Savatage

Sirens

1983 - Metal Blade Records

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
25/05/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

L’evoluzione musicale che alcune band compiono nel corso della carriera, è l’inevitabile conseguenza di uno spiccato estro creativo. Quando il talento e le idee, sono di pregevole fattura, questo cambiamento rappresenta il punto di arrivo di un gruppo per il quale deve sentirsi orgoglioso, ed un punto di partenza per altre band che possono prendere ispirazione per migliorarsi. Una favola questo percorso che ha come titolo “Savatage”. Nel 1975 i fratelli Jon e Criss Oliva in quel della Florida mettono in piedi un gruppo col nome Metropolis. L’ugola d’oro Jon si contraddistingue per le sue abilità anche con basso e tastiere, mentre Criss sfoggia ottime doti con la chitarra. Coi Metropolis i fratelli Oliva propongono cover di band quali Kiss, Deep Purple e Black Sabbath. La voglia di emergere e di andare oltre la sola esibizione in piccoli locali, porta Jon a sciogliere il gruppo ed a formarne uno nuovo, denominato Avatar. Assegnandosi il ruolo di vocalist, Jon inserisce suo fratello Criss alla chitarra, alla batteria Steve Wacholz e al basso Keith Collins. Il quartetto inizia a raccogliere consensi, facendosi così conoscere a livello locale con i loro lavori inediti. Due brani vengono inseriti in una compilation, e nel 1982 rilasciano una demo “City Beneath the Surface”, in  cui gli otto pezzi presenti denotano una forte componente heavy metal. Genere che ai tempi incomincia a prendere piede ed ad essere fortemente apprezzato. La composizione di una generosa quantità di nuovo materiale, porta il gruppo a comporre il primo album nel 1983. Ma poco prima di stamparlo il gruppo viene a sapere dell’esistenza di un'altra formazione col medesimo nome. Al che Jon e Criss pensano ad un nuovo moniker per la loro band. Decidono di coniare un termine dall’unione di tre elementi, Avatar, Savage e Sabotage. Il risultato è un nome che è poi diventato storia nel metal, e che ha dato inizio alla splendida favola musicale, SAVATAGE! Chi non conosce la storia del gruppo di Jon e Criss Oliva, dovrebbe documentarsi. A grandi linee ne ho dato un accenno biografico, ma c’è davvero tanto a caratterizzare questa band. La favola di cui vi parlo ha però dei risvolti amari, che riporta subito coi piedi ad una realtà, che è quella della vita, fatta si di successi e fama, ma anche di eventi ineluttabili che lasciano un grande vuoto. Il 17 ottobre del 1993 Criss alle 3 circa del mattino, è in auto con sua moglie, per recarsi ad un festival. Una macchina proveniente dalla corsia opposta ad una velocità forsennata, invade la loro carreggiata, scontrandosi con la macchina dei coniugi, ed uccidendo sul colpo Criss. La moglie riporta gravi lesioni, ed a causa di queste e della mai superata perdita del marito, nel 2005 si spegne anche lei. Nonostante fosse sempre stato ingiustamente sottovalutato come musicista, la perdita di Criss Oliva ha creato un vuoto incolmabile, sia dal punto di vista umano sia da quello musicale. I fratelli Oliva agli inizi della loro carriera si fecero una promessa, se uno dei due non avesse più potuto suonare, l’altro avrebbe continuato a portare avanti la band. Così è stato. Nonostante il lutto subito i Savatage continuano il loro percorso musicale. Ma la favola aveva già subito anni prima, un altro duro colpo,  le condizioni di salute di Jon. Problemi alle corde vocali lo costrinsero ad un certo punto della carriera ad abbandonare il ruolo di vocalist e ad interrompere il tour legato ad uno dei lavori più belli della carriera dei Savatage, Streets: A Rock Opera. Jon si fa sostituire dall’altrettanto ugola d’oro Zachary Stevens, rimanendo all’interno del gruppo, come compositore e tastierista. Successivamente alla morte di Criss, Jon nella sua carriera si dedica ad altri due progetti ovvero, la Trans - Siberian Orchestra ed i Jon Oliva’s Pain. Nonostante gli accadimenti negativi, quella dei Savatage è e rimarrà sempre una favola. Perché? Semplice! Perché realizzare i propri sogni, suonare musica originale, scalare e raggiungere un’alta vetta, e rimanere in cima ad essa per tanti anni, è la conferma che quello che si è fatto per passione ha ripagato di tanti sacrifici, e di tante batoste ricevute dalla vita. Per quanto mi riguarda i Savatage sono uno dei gruppi più influenti che il mondo metal abbia potuto regalarci. Non di meno validi dei più conosciuti Iron Maiden, Judas Priest, Metallica, Megadeth, o di chi prima di loro ha gettato le basi di un genere dal quale i Savatage hanno, non solo tratto ispirazione, ma si sono affacciati al mondo musicale cimentandosi nei loro brani. Inizialmente il debutto, come detto poc’anzi, ha un suono più potente nel senso stretto del termine, mescolando sonorità thrash e power. Nel corso degli anni i Savatage, percorrono una strada sempre all’insegna della potenza, mantenendo i loro lavori su quella linea iniziale, ma arricchendoli con innesti melodici classicheggianti, peculiarità e marchio distintivo della band. Il suono che proviene dalla tastiera di Jon, è poesia pura, sfido chiunque ad affermare il contrario. Per apprezzare i Savatage basta ascoltare qualche canzone, e conoscerne l’intera discografia è il passo successivo. Amarli è quasi doveroso. La formazione ai tempi dell’album di debutto era così composta: Jon Oliva alla voce e piano, Criss Oliva alla chitarra, Keith "Thumper" Collins al basso e Steve "Doc" Wacholz alle pelli. Ed è “Sirens” a dare il via alla carriera dei Savatage, disco che contiene nove tracce per la durata di 35 min. e 54 sec. Pubblicato nel 1983 dalla Metal Blade Records. L’artwork di copertina ha un fondo nero con un veliero racchiuso in un cerchio sui toni dell’azzurro, dal quale si intravede a malapena un volto umano. L’edizione inglese pubblicata nel 1985 si avvale di un’altra copertina, l’immagine utilizzata è la medesima del libro per bambini “The Borribles Go for Broke” che è poi stata ripresa per la ristampa su cd, in cui sono presenti dei bambini con le orecchie da elfo, che impugnano armi bianche e sul cui sfondo si vedono delle rovine antiche.



La canzone che apre il debut album dei Savatage è proprio la titletrack “Sirens”. Un bell’arpeggio di chitarra, il suono di campane e chimes, ed un riff incattivito, introducono la voce di Jon; una voce potente, graffiata ma non stridula, la cui potenza fa rima con brutalità. Il fervore del suo timbro viaggia all’unisono con l’aggressività del muro sonoro prodotto dagli altri strumenti. Verso metà canzone, il ritmo si affievolisce gradualmente, fino ad assumere degli accenti di ispirazione doom, scanditi dal suono di quelle campane iniziali e dal tintinnio degli chimes. Ma chitarra e sezione ritmica riprendono la corsa per una manciata di attimi, in cui Jon arieggia con brevi vocalizzi. E poi via verso fine canzone in fade out. Il viaggio di una nave si appresta a finire su un’isola popolata da splendide creature metà donna e metà pesce, le sensuali sirene. Nove marinai vanno in contro ad un destino tutt’altro che roseo, data la famelica brama di queste creature di mietere vittime maschili. La paura è sempre più vicina per le vittime, ma uno di loro evidentemente ha intuito il pericolo, fa una virata cambiando rotta. Le sirene non potendo saziare la brama di carne, cominciano un canto fino a quando i marinai non sono spariti dalla loro vista. Tutto questo è solo un sogno o è realtà? Un groove spinto è il leitmotiv di “Holocaust”. Il brano viene introdotto da un attacco di charleston, a cui seguono alcuni colpi di gran cassa e subito dopo la chitarra con un riff tagliente da un vero scossone, che si traduce con l’inizio vero e proprio della traccia. Il riff muta leggermente, qualche battuta e Jon irrompe con la sua voce colorandola aspramente. Sentirne il cambio di linea vocale e di timbro è da pelle d’oca. Tanto la sua voce può essere graffiata, tanto può diventare limpida nei vocalizzi acuti. Piuttosto semplice il songwriting di Holocaust, in cui i due riffs principali sentiti inizialmente, sono i conduttori dell’intero muro sonoro. La sezione ritmica si adatta ineccepibilmente al lavoro di Criss, con un risultato compatto e potente. A circa metà canzone si ode il suono delle sirene che allertano. Ed è qui che il fratello chitarrista sfoggia la sua tecnica con un assolo strutturato semplicemente, ma articolato in velocità. Si prosegue così come nella parte iniziale, per arrivare ad un finale composto dal solo suono del vento. Nei primi anni ’80 il nuovo secolo sembrava ancora molto lontano, penso che chiunque all’epoca si chiedeva come sarebbe stato, cosa sarebbe successo al genere umano, al pianeta Terra, se ci sarebbero stati cambiamenti significativi. Le liriche sono piuttosto catastrofiche. Si pensa ad un futuro anno 2000 in cui una guerra su più fronti, porterà caos e distruzione. L’oscurità scende, dolore e morte sono la conseguenza di un vero e proprio olocausto. Questa fine cosa porterà alla sua vita, si chiede il protagonista. Nascondersi non serve, le bombe bruciano nell’aria. La paura porta a chiedere aiuto a Dio. Mi chiedo cosa abbia portato alla scrittura di questo testo. Perché immaginare un futuro di guerra e distruzione, piuttosto che uno di tecnologia avanzata, di scoperte scientifiche e mediche, in grado di aiutare la gente? Poi ripenso alla guerra del Golfo, piaga durata per quasi tutto il decennio degli anni ’80. Ed in una società evoluta, in cui ancora ci si scontrava per motivi religiosi, economici e geografici, era tanto facile quanto conseguenziale, pensare che l’essere umano non sarebbe mai potuto cambiare. E l’andare avanti, l’evolversi ancora di più, avrebbe solo acuito la brama di potere e supremazia, sugli altri popoli ed/o nazioni. Un pensiero lungimirante, anche se estremamente catastrofico quello dei Savatage. Siamo nel 2014 ed una terza guerra mondiale non c’è stata. Ma diciamocela tutta, non siamo poi tanto lontani a quell’idea di distruzione, tanto che in alcune parti del mondo, di guerriglie e lotte tra popoli, ce ne sono. C’è stata evoluzione scientifica, tecnologica, ma a quanto pare l’evoluzione umana e sociale, non solo non è avvenuta, ma pare si sia anche arretrata. Cosa ci riserva il futuro? I Savatage sono stati dei profeti? Un melodico arpeggio introduce la terza traccia “I Believe”. Jon entra in scena seguendo la melodia con una linea vocale pacata, poche battute ed il ritmo torna possente, grazie all’ingresso degli altri musicisti. I riffs sono coinvolgenti, la sezione ritmica non è da meno nel supportare i fratelli Oliva. Penetrante l’assolo di chitarra, che segue col riff portante per riportare Jon in scena, con un cantato prima pulito e poi effettato. E di corsa verso un altro assolo che macina note a raffica, suddividendosi in più parti altalenate dalla prestazione vocale. Ed anche in questo brano i Savatage immaginano la fine del  nostro pianeta. Una navicella viaggia per il sistema solare a caccia di un posto dove trovare della vita. In un futuro lontanissimo, questa navicella raggiunge una pianura arida, sulla quale atterra. Una voce accoglie i membri dell’equipaggio, chiedendogli chi fossero e dicendo che loro si trovano sulla Terra, ma che questo pianeta è finito, condannato. La marcia poderosa dei Savatage non accenna a fermarsi. “Rage” è un’altra randellata nei denti. Parte rapida la canzone, mantenendo un groove carico di adrenalina, per tutta la durata del pezzo. Riff iniziale tagliente, ancor più affilato grazie ad una distorsione sapientemente calibrata. La voce di Jon si incattivisce, diventa quasi roca, urlata e incazzata. La costruzione ritmica non è particolarmente articolata, i riffs portanti sono giusto un paio, sui quali è cucito tutto il songwriting. L’unica varietà è data da un’accelerazione lievemente progressiva della batteria e dall’immancabile assolo di chitarra. Il pattern alle pelli durante la strofa brilla di potenza, la chitarra fende l’aria e con le urla furiose di Jon sono un trittico indemoniato. Pezzo di breve durata, nel quale è concentrata una dose tale di adrenalina, da resuscitare i morti. Gli ultimi venti secondi sono dedicati ad un fade out della distorsione di chitarra, che produce un effetto eco rimbombante e prolungato. Una delirante dichiarazione di ribellione traspare dal testo. Il protagonista vuole essere se stesso, nonostante sia caduto più volte, ha sempre trovato la forza di rialzarsi. Non vuole cambiare per ogni donna in contrata. Lui sa cosa sia l’amore, lo considera un gioco. Sembrano proprio le parole proferite da un giovane ragazzo che si ribella alle convenzioni, alla gente della sua città, posto che vorrebbe bruciare, poiché stufo di viverci. Si chiede se brucerà all’inferno per i peccati commessi. Ribadisce che l’amore è tutto un gioco, prova solo rabbia per questa vita. “On the Run” nel complesso non spicca come le precedenti tracce. A livello di impatto rimane meno espressiva. La struttura è un tantino monocorde, ascoltando la batteria che è un po’ piatta, non rimane che concentrarsi sulla chitarra. Ed in effetti lì troviamo riff articolati, che però contrastano troppo col piattume delle pelli. Anche la linea vocale non esalta, sembra quasi che Jon voglia “riposarsi” delle fatiche precedenti. Qualche acuto ogni tanto arriva a dare movimento ad un pezzo meno carismatico. Il risultato non è di certo deprecabile, tutt’altro, ma non sfiora nemmeno il livello delle canzoni ascoltate fino ad ora. Una corsa a perdifiato per non farsi raggiungere, nessun nascondiglio e passi sempre più vicini, tanto da sentirsi raggiungere, è una chiara metafora, di ricordi passati che vengono a galla e non lasciano respirare. Una probabile azione riprovevole compiuta su qualcuno, è un rimorso che attanaglia. Il cattivo ragazzo non vuole tornare indietro, non ha vinto, ma la corsa continua ancora. Un riffs pungente introduce “Twisted Little Sister”. Il ritmo se pur piuttosto andante, grazie all’arrangiamento vigoroso, conferisce alla traccia, una rilevante potenza d’urto. Peculiarità riscontrata in particolare nella prestazione di Criss e delle sue corde, che in alcuni frangenti diventano roventi. Il pattern alla batteria non rivela particolari segni distintivi, ma si limita assieme al basso, ad accompagnare Criss e Jon nel loro percorso. Per quanto riguarda la parte vocale, la linea seguita è lineare, adagiata morbidamente sul tappeto sonoro. Nel refrain, gli altri componenti sorreggono Jon con brevi chorus. I vocalizzi e le evoluzioni sono praticamente inesistenti, se non per un unico episodio in cui Jon calca la mano su un registro alto, ma solo con una breve frase. A differenza della traccia precedente, pur essendo Twisted Little Sister un brano lineare, racchiude in sé quel groove incisivo che la fa apprezzare. La ragazza strana del titolo, è una figura un po’ emblematica. Il protagonista è sedotto dal modo di fare violento di questa persona, la quale però ha pagato finendo in manette. Il dolore che lei ha fatto provare al protagonista, è una specie di droga per la quale egli è impazzito. Il suo cuore è distrutto, ha tentato il suicidio. Lui la desidera, ma è tempo che lei vada via.. da lui. Chitarra e colpi di gran cassa e si riparte con “Living For The Night”. Un brano che a primo ascolto ti entra nelle vene. Jon riemerge coi suoi vocalizzi, anche se a sprazzi piuttosto diradati in tutta la lunghezza del brano. Sentire i suoi urli è orgasmo puro, se poi sono susseguiti dagli assoli di Criss, il godimento si amplifica. Il riff portante è uno di quelli che rimangono impressi come un tatuaggio. Indelebile nella mente. Granitico il muro del suono, compatto, una cattedrale nel deserto, dove in mezzo al nulla si erge una monumentale dose massiccia di energia. Canzone tirata e diretta, con un quartetto talmente consolidato e simbiotico da sembrare un’unica entità. Decisamente criptiche le liriche di questa canzone. Trovare un senso logico a tali parole non è semplicissimo. Ho come l’impressione che il testo si riferisca ad una condizione interiore, in cui bene e male combattono in uno stesso individuo. Vivere per la notte a cosa porta? A non vedere il sole, ovvero la luce del bene(?!). E “il piccolo bambino che non può uscire” a  cosa si riferisce? Magari proprio a quella parte benevola, la cui “testa intrappolata tra i muri” è la metafora che indica l’impossibilità o la difficoltà di far emergere il lato onesto. L’inizio di “Scream Murder” mi ha riportato alla mente le tipiche sonorità da colonna sonora dei film d’avventura e fantascienza anni ’80. Calzerebbe a pennello in opere come “1997: Fuga da New York” piuttosto che “Distretto 13: Le Brigate della Morte”. Ed è in questa traccia che si intuisce in quale strada potenzialmente i Savatage, si dirigeranno di lì a pochi album più avanti. Quando Jon intraprende una strada progressive, a cavallo tra classicismo e sinfonia, il passo è breve nell’accostare la musicalità dei Savatage a quella di meravigliose colonne sonore. La linea vocale è caratterizzata da un’interpretazione nonché vocazione attoriale, in cui Jon da il meglio di sé. Il maggiore dei fratelli Oliva, è nato con un carisma vocale estremamente pregevole. Camaleontico, espressivo, irrompe e ammalia. I duetti con i quali ci hanno coccolato lui e Criss, sono regali unici, che ognuno dei fan (e non) dei Savatage, porterà per sempre dentro. Scream Murder, usando il gergo dei ragazzi di oggi “spacca”. Tiro e groove possenti, ritmica energizzante, in cui le prestazioni di chitarra sembrano una navicella spaziale che viaggia per il cosmo alla velocità della luce. E lì in qualche galassia lontana, il suono denso e corposo del basso di Collins vibra così forte attorno al corpo celeste della chitarra di Criss, da produrre un gigantesco buco nero. Tutto quello che li circonda viene risucchiato dalle evoluzioni canore di Jon, dal cui alto del suo registro può permettersi di guardare giù come fosse un Dio. Un idillio sublime, l’irruente combo di basso e batteria, il cui tappeto sonoro incalza ancor di più l’inesauribile marcia dei due fratelli Oliva, che si apprestano ad un finale altrettanto sublime. L’urlo omicida del titolo sembra sia un chiaro riferimento ad un killer che insegue la sua vittima. Questa caccia porterà il mal capitato all’obitorio, se non correrà più veloce. Ma alcune frasi mi fanno riflettere, e pensare che anche in questo testo si nasconda un significato più profondo. Il killer potrebbe rappresentare le paure di cui ogni essere umano soffre, ed il farsi soggiogare dalle proprie paure, porta inevitabilmente a soccombere. Nessuno può aiutarci, siamo soli contro noi stessi. Combattere le proprie paure, è l’unico modo per vivere liberamente. Tutto il bello del rock melodico settantiano ed ottantiano esplode nell’arrangiamento della canzone conclusiva di Sirens, ovvero “Out On The Streets”. Inizio da ballad, con arpeggio iniziale e riffs morbidi a sorreggere la strofa, in cui la voce si Jon assume connotati delicati. Il refrain invece si anima, alzando la potenza del ritmo. Questa staffetta si sussegue nella parte successiva, in cui chitarra e sezione ritmica fanno da contraltare alla performance vocale, che nelle parti più ritmate torna ad essere veemente. Dopo il secondo ritornello, arriva puntuale l’assolo di Criss a valorizzare la traccia. Songwriting piuttosto lineare, strofa, ritornello, assolo di chitarra e così via. I riffs sono messi in risalto da un pattern di batteria semplice ed anche un po’ timido, come se Wacholz non volesse interferire con  le note della chitarra, ed anzi facendo in modo da valorizzarle. Avviandoci alla fine, voce e chitarra non si smentiscono, regalandoci la prima quei vocalizzi urlati tanto esplosivi e la seconda, melodie suggestive a conclusione di uno strepitoso, quanto doveroso per la storia della musica, debut album. Il testo questa volta è chiarissimo. Una storia d’amore finita. Il protagonista cammina di strada di notte, solo, ripensando alla donna che lo ha lasciato. La vorrebbe accanto a sé, vorrebbe percorrere quella strada con lei. Il suo cuore è distrutto, cammina alla ricerca di lei, e si chiede se un giorno tornerà a camminare con al fianco la donna che ama. Sirens finisce così, album il cui ascolto è un viaggio appagante. La favola dei Savatage inizia nel migliore dei modi, per proseguire con atri lavori che saranno non solo al pari del debutto, ma che supereranno di gran lunga l’origine della band. Ma questo viaggio appagante ancora non è finito, nella riedizione in cd di Sirens, troviamo due bonus track: “Lady In Disguise” e “The Message”. La prima riprende un po’ la linea stilistica della traccia precedente, parte come ballad, e poi si avvia ad un andamento con intensificazione del ritmo, pur rimanendo estremamente melodica. Il trittico chitarra, basso e batteria durante il ritornello crea un’atmosfera teatrale, alla quale è difficile rimanere indifferenti. Così come l’interpretazione di Jon, in perfetta simbiosi artistica coi suoi compagni di squadra che lo supportano magistralmente. Il protagonista del testo sogna una donna dagli occhi di cristallo che indossa una maschera. Lei è la perfezione, la donna che ha sempre cercato, avvolta da quell’alone di mistero tanto seducente. Si chiede se potrà fidarsi di lei, ma ne è comunque talmente invaghito, che ha giurato a se stesso di trovarla. Leggendo tra le righe, questa non è che la speranza e la perseveranza nel trovare la donna ideale, quella dei propri sogni. Con “The Message” invece si cambia registro; traccia dal groove massiccio, nella quale la chitarra produce note pesanti, così come l’incisivo anche se cadenzato tocco delle pelli. Criss cavalca la sua chitarra come un veloce destriero, impugnandola come un’arma per scagliarsi prepotente in una battaglia. Jon non è da meno, la sua voce graffiata si sporca ulteriormente, cantando con furia ribelle. Il protagonista si fa portavoce di un messaggio ad una persona bugiarda, vagabonda, la quale si augura non faccia l’errore di mentire una seconda volta, rinunciando alla possibilità di redimersi. Nel 2002 i Savatage pubblicano la Silver Anniversary Collections di Sirens, con al posto delle due bonus track prima citate, altri due brani più una traccia nascosta. “Target” non colpisce, non risulta particolarmente vincente come brano, se pur confezionato con buona tecnica e intenzione. La ricercatezza di uno stile massiccio si interseca con un ritmo decisamente melodico, facendo risultare il brano né carne né pesce in questo caso. Ma ci sono un paio di momenti in cui la prestazione di Criss alla chitarra, vale la tutta la canzone. Circa un minuto e mezzo prima del finale, l’incipit cambia, e l’atmosfera si infervora, sempre merito del duo Oliva. Reperire i testi di queste due canzoni è stato impossibile, per cui dal solo ascolto si evince che Target fa riferimento ad una persona usata in battaglia come bersaglio, e nella guerra della vita quel bersaglio diventa una pedina da muovere a piacimento, per cui il termine target è riconducibile a quelle persone che stanche, affaticate e deluse dalla vita, sono un oggetto facilmente vulnerabile. Diverso il discorso per “Living On The Edge Of Time” che è un concentrato di potenza. Sezione ritmica e chitarra galoppano con enfasi, accentuando con riffing taglienti l’operato di Jon. Le variazioni alle corde mettono in luce le doti tecniche di Criss Oliva, musicista sottovalutato, che con suo fratello ed i Savatage, ha invece dimostrato creatività e talento non indifferente. Questo testo è stato scritto da Jon dopo aver sognato di essere inseguito da creature spaventose, lo spiega durante i live coi Jon Oliva’s Pain. Per sfuggire a mostri e demoni che cercano di afferrarlo, Jon fugge con l’auto, spostandosi talmente in là da raggiungere un tempo passato, ecco il riferimento al titolo “vivendo sul bordo del tempo”. Una sorta di “Ritorno al futuro” che porta Jon in un’altra dimensione di mistero e oscurità nella quale viene inghiottito. La traccia nascosta che si trova alla posizione 99 del cd si intitola “Island Of The Kings” ed è un breve ma vibrante strumentale acustico. Il suo ascolto rievoca viaggi in mare a bordo di un veliero che si addentra nel blu dell’oceano, rischiarato dal bagliore lunare. Tutto l’affetto fraterno di Jon e Criss è racchiuso in questa perla, dove la melodiosa chitarra è accompagnata dagli effetti soffusi del sintetizzatore. Il modo migliore per celebrare il ventennale del debutto di uno dei gruppi più significativo, prezioso ed indispensabile per la musica metal.



Savatage è un nome che equivale a garanzia di emozione, di creatività, di tecnica e talento sotto ogni punto di vista. Hanno avuto un percorso artistico la cui evoluzione verso uno stile più ricercato, ha prodotto album capolavoro, tracce che rimarranno indelebili nelle nostre menti e negli anni. Le nuove generazioni devono necessariamente passare per la musica dei fratelli Oliva, conoscerne la storia personale, per avere idea di cosa significhi la passione per la musica. Una passione che ha legato indissolubilmente il rapporto di due fratelli, amici nella vita e nel lavoro. La favola di cui parlavo all’inizio si è scontrata con le tragedie a cui purtroppo, prima o poi, nessun essere umano sfugge, ma sono proprio questi tragici avvenimenti, a rendere unica la storia personale di un individuo e la sua tenacia nell’affrontare vita e carriera. Jon ha portato avanti il progetto cominciato con suo fratello, mantenendone vivo il ricordo. Un esempio da seguire, un modo di vivere che va oltre il dolore, oltre l’egoismo provato nel perdere una persona cara. Nonostante sia difficile, a volte impensabile, andare avanti dopo aver perduto una persona cara, aggrapparsi alla vita continuando a viverla e portandola nel cuore, aiuta noi nel continuare il cammino su questa terra, e mantiene viva la presenza di chi ci ha lasciati. La favola non è vivere una vita perfetta, ma sopravvivere con ottimismo, portando avanti i ricordi belli e le esperienze fatte con chi amiamo. Ed i Savatage grazie alla loro musica ed alla loro esperienza di vita, hanno contribuito a rendere bella la favola che sto vivendo, questa favola a volte meravigliosa, a volte amara, chiamata VITA.


1) Sirens
2) Holocaust
3) I Believe
4) Rage
5) On The Run
6) Twisted Little Sister
7) Living For The Night
8) Scream Murder
9) Out On The Streets

Re-release Tracklist:
10) Lady In Disguise
11) he Message

Silver Anniversary editions Tracklist
10) Target
11) Living On The Edge Of Time
99) Traccia nascosta - Island Of The Kings

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