SAXON

Wheels of Steel

1980 - Carrere Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
22/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

L'album che ci accingiamo a recensire rappresenta non solo una pietra miliare per i Saxon, ma anche per tutto quel movimento che il giornalista inglese Geoff Barton definì New Wave of British Heavy Metal, da cui l'acronimo più amato dagli appassionati del genere: N.W.O.B.H.M.  appunto. Avevamo, con la recensione precedente, lasciato Biff Byford e soci alle prese con gli esiti non del tutto soddisfacenti delle vendite del loro primo omonimo album. La band questa volta è decisa nel registrare il colpo vincente, anche perché è l'ultima chance a disposizione datagli dall'etichetta francese Carrere Records. Proprio il 29 marzo 1980 il già citato Geoff Barton di Sounds  scrive una recensione entusiasta sulla seconda creatura dei Saxon, chiamata "Wheels of Steel", dandogli il massimo dei voti, che corrispondo a cinque stelle. Ma facciamo un passo indietro: la band decide di scrivere e provare le canzoni per il nuovo album in uno studio sulle montagne del Galles, nell'inverno 1979-1980, dove faceva un freddo pungente e, curiosamente, la popolazione locale viveva in tende ed era totalmente vegana. Il cottage dove alloggiavano i Saxon era circondato dalla neve, e la band, un po' malvagiamente, continuava ad ordinare chili di carne che si faceva cucinare dalla disgustata popolazione locale, alla faccia delle loro usanze. In questo totale isolamento dal mondo, senza riscaldamento, senza donne e senza alcol, non ci sono particolari distrazioni,  quindi per forza di cose i Saxon si concentrano sulla scrittura delle canzoni, provando per 16 ore al giorno  e realizzando capolavori come la title-track, "747 Strangers in  the Night" (della cui ispirazione lirica parleremo più avanti),  la dolce "Suzie Hold on" e la potentissima "Machine gun".La copertina, oltre al logo con la S dalla doppia ascia oramai assodato, è abbastanza minimale e vede il simbolo di un aquila (che diventerà iconografico durante la loro carriera) che artiglia un pneumatico con le zampe. Parlando poi del significato delle singole canzoni, capiremo quanto mai è stato azzeccato sia titolo che cover. Nella back cover la band è fotografata seduta in un momento di pausa; a guardare bene le loro facce sembriamo proprio al cospetto di espressioni da "figli di puttana" poco raccomandabili, come in effetti si facevano chiamare prima del nome geniale Saxon ("S.o.S". acronimo di "Son of the Bitch"). La band, soddisfatta delle canzoni e alla ricerca di un sound sullo stile AC/DC, decide di affidarsi all'amico Pete Hinton e di registrare il tutto ai Ramport Studios a Londra nel febbraio 1980. L'album ottiene un ottimo successo commerciale, con 5° posto in classifica nelle charts UK, diversi passaggi radiofonici e la partecipazione a Top of the Pops, per decenni trasmissione musicale di culto della BBC.  Come raccontato da Biff nella sua biografia, il primo tour come supporto dei Nazareth fu un successo perché trainato proprio dalla crescente fama che stavano avendo i Saxon, e peraltro il pubblico dei teatri era abituato a stare seduto, cosa che spinse molto spesso il cantante a  chiedere al pubblico di alzarsi, malgrado qualche steward non gradisse. Successivamente i Saxon supportarono i Judas Priest che erano usciti con il grande "British Steel" e, sportivamente, le band rivaleggiano sulle sorte dei loro dischi , spesso uno superava l'altro o viceversa nelle charts inglesi, per la felicità genuina delle due band che avevano in comune la parola "steel", "acciao", quanto mai efficace nel rappresentare questa nuova generazione metal. Si arriva così al primo famigerato Monsters of Rock di Donington Park, che vedeva headliner i Rainbow, e alla successiva interruzione del tour per scrivere e registrare il  terzo album, di cui parleremo la prossima volta;  ora però senza badare ad ulteriori indugi concentriamoci sull'analisi track by track di Wheels of Steel.

Motorcycle man, preceduta dal rombo di motore stereofonico, è la prima traccia del disco. Il rombo del motore viene in pratica doppiato da alcuni accordi forsennati di Graham Oliver, che ne ripete il suono chiassoso con la sua chitarra, poi all'improvviso entra tutta la band con un riff, costante e granitico su un tappeto ritmico veloce che non concede pause di riflessione da parte della coppia Steve Dawson (basso) e Pete Gill (batteria). La voce di Biff all'interno dei primi dischi è potentissima, selvaggia e fuori controllo e attacca la prima strofa non appena Gill lo introduce con una rullata di tamburi. La canzone è basata su un dinamismo ritmico di bassi e di chitarre, quindi il passaggio dalle strofe al chrous e immendiato e senza quasi cambi di tempo. Un assolo feroce ed elettrico di Paul Quinn fa da sparticquae, prima del grande finale dove, dopo l'ultimo chorus è Graham Oliver con distorsioni selvagge a ricamare sul chorus finale allungato. Il titolo "uomo motocicletta" o direi più propriamente "motociclista" è un omaggio al mito dei chopper, cavalcare su questi mastodonti sulle highway americane con il vento che trapassa i capelli e il rombo del motore a mille, sullo stile del film di culto "Easy Rider", è sicuramente sempre un buon argomento per un gruppo rock. Infatti anche questo pezzo dei Saxon ne contiene tutti i cliché. Sono un motociclista, ci dice il protagonista, mi prendo i rischi che voglio e posso battere in velocità anche le macchine e non provate a fermarmi, sarebbe del tutto inutile; questo in sostanza il fulcro del testo che similmente al riff, si ripete nel corso della canzone più volte.  Canzoni, copertine e quant'altro potrebbero spingere i più superficiali ad un accostamento con i Motorhead di Lemmy. Soltanto all'inizio questa considerazione è parzialmente valida, ma ben presto, e con tutto il rispetto per la  storica band londinese nata nel 1975, quattro anni prima, i Saxon sapranno ritagliarsi una loro originale storia all'interno del heavy metal, ben lontana dalle tipiche cavalcate di basso di Lemmy. Da notare dal vivo il mitico fischio con due dita di Biff che ci riporta ancora alle atmosfere un pò cafone e un pò tamarre di chi si sente padrone della strada con il proprio bolide, e che richiama all'attenzione qualche bellezza del gentil sesso. Se la prima canzone è un classico inno speed-rock per le due ruote, Stand up and be counted è un esempio di metal con giusto tocco di melodia, con le chitarre di Oliver e Quinn, un pò effettate che introducono melodicamente con un riff semplice, ma intrigante il brano; poi sulla rullata di Pete Gill subentra tutta la band, compreso il cantato preciso e scaltro di Biif. Il basso e la batteria pulsano incessantemente, e continuano a creare quel giusto sound granitico che sono la benedizione del heavy metal. Tornando alla canzone, il ponte del chorus è pregevole perchè Biff è accompagnato dalle due chitarre, fino alla semplice ripetizione del titolo. Un assolo di Quinn ci accompagna brevemente ad un chorus breve, prima dell'utlima vera strofa, il riff iniziale viene ripetuto prima di un brusco "Stand Up"  che chiude improvvisamente la canzone. Sotto il profilo dei testi c'è indubbiamente ancora un po' da limare e migliorare, anche in questo caso le liriche sono un po' ripetitive, ma molto "metal" nel significato, con Biff che invita l'ascoltatore ad alzarsi e combattere per poter contare qualcosa nella vita, non bisogna stare lontano dai riflettori, nelle retrovie, ma farsi vedere, lottare per quello che è giusto. Non devi stare li in fondo a pensarci sù, alzati e fatti sentire. Sembrerebbe adatto a quelle situazioni in cui è necessario votare e uscire allo scoperto per qualcosa di fondamentale, come uno sciopero di lavoro ad esempio. Se ci pensate c'è sempre chi rema contro, per paura. vigliaccheria o per mille altri motivi ma, spesso l'unione fa la forza e votando o lottando tutti insieme per lo stesso obiettivo si può vincere. Il riferimento "sindacale" che ho fatto non è a caso, e trova conferma nella biografia di Biff Byford, "Never Surrender". Questa canzone è stata ispirata dalle lotte contro il governo del primo ministro Margaret Thatcher, all'ostinazione con cui la gente si è opposta non mollando di un centimetro. Stiamo parlando di migliaia di lavoratori che hanno perso il lavoro in quei primi anni '80, per la decisione di chiudere le miniere e, come spesso capita in questi casi, c'è chi ha accettato anche dei rimborsi miseri pur di portarsi a casa dei soldi, e chi ha combattuto stoicamente fino anche alla morte per sciopero della fame. Gli stessi Judas Priest, proprio nello stesso anno con la loro popolarissima "Breaking the law", ponevano l'accento sulla frustrazione di chi si trova senza lavoro e sensa futuro (quanto mai temi attuali anche in Italia ). Stand up and be counted sparirà quasi subito dalle set list dal vivo della band, al contrario di Motorcycle Man. Si passa alla terza traccia è si arriva alla leggenda, si tratta delle celeberrima 747 Strangers in the Night: il brano inizia con un bellissimo arpeggio melodico di Paul Quinn, con tutta la band al seguito, poi un breve momento di stop dove si sente solo il riff diretto dell'altra chitarra di Oliver ed ecco Biff attaccare la prima strofa. Il cantante dei Saxon con voci sovrapposte (o backing vocals) canta in maniera magnifica con grande trasporto le tragiche le vicende che riguardano il volo sciagurato del boeing 747. Le strofe sono come capitoli di un breve racconto, avvincenti e drammatiche che si alternano ancora un volta con un chorus bellissimo e melodico, impossibile da non cantare dal vivo. Oliver ci regala un pregevole assolo prima delle terza strofa + chorus. Il suono di un aereo che atterra è il sottofondo per Biff che ripete ancora tre volte in titolo, prima del vero chorus finale, poi Quinn riprende il solo armonico iniziale che finisce, purtroppo brevemente, in dissolvenza. Il brano, uscito anche in versione singolo, ha avuto un buon successo, trascinando anche tutto l'album verso l'alto. La canzone, liricamente, è concentrata su due avvenimenti consequenziali, la caduta di corrente elettrica a New York e il successivo tentativo di atterraggio dell'aereo boeing 747 Scandinavian 101 (nome di invenzione del volo, e più che mai adatto alle rime) completamente al buio e senza riferimenti sulla pista di atterraggio. Un situazione drammatica quindi, con l'equipaggio del 747 che in pratica diventa invisibile, uno "sconosciuto nella notte" come appunto dice il titolo, che non va da nessuna parte. L'aereo non può certo atterrare solo con l'ausilio della luce della luna. Biff sottolinea come anche l'accostamento con il popolarissimo pezzo di Frank Sinatra sia stato utile, non perché ovviamente i pezzi si assomiglino, ma anche solo per assonanza nel titolo. L'importanza di questa canzone nella storia dei Saxon la si capisce anche dal fatto che il numero 747 è sempre associato all'indicazione del sito ufficiale della band. Sicuramente molti di voi, soprattutto chi ha avuto modo di ascoltare "747" prima in versione live rispetto al pezzo studio, avrà notato come il pezzo è suonato molto più veloce dal vivo, ritmicamente siamo a livelli incredibili, anche quando dietro le pelli si siederà, soltanto un paio di anni dopo, il bravissimo Nigel Glockler. Con la title-track, appunto Wheels of Steel (uscita come primo singolo ottenendo un buon risultato nelle chart inglesi e trascinando poi in maniera virale anche il long playing), troviamo un'altra canzone epocale dei Saxon; il riff leggendario con cui Graham Oliver apriva le danze, anche dal vivo, è rimasto stampato nelle menti di ogni metallaro dell'epoca. Sembra forgiato dalle acciaierie metalliche di Birmingham, anche se in questo caso sarebbe più corretto parlare di Barnsley. Per la precisione Oliver prima suona una singola nota, lasciando che il suo effetto sonoro svanisca in dissolvenza, poi parte con il riff leggendario di cui parlavo, con tutto la band a seguirlo con un urletto di carica di Biff.  Le due chitarre insieme costruiscono un base quanto mai solida per il cantato graffiante del cantante, prima del ritornello con la parola "wheels" allungata; ben tre strofe + chorus si susseguono, prima che parta un ottimo assolo di Oliver, in pure stile Hendrix, di cui il chitarrista è un feticista assoluto, e che dura anche parecchio, prima che la band si unisca ancora per l'ultima cavalcata travolgente. Dopo aver ripetuto più volte il chorus Biff e tutta la band si fermano per quello che sembra il finale della canzone, salvo poi ripetere il titolo alternando due semplici ma efficaci parole "uh , yeah !". Inutile ricordare al lettore come Biff Byford si diverta moltissimo dal vivo ad allungare molto la canzone, già relativamente lunga, oltre sei minuti, facendo cantare, saltare e divertire il pubblico di tutto il mondo. Basta chiedere ai chiunque abbia visto i Saxon dal vivo e in particolare a chi è stato al festival di culto metallaro, il Wacken, che i Saxon hanno presieduto diverse volte. In sostanza con Wheels of Steel, Biff ottiene quel sound alla AC/DC che voleva, e sarà un caratteristica costante della loro carriera, alternare pezzi heavy ad altri decisamente più sul blues rock. Ma di cosa parla la canzone ? Ovviamente ancora una volta motori e velocità ma, questa volta lo spunto è una macchina americana, una Chevrolet del 1968 (quelle con i tubi di scarico ai lati per intenderci), su cui evidentemente si è cimentato Biff. Erano macchine che andavano di moda all'epoca, dal costo non eccessivo e ovviamente figlie del mito USA. In sostanza, un po' come per il "motociclista", anche qui non c'è spazio per nessuno, con la sua macchina il protagonista sfreccia a 230 km all'ora, battendo anche le Trans-Am, non lascia salire nessuno e mette in riga i maiali dell'autostrada. Usa carburante per aerei, brucia le gomme perché la sua macchina ha le ruote d'acciaio; l'intera canzone dunque, come era accaduto per Motorcycle Man, da un senso di libertà pura, di sfrecciare sulle strade del mondo senza pensieri né mali che ci affliggono, siamo solo noi, il motore che romba e l'asfalto sotto le ruote, non ci serve nient'altro per andare avanti. Una chiamata alla libertà che troverà grande riscontro nell'immaginario dell'epoca, facendo sognare migliaia di giovani metalheads. Il lato B del vinile originale inizia con la dinamica Freeway mad. Song piuttosto celere, meno di tre minuti, inizia con quello che sembra una assolo di batteria, molto effettatto di Pete Gill. Poi esplodono le due chitarre costruendo un altro riff dinamico e graffiante in puro stile new wave. Senza tanti orpelli il brano porta Biff ad un facile ritornello. Va detto che la base ritmica e il riff portante sono ripetuti continuamente, tanto che anche l'ottimo solo di Paul Quinn emerge sopra la stessa identica base, fino ad un tipico suono registrato in sottofondo di una sirena della polizia; poi, molto velocemente, si arriva  all'ultima strofa, fino alla frase "sono il fottuto folle dell'autostrada" di Biff. La band si ferma per un ultimo selvaggio assolo di Graham Oliver e qui finisce il brano. Non è, ad eccezione dei solo, uno dei brani più significativi dell'album e della lunghissima carriera dei Saxon, ma rappresenta quel clima metallico che faceva scintille in Inghilterra tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta. Liricamente non ci scostiamo molto dalle tematiche già sviluppate in altri brani: motore, velocità e libertà di sfrecciare liberi e felici. Il "folle dell'autostrada"  che brucia le superstrade e corre più veloce di un motoscafo. Si può sorridere  anche su queste liriche che possono sembrare un po' pacchiane, ma i Saxon, come del resto gli Iron Maiden (ricordiamo la semplice logica di "Running Free", la strofa ripetute per ben tre volte uguale di "Iron Maiden" è la prima canzone dell'omonimo album del 1980 che parla di un maniaco che si abbassa la cerniera dei jeans nascosto nei cespugli, "Prowler"), svilupperanno bene presto un maggiore attenzione e cure nei testi, affrontando anche questioni storiche e di vita vissuta, mentre qui prevale l'istinto godereccio dei primi successi. Ovvio che ragazzi giovani, eccitati dal fare comunque parte di un band che sta vendendo molto bene e comincia a circolare nelle radio, sono stimolati nel gettare su carta testi che parlano di donne, alcol, macchine e velocità, e non potrebbe essere altrimenti, sebbene come vedremo ora Biff non dimentica le sue origini in miniera. Con di See the light Shining siamo al cospetto di un brano già più complesso rispetto ad altri più diretti dell'album: Oliver ipnotizza già l'ascoltatore con brevi note di chitarra, poi Gill arriva con i rullanti portandosi dietro tutta la band. Biff è aspro vocalmente nella strofa, salvo poi esaltarsi nel ripetere melodicamente "show me the way". Il ritmo è pulsante e dinamico, prima di un breve giro di basso di Dawson ancora il falso ritornello cantato da Biiff e quindi l'ottimo cambio di tempo con le due chitarre che disegnano il ritornello vero. Pregevoli stop e go di batteria sono ancora il viatico per permettere a Biff di esaltarsi ancora nel chorus, seguito da un assolo di Quinn. Poi Gill attacca con la doppia cassa e , devo dire con rammarico il pezzo si chiude bruscamente in dissolvenza. Dal vivo si utilizzerà ovviamente un finale più roboante e per altro la canzone verrà utilizzata per abbassare dietro il palco la mitica aquila con le luci. Dal punto di vista lirico ancora la biografia di Biff ci viene in aiuto e, come nel caso della seconda traccia del disco, Stand up and be Counted, anche qui il riferimento è la battaglia dei minatori e degli operai contro i provvedimenti della Lady di Ferro, come veniva chiamata la Thatcher; molte regioni del nord dell'Inghilterra e del sud del Galles sono state messe in ginocchio, lo stesso Biff prese parte ai primi scioperi quando lavorava in miniera. Pensando anche a chi era morto sul lavoro (o al padre che perse un gamba), per l'economia del proprio paese Biff non poteva che essere incazzato nero contro il primo ministro e il suo governo di "yes man" (nella biografia definisce la Lady senza mezzi termini "evil bitch" ). C'è un bellissimo film inglese, che in italiano si intitola "Grazie Sig.ra Thatcher", che ben rappresenta il clima in quegli anni duri, le battaglie sindacali, gli scioperi, le famiglie ridotte in povertà. Grazie dunque alle rivelazioni di Biff, il testo adesso è molto meno criptico e, il protagonista sembra essere un oppositore finito in carcere che sta morendo (episodio storicamente vero peraltro), ma che però non vuole mollare, ora  che finalmente stanno vincendo, e che vede la luce alla fine del tunnel. E' in ogni caso in pezzi come questo che si nota la diversità e la originalità dei Saxon rispetto alle altre band contemporanee, Biff e soci riescono a variare tempi e dinamiche anche all'interno di una stessa canzone, e lo vedremo meglio sui dischi successivi. Street Fighting Gang, già dal titolo sa di canzone stradaiola, di vita vissuta cercando o evitando risse e accoltellamenti, di lotte di quartiere nei bassifondi della città. Diciamo che siamo andati molto vicino, perché il protagonista è un ragazzo che non va troppo bene a scuola perché il luogo dove lui impara quasi tutto è quella della via notturna, tra i vicoli della città dove si impone la dura legge delle lotte fra gang. Non sarà bravo in ortografia o in matematica, ma nelle battaglia di strada si parte tutti alla pari. C'è un folle dentro di lui e devi stare attento perché potrebbe fare qualsiasi cosa quando il demone si impossessa dei suoi pensieri più oscuri, può finire anche che si usino le lame, non gli importa di nessuno. Sicuramente la sua infanzia un po' ai margini della società "per bene" ha influito Biff nello stendere scrivere questo testo. Non dimentichiamo che Biff è nato "dalla parte sbagliata della città, aldilà della ferrovia" e vivere quotidianamente non era facile come ci ricorderà nella magnifica "Never Surrender", pezzo che verrà alla luce poco più di un' anno, sul quarto album "Denim & Leather". Musicalmente la canzone, dalla durata breve di 3.21 minuti, è molto frenetica e intensa, un pregevole riff di Quinn viene immediatamente doppiato da Oliver; il tema potrebbe sembrare ossessivo e assai ripetitivo nella sua struttura, ma crea bene l'atmosfera per la vita on the road di cui si parla nel testo, col protagonista che apprende gli insegnamenti da un solo luogo, la sua strada e la sua banda di sgherri al seguito. La voce aspra un po' nasale di Biff descrive le vicende di battaglia notturna della gang sino ad facile chorus, nel finale tutti gli strumenti si esaltano in una sorta di tributo, chitarra, batteria , basso e persino il mitico fischio con due dita di Biff ! Delle nove canzoni dell'album, forse questa è la più ingenua e istintiva, ma rappresenta comunque molto bene lo spirito dell'epoca di cambiamenti musicali in cui vive la band. Penulltima canzone dell'album è la "romantica" Suzie Hold On, terzo singolo tratto dall'album e anche disponibile come videoclip. Il basso in evidenza di Steve Dawson disegna un pregevole giro subito seguito da un riff piuttosto diretto delle due chitarre. Anche la batteria di Gill si unisce al resto della band creando un atmosfera magica, adatta per il cantato molto emotivo di Biff ( e poi vedremo il perché). In alcuni momenti addirttura Byford mi ricorda il miglior Rob Halford in una delle sue perfomance vocali più intense. Si procede lineari con le due strofe + chorus, poi rullate di batteria ci regalano uno dei momenti più solari e malinconici dell'album, Oliver e Quinn infatti tratteggiano un riff armonico da pelle d'oca prima che si ritorni rapidamente al riff iniziale e all'inevitabile chiusura in dissolvenza della canzone con ancora in lontananza della parole di Biff. Forse un taglio di minutaggio tattico per permettere alla band un singolo per il mercato radiofonico. Ma chi è Suzie , protagonista di questa semi ballad d'autore ? Suzie è un amica di Biff (così scrive nella sua biografia) condannata a morire giovane per un tumore al cervello, capiamo dunque il trasporto all'epoca del suo cantato. Il destino è tragico e il protagonista vorrebbe fermare le lacrime e il dolore e stare insieme più possibile a lei. L'uomo invita Suzie a tenere duro e affrontare la battaglia con tutte le sue forze, deve continuare a credere e combattere per le cose che pensa siano giuste. La sua morte gli spezzerebbe il cuore, anche se purtroppo sa che questo è il suo destino crudele e mentre lei sta morendo non può smettere di piangere e di pensare che lei avrebbe potuto cambiare il mondo. Davvero una canzone triste se letta con la chiave d'apertura giusta, una struggente dedicata ad un amica sfortunata. Da notare un clamoroso errore in fase di stampa del 45 giri/EP da parte della Carrere Records, fu stampata in arancione, sotto il grande logo giallo dei Saxon, la scritta "Suzy hold on", anzichè il corretto "Suzie hold on". Chi possiede il singolo tra i lettori avrà già notato da tempo questo errore. Con Machine Gun arriviamo alla conclusione dell'album, e non poteva esserci migliore conclusione che un assoluta bordata heavy: un breve intro di chitarra di circa 12 secondi di Quinn solitario è soltanto un assaggio per l'ingresso di tutta la band ed in particolare della coppia Dawson/Gill lanciata a 300 km all'ora. Quinn e Oliver costruiscono un riff semplice, ma poderoso, e che si stampa in mente subito, similmente come era già a successo con la title-track, che si ripeterà incessante per tutti i cinque minuti dell'ascolto. Dopo le prime brevi due strofe + chours, la doppia cassa prende il sopravvento con distorsioni di chitarra che creano un clima sulfureo prima dell'assolo di Oliver. Biff richiama i "combattenti" per l'ultimo assalto alla baionetta con un cantato più meditato e si nota qui l'enorme potenziale della sua voce, non ancora espressa del tutto dopo i primi due dischi. Gill picchia sulle pelli e preme sulla doppia cassa nuovamente, mentre Oliver e Quinn si inseguono ancora con distorsioni elettriche micidiali che lasciano di stucco prima di enorme di esplosione che ingloba tutto, anche il brusco finale di canzone. Dal vivo utilizzeranno anche la tipica sirena militare dell'attacco aereo per rendere il tutto più militarmente inquietante; si perché se non li si era capito di parla di "mitragliatrici" o, in generale di strumenti di guerra. Sono i poveri soldati protagonisti della cosiddetta Grande Guerra (di cui per altro quest'anno ricorre il centenario) che ispirano le liriche di Biff. Le terribili "machine gun", "le mitragliatrici" che falciano i poveracci in condizioni disumane nelle trincee appena cercano di uscire per guadagnare misere posizioni. Il rumore del suono dei traccianti nella notte, il sibilo della pallottole che passano vicino, il terribile frastuono dei cingoli di un carro armato, insomma sono le visioni e i suoni che abbinati al riff forsennato della canzone creano la sensazione di trovarsi su un campo di battaglia. Come avremo modo di vedere seguendo album per album il progresso di questa straordinaria band heavy metal inglese, i Saxon parleranno ancora di guerre e lo faranno con grandissimo stile, lasciandoci canzoni memorabili.

Wheels of Steel è un album che entra nella leggenda del heavy metal classic, e numerose delle song di questo seminale album verranno spesso, ancora tutt'oggi, suonate dal vivo. Gli stessi Metallica, con Lars Ulrich (batterista e fondatore della famosissima thrash metal band) che fu folgorato dalla N.W.O.B.H.M tanto da prendere un volo da San Francisco fino in Inghilterra per andare una settimana in tour con i Diamond Head, rendono ogni tanto onore ai Saxon chiamando a suonare con loro Biff Byford un versione al fulmicotone di "Motorcycle Man" (e lo hanno invitato anche alla festa dei 30 anni dei Metallica proprio con questo scopo). Dalla biografia della band capostipite della Bay Thrash Area evinciamo un' aneddoto divertente che rende onore ai Saxon: in un periodo musicale storico in cui in California spopolava il glam metal, Lars era l'unico a girare per le strade di Los Angeles con la maglia dei Saxon ! Tornando dall'altra parte dell'Atlantico alle vicende dei nostri del 1980,  i Saxon torneranno ben presto in studio per registrare una altra perla della loro carriera, Strong arm of the law. Insieme ai Motorhead daranno via ad un tour inglese incendiario. con un altro aneddoto da raccontare, con Lemmy che zittiva i fischi di chi voleva la band headliner dicendo "non fischiate, ascoltate questa band perché presto diventeranno dei grandi", riferendosi ovviamente ai Saxon. Inizia anche una storica rivalità anche con il crescente e folgorante successo degli Iron Maiden ma, a parte qualche rara eccezione, le loro strade si incontreranno veramente solo nel 1983, ma ne riparleremo. Saranno proprio Iron Maiden, Saxon e Def Leppard (anche se non  ho mai condiviso l'accostamento di questi ultimi) le tre band che sopravviveranno alle centinaia di band che scompariranno dalla scene inglese dopo soli uno o due dischi dell'intero movimento della N.W.O.B.H.M.  Forse Wheels of Steel meritava, visto il successo un maggiore insistenza dal vivo, ma i Saxon e il loro management preferiscono batter il ferro finchè è caldo, facendogli incidere subito un altro disco, peraltro a mio avviso superiore anche come qualità. Del resto Biff & co. sembrano essere in un periodo di grande forma, e sfornano pezzi che diventeranno quasi subito dei classici che infuocheranno le serate live della band. Dobbiamo anche immaginare come era la situazione musicale in quegli anni. Dopo la crisi mistica di molte storiche band, in evidente declino (i Led Zeppelin si sciolgono proprio nel '80, i Deep Purple sembrano morti, i Sabbath hanno oramai chiuso con Ozzy e sono reduci da album con troppe contaminazione extra-rock) il punk ha per qualche anno preso il sopravvento, ma è un genere per definizione autolesionista e distruttivo, e dura giusto il tempo di poche stagioni. L'impiegato medio, l'operaio, i disoccupati, ma in generale i giovani di allora, vedono nel metal un evidente valvola di sfogo: non dimentichiamo che certe canzoni dei Saxon per l'epoca sono rock estremo, metal, un territorio ancora da esplorare. Non è un caso se alcuni concerti anche all'estero diventano la scintilla per alcuni tafferugli contro le forze dell'ordine. La prima generazione di metallari è stata storicamente molto selvaggia, fedelissima ai propri beniamini, anticonformista con un amore quasi folle. Del resto è proprio nel nostro amato genere che troviamo ancora oggi delle forme di devozione unica, con gente che si spara chilometri di strada o voli aerei transatlantici perchè non possono accettare di vederli solo una volta nel proprio paese. Il fanatismo per i Saxon è autentico e genuino, e l'Inghilterra è sul punto di cedere oramai all'avanzata del panzer capitanato da Biff, non resta che cominciare ad invadere l'Europa prima e poi il grande sogno USA. Del resto i Saxon,  album dopo album, riescono ad avere anche qualche soldo in più per delle performance rock più spettacolari, tra fuochi, effetti pirotecnici e la grande aquila che scende di 90 gradi dal tetto dello stage tutta illuminata di bianco. Un ultima considerazione, negli anni '90 Wheels of Steel è stato ristampato su un doppio cd contenente anche Strong army of the law, ma con l'aggiunta di numerose bonus track live registrate a quello che è stato (ed è tutt'ora) uno dei templi della musica dal vivo londinese, l' Hammersmih Odeon.

1) Motorcycle Man
2) Stand Up and Be Counted
3) 747 (Strangers In the Night)
4) Wheels Of Steel
5) Freeway Mad
6) See The Light Shining
7) Street Fighting Gang
8) Suzie Hold On
9) Machine Gun

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