SAXON

Saxon

1979 - Carrere Records

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
17/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Recensione

Il disco che ci accingiamo a recensire è il primo capitolo discografico di una della più grandi heavy metal band di tutti i tempi, protagonisti di quel periodo storico della musica rock denominato con un acronimo oramai diventato leggenda dagli appassionati: N.W.O.B.H.M. (New Wave of British Heavy Metal). Siamo nel 1979, e questo disco con in copertina un guerriero con la spada insanguinata in mano non sarà l'album fondamentale per la band in questione, tanto è vero che per molti il primo "vero" album è Wheels of Steel dell'anno successivo, ben più famoso e celebrato.  Ma, Saxon, della band omonima, è stato comunque l'inizio di questa avventura leggendaria che ci porta al 2015, con la band ancora in straordinaria forma dopo 36 anni di carriera che sta vivendo una sorta di "terza giovinezza", se così possiamo definirla. La band è capitanata da quel vecchio lupo di mare che porta il nome di Peter Rodney Byford, per tutti semplicemente "Biff" Byford, nato nella ridente località di Honley, il 15 gennaio 1951, nello stato della Gran Bretagna. Ben 64 candele già spente dunque da Biff mentre scriviamo questa recensione, ed è sempre stato il leader indiscusso della band, colui che ha preso sempre le decisioni più importanti anche nei momenti bui della loro carriera. Sul palco Biff sfrutta la sua altezza e mostra una presenza scenica imponente, con la sua immancabile lunga criniera che ben presto è diventata grigia, ma soprattutto grazie alla sua tipica voce, forte e graffiante, dalle tonalità nè troppo alte nè troppo basse, e dalla timbrica leggermente nasale. Tutt'ora la voce di Biff è ancora ad ottimi livelli e sembra non cedere minimamente. Davvero la sua icona di condottiero straordinario è ancora quanto mai scintillante, ed è colui che mette sempre la sua faccia anche nelle interviste di rito. Sfido chiunque, sia tra vecchi reprobi, sia tra i giovani metal kids, a non entusiasmarsi nei loro concerti, carichi di adrenalina e di una grandissima professionalità che solo certe band storiche sembrano ancora in grado di fornire sul palco. Torniamo però agli anni 50/60, nel West Yorkshire, dove il piccolo Biff era circondato da una marea di sorelle (la madre morì presto) e da un padre rimasto invalido per via del lavoro in miniera; cresce nella piccola cittadina rurale di Honley, dove impara a suonare il basso durante i turni di notte, sul carrello elevatore che usa sul lavoro per scendere in miniera (nella stessa ditta del padre). Biff ricorda di essere stato un bambino molto timido a scuola, e tutt'ora si definisce a disagio in presenza di troppe persone, fatto curioso se si pensa ad un frontman che da molti anni cavalca i palchi di tutto il mondo. Biff abbandona ben presto i lavori in miniera e trova nella musica la sua valvola di sfogo e la sua aspirazione maggiore. Spostatosi a suonare nei club di Barnsley, di fatto la città grande più vicina, passò a fare da cantante-bassista nei S.O.B.  ("Son of the Bitch"): il percorso qui però è piuttosto breve, prima di decidere, non senza qualche incertezza, di dedicarsi solamente al ruolo di frontman. Biff aveva già una sua band, i Coast, in compagnia del giovane Paul Quinn alla chitarra, prima di fondersi con i S.O.B, dove ritroviamo il bassista Steve Dawson e l'altra storica chitarra solista Graham Oliver, ben presto raggiunti dal batterista Pete Gill. Abbiamo giustamente sottolineato la grandezza e l'importanza di Biff nei Saxon ma, brevemente, è giusto anche sottolineare la presenza fondamentale di due chitarristi di grande talento, con due stili decisamente diversi, ma che hanno fatto le fortune della band. Graham Oliver è un feticista di Jimmy Hendrix, suo padre putativo in tutti i sensi, dunque uno stile molto aggressivo sul palco, con posizioni anche plastiche e acrobatiche, vive molto d'istinto e suoi solo sono molto plateali e rumorosi. Paul Quinn ha una tecnica forse più old-school, sul blues anni '70, ma con una progressione spesso travolgente negli assoli. Viene descritto spesso da Biff come uomo di poche parole e quasi "assente" in certi momenti, ma quando indossa la sua chitarra diventa un altra persona, l'ho visto trasfigurarsi anche nel volto dal vivo diverse volte, anche adesso che ha perso i capelli e copre la "pelata" con cappellini o bandane. Non va certo messa in secondo piano la parte ritmica: Pete Gill è un metronomo impressionante e, in questi primi anni di carriera il basso nei Saxon, similmente agli Iron Maiden, non è uno strumento solo di secondo piano; il baffuto Steve Dawson sul palco si muove moltissimo, e collabora molto anche nella stesura delle canzoni. Questa è dunque la storica line-up che incide nei Livingstone Studios di Londra, il 21 maggio del 1979 per l'etichetta francese Carrere, il primo full-lenght. Inizialmente i Saxon rimasero delusi, poiché sembrava che Pete Hinton potesse portali a firmare per la ben più famosa EMI. Con il senno di poi, Biff ritenne che la scelta di allora fosse giusta, Graham Oliver invece la ritenne sbagliata. In sostanza il chitarrista prese come esempio il successo degli Iron Maiden,  ma i fatti diedero ragione al vecchio leone Biff, che intuì quanto la concorrenza con una altra band nella stessa etichetta li avrebbe schiacciati (infatti il passaggio dalla Carrere alla EMI nel 1985 fu l'inizio del declino commerciale della band). Il management della band, non a torto, ritenne poco adatto presentarsi al grande pubblico con l'acronimo di Son of the Bitch (letteralmente "figlio di puttana"), e quindi viene coniato il nome Saxon. Questo è il nome che la band presenterà durante la firma del contratto negli uffici della Carrere Records a Parigi. La S con le due asce rimarrà sempre presente negli anni successivi come logo della band. Abbiamo già citato l'artwork della cover, a cura della Grafix: un guerriero con tanto di spada insanguinata e scudo procede fiero verso la battaglia. Come avremo modo di analizzare più avanti nella recensione, la copertina "barbarica" non deve troppo illudere sulla rudezza e violenza delle composizioni, in questo momento i SAXON non sono niente altro che un mix di influenze musicali di vario genere. La back cover vede la classica foto dal vivo della band con già il drappo dello storico logo "SAXON" precedente sullo sfondo. Non abbiamo ancora parlato della produzione, affidata ad un amico musicista della band, un certo John Verity che si era prodigato anche di passare alla Trident, un agenzia musicale popolare di allora (la stessa dei Queen) il demo dei S.o.B., poi giunto fino all'orecchio della EMI. In fase di produzione, Verity effettua un buon lavoro, seppure con il senno di poi Biff sottolinea che ci mise troppo del suo (essendo un cantante), con coretti e backing vocals non richiesti.

L'album inizia con Rainbow theme, un pezzo strumentale che in pratica precede il vero pezzo forte, Frozen Rainbow; due tracce a mio avviso imprescindibili e da eseguire in sequenza. La parte strumentale è un ottimo viatico heavy, una "intro" strumentale diremmo ora ,che fa prologo alla seconda traccia, decisamente più melodica. E' il basso di Steve Dawson a dettar legge, con le due chitarre all'unisono che marciano dinamicamente briose, prima di ottime percussioni da parte di Pete Gill. Il brano ha tutti i crismi del metal classico, e comunque crea un' atmosfera epica, che ben si addice a quello di cui si parlerà dopo. Sottolineo anche la parte di batteria, piuttosto elaborata e anche molto tecnica, altro elemento immancabile per un appassionato del metal. E'' il momento di Frozen Rainbow; comincia con accordi di chitarra lenti e melodici che accompagnano uno splendido Biff Byford, dalla voce molto drammatica e in tema epico. Le chitarre disegnano la basi per il refrain, che però non viene cantato la prima volta. Un breve coretto precede la seconda strofa (ancora i giochetti vocali di Jhon Varety, non particolarmente apprezzati con il senno di poi dallo stesso Biff) e poi ecco il vero ritornello. Brevissimo momento di pausa e la band poi riparte con un meraviglioso assolo di Graham Oliver, sicuramente il più bello dell'intero album, seguito poi all'unisono da Paul Quinn per un armonica di chitarre splendida prima del finale, in cui ritorna anche la ritmica possente che aveva caratterizzato l'into "Rainbow theme". Paul Gill alle percussioni riprende ancora l'ottimo spunto iniziale, seguito ovviamente dal basso di Dawson e dalle chitarre. Liricamente il testo è abbastanza semplice da tradurre ma nello stesso tempo rimane enigmatico; tralasciando le leggende nordiche del Bifrost che credono non c'entrano ,Biff ci parla di un misterioso segreto, custodito lontano nella valle e seppellito sotto una folta coltre di neve. In quel luogo si potrà trovare il segreto dell'Arcobaleno Ghiacciato. Il primo di tutte le età giace seppellito sotto la neve. Sei sia un mammunth o un astronave aliena non lo sappiamo, ma la canzone ha comunque un bellissimo piglio epico. Due consigli do ai lettori : non perdetevi la versione solo acustica della raccolta recente "Unplugged and Strung Up", né tanto meno la versione leggermente ri-arrangiata dal vivo del 1989 a Nottingham in una loro storica vhs: "Greatest hits live". Da sottolineare anche, facendo un ulteriore focus sulle liriche che, durante la sessione melodica di cui abbiamo parlato all'inizio, si riesce ad intuire in parte l'argomento quando Biff ci esordisce con con la frase "Laggiù lontano nella vallata, ben nascosto dalla neve profonda, è là che troverai il segreto dell'arcobaleno ghiacciato". Si parla di fatto di un fantomatico uomo che custodisce in un eremo innevato i segreti dell'Arcobaleno Ghiacciato. Tutto sommato, pur con liriche semplici, la band riesce a creare quel clima suggestivo che rende interessante l'ascolto, ed infatti le prime due tracce verranno talvolta ripescate nelle set-list dal vivo.  La terza traccia, Big Teaser, è uscita anche come singolo (1979, come b-side Stallions of the Highway), senza riscontrare un grande successo. Pezzo più corto, e concepito per avere un maggior riscontro radiofonico, fallisce in parte nel tentativo, pur non essendo poi una canzone così malvagia. Un riff di chitarra abbastanza classico scandito ritmicamente da Gill apre la canzone, prima che la voce nasale di Biff prenda il soppravvento, il ritornello è ripetuto diverse volte, con in sottofondo un coro un po' in stile Queen. Un bel cambio di ritmo precede il fischio con due dita di Biff, che il cantante rispolvererà anche per altre più famose canzoni negli anni successivi. Il brano si spegne in dissolvenza dopo aver ripetuto il titolo senza lasciare ricordi memorabili. Un brano un po' acerbo, in cui manca quella classe sopraffina che, come avremo modo di scrivere , i Saxon ci hanno fornito negli album successivi. Sembra obiettivamente una canzone un pò sfilacciata, che avrebbe avuto bisogno di arrangiamenti meglio studiati. Liricamente parlando il testo descrive il tentativo , presumo di Biff, di conquistare un ragazza attraente che, nel tempo, si rivela "ostica" , appunto un "grande rompicapo" come ci ricorda il titolo.  Nel finale della canzone il protagonista auspica comunque di riuscire a far breccia ed ad averla per sé, anche perché sta diventando pazzo di lei. Percussioni piuttosto brillanti aprono la terza traccia, Judgement Day, accompagnata dalle chitarre con suoni melodici e gioiosi. Biff aggredisce il microfono con caparbietà fino al primo ritornello, poi il brano cambia registro completamente; un poderoso rallentamento con accordi di chitarra appena abbozzati che accompagnano il cantato di Biff.  Non è il primo né l'ultimo cambio di ritmo del pezzo, che si mostra da un lato interessante per la varietà di atmosfere, ma nello stesso tempo rischia di perdere la sua identità iniziale. Per la prima volta però vediamo all'opera la mitica coppia Oliver / Quinn, i quali si alternano in ottimi spunti solisti, quasi una sorta di jammin' tra i due, che traghettano il pezzo per un finale per la verità un po' improvvisato, con Biff che aggiunge le due parole che compongono il titolo. Anche qui è evidente che manca nell'amalgama quella scintilla, quella intuizione che può trasformare una canzone in un pezzo leggendario.  Analizzando il testo si evince una polemica nei confronti della religione o su chi, per conto di essa, tende a dare dei consigli sul modo di vivere. Il protagonista vuole essere libero di fare quello che vuole, senza condizionamenti: ha già pagato il suo debito con la società e ora sente finalmente nell'aria che è giunta l'ora dei grandi cambiamenti. Il "giorno del giudizio" sta arrivando ! Come spiegato anche nella biografia di Biff Byford "Never Surrender"  (tradotta anche in italiano), sul primo album sono confluite canzoni scritte da lui e Paul Quinn già dai tempi dei Coast, e altre scritte come S.o.B.. Soltanto dall'album successivo i pezzi sono stati scritti con la collaborazione di tutta la band, e dunque con un netto miglioramento sia di idee che di scrittura. Proprio nella già citata biografia, l'ispirazione nello scrivere "Judgement Day" Biff l'ebbe sentendo anche i discorsi fatti dai Testimoni di Geova .Stallions of the Highway è il titolo della quarta traccia, la prima del lato B del vinile originale.  Sicuramente una delle migliori e più convincenti dell'album, Stallions trasuda di quell'atmosfera New British di cui i Saxon saranno protagonisti almeno per i quattro anni successivi. Un riff elettrizzante apre le danze , con un ritmica non velocissima, ma che entra subito in sintonia con il classico viaggio accompagnati dalla musica al massimo volume, fregandosene di tutto e di tutti. Ottimi i fraseggi di Oliver e Quinn, che seguito dal basso martellante di Dawson mettono i tasselli su cui Biff si esalta a bieco cerimoniere. Prima dell'ultimo ritornello c'è un bel fraseggio melodico dei due chitarristi, che sembrano quasi "idelamente" inseguirsi e superarsi come se fossero due bolidi sulla strada. Il brano dura leggermente meno di tre minuti, può essere accostato a pezzi storici dell'hard rock come "Born to be wild" degli Steppenwolf o "It's a long way to the top" degli AC/DC, proprio per sua matrice "on the road". Infatti, sia nel testo che nelle musiche, è la classica traccia da ascoltare in macchina sulle highway americane, oppure ti immagini una sorta di coast to coast su un chopper attraverso gli USA (da questo punto di vista ancora meglio Midnight Rider su "Power & the Glory" del 1983). Il protagonista della song è eccitato perché è venerdì sera, e finalmente può cavalcare la sua moto; vento nei capelli e rombo di tuono se ne frega di come va il mondo: "via dalla mia strada, non me ne importa di nulla, sono lo stallone dell'autostrada". Naturalmente bisogna concedere a Biff & soci anche una certa ingenuità nelle liriche, sono le prime canzoni ad essere ufficialmente pubblicate su un disco, e certamente sono pezzi che girano già da qualche anno, soffrendo sicuramente di una certa inesperienza. Un ultima curiosità, su alcune recensioni inglesi dell'epoca documentate, i Saxon stessi vengono soprannominati come gli "Stalloni dell'Autostrada". Solo leggermente più lunga della precedente, Back to the Wall è un altro pezzo molto diretto, anche questo più un linea su quello che i Saxon produrranno negli album successivi. Dopo uno schema classico strofa + chorus, ripetuto per due volte, divisi da un ottimo spunto solista di chitarra, c'è un cambio di tempo significativo sulla parole di Biff "non possono portarmi mia la mia vita",  ripetute molto volte sottolineata da un bella ritmica. Bruscamente il pezzo torna sulle coordinate veloci, e si chiude con il titolo ripetuto più volte. Paiono evidenti, anche se non espresse chiaramente nelle liriche, le vicissitudini della vita privata del giovane Biff Byford, spostatosi molto giovane e con due figli piccoli subito in arrivo. La sua vita on the road lo ha portato spesso a trascurare la famiglia e a trovarsi inevitabilmente con le "spalle al muro", e nella biografia ricorda anche di essere stato messo in guardia dal suocero con un coltello alla gola. L'orgoglio e la voglia di vivere incontrollabile, unita ad una perentoria brama di andare avanti, sono le drammatiche testimonianze e auto-difese di Biff. Del resto lo stesso cantante non ha difficoltà ad ammettere di aver anteposto la sua band a tutto il resto in quei frenetici primi anni di carriera. Back to the Wall è stata anche rifatta anni dopo, nella raccolta "Heavy Metal Thunder", con ben 3 elementi su cinque nuovi: Nibbs Carter, Doug Scarrat e Fritz Randow. Ultima annotazione, Back to the Wall fu anche il secondo singolo, ovviamente sempre edito dalla Carrere Records e aveva come b-side Militia Guard. Come avremo modo di vedere insieme durante le recensioni degli album degli inglesi, piacciono molto queste canzoni scritte su temi vissuti in prima persona a Biff, che non ha mai dimenticato comunque le sue origini umili e le difficoltà di crescere nella periferia e di lavorare in fabbrica. L'esempio del padre rimasto invalido perchè si incastrò una gamba nelle ruote dei macchinari della miniera in cui lavorava, sono per il giovane Biff già un elemento di rifiuto verso lavori pesanti, non giustamente tutelati e che opprimono il futuro e i sogni dei giovani. La penultima traccia del primo Saxon è Still fit the Boogie, brano anch'esso piuttosto dinamico e brillante, sicuramente adatto per scaldare le atmosfere live della band. Detto questo, i Saxon hanno scritto brani decisamente più memorabili. Il riff portante è ancora un volta piuttosto semplice, prima accennato da Quinn e poi seguito a ruota da Oliver, seguito dall'ingresso di tutta la band e quindi anche con l'entrata di scena senza troppi orpelli della voce di Biff, che ci accompagna fino ad un ritornello molto minimale. Finale tipicamente blues con gli strumenti rallentati fino alle rullate di Gill conclusive. In ogni caso, la canzone fu proposta al famoso primo grande Monsters of Rock di Donington nel 1980, nella breve set-list che proposero i Saxon nel tardo pomeriggio di quel giorno memorabile. Peraltro, un fantomatico bootleg di questa storica esibizione che Graham Oliver cercò di vendere sul mercato all'insaputa della band, sembra sia stato il pomo della discordia tra Biff e il chitarrista, che portò poi nel 1994 all'allontanamento dello stesso Oliver e ad una faida anche sull'utilizzo del monicker Saxon. Il tutto finì in tribunale, ma ne parleremo in altre occasioni. La semplicità della canzone si conferma anche nella sterilità delle liriche, che ci dicono in pratica di gettarci ad ascoltare il boogie e il rock 'n' roll quando la gente cerca di "buttarti giù" di morale. Un tema che ritroveremo spesso nella canzoni dei primi album dei Saxon, dove Biff in maniera autobiografica racconta la sua vita difficile in quegli anni, il lavoro, il padre invalido, una vita matrimoniale praticamente assente e i contrasti a livello di gang rivali, con il nostro eroe costretto sempre a difendere le proprie scelte di vita e, perché no , anche le proprie scelte musicali. Altro che cinque capelloni che venerano un caprone satanico ,come molti ignoranti già allora vedevano nel metal. Anche nella superba Never Surrender, che i Saxon pubblicheranno anche come singolo nel 1981, Biff sintetizza la sua situazione di allora con il semplice fatto di "essere nato in un quartiere popolare nella parte marcia della città" e "nel lato oscuro, aldilà della ferrovia". Tornando a "Still fit the boogie", possiamo cogliere una caratteristica che sarà importante anche negli album successivi:  oltre a pezzi heavy e veloci, i Saxon spesso spaziano anche più sul hard rock con venature blues, e giustamente questo pezzo può essere accostato a certe canzoni degli AC/DC. L'ultimo pezzo, Militia Guard, inizia con una sorta di marcia militare, in cui sono evidenti ovviamente i tamburi accompagnati dal suono delle due chitarre all'unisono. Poi un bel accenno di chitarra acustica dà lo start al pezzo rock vero e proprio. Malgrado il cantato pacato, quasi malinconico di Biff, in realtà la canzone parla dell'intervento della Guardie Reali a sgominare una protesta che, sembra, finisca nel sangue.  Si racconta che il Re abbia mandato fuori la propria milizia armata per sedare la rivolta, e come allegoria viene accostata al pianto delle madri, che sicuramente soffriranno per il risultato del bagno di sangue: è un testo senza un preciso spazio-tempo, ma credo una critica in generale alla privazione delle libertà e all'intervento , appunto delle guardie del Re che, ci dice Biff "un giorno se ne pentiranno". Sempre citando la sua biografia, Biff disse di essersi ispirato un pò a quello che aveva letto sulla rivoluzione francese o russa, ma anche semplicemente riteneva buono il termine "militia" da mettere in un titolo ! (e devono probabilmente pensato la stessa cosa i Metallica nel 1983 quando scrissero la canzone "Metal Militia"). Peraltro il brano, dopo ancora un altro interludio quasi da marcia con tamburi, si conclude in dissolvenza con una chitarra in assolo. Con queste note di "Militia Guard" si conclude così quindi l'album d'esordio dei Saxon, paradossalmente anche più vario di quello che si può aspettare, frutto di canzoni scritte come già detto da esperienze vissute da ogni singolo membro in band precedenti. Prima delle conclusini finali, mi sento di sottolineare come le due tracce d'apertura (Rainbow theme e Frozen Rainbow), seguite da Stallions of the highway e Back to the wall, rimangono di gran lunga i pezzi migliori dell'album.

Aldilà del discreto, ma non eccelso successo commerciale (l'album non entrò in classifica UK, ma vendette comunque 12.000 copie), sgombriamo subito ogni dubbio, il primo Saxon è nettamente inferiore al secondo album, Wheels of Steel, da tutti considerato uno dei migliori album sia della band, ma anche del metal inglese in generale. Lo splendore del secondo capitolo e anche una certa difficoltà negli anni successivi nel reperire sul catalogo il primo full-lenght, ha oscurato per molti la conoscenza di fatto del primo capitolo discografico. In tutte le biografie musicali, anche su quelle della band, il primo capitolo viene spesso saltato di pari passo, quasi non fosse collegato con il resto della carriera del gruppo .Con il senno di poi, può essere considerato quasi una fatto patologico della musica, le band crescono, e spesso, album dopo album, acquistano esperienza e migliorano anche i dettagli della produzione, se aumenta ovviamente anche il budget a disposizione. Non sempre è del tutto vero però, vi sono band che hanno regalato un primo capitolo epocale e seminale, salvo poi perdersi negli album successivi, basterebbe citare molte band contemporanee proprio dei Saxon per averne riprova. Il primo Saxon ha gettato i semi, ma le canzoni sono come detto acerbe, prive ancora di quel genio e di quella concretezza che hanno caratterizzato gli album successivi, la stessa straordinaria personalità delle due chitarre qui è solo accennata, sappiamo che insieme alle altre due coppie storiche inglesi Murray / Smith e Downing/Tipton  rispettivamente degli Iron Maiden e dei Judas Priest (per la verità già in auge da qualche anno), la coppia  Graham Oliver / Paul Quinn ci accompagnerà con successo per moltissimi anni, fino al 1994. Biff stesso saprà scrivere delle canzoni leggendarie, che alternano esperienza di vita vissuta, vita on the road con la band, ma anche illuminanti perle epiche da rivaleggiare quasi con l'estro di Steve Harris in quanto a fantasia. Rimanendo fermi all'album di debutto, sorprendono comunque la prima e la seconda traccia, e da quelle note si può anche intuire il potenziale straordinario della band, se sono stati in grandi di scrivere una canzone del genere in cui si alternano cambi di ritmo metallici, ma anche grandi spazi melodici, allora vuol dire che non siamo di fronte ad un band banale, frutto solo di una stagione fortunata del movimento metal. Grazie a Dio, su quella scrivania in vetro pregiato (che si ruppe in un divertente aneddoto) a Parigi, dove i Saxon misero la firma al contratto con la presenza di Hinton e del proprietario dell'etichetta Claude Carrere, firmarono per due album (avendo quindi parecchie sterline in anticipo), altrimenti dopo l'esordio la band dello Yorkshire sarebbe rimasta a piedi, abbandonati anche dalla stessa agenzia Trident, troppo grande per gestire così piccoli affari ! In chiusura ribadisco che quindi la triade fondamentale degli album marchiati Saxon, di valore incommensurabile, sta nei successivi tre capitoli, Wheels of Steel, Strong arms of the Law (entrambi del 1980) e Denim & Leather (1981). Le straordinarie canzoni contenute in questi tre dischi, culmineranno nel bellissimo album dal vivo The eagles has landed (1982). Seppure non fondamentale, mi sembra però doveroso gettare nuova luce su questo esordio discografico dei Saxon, sia per curiosità, ma anche per apprezzare ancora meglio quello che hanno saputo proporre nei capitoli successivi. Inutile ricordare l'attività live intensissima in quegli anni e, da lì a poco il tour inglese di supporto ai Motorhead, che sarà l'inizio di un intensa amicizia tra i due leader Biff e Lemmy, e un passaggio fondamentale nella carriera della band.

1) Rainbow Theme
2) Frozen Rainbow
3) Big Teaser
4) Judgement Day
5) Stallions Of the Highway
6) Backs to the Wall
7) Still Fit To Boogie
8) Militia Guard

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