SAXON

The Inner Sanctum

2007 - Steamhammer

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
07/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Gli anglosassoni Saxon, memorabili protagonisti della famigerata N.W.O.B.H.M nei primi anni '80 continuano gloriosamente, oserei dire, a pubblicare album molto belli che mantengono la loro fama ancora a livelli validissimi. "Lionheart" ha toccato i vertici sia dal punto di vista musicale e lirico e, anche per un curiosa coincidenza, è stato anche un album molto "patriottico" fin dalla scelta iconografica della copertina, sia per il riferimento esplicito al personaggio storico di Riccardo Cuor di Leone. Con il successivo  The Inner Sanctum del 2007, l'album che ci apprestiamo a recensire, i Saxon cercano in più modi di tornare popolari in U.K., dove stentano da diversi anni, nel tentativo caparbio di riprendersi lo scettro di grande band rock/metal inglese, e fondatori del genere "classico" heavy metal. Più volte abbiamo ricordato i cambiamenti di moda e di genere che hanno negli anni '90 rischiato di uccidere non solo i Saxon, ma anche il metal classico per come lo concepivamo negli anni '80. La situazione nel 2006-2007 non è certo cambiata di moltissimo ma, si registra a livello underground il ritorno ad esempio del thrash metal ed anche del metal classico. I Saxon puntano con un singolo cd dal titolo "If I was you", uscito a marzo 2007 (con sullo sfondo il tamigi e lo skyline di Londra al tramonto) un approccio diretto al mercato inglese, con risultati non eclatanti. Sorprende sulla copertina anche un logo diverso dei Saxon, non la solita S con le asce incrociate ma questa volta la lettera X fatta come due lame incrociate. Un videoclip che mostra la facilità con cui un ragazzino può comprarsi una pistola mostra anche come i Saxon sono sempre attenti anche ai temi sociali, sebbene ci abbiamo in parte esaltati storicamente con canzoni che parlano di imprese cavalleresche ed epiche che passano dal medioevo fino alla guerre dello scorso secolo. Facciamo un passo indietro e ricordiamo che verso la fine del 2006 i Saxon hanno fatto un tour corto dal titolo "A Night with the Boys", in cui si sono divertiti a suonare pezzi storici, dei loro primi album che non si ascoltavano da anni, da "Stallions of the highway" a "Suzie Hold On", passando per "Red line" e la bellissima "Frozen Rainbow". Ne parliamo non a caso poiché all'epoca era stata pubblicata anche un' edizione speciale del nuovo album "Inner Sanctum" con un dvd bonus aggiunto contenente interviste e alcune canzoni storiche suonate nel tour di cui parlavamo. Importante è ricordare come nel 2006 ci sia stato il gradito ritorno alla batteria di Nigel Glockler, grandissimo batterista che pur non avendo suonato suoi primi quattro dischi dei Saxon viene considerato comunque dai fan colui che merita di sedere dietro le pelli e, in sostanza, uno dei cinque elementi principali dei Saxon attuali, che vedono ovviamente al timone l'inossidabile Biff Byford alla voce, il fedele Paul Quinn alla chitarra, la seconda chitarra Dougr Scarratt dal 1994 nella band e Nibbs Carter, oramai anche lui veterano essendo dal 1989 in squadra. Questi cinque si trovano ancora agli studi Gems di Boston nel Lincolshire britannico, sotto la produzione di Charlie Bauerfeind, al secondo album consecutivo dietro il mixer. Appassionato anche di musica prog ed elettronica, sarà proprio Nigel Glockler ad occuparsi anche delle tastiere sull'album. La cover di "Inner Sanctum" è direi tipicamente in stile Saxon, e ancora una volta ad opera di Paul Raymond Gregory dello Studio 54, seppure in collaborazione con Kai Swillus. Il logo ed il titolo sono in caratteri bianchi su uno sfondo scuro e violaceo: in primo piano abbiamo una croce celtica su un piedistallo inclinata verso destra, sembra posta su una roccaforte in collina, dato che sullo sfondo si notano delle vette e un cielo coperto. Il messaggio dunque è chiaro fin da subito; considerando che ad una primissima e fugace occhiata, già quel tipo di croce ci riporta alla mente albioniche storie di cavalieri, druidi e battaglie lontane, è ben cristallino nella nostra mente quale sia il fine ultimo della band. Riprendersi dunque quel terreno che, a detta di loro stessi (e di una buona parte dei fan) consideravano e considerano ancora loro sotto tutti gli effetti. La NWOBHM non avrebbe avuto così tanta cassa di risonanza se band come Maiden, Judas e Saxon non fossero emerse dall'enorme calderone della musica inglese. I Saxon in particolar modo non si sono mai, specialmente per la prima parte di carriera, discostati da quel sound che li aveva resi celebri all'inizio degli anni '80. Un sapiente mix di Rock'n Roll, Hard Rock, sfumature Blues e testi pregni di ritmiche trascinanti, hanno fatto di Byford e soci una vera leggenda. Quindi, quale modo migliore per cercare di riprendersi la propria alma mater, se non omaggiandone un aspetto abbastanza importante (come quello della sacralità religiosa, tanto cara ai britannici), fin dalla copertina dell'album stesso. La back cover vede un guerriero di spalle che corre con due mani che tengono saldamente in piedi una spada verso una scalinata che porta probabilmente alla vetta con la croce. Sul mantello rosso scuro troviamo il simbolo della S tipica dei Saxon. A destra e sinistra del guerriero due colonnati su cui si possono scorgere dei gargoyle a forma di drago. Tutto molto suggestivo e in linea anche con la storia di alcune canzoni del passato e del presente, sebbene non si tratti assolutamente di un album concept. Nel booklet interno troviamo altri disegni, sempre di carattere medioevale con elmi, spade ed anche simboli di dragoni. Un intero corpus che lascia il segno fin dalla sua prima apparizione; ricorda molto le prime copertine di altrettante band (come i Molly Hatchet), ed è un artwork che non si dimentica tanto facilmente. Come era accaduto per Lionheart dunque, torniamo a calcare la terra dei cavalieri e delle leggende più celebri della storia umana, racconti mistici di dragoni, mostri di ogni sorta ed uno spirito combattivo e guerriero che, forse, nessun altro popolo (se non andando in nordiche terre vichinghe) è riuscito ad eguagliare. Non ci resta ora che passare alla consueta ll'analisi track by track di "Inner Sanctum".

State of Grace

"State of Grace" inizia con suoni di tastiere e delicati arpeggi di chitarra, che si fanno sempre più intensi, poi accompagnati da cori tipicamente da atmosfera ecclesiale, seguiti rapidamente dal suono dei i piatti e poi delle percussioni di Nigel Glockler. In sottofondo si iniziano a sentire in veloce progressione la coppia di chitarre di Quinn e Scarratt. L'atmosfera è molto regale e cerimoniale, e Biff si approccia alle strofe quasi con circospezione. Il riff di chitarra che accompagna è sottolineato da suoni abbastanza sporchi, quasi cupi e il semplice ritornello viene sottolineato dalla doppia cassa di Nigel. Dopo la terza strofa e chorus i ritmi si rallentano e prende per qualche secondo il sopravvento un coro semi-gregoriano, su cui si aggancia l'assolo splendidamente melodico di Scarratt nella prima parte, salvo poi accelerare con il suo tipico stile nella seconda parte. Ultima strofa e coro allungato con Biff a ripetere il titolo fino al brusco finale di Nigel. Musicalmente "Inner sanctum" sembra quasi "Lionheart", secondo atto; sia per l'introduzione molto suggestiva, sia per l'andamento epico e regale delle ritmiche. Qui non si celebra il ritorno del re dalla Terra Santa per reclamare il trono usurpato, ma le liriche convergono verso una sorta di inno alla bellezza delle costruzioni secolari che l'uomo ha realizzato in onore, nella gloria di Dio. Uno "Stato di Grazia" rappresentato da torri altissime , fortezze inesplorate e Chiese millenarie. Dunque, già alla prima avvisaglia del brano, avvertiamo quanto siano fondate le intenzioni del gruppo; riprendere in mano quel grande terreno che è la loro casa, lo è stata per tanto tempo, e lo sarà per sempre. Al fine di ottenere tale risultato, i Saxon si lanciano in sperimentazioni lisergiche e quasi sacrali da un certo punto di vista, per affondare sapientemente le mani nelle loro radici. Un brano che lascia libero sfogo alla interpretazione personale, per quanto le basi siano assolutamente fondate come abbiamo sottolineato poche righe fa; suscita emozioni profonde ascoltare l'apertura di questo disco, suscita un corpus di sensazioni contrastanti ed uniche. Da una parte abbiamo la consapevolezza di quanto, ahimè, la religione abbia comunque distrutto altrettante e molto più antiche culture per far valere la propria supremazia. Ma dall'altra abbiamo la piena e litica certezza di quanto le costruzioni forse più complesse ed uniche al mondo, sono dedicate a Dio o ad uno dei suoi tanti nomi. L'antica sapienza , le conoscenze di un tempo sono andate perse nelle nebbie del tempo, non solo nella mente ma anche nel cuore. Splendidi scenari di luce attraverso le vetrate di Chiese gotiche costruite con legno e pietra ancora ci stupiscono nel momento in cui varchimo l'entrata di questi luoghi sacri, torri sacre e prove di fede che hanno superato il test del tempo. Questi luoghi spesso ci fanno meditare sulle grandezze che hanno saputo fare gli essere umani spinti da un obiettivo comune, testimonianze che rimangono come baluardi nel corso dei secoli. Un brano che ti trascina per i piedi e non ti lascia andare fino all'ultimo secondo, portandoti ad alzare le mani al cielo ogni volta che le sue note ti ronzano in testa; un omaggio di Biff al proprio cuore ed alle proprie convinzioni, senza mai sfociare nel bigottismo becero e senza alcun senso, ma facendo sfoggio semplicemente della genialità di uomini "terreni", che hanno messo le loro conoscenze al servizio di fini superiori. 

Need For Speed

"Need For Speed (Bisogno Di Velocità)" ha un approccio molto metal classico, direi in stile Accept, con le due chitarre dell'oramai affiata coppia Quinn/Scarratt che subito in apertura disegnano un arpeggio davvero coinvolgente che per altro ricorda album come "Unleash the Beast" e "Metalhead". Tutta la band segue ad alta velocità i due chitarristi, compreso il cantato piuttosto frenetico di Biff. Un breve ponte poi arriva il semplice chorus con la ripetizione un paio di volte del titolo. Prima Paul Quinn e poi Doug Scarratt ci regalano nel loro tipico stile due ottimi assoli, poi ultima strofa e chorus. Finale con basso e batteria a picchiare duro fino la finale con il titolo ripetuto più volte. Uno schema classico, già abusato in passato per una canzone che sicuramente si adatta subito in un contesto live, forse non eccelsa sul disco. La resa finale infatti risulta essere un po'troppo  scarna, per quanto comunque l'atmosfera che si viene a creare sia come sempre di prima categoria. Ascoltandola si ha la netta sensazione di star provando una emozione col cuore a mille, a bordo della nostra lucente macchina sportiva, lanciati a folle velocità sulle strade del mondo. Per dare forza e risalto a questo frangente sonoro, i Saxon scelgono linee semplici e geniali al tempo stesso, per quanto come abbiamo detto la resa finale del brano non sia al top della qualità, certamente fra le più basse del disco. Tutto sommato però è un pezzo che si fa ascoltare e sentire bene dalla prima all'ultima nota, le poderose duellate delle due asce da battaglia della band si traducono in un ritmo forsennato e velocissimo, perfettamente in linea con quanto, come vedremo, viene descritto nel testo della canzone. Quando si parla di un titolo come "Need for speed", viene subito in mente il gioco per pc e console abbastanza famoso ,da cui per altro sono stati tratti anche dei film. In realtà la canzone dei Saxon parla proprio di una sorta di malattia, di passione irrefrenabili, di bisogno assoluto della velocità. Sono qui per la corsa, per il brivido della velocità, non cercate di fermarmi, il pedale spinge sull'accelerazione fino al limite massimo, perché ho bisogno della velocità. Il bisogno smodato di superare i limiti porta il nostro protagonista a cercare sempre di valicare quel confine umano che è la velocità stessa; non c'è niente che possa fermarlo, niente che si può inframezzare fra lui e la strada sotto i suoi piedi, perché tutto ciò che egli desidera è solo andare più veloce, ancora ed ancora. Un tema che nel Metal ricorre di continuo, band intere hanno fondato molte delle loro canzoni su motori, donne  e ricerca della velocità. È un tema che alla fine non stanca mai, perché di base incarna lo spirito stesso di questa musica; l'Heavy Metal è nato come risposta della popolazione albionica al punk, a quel desiderio irrefrenabile di prendere le stesse ritmiche dei freaks in cresta e chiodo, ed unirle alla graffiante energia del Rock. Il tutto suonato alla massima velocità possibile, e con una cattiveria fuori dal comune, motivo per cui poi "Speed" è divenuto un genere a tutti gli effetti nel corso del tempo. Non è la prima volta che Biff nella sua lunga carriera discografica affronta il tema della velocità e non solitamente riferita a motociclette o automobili ma anche a mezzi volanti. Del resto è nota la sua passione per le macchine prestanti e per andare molto veloce, fin dai tempi di "Motorcycle man" e "Wheels of Steel", anno di grazia 1980. 

Let me feel your power

"Let me Feel Your Power (Fammi Sentire Il Tuo Potere)" (che è anche il titolo di un dvd dei SAXON uscito più tardi, nel 2016) è un pezzo ferocissimo, con cui la band inglese sembra quasi voglia ancora una volta imporre la propria dura legge e i proprio diritti sulla nascita del metal classico come lo conosciamo. Un pezzo durissimo che ben si adatta alle situazioni live accompagnato da un suono sporco e grezzo di chitarre che trasforma il tutto in qualcosa di molto heavy. Si comincia da un riff tipicamente ruvido, sottolineato da colpi precisi della batteria di Nigel, con doppia cassa e riff a seguire sulle strofe di Biff. Il ponte è sempre molto veloce con un leggero arrangiamento melodico, poi Biff sottolinea il chorus con un triplo effetto eco sulla parola "power" di ottimo impatto. Dopo il secondo verso e secondo chorus, un passaggio più lento fa da apripista ad assolo di Scarratt prima e Quinn successivo, prima che la macchina ritmica riprenda il proprio massacro musicale. Come abbiamo detto, un brano che non vuole  e non fa assolutamente prigionieri; non ne vuole lasciare neanche uno in vita sul terreno della musica. Come un panzer litico e semovente, la ritmica del brano ti spacca la testa in due, coadiuvato come sempre dalle energiche ritmiche delle chitarre, e dal sound inconfondibile della batteria, che funge sia da metronomo, che da cassa di risonanza di tutto il comparto musicale. Se la mitica "And the band played on" fu dedicata alla loro prima storica apparizione al Monsters of Rock del 1980 in Donington Park, "Let me feel your power" è stata dedicata al pubblico del Wacken Open Air in Germania, festival metal per antonomasia che i Saxon spesso hanno avuto l'opportunità di presiedere anche come band headliner. Biff vuole sentire urlare sempre più forte, vuole che il pubblico si scateni con tutta la forza. Sono venuti per veder lo show, è stato duro e veloce come volevano, adesso urlando nella notte fate sentire tutta la vostra potenza ! Accendete il vostro entusiasmo, gridate sempre più forte , fate sentire la vostra voce. Le liriche non sono certo tra le più studiate e intellettuali dei Saxon ma tanto basta per entusiasmare una platea dal vivo, per altro ricorda anche molti pezzi anni '80 che esaltavano lo show dal vivo, lo stage, le luci della ribalta è quanto il pubblico e la città erano "rock" (potremmo fare un elenco almeno di 10 canzoni come minimo sull'argomento). Dicevamo una canzone che si adatta perfettamente ad un contesto live, non a caso i Saxon la ripescheranno anche in futuro per le set-list dal vivo. Un omaggio, come è accaduto innumerevoli volte nel corso della carriera, a coloro senza i quali nessuna band al mondo sarebbe qualcosa, i fan. Una enorme celebrazione di ciò che si trova ogni volta sotto al palco, oltre che al festival in sé per sé; i Saxon mettono il piede in terra e dicono "siamo qua per voi e grazie a voi, quindi non possiamo far altro che farvi drizzare i capelli ogni volta". Di questa traccia è stato fatto anche un videoclip con immagini dal vivo.

Red Star Falling

Ma i Saxon ci hanno abituato anche a liriche meno banali, ed infatti la successiva "Red Star Falling (La Caduta Della Stella Rossa)" affronta il tema della caduta del Patto di Varsavia come veniva chiamato, o più generalmente del comunismo o socialismo reale che a dir si voglia. L'approccio musicale è di quelli da mega- ballad, con subito un' atmosfera melodica sottolineata da grandi armoniche delle chitarre, su un sottofondo di keyboards e delicate note di chitarra Biff inzia a cantare. Pochi secondi è le sue parole vengono amplificate dall'ingresso di chitarre più heavy, prima che il cantante si lanci nell'urlo di "the Beast is slain" (ripetuto due volte) che apre il vero coro melodico in cui si sottolinea la caduta della stella rossa. Come si può notare anche nella seconda strofa, Biff è straordinario nell'immedesimarsi con passione nelle parti che canta. Splendide le tastiere che accompagnano i "falling down" prima della solita accoppiata di assoli, prima Doug poi Paul. Nigel accompagna nella seconda parte con doppia casa, prima di un momento corale con alcune strofe che si agganciano all'ultimo step della canzone. L'ultimo chorus vede anche in sottofondo anche dei backing vocals in overdubs con ancora la voce di Biff. Finale che riprende ancora i vari "falling down" del cantante sottolineanti dalle tastiere. Un brano sicuramente epico, alla stregua forse della opener, anche se qui come abbiamo detto si tratta un tema completamente diverso; l'andamento del brano però segue le linee della epicità dall'inizio alla fine, alzando notevolmente l'asticella della mera ballad, portandola a livelli ben più alti e con una cassa di risonanza molto più elevata rispetto al normale. Tra il 19 e il 21 agosto del 1991 simbolicamente è iniziata la disgregazione dell'URSS, per anni riferimento del socialismo reale e potenza economica e militare in contrapposizione con gli Stati Uniti. Dopo un fallito colpo di stato che osteggiava la politica aperto verso l'Occidente di Gorbacev, Boris Eltsin prende il potere e  qualche mese dopo il Soviet Supremo scioglie di fatto l'Unione Sovietica: Bielorussia e Ucraina dichiarano la propria indipendenza seguite poi da tutte le altre Repubbliche. É la fine del Cremlino, e del potere "rosso", che per anni è stato lo spauracchio delle potenze occidentali che, persino durante la Seconda Guerra mondiale portarono a delle scelte scellerate pur delle paura che a prevalere fosse l'Unione Sovietica di Stalin. Biff domanda appunto retoricamente dove eravamo quando la stella rossa è caduta ? Avete sentito suonare le campane a martello ? Milioni di persone sono scene in piazza per festeggiare la libertà dall'oppressore. Non si vive più nella paura e nella vergogna, i carri armati se ne sono andati dalle mura abbattute. Dove eravate quando la bandiera rossa bruciava ? La bestia è stata sgozzata, puoi vedere la stella rossa cadere ?Ricorda un po' la classica Mother Russia dei Maiden, in cui se ne evidenziavano alcuni aspetti, mentre qui l'accento viene posto su altri, al fine di dare risalto e forza all'argomento di cui si sta parlando. 

I've got to rock (to stay alive)

Passiamo con la quinta traccia ad un pezzo decisamente più da rock nostrano, stradaiolo come "I've Got To Rock (To Stay Alive) (Devo Fare Rock Per Sentirmi Vivo)". A pensarci bene il titolo è quanto mai azzeccato: i Saxon non sembrano essere mai sazi di fare album e soprattutto di girare il mondo per concerti, devono in sostanza fare rock per rimane vivi ! Da notare che la band ha fatto un videoclip in cui figurano bene tre ospiti illustri come vocalist insieme a Biff Byford : Andi Deris degli Helloween, il grande Lemmy Kilmister dei Motorhead e Angry Anderson dei Rose Tattoo. Nella versione dell'album troviamo solo Biff come vocalist. Il brano inizia subito con un riff quasi southern rock che prende subito l'ascoltatore, poi sottolineato dalla cassa ritmica di Nigel prima di esplodere in tutto la sua potenza rock. La voce leggermente più aspra di Biff viene prima solo seguita poi accompagnata da chitarra bluesy azzeccate fino al ritornello che si stampa subito alla mente. Il secondo verso segue ovviamente lo stesso filo conduttore del primo, con il solito istrione di Biff a primeggiare. I ritmi si fermano quasi come il pezzo fosse dal vivo con Biff che gentilmente accompagna la band prima che si scateni negli assoli, con un altra bellissima perla della sua carriera dello strepitoso Paul Quinn, perfettamente a suo agio in questo clima rock old school. Si procede con l'esperienza e il mestiere di un band che sa il fatto suo fino al finale classico. Le liriche sono un testamento musicale classico per una band in voga da quasi trent'anni (nel 2007) come i Saxon: ho pagato i miei debiti, sono stato in giro per il mondo. Ho avuto la mia parte di alti e bassi, non possono smettere di fare questa vita, ho il rock nel sangue. Devo fare rock per sentirmi bene. Non posso vivere, non posso respirare senza fare quello che voglio. Non posso continuare non riesco a sopravvivere, devo fare rock per rimare vivo. Un inno alla musica che da tantissimi anni scalda i loro ed i nostri cuori; alla fine, niente da eccepire rispetto agli altri generi, ma forse mai nessun filone musicale riesce a risvegliare gli istinti primordiali di una persona come il Rock. È energia allo stato dell'arte, presa e gettata in faccia al pubblico con grande foga, al fine di marchiarlo a vita con questo sentore di unicità. Una musica che visceralmente ti entra dentro e non se ne va mai, neanche a chiederlo, la gargantuesca sapienza energetica del Rock è come una vampa incendiaria, può affievolirsi, ma sarà sufficiente poco, pochissimo, per riaccenderla. Basta pensare anche all'amico di Biff, Lemmy, non a caso ospite sul video e non si può che essere d'accordo con l'andazzo di Biff. Anche il bassista baffuto alla fine, con i suoi Motorhead, continuava a fare tour perché in fondo non potrebbero fare altro per vivere, ve lo sareste mai immaginato Lemmy sdraiato sul divano a guardare un talent show in TV ?. Lasciate che vi dica quello che vi serve, dice Biff: lasciatevi trasportare dal ritmo e dalla potenza, lasciate libero il vostro spirito , battete i vostri piedi al ritmo e cantate a voce alta ma non lasciateci andare via. Che dire un testo sulla carta semplice, ma in cui vi è quasi un invito ad andare avanti all'infinito, quasi in un concerto senza mai una fine, come se fosse un elisir di lunga vita.

If I was you

"If I Was You" (Se Fossi In Te) è il pezzo di cui parlavamo anche nella introduzione dell'album, uscito come cd singolo e di cui è stato fatto anche un videoclip ufficiale. Ebbene il brano inizia con un approccio molto melodico delle due chitarre, prima che basso e batteria subentrino prepotentemente. Biff accompagnato da riff abbastanza semplici di chitarra inizia a cantare fino ad un ponte in cui cambia sensibilmente il tempo prima del chorus, che di fatto è costruito sul riff melodico iniziale. Secondo verso, bridge e chorus poi il brano rallenta leggermente prima del solo di Doug Scarratt, seguito da qualche secondo di un abbastanza inutile intermezzo strumentale, prima dell'ultimo chorus ripetuto diverse volte, con il titolo ripetuto in dissolvenza. Un andamento classico, 4/4 che vengono ripetuti fino alla fine dalla band, eppure come sempre riusciamo a carpire l'energia residua che non si esaurisce mai e che i Saxon mettono in ogni nota che suonano. Il sentore che si ha sentendo queste note è quello di un brano che cerca non tanto di stupire, quanto di farti alzare le mani al cielo in segno di reverente approvazione di ciò che stai ascoltando. Certo, si ha anche la sensazione che sia un singolo da classifica (ed in effetti come vedremo fra poco è così), ma allo stesso tempo abbiamo anche la certezza che sia un tassello magari non eterno della discografia dei Saxon, ma che non stona con il resto. Il tentativo di aver ancora un singolo da classifica non ha svilito la composizione tipica dei Saxon, seppure ho trovato un po' discutibili due fattori: in primo luogo la scelta di cambiare logo, quando da quasi trent'anni oramai la band è iconograficamente riconoscibile con quello classico (sulla versione singolo), secondo il cercare di adeguarsi in qualche modo ad un mercato mainstream UK di cui, pur capendone le ragioni, oramai comunque i Saxon ne restano fuori. Non è un caso se "If I was you" è uscita rapidamente dalle scalette live della band. Liricamente il testo è credo basato sulle baby-gang , un po' come mostrato nel video. Il ragazzo è cresciuto non ha più bisogno del seno della madre, crede di fare la scelta giusta. Prova di maturità le leggi della strada si inizia con il coltello poi si passa alla pistola. Se io fossi in te, e se tu fossi in me , vivremmo le nostre vite in maniera diversa ? In un certo senso la canzone invita ad una riflessione sulla vita che il ragazzo sta per intraprendere, siamo sicuri che sia veramente quella che vuole ? É un passo senza via per il ritorno. Una canzone che dunque unisce due fattori abbastanza importanti; l'analizzare comportamenti delle nuove generazioni, ed il cercare di dare vita ad un brano semplice ed orecchiabile, che entri in testa fin da subito. Progetto riuscito a metà per i motivi che abbiamo appena elencato, tutto sommato però lo slot non snatura in maniera troppo eclatante l'establishment della band nel suo insieme, se pensiamo a ciò che è stato fatto nella seconda parte di carriera, ricordiamo dischi in cui persistevano canzoni che marchiare con il logo "Saxon" pareva quasi essere un'offesa. Qui abbiamo una sperimentazione che, per quanto non totalmente andata a buon fine, risulta appetibile ed ascoltabile senza problemi. 

Going nowhere fast

"Going Nowhere Fast (Andando Veloce Da Nessuna Parte)" inizia con un riff veloce e semplice seguito dopo pochissimi secondi dal resto della band, seguito poi da un altro arrangiamento di chitarra che prepara la strada alla prima strofa di Biff. Il pezzo sembra quasi un tipica canzone degli AC/DC, ma dal ritmo decisamente più accelerato. Il chorus è molto diretto, con suoni di chitarra che si aprono solari e decisi. Dopo l'assolo di Paul Quinn un breve arpeggio alla Angus Young precede l'ultimo strofa (in cui Quinn in maniera esaltante accompagna con accordi come se fosse un vecchio blues) fino al chorus finale ripetuto diverse volte, anch'esso un po' sullo stile dei famigerati canguri australiani. Ritmiche nuovamente semplici e trascinanti al tempo stesso per questo slot; l'ispirazione della celebre band australiana, rea di aver inventato assieme ad altre formazioni l'Hard Rock così come lo conosciamo ora, fa si che il brano sia appetibile e che la corsa in sé per sé non stanchi affatto. Il testo della canzone è abbastanza curioso e privo di riferimenti specifici; diciamo che sembra che Biff si sia ritrovato in una non meglio precisata località del mondo in mezzo ad un traffico all'allucinante, fermo in un parcheggio osserva un' enorme colonna in autostrada e non sa capacitarsi di cosa possa essere successo e non può stare seduto sul sedile per ore ad aspettare, sono troppe le cose da fare. Andare a sinistra, andare a destra ? Il segnale non prende e il cellulare non funziona, oramai parla solo con sé stesso. Crede di essere oramai fuori di testa .Che fare ? La strada che ha preso porta velocemente verso il nulla ! Qualcuno lo aiuti, sta procedendo velocemente per non andare da nessuna parte. Potrebbe trattarsi anche di un incubo, certo il peggior incubo di ogni automobilista essere bloccati nel traffico e non sapere nemmeno quale sia la strada giusta per tornare a casa. Il brano rientra perfettamente nel tema della velocità e delle grandi supercar veloci, a cui spesso Biff da appassionato dedica qualche canzone, anche se in questo caso sembra come dicevamo più una situazione da incubo stradale. Nel complesso il brano, seppure non trascendentale, rientra musicalmente nel classico sound e stile dei Saxon: veloce, ma melodico, heavy ma anche molto hard rock.

Ashes to Ashes

Nigel detta un tempo semplice all'inizio di "Ashes To Ashes" (Cenere Alla Cenere), seguito però poi dalla doppia cassa e da un manciata di keyboards in sottofondo. Strofe dirette e semplici prima di un chorus molto corale (scusate la ripetizione) con Biff coadiuvato da almeno un paio di altre voci. Nella parte centrale partono dei cori da stadio, accompagnati anche da un chitarra acustica dal solo basso di Nibbs Carter, prima del solo di Paul Quinn, poi ecco l'ultimo verso con chorus finale. Biff lancia anche alcuni urli piuttosto plateali mentre il coro si spegne lentamente con la band a chiudere. Ritmica trascinante e nuovamente emotiva per questo terzultimo slot del disco; le strutture qui per l'ennesima volta abbandonano gli orpelli ed i ricami di ogni tipo per dedicarsi solo e soltanto a pettinarci i capelli in ogni modo possibile ed immaginabile, Una canzone che, per quanto non sia assolutamente esente da difetti, come analizzeremo fra poco, prende e si insinua fra le pieghe di noi mentre la stiamo ascoltando, senza andarsene mai del tutto. Una ripetizione ossessiva quasi delle ritmiche che la aprono, l'introduzione delle tastiere che spolverano di epico0 qualunque cosa tocchino, e come sempre l'enorme energia delle chitarre, che per quanto abbiano avuto momenti anche più alti nel corso della carriera firmata Saxon, ogni volta riescono a stupirci e non poco. Teoricamente "Ashes to Ashes"poteva essere la "Denim & Leather" del 2000 per i Saxon ma, personalmente, preferisco ancora il brano storico del 1981. Non c'è un motivo specifico, ma questa canzone, pur parlando di unità di fratellanza del metal non mi convince del tutto, forse anche per i cori un po' pacchiani. Anche le dosi massicce di tastiere non hanno a mio giudizio aiutato e, in fondo anche il chorus non è uno dei migliori della lunga storia della band. Cenere alla cenere, con le spalle al muro, cadiamo insieme. Cenere alla cenere mai arrendersi, uniti vinciamo. Un messaggio forte e risoluto di fratellanza ed unione, di catene d'acciaio che non si spezzano mai; le distanze fra le persone possono essere anche enormi, ma niente riuscirà mai a piegare il legame che dona la musica. La cenere in questo caso è rappresentata dallo sciogliersi dei vecchi rapporti, appannaggio di quelli che invece, essendo ancora più storici e saldi, non si dissolvono mai del tutto. Siamo guerriglieri della musica e del metallo, abbiamo solo e soltanto fame di musica, di condividere quei momenti con chi la pensa esattamente come noi, niente altro. Abbiamo vissuto fino al limite ma poi siamo sempre tornati, mai mollare, insieme stiamo. Anche il testo non eccelle dunque in originalità , il consueto invito a non arrendersi mai di fronte alla difficoltà (ripreso più volte in passato) e all'unione di intenti che porta spesso a superare e lasciarsi alla spalle i problemi. Ribadisco, uno dei pochissimi punti deboli di "Inner Sanctum" che rimane un album di grandissimo rispetto.  

Empire Rising

Si arriva al colpaccio finale, l'epica song lasciata per ultimo un po' come facevano gli Iron Maiden negli anni '80. Prima di deliziarci con la conclusione dell'opera, i Saxon inseriscono una suggestiva introduzione strumentale, basata principalmente da suoni di keyboards, dal titolo "Empire Rising" (L'impero sta sorgendo). Pochi secondi ma che gettano il tappeto e le fondamenta per la classica super epica per antonomasia. Un sorta di regale presentazione ad Attila l'invincibile, colui che ha quasi annullato le legioni dell'Impero Romano, colui che dopo il suo passaggio si dicesse che non cresceva più la vegetazione. Devo dire che la pomposa e corta intro ricorda molto altre scritte dal batterista Nigel Glockler come "Gothic Dreams" ad esempio su "Unleash the Beast" del 1997. Per quanto la struttura non sia assolutamente piena di rimandi e partiture complesse, questo piccolo interludio getta le solide basi per ciò che ascolteremo dopo. Ci rievoca alla mente ricordi di campagne lontane, pagine di libri storici che si aprono al nostro cospetto, rivelando la storia per come l'abbiamo studiata a scuola. Conquistatori e condottieri, uomini coraggiosi che facevano della pugna e della spada la loro forza, dell'onore il loro pane quotidiano. Attila è stato uno dei flagelli più grandi che le popolazioni antiche ricordino; il suo passaggio segnava la fine di quella civiltà, i suoi Unni erano temibili guerrieri armati fino ai denti, con una sete di sangue che pareva inesauribile. Quaranta secondi per preparare il terreno su cui l'erba non dovrà più crescere, e dare vita al giusto intermezzo e tappeto sonoro per scatenare l'inferno nelle nostre orecchie per i prossimi minuti. 

Attila the Hun

Un riff intrigante si accende sul finale di "Empire Rising" ed inizia la vera e propria song intitolata "Attila the Hun" (Attila l'Unno) con un riff che ha subito qualcosa di orientale e bizantino. Biff canta le prime strofe con circospezione e rispetto per lo storico personaggio, poi un accelerazione brusca porta subito a un immediato chorus, con la ripetizione estasiata del titolo per due volte. Seconda strofa e chorus immediato ancora a seguire, poi le chitarre accompagnano con un cambio di tempo il terzo verso con ancora una netta accelerazione per il bridge e il chorus. Tornano i maestosi momenti strumentali sfoggiati in "Empire rising", seguito dalle percussioni di Glockler e ad una ritmica che vi costringerà a fare un headbanging folle come Nibbs Carter anche nella propria stanza. Tornano le chitarre epiche e orientaleggianti e i versi cantati da Biff, fino all'ennesimo bridge e chorus. A questo punto le due chitarre costruiscono un momento strumentale molto maideniano, la canzone trasuda di pomposa magniloquenza, sembra di immaginarsi Attila che la varca le porte e in cancelli dell'antica capitale romana, fondata da Romolo e Remo. Improvvisamente un nuovo scatenato chorus sembra quasi chiudere la canzone, e in effetti dopo alcune sottolineature della batteria di Nigel, sempre in grande spolvero, la band chiude insieme a lui il brano. Potenzialmente "Attila the Hun" poteva essere un canzone devastante, forse proprio quella che non senti da anni negli Iron Maiden, almeno dai tempi di "Alexander the Great" (per rimanere in tema di grandi condottieri storici, appunto da Alessandro Magno ed Attila, il flagello di Dio) . Invece sulla canzone pesano alcuni difetti di struttura. Il taglia e cuci di alcuni frangenti sembra non fatto bene, non alla Maiden tanto per legarci al paragone, e questo chorus diretto sembra troppo esile e banale, qualcosa non ha funzionato nel complesso malgrado, come dicevo appunto l'idea geniale di partenza dei Saxon. Similmente ai Judas Priest con "Lochness", sembra che le canzoni lunghe ed elaborate riescano solo gli Iron Maiden a farle senza stancare, ma questo rimane un mio personalissimo parere. Si poteva fare certo di più, ma rimane comunque un brano che trascina la mente senza alcun dubbio; l'eccessiva durata stanca dopo un po', ma ad un ascolto non troppo forzato e dedito come possiamo fare, il brano risulta una enorme cavalcata dall'inizio alla fine, sorretta da un testo che definire epico è riduttivo. Mentre la ascoltiamo, gli zoccoli dei cavalli unni ci risuonano nelle orecchie, vediamo l'orda avvicinarsi a noi come un sol uomo, come una forza nerboruta pronta a far breccia nelle mura di qualsiasi città, fosse essa la più grande del mondo o il villaggio più indifeso. Liricamente la canzone ci descrive l'arrivo dell'orda barbara: li senti provenire dell'est, li senti come il fragore di una bestia , e come un ombra malefica che oscura il sole, Un milione di voci che sembrano come un unica voce. Attila l'Unno, condottiero sanguinario e flagello del mondo, lo stigma della nostra pace. Guarda nella fauci della morte, lo senti il respiro del Diavolo ? Non c'è un posto per fuggire, il Flagello di Dio presto verrà. Dalle torri di Babilonia ai deserti del sole, nei templi della potente Roma. Nei territori della terra e pietra L'unica parola che sentirai è il nome di colui che porta panico e paura.

Conclusioni

Abbiamo parlato in apertura del mini tour chiamato "A night with the boys" realizzato nella prima parte del 2006 e che poi verrà inserito insieme a pezzi nuovi di "Lionheart" nel doppio album dal vivo "The Eagle has Landed III", uscito sempre nel 2006. I due tour verranno separati e contenuti in un prestigioso box in formato doppio vinile intitolato "The Vinyl Hordes" nell'autunno 2016. In realtà il tour revival dei pezzi storici doveva essere realizzato nel 2005 ma, un drammatico avvenimento costrinse Biff nel posticipare il tutto. Da qualche tempo Biff e la sua famiglia hanno abbandonato l'Inghilterra, considerata troppo "violenta", per andare a vivere nella tranquilla campagna francese. In quel periodo la casa dove abita è andata completamente distrutta in un incendio. Peraltro l'episodio drammatico, ma anche curioso, è stato bene descritto da Biff nella sua autobiografia. Alle 4 del mattino una "voce" sentita nel sonno lo ha improvvisamente svegliato quando già il fumo si era diffuso nelle camere da letto , giusto il tempo di salvare bambini, moglie e animali domestici. Il vento che c'era in quelle prime ore del mattino ha alimentato il fuoco con effetti devastanti. Seppure con qualche problema linguistico i pompieri sono arrivati in tempo ma molti oggetti di valore affettivo sono andati ovviamente in cenere. Biff userà questa vicenda per scrivere un canzone sull'album successivo a The Inner Sanctum, ed alla fine si è scoperto che il guaio è stato un corto circuito. Divertente è anche il racconto di come molti fan si siano offerti generosamente di regalare addirittura capi di abbigliamento a Biff , per solidarietà su quanto accaduto. Tornando all'album, si tratta di un disco all'altezza di quanto prodotto dai Saxon negli anni precedenti, lo ritengo solo inferiore a "Lionheart" perchè l'altro album era perfetto sotto tutti i punti di vista: produzione, songwriting, artwork ecc, mentre su "Inner Sacntum" ci sono almeno un paio di canzoni leggermente inferiori, tutto qui. Un disco comunque che denota il grandissimo ritorno in pompa magna della band; l'assenza dopo così tanti anni delle pressioni economiche di una etichetta quasi dittatoriale, l'assenza (al momento) di tensioni interne al gruppo, hanno riportato i Saxon a nuova vita. Ne è testimonianza questa enorme accoppiata di dischi, in cui la forza nerboruta ed i muscoli vengono fuori in tutta la loro interezza; si ha come la sensazione che Biff abbia finalmente ritrovato la retta via, e ne è altrettanto grande testimonianza il fatto che, da questo momento in poi, salvo scendere di pochissimi gradini, la band non perderà mai un colpo, né in sede studio, né tantomeno in sede live, dove in realtà lo smalto non lo ha mai perso del tutto. Un album che, per quanto abbia sostanzialmente alcuni piccoli difetti strutturali (imputabili come abbiamo detto solo ad un paio di canzoni), si lascia ampiamente ascoltare dal principio alla fine senza mai stancare; da avere sotto tutti i punti di vista, per completezza di discografia, e per farsi trascinare per l'ennesima volta in un mondo che è affascinante già al primo ascolto. L'acciaio britannico è ancora forte in questi baldi non più giovani, ma sicuramente rockers sotto molti aspetti; l'energia che riescono a scaturire a così tanti anni dalla loro fondazione, sfiora quasi l'incredibile. Soprattutto, plauso enorme va al carismatico leader e mastermind della band; il biondone amante delle donne e della vita, appassionato di letteratura e vero studioso del mondo che lo circonda, ha da sempre messo una impronta profonda nel mondo della musica, guadagnandosi a pieno titolo lo status di leggenda immortale, al pari di altrettanti colleghi. L'esigenza di tornare a vendere anche nel Regno Unito, ha spinto Biff ad accettare una sorta di reality show sul canale inglese Channel 4. Insieme al noto produttore Harvey Goldsmith l'obiettivo era trasformare nel corso delle puntate "If I was you" un brano appetibile per il mercato britannico; ebbene, seppur non troppo contento dell'operazione e delle solite cialtronerie che stanno alla spalle di questi programmi, Biff si dice contento di aver raggiunto in parte lo scopo, con la band che si è esibita dal vivo primo di una partita di calcio inglese in quel di Sheffield (prima di un intero concerto serale). Come diceva già un personaggio illustre, "bene o male, l'importante che se parli", che il nome Saxon insomma ritorni un po' in auge nella nativa Inghilterra.La carriera della storica band anglosassone comunque sembra proseguire nel migliore e, nel 2007 sembra ben lungi dall'essere interrotta.

1) State of Grace
2) Need For Speed
3) Let me feel your power
4) Red Star Falling
5) I've got to rock (to stay alive)
6) If I was you
7) Going nowhere fast
8) Ashes to Ashes
9) Empire Rising
10) Attila the Hun
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