SAXON

Metalhead

1999 - SPV Steamhammer

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
28/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Dopo l'uscita dell'ottimo "Unleash the Beast", nel 1998 i Saxon si trovano con alcuni problemi esterni ed interni da affrontare. Innanzitutto il batterista Nigel Glockler, autore peraltro sull'album appena citato di una performance devastante, per la seconda volta lascia la band, questa volta per motivi personali. In realtà Nigel suonerà alcune demo dell'album nuovo, e scriverà anche l'intro di Metalhead (che non ha un nome specifico). Ricordiamo che il batterista di Hove ha da sempre un passione per il progressive rock, oltre che comporre e suonare le keyboards. È proprio di quegli anni infatti la collaborazione di un certo prestigio da parte di Glockler con due ex Iron Maiden: il cantante Paul Di'Anno e il chitarrista originale del primo disco Dennis Stratton. Risultato furono un paio di album sotto improbabili nomi (come "The Irons Men") che hanno avuto purtroppo uno scarso successo. Prima dell'ingresso del batterista tedesco Fritz Randow, ex Victory, con i Saxon si unisce per alcune date dal vivo nel 1998 un certo Trevor Thortnon, drummer americano. Definito piuttosto simpatico e donnaiolo da Biff nella sua autobiografia, Trevor per motivi logistici non può muoversi spesso dagli USA, ed è così che i Saxon, sempre più "made in Germany", accettano di buon grado l'arrivo del piccolo ma bravo Randow che, con i Saxon, avrà l'opportunità di registrate due album studio e due tour. Biff e soci hanno così risolto il problema del batterista, ed a livello compositivo si preparano a scrivere il nuovo disco che si intitolerà Metalhead; esso uscirà per l'etichetta discografica di Hannover, la SPV (particolarmente con la sua sotto-etichetta, la Steamhammer) il 9 novembre del 1999. Inizia così la collaborazione con la prestigiosa etichetta metal tedesca, che durerà quasi un decennio e finirà poi inesorabilmente, quando la crisi economica ed i debiti stringeranno i cordoni della borsa. Rainer Hansel diventa sempre meno presente come manager, rimane più una figura intermediaria tra la band e l'etichetta tedesca: Biff Byford è pronto oramai a prendersi in mano le redini della band anche da altri punti di vista, sia legali, sia manageriali. E' indubbio che fin dall'inizio della lunga carriera dei Saxon, quando ancora Biff suonava il basso e si chiamavano Son of the Bitch, sia sempre lui il mastermind assoluto della band, sia come frontman sul palco sia come scrittore di testi. Non è certo un caso che sia lui quello che si espone di più nelle interviste ed in generale come portavoce della band, ma già dopo la morte di Nigel Thomas, il loro primo manager Biff si prenderà sempre più cura della sua creatura, anche dell'aspetto manageriale, non tanto sull'organizzazione di tour e quant'altro ma piuttosto sull'aspetto economico. Da questo punto di vista inizia un lento braccio di ferro tra Biff e gli ex Saxon capitanati da Graham Oliver sui diritti di autore legato allo storico nome della band stessa. L'ex guitar hero infatti non ha certo digerito di essere stato scaricato dalla band in cui era presente fin dal 1979 (sebbene le ragioni del suo allontanamento fossero ben scritte nella storia, se rileggete gli articoli precedenti ve ne accorgerete da soli). Durante le sessions di "Dogs of War" nel 1994, insieme ad altri ex Saxon come Steve Dawson e Nigel Dhuram (che ha suonato solo su "Destiny" del 1988), cercòdi registrare per primo il marchio Saxon in Inghilterra. Evitiamo di raccontarvi singoli dettagli insignificanti ma, dopo diverse udienze e appelli alla Corte Suprema, Biff Byford ha vinto la battaglia legale e, a scanso di equivoci per il futuro, ha deciso di registrare il marchio Saxon a suo nome, tutelandolo per sempre. Tornando al nuovo album, i Saxon registrano le canzoni ancora presso i Karo Studios di Breckel, vicino Amburgo, questa volta con la supervisione di Charlie Bauerfeind, che ha già lavorato per altre band sotto l'egida della SPV. Bauerfeind utilizzerà molti pro-tools, intenzionato ad abbracciare completamente le nuove componenti digitali in fase studio. L'artwork di copertina ancora una volta è affidato a Paul Raymond Gregory: in primo piano su uno sfondo azzurro /blu c'è una figura imponente, una sorta di sacerdote dell'era egizia, sebbene sembra avere dei lineamenti alieni. La mano a sinistra tiene un inquietante scettro con un teschio incastonato (ecco perché sembra in sacerdote) mentre la mano destra sembra pronta a digitare dei tasti su una console. Sullo sfondo si notano alcune celle criogeniche , che sembrano contenere altri esseri alieni. Non si riesce bene ad intuire il collegamento fra la cover stessa ed il titolo dell'album, (ma lo spiegheremo in seguito) ma quel che è certo è che il disegno in sé per sé assume connotati epici ogni volta che lo si guarda. I toni scuri con cui l'artista (il grande Paul Gregory, che negli hanno ha fregiato la sua penna d'inchiostro con artwork come Angry Machines di Dio, The Fight For Metal dei Batallion, e per i Saxon stessi aveva già firmato le cover di Crusader, Rock, The Nations, Dogs Of War e Unleash The Beast, e ne firmerà altrettante per i successivi anni) ha macchiato questo artwork sono quasi da antologia. Scorrendo la superficie del disegno infatti, si ha la netta sensazione di qualcosa che buchi letteralmente la cover del disco e venga fuori per ghermirci alla gola. Quell'Horus modernizzato con i toni di uno Stargate (film che era uscito pochi anni prima, e forse fra le fonti di ispirazione di Paul stesso) fa si che l'intera copertina risulti davvero encomiabile. Forse non una delle migliori della carriera Saxon, ma certamente uno di quegli artwork che si ricordano abbastanza facilmente.  La back cover è un primo piano dello scettro, che vede anche nel dettaglio un serpente attorcigliato al "bastone" con il teschio. La copertina fa riferimento alle tematiche della prima traccia e title-track dell'album, di cui parleremo tra poco. Come "additional keyboards" i Saxon vedono come ospite il cantante dei Freedom Call, Chris Bay che anche egli sotto l'egida della SPV in quel periodo, e la band ha come manager lo stesso Rainer Hansel. Chiaro che l'ospitata in casa Saxon serve anche per promozionare questa band tedesca, band che nasce da un side-project del batterista dei Gamma Ray: Dan Zimmermann.

Intro

L'album inizia con un traccia in pratica senza nome ma che è a tutti gli effetti è la prima canzone della tracklist del cd. Come "Gothic Dreams" sull'album precedente questa Intro è principalmente basata su tastiere che creano un atmosfera plumbea e di minaccia imminente. Prima si ode un classico effetto sonoro simile al sibilare del vento, poi lentamente, in progressione arrivano note di tastiera, sottolineate poi da altre note più basse e plumbee che, come dicevo in precedenza creano una atmosfera sinistra e funerea. Circa un minuto e mezzo, prima che subentri la band con la vera prima traccia Direi che questa intro risulta adattissima anche come preludio per il tour. Da notare che con gli anni a venire quasi tutte le band metal usino queste intro (pensiamo agli Helloween ad esempio, ma non solo) per creare il giusto climax all'opener, che molto spesso è il biglietto da visita dell'album. Una introduzione che altri non fa che creare il giusto tappeto sonoro per supportare le tracce successive; come accade, ad esempio, in The Hellion per i Judas Priest, che fa da preludio alla grande Electric Eye, questa intro da un pad spaziale e pieno di atmosfera al tutto. Si ha la netta sensazione di trovarsi in una atmosfera quasi post-prog o Neo-Prog, grazie all'uso smodato delle tastiere e delle ritmiche così "di un altro mondo". Sentori di mistero e fitto buio avvolgono la nostra mente, cupi e pieni di incubi sono i primi secondi di album, mentre la band sta per spaccare il palco in due. Una tecnica che, come abbiamo detto, molte bands utilizzeranno nel corso della loro carriera, soprattutto in alcuni ambiti musicali (come il Power o l'Epic), generi e sottogeneri in cui la necessità di creare un tappeto rosso su cui poi stendere il disco vero e proprio, si rivela quasi necessaria. 

Metalhead

Neanche il tempo di prendere la giusta dose di fiato per immergerci nel disco, che la possente Metalhead (Testa Metallica) , irrompe con un riff prepotente, scandito da un ottimo lavoro di cassa e piatti da Fritz Randow. Voci contraffatte, basse e metalliche accompagnano tutta la struttura della canzone dalle strofe al chorus (un sorta di martellante voce oscura ripete Metal- Head staccato diverse volte). Il brano è ben strutturato, con mezzi tempi e accelerazioni, mentre Biff Byford con una voce decisamente più sperimentale ed effettata da il giusto contorno al tutto. Si perché non è solo l'aiuto delle tecnologia a modificare la voce del mastermind dei Saxon, ma è anche un approccio diverso in fase di registrazione; dopo tanti anni Biff ha avuto il tempo di giocare con la propria voce e allargarne le potenzialità. Il risultato che ne abbiamo è a dir poco lungimirante, anticipatore di altrettanti toni che troveremo nel corso degli anni successivi; le scorribande motoristiche vocali dei primi tempi qui lasciano spazio ad un tono quasi gutturale e funereo, il nostro biondo frontman gioca con le sue corde vocali, probabilmente cercando di impersonare il mostro della copertina. Doug Scarratt è autore di un solo di classe in cui velocità e melodia si mischiano perfettamente, prima che la band torni a scandire tempi e modalità per l'ultima strofa (sempre con in sottofondo voci ed echi gutturali). La voce metallica accompagnata dalla coppia Scarratt / Quinn nel riff portante chiude la canzone con la ripetizione di Metal-Head in versione gutturale, finendo poi sempre con una risata "aliena" beffarda. Abbiamo usato la parola "alieni" non a caso: il testo di "Metalhead" infatti non è banalmente una sorta di esaltazione fine a sé stessa de genere heavy metal (un po' alla Manowar diciamo), quanto piuttosto la descrizione di un' invasione aliena in piena regola. Non siamo soli nell'universo e questi individui che erano venuti come fratelli ora invadono le nostre strade e pretendono il dominio del mondo. Dovevi stare attento al monito , verranno in mezzo a noi , cammineranno in mezzo a noi, le teste di metallo sono qui e sono pronte a ghermirci come predatori affamati. Ti sentivi protetto dal cielo, ma adesso il sole è testimone dell'invasione della loro invasione di ogni parte. Naturalmente l'immaginario collettivo è ben noto anche ai Saxon, ed è così che film di fantascienza e science fiction sono state sicuramente spunto per le liriche di questa canzone, ricordo che in "Watching the Sky" del 1983 su "Power & the Glory" Biff scriveva di un persona che scrutava nel cielo con la consapevolezza che esistano veramente altre civiltà, oltre a quella terrestre e in tempi attuali mi viene da citare "Falling Sky" di produzione americana e disponibile nelle pay TV. Ecco dunque spiegata anche la copertina. Ricordiamo anche l'immensa letteratura anche pseudo-scientifica che in questi ultimi venti anni ha spopolato con la teoria della civiltà aliene che sarebbe stata presente sulla Terra ai tempi della grandi Piramidi egizie e maya (da qui il riferimento a Stargate che facevamo nella intro). Ottimo brano comunque, appartenente al nuovo filone compositivo dei Saxon.

Are We Travellers in Time

La seconda traccia, Are We Travellers in Time (Siamo Viaggiatori Nel Tempo) inizia con un riff apparentemente lento ma, sullo stesso schema della prima traccia, ben presto un' accelerazione rende le chitarre più incisive e aggressive, mentre un eco segue le strofe cantate da Biff. Ottimo il cambio di tempo del chorus, con Fritz Randow. seppure semplice e accademico, molto pesante nei battiti; la sua tecnica certo non brilla per sagacia, ma il drummer teutonico ci da dentro a più non posso, i suoi colpi sono pesanti e pieni di vita, e creano la giusta ritmica di fondo per dare al brano quel "massiccio" che serve. Seconda strofa, bridge e chorus come da copione, poi i ritmi si rallentano con il basso di Nibbs Carter in evidenza ed evidentissime distorsioni di chitarra da parte di Doug e Paul. Un breve passaggio melodico, non un vero e proprio assolo, ma ci si avvicina molto, accompagna l'ultima strofa. Dopo l'ultimo chorus, la band accelera sull'ulteriore ripetizione di Biff del refrain e, sui vari "time" ripetuti nel finale dal singer marciano ancora i due chitarristi fino al finale netto. Passiamo dagli alieni a fantomatici viaggiatori del tempo, sempre temi epici e suggestivi, un mix tra Indiana Jones e Ritorno al Futuro. Abbiamo un passato di oltre duemila anni a testimoniarlo, pietre che si ergono alte e richiamo ad un epoca di visioni e profezie. In silenzio, immortali , pagine di storia dimenticata. Siamo dei viaggiatori nel tempo ? Il potere del cristallo ci porterà lontano attraverso le sabbie del tempo cercando risposte sul futuro del genere umano. Questi sono i giorni, questi sono i tempi. Leggendo le liriche, quando si parla di "enormi pietre che si ergono verso il cielo" mi viene da pensare al sito archeologico di Stonehenge , nel sud dell'Inghilterra. Del resto sembra essere oramai noto che fosse una sorta di osservatorio sulle stelle in cui antichi druidi esercitavano antiche tradizioni magiche. Questo insistere sull'aspetto mistico- epico delle liriche, oltre ad essere tipicamente uno scenario normale nel metal in generale e un lato classico dei Saxon che già in passato ci avevano deliziato su questo aspetto. Certo, come analizzeremo nelle considerazioni finali, la "germanizzazione" della band originaria dello yorkshire in Inghilterra ha causato la scomparsa negli ultimi dischi delle classiche song hard rock/blues più leggere che hanno fatto nei primi anni di carriera anche la fortuna della band. Sicuramente una canzone in cui musica e testo vanno di pari passo, si concatenano fra loro in combo senza fine; le ritmiche progressive e continue della batteria si vanno a collimare con le distorsioni delle sei corde e del basso, che dona la rocciosità al sound generale. Ci sentiamo noi stessi cosmonauti del tempo mentre sentiamo la canzone, immaginiamo di viaggiare attraverso le epoche storiche ed incontrare i momenti più importanti dell'esistenza umana, vediamo i monumenti prendere vita e la storia stessa ci scivola via fra le dita. 

Conquistador

Proseguiamo nel track by track con un altra traccia vincente Conquistador (Conquistatore). L'inizio è contraddistinto da un ottima chitarra classica acustica, che accompagnerà anche le melodie del ritornello della canzone dando proprio un netta sensazione di echi spagnoleggianti. La chitarra elettrica e la batteria subentrano prepotentemente dando alla canzone una potenza ritmica quasi da power metal teutonico. Fritz Randow, il nuovo batterista, affronta un terreno da lui ben conosciuto e quindi risulta assolutamente brillante ed ottimo metronomo. Biff canta in maniera encomiabile sul chorus, prima che la band ritorni a picchiare come fabbri per il secondo verso. Ottimo l'assolo melodico per poi lanciarsi nell'ultimo verso + chorus. Un breve passaggio melodico delle due chitarre conclude il pezzo con l'aggiunta ancora di qualche note acustiche per dare un tocco di classe nel finale. Da notare che spesso la canzone dal vivo veniva proposta con un lungo assolo da parte prima di Fritz Randow e poi negli anni successivi, quando si concretizzo l'ennesimo ritorno, da Nigel Glockler Del resto il motore ritmico con doppia cassa di "Conquistador" ben si presta come base iniziale per virtuosismi della batterista di turno. Un pezzo le cui strutture vanno, come abbiamo detto, a risvegliare quella parte teutonicamente sempre presente negli ultimi dischi dei Saxon; la Germania non è mai stata solo patria di Thrash Metal e successivamente di musiche ancor più dure e sperimentali (come i Rammstein stessi). Le toccanti montagne germaniche sono state e sono ancora una vera fucina di talenti, dallo Speed Metal all'Heavy classico, passando per l'Hard'n Heavy (Scorpions sopra tutti), ma anche ritmiche più celebrali come il Prog o l'Elettronica più raffinata. Una terra in cui la musica ha sempre avuto un peso fondamentale, dai compositori classici di molti anni fa fino ad oggi, ed i nostri Saxon hanno fatto di queste lande la loro culla per la seconda parte di carriera, abbandonando in parte la terra albionica, senza mai dimenticarla del tutto però. Liricamente ovviamente il tema è quello dei Conquistadores spagnoli, che partendo appunto dal Regno di Spagna hanno portato con sé fucili, cavalli e croci per convertire con la violenza di fatto le popolazioni indigene del Messico e dei Caraibi; chi non si convertiva alla religione cattolica era di fatto spacciato e ovviamente gli indigeni furono privati anche delle loro ricchezze e soprattutto delle loro terre. Vedo i Conquistadores lasciare con i loro galeoni le terre natali per affrontare il lungo viaggio verso le terre del sole e dell'oro. La civiltà della Incas e i loro palazzi si estendono davanti al Conquistador. Un ombra oramai pende sul Re dell'oro, i galeoni spagnoli sono ancorati vicino alle spiagge, i loro spirito rimarrà per sempre mentre gli stalloni cavalcano liberi nella nuova terra. Vedo il conquistatore partire verso terre lontane e sento l'eco dello loro urla attraverso il mare.

What Goes Around

La traccia successiva è What Goes Around (Che Succede Intorno), forse una delle meno note dell'album, ma a mio avviso non certo un filler. L'andamento ritmico è più pacato, un mid tempo comunque scandito da chitarre molto heavy, il chorus è semplice ma piuttosto catchy. Dopo alcune strofe aggiunte, un assolo strutturato in diverse sezioni in crescendo di Paul Quinn fa da capolinea. Ultima strofa e chorus ripetuto diverse volte , prima che ritornino le chitarre distorte iniziali, per un finale classico con tutta la band a chiudere. Certo, e ci teniamo a ribadirlo di nuovo, non una canzone che brilla per composizione alta o per strutture così complesse (come invece era accaduto negli slot precedenti), ma piuttosto un riempitivo "di classe" che i nostri alfieri albionici hanno voluto inserire a mo' di intermezzo, cercando di incastrarlo fra le varie tracce. L'andamento così semplice ed efficace al tempo stesso, fa muovere le teste durante i concerti, le sezioni sono secche e dirette come un calcio ben assestato, nessun orpello né tantomeno ricami complicati, solo la pura e sacrosanta energia dell'acciaio a fare da contrappeso fra noi e la musica stessa. Conoscendo molte liriche scritte da Biff Byford, sono riuscito spesso in passato a collegare fatti della sua vita con canzoni, senza esagerare delle volte sono "entrato" nella sua mente in quel momento, quale possa essere stato il suo pensiero avendo letto anche la sua biografia. In questo caso il significato sembra molto enigmatico ma ci proveremo; si tratta a mio avviso di una vicissitudine sentimentale e, leggendo e traducendo, nel testo Biff invita questi soggetti di cui non sappiamo, a starsene fuori vicino alla porta secondaria, non ha intenzione di ascoltare. Quando parlano sono come una sentenza, un fucile da caccia. Proprio per questo non gliene frega nulla , andate a sputare i vostri proiettili a pallettoni da un altra parte (i buckshot sono dei proiettili grossi per fucili di caccia). Hai ottenuto quello che di meriti, alla fine i nodi arrivano al pettine. Sembra trattarsi di un ex amico/amica che ha sparlato male in giro del protagonista e ora viene a chiarire o rincarare la dose ma, proprio per questo motivo viene lasciato fuori dalla porta metaforicamente. Nella frase "sono stufo dei tuoi giochi squallidi, perché non ti rifai una vita" può esserci anche un discorso sentimentale da non escludere, una storia finita che si trascina stancamente tra litigi e ritorsioni.

Song of Evil

Si torna a premere l'acceleratore con Song of Evil (Canzone del Male), cattivissima come del resto suggerisce anche il titolo. Fritz Randow apre con una serie di battute spettacolari, prima che la canzone prenda un andamento regolare, nel chorus in seconda battuta Biff usa una voce acuta raramente usata in passato. La doppia cassa nel bridge rende il brano ancora più heavy, poi dopo il secondo chorus i ritmi si rallentano con la voce di Biff accompagnata solo da semplici accordi Sono pochi secondi che fanno da prologo ad un bellissimo solo, seguito da un passaggio spettacolare esattamente come all'inizio delle song di Randow ci traghetta verso l'ultima strofa (con delle pregevoli rifiniture delle due chitarre). Finale potentissimo cone Biff che ripete urlando tre volte la parola "evil" prima che Randow e il resto della band chiudano pesantemente il pezzo. Dopo la calma, come si suol dire, arriva la tempesta, ed i nostri sassoni albionici non si fanno di certo aspettare. Questo slot trasuda malvagità da ogni poro, ogni angolo della canzone ha un unico scopo, farci sanguinare le orecchie dalla gioia e dalla forza con cui le note stesse penetrano nel nostro cervello. Gli stop and go sono ritmici e cadenzati, precisi come un metronomo, ed il buon Fritz da il suo enorme contributo alla causa pestando come un fabbro sul proprio drumkit; riusciamo, complice anche il lavoro ottimo in post-produzione, a scorgere ogni singola battuta che viene infilata dentro al pezzo, ogni sezione, ogni tassello risulta cristallino e chiaro come la luce del sole. La canzone sembra proprio essere un incubo riguardo l'Inferno e il Diavolo in una visione chiaramente dantesca. Il protagonista sente le urla di dolore, il movimento sinistro degli strumenti di tortura Si sente l'odore della morte che lo circonda, come si può nascondere i proprio peccati ? In qualche modo bisognare fermare questo incubo prima che riparti. Il protagonista non riesce a dormine, sente le voci dei dannati nelle mente. Per questo ha scritto questa canzone , la canzone del Male. Bisogna fermare questo Regno del Terrore, sono tutti pazzi , quanti ne rimarranno di noi, il Diavolo ci cammina in fianco. Le anime bruceranno all'inferno, sarà la nostra retribuzione finale. Ho parlato di un incubo dantesco (un po' come "The Number of the Beast" degli Iron Maiden), ma può essere anche una visione fosca di come va il mondo, un Inferno sulla Terra, quindi il tutto può essere visto come una metafore del male che ci circonda. Argomento spinoso, anche spesso oggetto di furenti critiche nel mondo musicale, ma si sa, diavolo e Rock'n Roll (o in questo caso Heavy Metal) vanno a braccetto dalla notte dei tempi, i toni e gli argomenti bui sono uno dei pilastri fondamentali di questa musica.

All Guns Blazing

Un riff spettacolare che sarebbe stato benissimo anche sul precedente "Unleash the Beast" apre la bellissima traccia All guns Blazing (Tutte le Pistole Fumano) (nulla a che fare ovviamente con l'omonima canzone dei Judas Priest sul mitico "Painkiller"). L'attacco di chitarre e batteria è deciso e brillante, non vengono fatti prigionieri, puro e semplice Heavy Metal in stile Accept . Randow picchia duramente con la doppia cassa nel ritornello con Biff in straordinaria forma vocale. Un po' come il vino pregiato, Biff sembra addirittura migliorare anno dopo anno, o meglio album dopo album. Su questo disco abbiamo visto sia voci più basse sia voci acute, oltre alla sua classica timbrica nasale rauca. Stupendo anche il cambio di marcia centrale con Doug Scarratt sugli scudi. Si riprende la marcia folle con l'ultima strofa e con l'ultimo chorus ripetuto più volte, il finale con la band da sola in dissolvenza. Brani a livello di durata anche corti, che puntano decisamente al sodo senza lungaggini o mirabolanti sequenze armoniche ed epiche, un disco che si ascolta così. Come viene viene, è una folle corsa contro il tempo questo Metalhead, da mettere sul piatto e consumarne i solchi fino a che il disco non suona più, si ascolta tutto d'un fiato. Del resto proprio questa è la differenza netta tra gli Iron Maiden di seconda generazione e i Saxon; i primi amano allungare le canzoni con introduzioni lente e comunque contengono all'interno delle songs passaggi strumentali molto elaborati, i Saxon "germanizzati" ma anche quelli delle origini sono sempre stata un band che punta più decisamente al formato canzone classico, 3-4 minuti salvo rare eccezioni. La Vergine è sempre stata molto più legata alle ritmiche progressive e continue, ai ritmi incessanti ed al minutaggio alto (salvo forse i primi due album), Biff e soci invece ce le sparano direttamente in vena, senza compromessi. Liricamente la canzone credo sia una metafora su come bisogna affrontare le vicissitudini delle nostre vite, non è esattamente un canzone di guerra. Come si potrebbe evincere dal titolo. Siamo con le spalle al muro , non lasciatevi sopraffare e schiacciare dalle forze in campo. Barricatevi e non lasciate entrare il nemico . Bisogna darci dentro a più non posso, essere davanti alla linea di fuoco e ricevere i colpi che imperversano, siamo una difesa impenetrabile, non passeranno mai. La battaglia credo sia intesa come sprono per combattere le avversità della vita, del resto quante volte il metal è stata la forza per molti di noi sia da adolescenti ma non solo ? Anche senza comprendere i testi, inizialmente il metal è stato, ed è con la sua forza dirompente un scarica di adrenalina non da poco, sia come sfogo sia come esaltazione totale quando si è in "rottura" contro il mondo.

Prisoner

Un bellissimo arpeggio di chitarra armonico apre Prisoner (Prigioniero), poi è Biff che canta in maniera notevole le strofe lineari (con effetti eco molto presenti qui, come su quasi tutto l'album) ben sottolineati dal tappeto ritmico di Carter e Randow e dalle asce di Quinn e Scarratt che corrono veloci e malefiche in vertiginosi riff metallici. Charlie Bauerfeind ha fatto un buon lavoro sui suoni delle chitarre che risultano sul disco limpide e cristalline, pur mantenendo un pesantezza di fondo, un po' come i Metallica del "Black Album" per dare un esempio tangibile. Il bridge ed  il chorus sono deliziati da armoniche di chitarra molto melodiche, La parte centrale musicale vede prima un solo molto elettrico e selvaggio e poi un breve momento melodico in cui viene ripreso ancora il chorus. Ultima strofa e chorus finale per un altro pezzo sulla carte semplice e di breve durata ma che si apprezza proprio per il suo dinamismo e per l'ottimo lavoro fatto nei chorus che sono tutti facilmente riconoscibili e dall'impatto felice fin dal primo ascolto. Canzone altrettanto agitata nei ritmi (ed il titolo ovviamente non ha niente a che fare con la canzone dei Maiden, ispirata alla omonima serie TV), la band si scatena direttamente nelle nostre orecchie; ci stupiamo ancora una volta della voce di Biff, in splendida forma dopo tutti questi anni, anzi, probabilmente per alcuni versi più tecnica del ragazzotto biondo che cantava Wheels Of Steel ormai molto molto tempo fa. Una band immortale, headliner morali in tante performances, e veri metalhead (parafrasando il titolo di questo disco) nel cuore e nell'anima. Ancora una volta torna nei testi probabilmente una vicenda personale di Biff che si può estendere anche in generale. Quante volta si usa dire che i castelli di bugie poi alla fine crollano ? Ebbene nel testo si mette in luce come sia inutile cercare di presentarsi con una nuova faccia, come se non fosse successo nulla, chi è prigioniero della proprie bugie ha scelto di vivere una vita di falsità, troppo tardi oramai per tornare indietro, ha fatto la sua scelta. "Hai perso la via maestra, smettila di parlar inutilmente, prosegui per la tua strada, sei solo prigioniero della tue bugie". Anche nelle nostre conoscenze e amicizie di tutti i giorni esiste il classico personaggio che ama "dirle grosse" o che addirittura paventa una vita sociale, una relazione sentimentale non vera, magari per coprire delle vergogne nascoste.

Piss Off

Piss Off (Pisciare Fuori) inizia con un contro-tempo dal riff pesante, pezzo più hard rock a differenza della altre tracce dell'album, anche qui Biff piace per il modo anomalo in cui canta rispetto al passato. Il chorus è articolato e piacevole, ed è credo la prima volta che si alternano nella stessa canzone i due chitarristi con due assoli, prima Paul Quinn con uno stile molto aggressivo e pieno di distorsioni e poi Doug Scarratt puntato più sulla velocità d'esecuzione. Nel finale dopo l'ultimo chorus è ancora Quinn a rifinire, per un canzone non certo filler ma che non si può ricordare e classificare tra le migliori dell'album. Ennesimo filler agitato e pieno d'acciaio anche per questo slot, che alza nuovamente l'asticella della velocità e della sregolatezza. I Saxon ormai stanno vivendo una seconda giovinezza, e questo disco ne è l'ennesima prova; dopo alcuni anni di buio e dischi poco ispirati, da quel Dogs Of War, culminato nell'enorme Unleash, la band albionica ha letteralmente ripreso in mano la propria carriera, e l'ha sparata nella stratosfera. Quante volte nelle nostre vite quotidiane ci siamo sentiti felici, anche solo per un attimo, salvo poi ricadere subito in qualche brutta notizia, preoccupazione o arrabbiatura di turno ? "Piss off" parla appunto di questo, proprio in un momento in cui le cose andavano bene arriva la bomba che non si aspetti, quando pensi di fare la giocata giusta e fortunata, arriva quello che ti consiglia sbagliato. Quindi la soluzione e di prendere le cose con calma, non aver fretta. E' il solito ritornello della vira, prima o poi arriva quello che piscia fuori la bomba. All'improvviso non riesci ad apprezzare le meraviglie della vita, come può essere un nottata con un bellissima luna perché all'improvviso suona un campanello e ritorni nel tuo personale inferno di ogni giorno. Anche nel linguaggio italiano del resto si usa l'espressione "pisciare fuori dal vaso", cioè inteso come spararla grossa, esagerare o comunque fare un azione fuori dalle righe e dalla norma che rovina magari una bella serata in compagnia. Tornando al senso generale della canzone, non male come filosofia di vita quello che ci insegna Biff: quante volte siamo così stressati da non apprezzare le piccole meraviglie che accadono ogni giorno nel mondo? 

Watching You

Fin dal riff iniziale, i cui le chitarre si ergono protagoniste assolute, seguite prima da uno stranissimo gorgheggio e poi da un urlaccio di Biff, si capisce subito che Watching You (Guardando Te) ha un andamento piuttosto malefico, con le chitarre che disegnano una trama heavy metal molto corrosiva. Il ritornello è solo un leggero rallentamento, la secondo volta ripetuto , poi segue un terzo verso che introduce ancora ad una accoppiata Scarratt / Quinn solistica di ottimo impatto. Ultima strofa e chorus, seguita da un accelerazione in cui viene ripetuto ancora il ritornello e poi si finisce con Biff che in dissolvenza grida il titolo su accordi di chitarra dal taglio deciso e pesante. Malignità non solo nelle liriche come vedremo, ma già nella musica in sé per sé; è un brano ricolmo di cenere come si suol dire in questi casi, polveroso e desertico. L'andamento doomico in alcuni frangenti si va a scontrare con l'impatto sonoro delle chitarre e della batteria, dando vita ad un connubio difficile da dimenticare. Il tema della privacy è attualissimo ora ancora di più che nel 1999 con l'esplosione di internet e diavolerie tecnologiche che permettono di fare foto e filmati dovunque siamo. Non solo però, e spesso lo evinciamo dai fatti di cronaca nera, possiamo grazie ai cellulari essere intercettati dalle forze dell'ordine e con i vari gps sapere di preciso anche dove ci troviamo, senza pensare che passa strisciare sul codice a barra di un carta di credito o di un biglietto aereo per registrare tutta una serie di dati personali. Chiaro che Biff allora si riferisse all'utilizzo delle telecamere di sorveglianza e hai controlli satellitari che permettono di zoomare anche sulle singole abitazioni. Non hai la sensazione di essere continuamente osservato e ascoltato ? Loro di guardano, invadono la tua privacy. Non c'è nessun posto in cui di puoi nascondere tutto è in vista e lo puoi vedere in maniera plateale. Sei sotto osservazione come se fossimo delle cavie sotto una lente d'ingrandimento. Chi ci è dietro tutto questo, dietro la telecamera che ti spia ? Certo sta in quadrando e zoomando molto bene tanto da vedere che sto diventando paranoico. Ti stanno guardando, ti stanno osservano, invadono letteralmente il tuo spazio vitale, come aveva profetizzato anche il buon Orwell nel suo 1984. Il tema è ancora oggi è delicatissimo, un po' come quello delle intercettazioni telefoniche: è giusto perseguire un crimine utilizzando immagini da un videocamera di sorveglianza o ascoltando conversazioni private ma nello stesso tempo si rischia di limitare la libertà privata di ogni cittadino o addirittura pur essendo innocenti di essere sbugiardati su un quotidiano come danno collaterale.

Sea of Life

L'ultima canzone di "Metalhead" è una chiusura in grande stile, quella perla bellissima dei Saxon che ha il nome di Sea of Life (Mare della Vita). La partenza è caratterizzata da un riff melodico piacevole subito dal primo impatto, con le due chitarre in progressione armonica prima che tutto si rallenti con accordi leggeri e quasi acustici su cui esalta la bella voce di Biff, sempre grande marpione della scena. Non è una vera ballad, perché le strofe sono divise in due tempi, melodico nella prima parte e con chitarre elettriche la seconde, il bridge è molto suggestivo prima che Biff ripeta il titolo un paio di volte. Doug Scarratt irrompe son un solo nel suo classico stile, prima che torni il bridge cantato da Biff. Poi un delicato sottofondo di tastiere precede la stessa strofa che canta all'inizio Biff, prima che ripeta più volte in un finale convulso "potresti essere tu ?". In questo emozionante finale è Paul Quinn ha regalarci forse uno dei più bei solo dell'album. Un song che alza ancora ulteriormente le quotazioni di questo album, che i Saxon talvolta eseguono, anche se piuttosto raramente dal vivo. Strutture dinamiche ed efficaci fanno da bellissimo contorno alla traccia stessa, il ritmo è meno trascinante di altre ascoltate fino a questo momento, ma non per questo meno belle. Ti trascinano per i piedi in un enorme vortice in cui perdersi senza alcun ritegno, senza restrizioni o limiti, solo noi e la musica. Fritz Randow e Nibbs Carter sono precisi e inesorabili anche nel finale a scandire tempi chirurgici, mentre il brano si chiude con il dissolvenza le tastiere accreditate a Chris Bay. Il "Mare della Vita"; il tema del destino che segue ognuno di noi nel nostro percorso della vita. La chiave della canzone sta nella strofa che apre e chiude la canzone: un proiettile silenzioso scorre veloce nell'aria, il destino gli affiderà un preciso obiettivo. Qual'è sarà il nome scritto sul proiettile, potresti essere tu ? L'Angelo, il Messaggero di Morte sta arrivando, attraverso un cielo color rosso. Viene a prendersi la sua nuova anima, nel Santuario si sta giocando la partita e qualcuno dovrà morire. Qualcuno ha pagato il traghettatore per l'ultimo viaggio nel Mare della Vita. Naturalmente quante volte abbiamo sentito parlare del traghettatore di anime, Caronte anche nella famosa Divina Commedia di Dante, così come la tradizione pagana e leggendaria di lasciare sugli occhi del defunto due monete, che servono appunto per pagare il viaggio attraverso lo Stige all'oscura figura. Certo il tema di fondo della canzone è la causalità delle nostre viste, segnate dal destino. Possiamo trovarci nel momento sbagliato e nel luogo sbagliato segnati da un destino beffardo.


Conclusione

Dunque con Metalhead i Saxon proseguono brillantemente la loro carriera discografica, alla fine del millennio la band capitanata dal leone inossidabile Biff Byford non intende assolutamente abbassare la guardia. Continua nel corso degli anni '90 la loro progressiva "germanizzazione" come già accennato: etichetta tedesca, manager tedesco, produttore tedesco, studio di registrazione tedesco ed ora anche un membro della band è figlio dell'aquila teutonica, il già citato Fritz Rainbow. In effetti è proprio in paesi come la Germania che di fatto è nata la seconda giovinezza della band, con un certo irrobustimento dei suoni ma che non ha per nulla tradito quelle che sono le origini della band. Non sono d'accordo infatti su alcune critiche preconcette di chi diceva che la natura delle band si fosse snaturata: "Metalhead" è esattamente figlio dell'album precedente , quel "Unleash the Beast" di cui abbiamo ampiamente tessuto le lodi e giudicato con voti molto alti. La band è giustamente cresciuta, sia come età che come modo di comporre ed è evidente che heavy metal classico non è più quello dei primi anni '80, detto questo i due album citati hanno dato un svolta più decisa verso un metal di stampo Accept /Hammerfall (i secondi sulla rampa di lancio in quel periodo). Biff ha ammesso di amare molto questo disco e di aver sperimentato anche nuovi modi di modulare la sua voce ( e il disco ne risente in positivo). Triste la vicenda dei diritti sul nome ma, purtroppo nel business musicale non è la prima volta che succede. Grazie a Dio a mio avviso giustizia è stata fatta, Graham Oliver avrebbe inevitabilmente portato il nome Saxon nell'oblio, visto la progressiva perdita di interesse dei fan nei suoni confronti, salvo ovviamente riconoscere il suo contributo importante dato nei primi anni di carriera della band. Del resto credo che qualche passo avanti ci sia stato tra Biff e Graham anche sul piano personale, perché recentemente sul film "Heavy Metal Thunder (The Movie)" ha trovato anche ampio spazio nella storia della band anche Oliver (oltre che un irriconoscibile Steve Dawson), ciò sembrerebbe aver smussato qualche angolo, se pensiamo alle parole forti scritte da Biff sulla sua biografia. Tornando a "Metalhead", qualche anno dopo il disco è stato ristampato in vinile, seppure in copie limitatissime, salvo poi finire nel box prestigioso recente di "Eagles and Dragons" insieme a tutti i dischi dal 1991 al 2009. Ad eccezione dell'ultima meravigliosa epica e quasi Progressive "Sea of life", l'album punta su canzoni solitamente corte, 3-4 minuti massimi con un impatto di chitarre molto heavy e deciso. Ok, il metal si è sempre più estremizzato come velocità, ma i Saxon sanno stare benissimo anche in questa epoca, dando del filo da torcere anche a band più giovani che vedono in loro veterani e un band da rispettare a livello quasi di culto. Del resto il carisma e l'esperienza delle band dal vivo non ha eguali, oltre che una grandissima professionalità: non è certo da personaggi come Paul Quinn, magnifico chitarrista che ci si possono aspettare stupide e anacronistiche sbandate ancora sulla via del sex drug & rock'n'roll. Si tratta di musicisti, ma soprattutto di uomini che hanno alle spalle concerti in tutto il mondo e ne hanno visto di tutti i colori ma con grande coerenza raccolgono la sacra fiamma inestinguibile del metal e la tengono ben salda. Paradossalmente ora che vendono meno dischi rispetto ai primi anni '80 si rendono conto di più di quanto siano importanti per migliaia di fan in tutto il mondo e si sono calati nel ruolo di pionieri del metal senza solo inutili revival nostalgici ma proponendo a distanza di due anni dischi bellissimi, spesso molto rivalutati con il tempo. Si, perché con polemica ribadisco come su riviste specializzate italiane di cercasse solo di parlare bene dei generi rock di moda negli anni '90, come il nu metal e il grunge o improbabili crossover tra generi diversi, rammento recensioni infastidite sul fatto solo che i Saxon scandalosamente esistessero ancora, quasi dovessero eclissarsi perché anacronistici, assolutamente incredibile da pensare oggi. Ma il vento sta lentamente cambiando, il grunge sparisce completamente e simbolicamente con il suicidio di Kurt Cobain, e non è più genere mainstream ed il metal classico, così come il thrash metal tornano alla grande (certo sempre underground come sempre succede nel metal, a fari spenti) con uscite discografiche anche di un certo rilievo. I Saxon ovviamente sono pronti a raccogliere le nuove leve metalliche per portarli nel nuovo millennio.      

1) Intro
2) Metalhead
3) Are We Travellers in Time
4) Conquistador
5) What Goes Around
6) Song of Evil
7) All Guns Blazing
8) Prisoner
9) Piss Off
10) Watching You
11) Sea of Life
12) Conclusione
correlati