in cui le note trasmettevano (e trasmettono) sensazioni e non si punta a picchiare alla cieca. Ecco, qui avviene esattamente questo: vi è una violenza davvero incredibile, ma al contempo si bada al gusto per le strutture dei vari brani e a certe sottili atmosfere che non vengono mai a mancare per tutto l'arco dei dieci brani. Bene, detto ciò, e non volendo in alcun modo dilungarmi, direi di passare alla nostra consueta track by track.

Intro

Si inizia bene con un'introduzione strumentale di tre minuti abbondanti, chiamata semplicemente "Intro": un pezzo che parte in sordina tramite un abbozzo musicale brumoso, evanescente, che può portare alla mente certi pezzi atmospherical black, black ambient o dark ambient. Questo primo frangente suona decisamente spettrale, invernale, quasi ad evocare coltri di nebbia, fuochi fatui, acquitrini stantii. Verso i due minuti la situazione si anima parecchio, dato che si passa da certe atmosfere tenui ad un impatto violentissimo - a suon di blast beat battenti - che ci porta alla mente certo black svedese. Tanta violenza, tanta carica aggressiva, ma nel contempo un vago, malcelato gusto per una sorta di ricercatezza atmosferica. E perché no, anche per la melodia, anche se "insana".

Frenzy

Si continua egregiamente con "Frenzy" (Frenesia), primo "vero" brano del lotto nonchè il più lungo (ben oltre i sei minuti). Brano che prende il via in maniera ferale con un arzigogolo strumentale tanto caotico quanto possente. Immediatamente subentra la voce ferale di Steven Rowlands che interviene per dar spazio a un testo vagamente introspettivo, in cui vi è una sorta di monologo (non sappiamo se interiore o meno) del protagonista con se stesso, riflesso allo specchio. L'uomo si sente un fallito, una persona sconfitta dalla vita, e parla alla sua immagine - quindi si rivolge a se stesso - rimproverandosi di tutti gli errori fatti, i peccati di superbia, di orgoglio. Questi attacca il suo riflesso come se fosse una persona in carne ed ossa da redarguire, ma si rende perfettamente conto che tali ammonizioni sono rivolte unicamente a se stesso. Gli errori fatti non si possono cancellare. Al massimo tali colpe possono essere evidenziate in monologhi frustranti e controproducenti. Un piangere sul latte versato che non porta a nulla, salvo continuare a tormentarsi per ciò che poteva essere e non è stato. Sul piano strumentale il tutto è gestito in maniera cangiante ma in modo di mantenere inalterata l'attenzione dell'ascoltatore: le ritmiche sono sovente aggressive, furenti, gestite su più cambi strutturali che danno modo al brano di non assestarsi su qualunque forma di linearità. Ma non vi è dispersione: tutto scorre in una maniera continua, in totale disinvoltura, dando modo all'ascoltatore di godersi la gragnola di violenza senza "perdere il filo". Per dire, dopo un primo minuto votato ad una violenza quasi cieca, abbiamo un prosieguo (dal minuto abbondante in poi) gestito su ritmiche più possenti e quadrate, quindi una quarantina di secondi dopo, una parte più incalzante, e dopo poco nuovamente una parte frenetica. Tutto questo fatto a regola d'arte, in modo da "colpire" l'ascoltatore e dargli la possibilità di assimilare tali trame. Un piccolo gioiello, il primo (se escludiamo la buona introduzione strumentale) di una lunga serie di brani capaci di catturare qualsiasi amante del migliore death metal senza problemi.

Dense Mind

Il prosieguo è affidato a "Dense Mind" (Mente Densa). Un veloce giro di batteria inaugura in maniera rapida un riffing poderoso nel quale trova spazio quasi subito il grugnito ferale di Rowlands. Questi subentra effettivamente alle vocals nell'arco di poco ponendoci di fronte ad un testo abbastanza particolare, che sembra il resoconto di un uomo che si rivolge con tono quasi astioso nei confronti di una seconda persona. Questa vedrebbe, a parere del protagonista del brano, la realtà pesantemente distorta, decifrando in maniera sbagliata i punti di vista del protagonista. Secondo il punto di vista  dell'altra persona il mondo del protagonista sarebbe grigio, e la sua mente "densa". Ma tutto questo è frutto di un'errata visione di un uomo che non può, stando a fattori puramente logici, interpretare pienamente il suo mondo. Tornando sul piano strumentale il brano si mantiene aggressivo e implacabile in tutto un primo frangente, per arrivare ad un brevissimo stop verso i venti secondi, cambiare di misura ritmo ma non perdere un oncia del suo impatto devastante. Il brano vira verso il quarantesimo secondo verso coordinate ancor più parossistiche, quasi grind, trainato da un blast beat in odore di apocalisse, quindi smorza la sua carica propulsiva superato il minuto, per affidarsi a ritmiche più lente e dense. Al minuto e venti abbiamo un solo guitar magnifico, capace di donare un aura possibilmente ancora più sinistra al brano. Quindi, verso il minuto e quaranta, siamo traghettati di peso verso una parte possente ma dotata di un notevole appeal (ritmiche incalzanti da headbanging). Al minuto e cinquanta si ritorna di nuovo a ritmiche possenti, rallentate. Quindi di nuovo un'accelerazione verso i due minuti e venti, che ci riporta, in breve, ad un altra parte simil-grind. Che magnificamente ci conduce alla fine.

Psychotic Acts

"Psychotic Acts" (Atti Psicotici) parte in quarta con un ottimo riff incalzante e denso. Neanche sopraggiunta la soglia dei venti secondi subentra il vocione ferale di Rowlands che si diletta in una parte lirica tutta incentrata sull'odio verso una determinata persona (non meglio specificata). Questa è descritta in maniera assolutamente irrispettosa, trattata come un elemento "osceno" responsabile di chissà quali malefatte. Non solo: il personaggio in questione è anche visto come una specie di "matto" ("agisci con atti psicotici" recita una parte), ma il protagonista asserisce che qualsiasi gesto da lui compiuto, tra cui tentare di fermarlo (cioè fermare il "protagonista") si rivelerebbe controproducente per quella "figura malevola", tanto che addirittura sarebbe meglio per lui spararsi in testa. Tornando alle musiche, assistiamo per gradi ad un incremento d'intensità: dopo una prima parte energica ma "controllata", si scivola per gradi verso (e siamo intorno al trentesimo secondo) la furia quasi incontrollata di successivi frangenti votati quasi ad un caos calcolato. La chitarra saetta un rifferama impazzito e la batteria sciorina colpi quasi fosse un gatling. Verso il cinquantesimo secondo questa furibonda rappresentazione di un apocalisse musicale viene accompagnata da un solo guitar mefitico, luciferino, che esprime alla massima potenza tutto il suo DNA death. Gradualmente si ritorna su partiture veloci, destabilizzanti, capaci di asfaltare ogni cosa al loro passaggio. Questo sino ai due minuti abbondanti, quando si passa ad un frangente irruento ma meno denso del precedente, impostato su ritmiche incalzanti di chiara fattura thrash. Verso i due minuti e mezzo il brano si assesta su ritmiche veloci, assassine, calcolatissime, trainate da una batteria assassina, e nemmeno venti secondi dopo siamo rigettati in pasto al caos, concretizzato in un passaggio tremendo in cui voce e strumenti tentano di dar forma ad una mefitica forma di inferno musicale. Solo stratosferico passati i tre minuti, espressionista e luciferino, capace di dare maggiore lustro ad un brano sino a qui ottimo. Repentina accelerazione finale verso i tre minuti e trenta.

Demented

"Demented" (Impazzito) prende il via con un cesello strumentale rutilante, capace di sconquassare immediatamente l'orecchio dell'ascoltatore. A neanche trenta secondi subentra a voce di Rowlands che inizia a sciorinare ammonizioni: il testo anche stavolta non è un resoconto di un qualcosa, non si diletta nel raccontarci dei fatti, ma è imperniato sulle invettive/considerazioni della voce narrante-protagonista del brano. Questi esplica chiaramente (in quello che si pensa potrebbe essere anche un monologo interiore) che tutto quello di cui si ha bisogno non è l'amore, che bisogna solo credere in se stessi e combattere. Non serve correre per nascondersi, la forza di un uomo è data dalla sua tempra. Bisogna dunque liberarsi dalle proprie catene, essere forti e lottare. Il tutto si riassume grossomodo in queste poche parole, dato che ogni singolo frangente è improntato a tali logiche di fondo. Con una grossa domanda alla fine: "Qual'è il significato di essere uomini?". Bella domanda. Che il nostro riassume con la messa da parte di qualunque sentimento a favore della "resilienza "umana e della propria capacità di districarsi dalle situazioni difficili con la forza. Musicalmente si prosegue sulla falsariga di quanto ascoltato nei primissimi secondi, con un pattern deflagrante, soggetto in alcuni frangenti a brevissime e repentine accelerazioni. Il brano si assesta su ritmiche feroci, furibonde, tutte impostate su una velocità spasmodica e dilaniante, sino al minuto almeno, quando un brevissimo stop concede al brano di cambiare impostazione e adagiarsi su ritmiche sempre ossessive ma un pizzico più variegate. A circa un minuto e mezzo il pattern sino a qua death oriented si carica di vaghe influenze thrash basate su una maggiore strutturazione e una minore ricerca di atmosfere claustrofobiche. Superati i due minuti, sulla scorta di un tappeto ibrido tra thrash e death, si ricomincia a correre: le ritmiche sono feroci, implacabili, ma meno pregne di certo flavour claustrofobico sentito altrove. Oltrepassati i due minuti e mezzo il brano acquista una velocità spasmodica riprendendo contatto con certo substrato death e caricandosi anche di accenni grind (sempre grazie ad un lavoro alla batteria dilaniante giostrato su gragnole di blast beats). Si continua così in una struttura cangiante, capace di alternare momenti decisamente soffocanti ad altri più scattanti.

Isolation

Con "Isolation" (Isolamento) abbiamo un'altra traccia strumentale, la seconda dopo l'introduzione. L'inizio è soffuso, gestito su una chitarra malinconica ed evocativa. Dopo un tour de force durato ben cinque brani, tutti granitici e asfissianti, il giusto momento per riprendere fiato. Considerando la propensione per la band (one man band) per la violenza inusitata ci si poteva aspettare una prima pare introduttiva delicata e soffusa seguita da una seconda parte ben più energica. Ma il brano - ed è meglio così - si mantiene in toto su coordinate pacate, soffici, dal vago retrogusto umbratile. Come specificato prima la scelta è azzeccata, concedendo agli ascoltatori di "respirare" prima del proseguo di tale carneficina. Ottimo brano, tra l'altro perfettamente piazzato (metterlo più o meno a metà disco era la scelta più saggia).

Phagocytosis

"Phagocytosis" (Fagocitosi) si pone sin da subito su coordinate possenti, grazie all'ausilio di un lavoro chitarristico energico e alienante accompagnato da rintocchi sparuti di batteria. Si evince una propensione, stavolta, per ritmiche "quadrate", scevre dalla velocità lancinante di altri brani. Subentra di li a poco anche il vocione catacombale del mastermind che ci introduce ad un testo dedicato proprio... alla fagocitosi! Titolo del brano dunque non fuorviante ma perfettamente inerente alla tematica in questione. Qui il protagonista/voce narrante si diletta in un compendio sull'ingurgitare altri esseri umani, atto cannibale definito come necessario da creature loro malgrado antropofaghe per la salvaguardia della loro specie. Alcuni frangenti del testo sono di particolare interesse e capaci decisamente di far riflettere: uno in particolare che recita "l'evoluzione è divorazione". E' vero. L'evoluzione smantella le creature biologicamente deboli in favore di quelle destinate alla sopravvivenza. In termini tendenzialmente "macabri" e interpretabili una frase del genere definisce una assodata realtà. Ma torniamo alla componente più strettamente musicale: il brano, esattamente come evinto dalla parte iniziale, si mantiene su binari quadrati, molto solidi, avanzando su tempi medi. Per gradi, arrivando quindi verso il minuto, si ode un rincaro di velocità, che porta il pezzo su ritmi più furenti. Una modesta decelerazione pochi secondi dopo (il pezzo torna sul mid tempo) e quindi un alienante, bellissimo intarsio chitarristico. Intorno al minuto e cinquanta il brano rincara nuovamente la velocità, trascinandosi in breve su ritmi decisamente accesi. Superati i due minuti il pezzo si immerge in un orgia di velocità e frenesia in ododr di caos calcolato, in cui la batteria pesta in maniera irrefrenabile accompagnando veloci stilettate chitarristiche. Tutta la parte finale si abbevera in un baccanale di furia distruttiva, e abbiamo giusto un "modesto rallentamento" (frase da prendere con le pinze, dato che le ritmiche rimangono incendiarie) nella parte finale che sembra chiudere in maniera circolare il brano.

Chemical Lobotomy

"Chemical Lobotomy" (Lobotomia Chimica), ottava traccia, ci pone di fronte a un testo che parla fondamentalmente di "pensieri tossici", pericolosi per la psiche umana. Un testo molto strano, ambiguo nell'interpretazione, che comunque ci da il senso di come certi pensieri instillati nella mente umana abbiano un effetto dannoso e controproducente. Certe parole, certi pensieri, vengono trattati come "elementi chimici", capaci di corrodere la capacità di elaborazione delle menti umane. Come acidi, insomma, o come rifiuti industriali tossici, che finiscono per l'appunto per intossicare il cervello delle persone. In questo brano notiamo che la parte introduttiva risulta particolarmente pacata, pur nel suo appeal alienante. Nessuna orgia di velocità, di chitarroni infuocati o batterie-gatling, solo un pattern evanescente e tetro. Che comunque dura poco, considerando che verso il quarantacinquesimo secondo siamo già intrappolati nella furia distruttiva di un riff davvero possente e fragoroso. Al minuto il brano parte in quarta, regalandoci una nuova orgia di velocità sulla falsariga di vari brani sino ad ora ascoltati. Tanta potenza espressa come al solito in maniera animalesca, con riff dilanianti accompagnati dai colpi bestiali della batteria. Si evince in questa prima parte un certo gusto "thrash oriented", comunque molto più ferale e condito da vocals in shriek a fare da contrappunto a quelle in growl normalmente usate da Rowlands. Un thrash molto "evil" nel suo incedere, malsano e terribilmente in linea con certo death. Insomma, la magnificazione del genere death/thrash, che qui sembra esprimersi in forma compiuta. Verso i due minuti la batteria rincara i colpi, e il brano sembra scivolare in certi momenti in tessiture più death che thrash. Verso i due minuti e quaranta gragnole di blast beat donano al brano un surplus di aggressività facendolo olezzare vagamente di grind. Si passa in breve ad una parte più quadrata che scivola via facilmente dalla carneficina sonora precedentemente udita, e nel mentre si fa strada un guitar work davvero esaltante, lascivo e torbido, capace di donare al brano un surplus di carica mefitica. Si ritorna dunque ad una parte terremotante destinata ad accompagnarci grossomodo sino alla fine del brano.

A Lack Of Communication

"A Lack of Communication" (Una Mancanza Di Comunicazione) lascia intravedere nel testo una critica serrata alla religione, nella fattispecie immaginiamo il cristianesimo, e in particolar modo al libro sacro che funge da guida sacra. Si parla di gente che mette la fede al servizio dell'immaginazione, per una vita imperniata attorno al nulla; gente schiava delle bugie, che crede di essere ad immagine e somiglianza di un Dio creatore, ma in realtà è tutta una menzogna nella quale si vuol credere ciecamente. Il protagonista/voce narrante è disgustato da tutto ciò, e in varie parti del brano non può che esplicitare il suo ribrezzo. Il brano parte scattante, aggressivo, scortato da un guitar work ferale sempre a cavallo tra death e thrash. In breve aumentano i bpm, si inizia a correre, complice un lavoro di batteria destabilizzante e un rifferama serratissimo. La voce, sporca e cavernosa, accompagna questo scempio sonoro con infernale classe. Si prosegue su ritmiche decisamente incandescenti, che non danno tregua all'orecchio del malcapitato ascoltatore, tra parti velocissime e sparuti rallentamenti (in minor misura e davvero moderati). Il brano prosegue martellante sino al minuto e quaranta, quando subentra un ottimo solo guitar a rendere maggiormente variegata questa gustosissima pietanza. Si va avanti in maniera muscolare, ma non vi è alcun pericolo di risultare monotoni o eccessivamente "monolitici" dato che il mastermind (Rowland) sa ben giostrare la violenza tra questi solchi. Altro ottimo brano che consolida l'efficacia di un disco sino a qui senza grandi punti deboli. Davvero notevole.

Failing Fortress

"Failing Fortress" (Fortezza Che Cade), ultima traccia, parte furibonda inaugurata da un urlazzo del vocalist e mastermind, a cui si succede un arazzo ritmico possente, furibondo, destabilizzante e inumano. In breve il nostro subentra ufficialmente alle vocals per declamare un testo improntato su affreschi belligeranti. Un puro spaccato "guerresco" che si focalizza su una scena di guerra in Renania: è lecito pensare che la scena si svolga nella Renania durante il secondo conflitto mondiale, considerato che in una parte del testo vengono menzionati i velivoli tedeschi Focke-Wulf (noti anche come Wurger), che, essendo stati inaugurati ufficialmente nel '39, spostano l'azione diversi anni più avanti rispetto alla cosiddetta "rimilitarizzazione della Renania" (avvenuta nel '36) in seguito all'attacco perpetrato in tale regione dalla Wermacht. Dunque, ogni parte, ogni singolo frangente di questo brano è parte di una cruda descrizione degli orrori della guerra: caos, aerei che svettano in cielo sganciando bombe, città rase al suolo. Nulla viene risparmiato. Tutto è arso dalle fiamme, avvolto da impenetrabili nuvole di fumo a coprire masse informi di cadaveri. La guerra è l'inferno. Tornando al lato musicale, si prosegue sulla scia di ritmiche ferali, belluine, che sembrano voler strangolare l'ascoltatore. Non c'è pace, non c'è tregua, tutto sembra organizzato ad hoc per dare una rappresentazione musicale dell'inferno guerresco trattato nel testo. Poche le decelerazioni (al primo minuto, ad esempio) e tante le parti compatte, serratissime. Quello che si evince è, per l'appunto, uno spaccato della guerra in Renania magistralmente fotografato attraverso un orda di riff, mitragliate di batteria e una concentrazione sonora che potrebbe mettere alla prova i nervi dell'ascoltatore meno avvezzo a siffatti estremismi. Ma non chi scrive, e come me, non tutti i veri amanti del death metal, dato che qui, signore e signori, siamo ancora una volta al cospetto di un piccolo capolavoro, di una perla brillante in un diadema sonoro color rosso sangue.

Conclusioni

Arriviamo dunque alle consuete considerazioni finali. Cosa dire a questo punto che non sia già emerso nel corso della nostra analisi? In realtà non molto. Il disco, per essere un primo parto discografico, si dimostra decisamente ottimo, ben strutturato, ben suonato e capace di fare presa immediatamente nella testa e nel cuore di qualsiasi ascoltatore che si possa definire un amante del death metal. Si, sicuramente qualcuno parla di death/thrash metal (anche Metal Archives, per dire), e pur non mancando influenze riconducibili al thrash, ho trovato che la prima componente (quella death) sia sicuramente più presente. Un disco dunque estremamente buono: una bella prova per una "band" che in realtà risulta essere, in questo 2020, una one man band. Infatti, pur essendo stati parte dell'organico altri due musicisti (Julian Dutton alla batteria e voce e Aiden Watkinson al basso), al giorno d'oggi l'unico a reggere le fila di questo progetto è il solo Steven Rowlands. E per essere una prova gestita unicamente da una sola persona, devo dire davvero niente male. Tutto qui sembra funzionare: come già accennato i vari brani sono strutturati egregiamente, sapientemente composti e capaci di non essere troppo monolitici o dispersivi. Otto brani (escludiamo le due strumentali che, pur interessanti, sono scollegate stilisticamente da tutto il resto) modellati in maniera egregia e suonati davvero divinamente. Eh, si... basti sentire la pregnanza dei vari riff, la bellezza di certi solo guitar e la potenza devastante della batteria. Ogni strumento è suonato a regola d'arte, e l'amalgama generale è plasmata in modo tale da riuscire ad affascinare senza problemi. In tutto questo gioca, ed è una cosa che si nota, un certo "fattore ispirazione", fondamentale per la riuscita di un buon disco. Altrove ho speso parole a riguardo, sottolineando che, se un disco è ben suonato e prodotto ma manca tale "componente", sarà sicuramente deficitario, risultando magari freddo, plasticoso, poco coinvolgente o altro. Il "collante" capace di tenere insieme tutti i vari aspetti tecnici è un elemento che ha ben poco di tecnico, ossia (per ripetermi) l'ispirazione. Che qui non manca, e si sente. Menzione particolare anche per i testi, abbastanza variegati, dato che abbiamo brani imperniati su tematiche bellicose, su parentesi introspettive, su critiche alla religione... Quindi la varietà, anche a livello testuale non manca. A questo punto non mi sento neanche di consigliare l'inclusione nell'organico di altri elementi, dato che qui sembra funzionare tutto benissimo anche in assenza di strumentisti extra. Non fatevi dunque ingannare dal nome, che può rimandare ad altre band che con questa non c'entrano assolutamente nulla. Non fatevi fuorviare da un monicker che un'altra band, ben più famosa, ha usato per un genere musicale distante anni luce da questo. Qui si parla un'altra lingua. Quella infuocata della violenza sopraffina, adatta a palati morbosamente raffinati. A persone fanatiche del death metal, come il sottoscritto. Ragazzi, questo disco è una bomba. Non lasciatevelo scappare!

1) Introduzione
2) Intro
3) Frenzy
4) Dense Mind
5) Psychotic Acts
6) Demented
7) Isolation
8) Phagocytosis
9) Chemical Lobotomy
10) A Lack Of Communication
11) Failing Fortress