Savatage

Power of the Night

1985 - Atlantic Records

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
29/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Dopo un debut album più che discreto “Sirens” del 1983 ed una seconda uscita l’ep “The Dungeons Are Calling” dell’anno seguente, i Savatage pubblicano nel 1985 il secondo full length “The Power of the Night”. I fratelli Oliva sempre accompagnati da Keith Collins al basso e Steve Wacholz alle pelli, ci riprovano e concepiscono dieci tracce sullo stesso filone stilistico col quale esordiscono, un heavy metal sicuramente carico di potenza, ma la cui melodia assume connotati importanti. Più di qualche brano è la celebrazione di ciò che i Savatage intendono per metal, ma nel complesso Power oh the Night non è certo il capolavoro che ci si aspetta dal gruppo, ma indubbiamente è un lavoro che mette in risalto le caratteristiche e le potenzialità della band . Probabilmente due anni dal loro esordio, non sono bastati per raggiungere una maturazione tale da portarli a concepire un lavoro col botto. Ma chiunque conosce la storia di Jon e Criss Oliva, sa che i fratelli successivamente raggiungeranno non solo quel livello di maturazione, ma che di capolavori ne sforneranno più di uno. Quello che io intendo per stile raffinato e ricercatezza del suono, è ciò con cui i Savatage mi hanno deliziata grazie ad album quali Gutter Bullet, Streets: A Rock Opera ed Edge of Thorns, nelle cui tracce si respira a pieni polmoni poesia allo stato puro. Delicatezza, soavità, pathos, emotività, beltà ed espressività intima ed interiore si palesano nella tastiera di Jon, il cui suono diventa sempre più ricco ed accorato, arricchendo uno stile forte come l’heavy con delizioso ed armonico classicismo. Ci tengo a precisare, che se pur i Savatage non avessero compiuto una virata simile e fossero rimasti ancorati ad un metal più canonizzato, non avrebbero di certo perso importanza nella storia musicale, ma sicuramente si sarebbero confusi assieme a tante altre band dello stesso stampo. E nonostante invece il cammino prodigioso che hanno fatto, il loro nome è stato sempre assurdamente sottovalutato, dedicando utenti e critica poca importanza ad una band che invece ha avuto non solo tanto da dire, ma che lo ha detto in maniera eccelsa, facendo provare sensazioni incredibili ai suoi ascoltatori. Power of the Night contiene dieci tracce per una durata di 38 min. e 53 sec. distribuito dalla Atlantic Records e prodotto da Max Norman, che nel 1992 assieme a Dave Mustaine, produce Countdown to Extinction dei Megadeth. Questo disco è l’ultimo in cui suona Keith Collins, che verrà sostituito nel 1986 da Johnny Lee Middleton.



Il brano apripista è proprio la titletrack del disco. Un effetto space con suoni elettronici e distorsioni synth sono il preludio a “Power of the Night”. Sembra di essere a bordo di qualche navicella spaziale che sta per atterrare su un pianeta, e quando accade e la porta si apre l’impatto con il nuovo suolo produce l’effetto roboante dell’attacco vero della traccia. L’esplosione degli strumenti e la voce di Jon danno il via al viaggio dell’equipaggio di questa navicella, che potremmo essere proprio noi ascoltatori. La struttura è semplice, a parte i deliziosi momenti che ci regala Criss alla chitarra, strofa e ritornello ricalcano uno stile sobrio e diretto. Il riff di base è tagliente e convincente, in particolare nelle sue note più basse. Sezione ritmica che non si spreca più di tanto, ma funge da accompagnamento ai fratelli Oliva, le star di questo pezzo. Le liriche sono un’esortazione al popolo metallaro di alzare il pugno al cielo come atto di forza per attestare la propria identità.  L’esercito di metallari cresce sempre più, questa potenza aumenta e sembra che Jon dica di essere lui l’artefice della crescita di anime metalliche. Proseguendo con “Unusual” ci troviamo di fronte ad un assetto compositivo totalmente diverso dalla precedente track. La melodia aumenta, ma paradossalmente anche la potenza, che viene espressa sia dai riffs di chitarra, che dall’interpretazione vocale. In particolare la distribuzione avviene tra strofe e ritornello, in cui il sound si ammorbidisce nel secondo e prende carica nelle prime. La chitarra di Criss si fa protagonista già dalla parte introduttiva, e rimane più in sordina lì dove suo fratello Jon  entra in scena, dando man forte alla sezione ritmica. Non manca l’assolo, che se pur non molto longevo, riempie significativamente il pezzo. La tentazione raffigurata in un corpo di donna. Questo si evince leggendo le parole di Unusual. Camminando di notte la si incontra nelle strade, il suo fare accattivante, lo sguardo seducente, sono una forte tentazione. Inconsueta si dice Jon. Questa creatura è davvero inconsueta. Il riff portante di “Warriors” è uno dei più belli che abbia mai ascoltato. Si stampa immediatamente nel cervello. Facilmente assimilabile, ma non per questo poco incisivo, tutt’altro! Struttura comunemente utilizzata con strofa e ritornello ripetuto un paio di volte, ma il brano ha un intro piuttosto variegato, così come è diversificata la parte conclusiva. L’attacco parte immediatamente con la parte vocale, in un’interpretazione dal sottofondo evanescente composto dal solo ausilio del sintetizzatore. Quindici secondi e la chitarra entra in scena accompagnando una cavernosa distorsione vocale che con nota prolungata in fade out, dà il via alla traccia vera e propria. Il ritmo inizialmente pacato rivela invece un andamento grintoso. Non parliamo certo di sound estremamente speed, ma non è la velocità a rendere potente un brano. Questo i Savatage lo sanno benissimo e Warriors ne è un esempio lampante. La chitarra galoppa sorretta da un buon pattern di batteria, colpi secchi e decisi, ma non invadenti, che mettono in risalto l’operato di Criss alle corde. Come non farsi trascinare da un brano concepito così egregiamente, con un Jon dall’interpretazione camaleontica, che passa da un tono inizialmente limpido, per poi passare ad uno graffiato e corposo, fino ad arrivare ai suoi entusiasmanti vocalizzi?! Dopo l’assolo di Criss si cambia registro con una variazione melodica, ed i Savatage si avvicendano verso la conclusione di questo gioiello musicale. I guerrieri a cui si fa riferimento nel testo, è una metafora per descrivere la gente che ogni giorno affronta una lotta per la sopravvivenza. Uccidere o essere uccisi, è la raffigurazione verbale del lottare per non essere sopraffatti. Le strade sono costantemente popolate da chi combatte ma non ottiene nulla. Ci si fa forza, si fa unione, perché solo chi prova lo stesso dolore, può comprendersi realmente. I guerrieri del mondo percorrono strade infernali, ma non si arrendono. L’inferno è la loro casa. L’energia continua a vibrare con “Necrophilia”, dalla prima all’ultima nota. Songwriting semplice ed accattivante. La chitarra funge quasi esclusivamente da accompagnamento assieme alla sezione ritmica. Tranne alcuni momenti (assolo a parte) in cui Criss si esibisce in deliziosi siparietti tecnici, i riffs sono di facile concezione. Il finale vede una generosa scarica di colpi ad opera di Wacholz, e di saette lanciate da Criss. Anche il testo di Necrophilia nasconde una metafora. Si parla di una donna venuta dall’oltretomba. In realtà questa immagine si riferisce ad una persona fredda, la cui anima glaciale nell’affrontare un rapporto, finisce con lo spaventare gli uomini con cui viene in contatto. Il protagonista maledice il giorno in cui la conosce, rammentando il suo viaggio a Los Angeles, città dove sicuramente l’ha incontrata. Parole dure quelle usate per descrivere la donna, un’ingannatrice, che molto probabilmente all’inizio di una conoscenza finge di essere quello che non è. Ma il tempo rivela le persone per quello che sono, ed i suoi occhi cadaverici e lo spirito strano mettono in risalto la freddezza del suo essere. In una strofa Jon dice che “candele nere bruciano sul suo altare di ghiaccio, è un’ingannatrice, una miscredente”. Questo fa pensare ad una donna dedita alla magia nera ed all’occultismo, la quale tramite riti seduce gli uomini legandoli indissolubilmente a lei. Amare una donna così calcolatrice, malefica e soprattutto fredda come un cadavere, è come amare una donna morta davvero. Da qui il collegamento con la necrofilia del titolo. Arriva il momento di una traccia fulminea, sia dal punto di vista del ritmo che da quello della durata, poco più di due minuti per “Washed Out”. Criss è il fautore dell’energia che sprigiona il brano, con i suoi riffs che si accompagnano in modo eccezionale al suono del basso. La cavalcata che compie inizialmente con la sua chitarra, è una corsa carica di furia. Non è da meno suo fratello Jon che alla voce, anche se solo per un paio di minuti, sfoggia una grinta impagabile. La batteria come sempre compie il suo dovere di accompagnamento. I colpi sferrati sono marcati, anche se piuttosto cadenzati. Cassa e tom sono protagonisti, mentre i piatti vengono lasciati nel dimenticatoio. Ed è questa la formula che Wacholz ha trovato per rendere roccioso l’andamento di Washed Out. Le parole estremamente ermetiche usate nel testo rivelano un fondo di ribellione ad uno status emotivo. Il protagonista si sente solo in una vita piena di problemi ed ostacoli, dove la spazzatura presente ovunque, rappresenta la negatività che lo attanaglia. Si sente sfinito da tutto questo, ma non smette di lottare, un barlume di speranza c’è sempre, affinché questa notte (periodo avverso) passi. Di stampo nettamente AC/DCiana la sesta canzone “Hard for Love”, in particolare introduzione e strofe, mentre il ritornello completo di chorus, ricalca perfettamente il mood stilistico dell’hard rock e del glam metal anni ’80. Traccia scorrevole e melodica, resa fruibile da un songwriting easy e diretto. I riffs sono abbastanza articolati mentre i pattern di batteria non spiccano per creatività. Sono i chorus a riempire sempre gradevolmente le canzoni; poiché lì dove la composizione risulta più semplice, il coro assicura in modo cospicuo un forte effetto. Anche l’interpretazione di Jon è in linea con lo stile del brano, la sua voce si inclina tendenzialmente verso un timbro estremamente rockeggiante, mettendo in risalto la sua peculiarità graffiata. Liriche velatamente spinte in cui Jon canta e decanta, le sue doti da amatore. La ricerca scambievole di un uomo e di una donna che si trovano, si stuzzicano e consumano un pasto carnale, in una notte in cui lui si sente particolarmente “duro”. Tanto impaziente e carico, da definirsi anche troppo “duro” per lei. Una lei che a quanto pare, un forte desiderio di certo non le manca. Con “Fountain of Youth” il ritmo rallenta. Il songwriting si inspessisce e si articola, donando maggiore intensità alla melodia. Non è di certo una traccia che prende al primo ascolto; va scoperta un po’per volta, sviscerata, capita ed infine non solo apprezzata, ma amata. Diciamo che questo è uno degli esempi “creativi” per palati fini con cui i Savatage col passare degli album, ci delizieranno. E dei quali ogni fan della band, non potrà più farne a meno. Il testo parla dello storico personaggio di Juan Ponce de León, condottiero spagnolo che ha ricoperto la carica di governatore di Porto Rico dal 1508 al 1511 e dal 1515 al 1519. Nel 1943 affianca Cristoforo Colombo nel secondo viaggio verso il Nuovo Mondo. Ponce de León è inoltre colui il quale ha “scoperto” la Florida. Nel 1513 una domenica del 3 aprile giorno della resurrezione, chiamata “Domenica della Pasqua Florida” poiché cadeva agli inizi della primavera, il condottiero sbarca su quelle terre che poi vennero denominate Florida. Egli è stato il primo esploratore europeo a calpestare i territori dell’America Continentale. La storia inoltre narra della sua ricerca in Florida, della fonte della giovinezza; un posto leggendario descritto in un libro del medioevo intitolato Romanzo di Alessandro. Tale romanzo descrive le vita e la storia di Alessandro Magno. Uno dei suoi episodi di vita vede Il “Grande” attraversare assieme ad un suo soldato la terra dell’oscurità, la cui presupposta ubicazione è nelle foreste dell’Abcasia (nella zona caucasica delle Georgia). Il Re di Macedonia durante il tragitto si perde, mentre il soldato trova la fonte e diviene immortale. I Savatage descrivono il luogo mitologico come fonte non solo di eterna giovinezza, ma di potere e di luogo in cui trovare la realtà. Con “Skull Session” il suono torna granitico, compatto e veloce. Basta tendere le orecchie alle evoluzioni di chitarra del caro Criss, che già dal riff iniziale fa presagire quanta adrenalina si respirerà nel brano. I riffs si susseguono, evolvono, modificandosi e animando la traccia con fendenti estremamente taglienti. Così come aspramente coinvolgenti sono gli urli di Jon. Sezione ritmica in perfetta simbiosi coi fratelli Oliva, il cui supporto non gode di protagonismo, ma calza come un guanto all’interno del songwriting, egregiamente eseguito. Altro testo a sfondo sessuale, in cui Jon si dichiara pronto ad un “corso di aggiornamento”, il quale è senza ombra di dubbio, a livello carnale. Lui servo dell’amore e del suo piacere, guarda l’anima vergine di fronte a lui beandosi dell’espressione sul suo volto. La invita ad assaggiarlo e ad essere assaggiata. Per i contenuti di Skull Session e Hard for Love, dopo l’uscita di Power of the Night, ai Savatage fu messo sulla copertina dell’album il Parental Advisory. Questa nota, chiamiamola dolente, fu presa come un’astuzia per vendere di più il disco, poiché proibita la vendita presso alcuni negozi. “Stuck on You” non brilla di novità, il pezzo marcia ma non decolla del tutto. Il ritmo blando gode di riffs come sempre preziosi, e sono questi a “salvare” la canzone. Qui ci sarebbe stato perfettamente un innesto di basso più corposo, mentre lo strumento è quasi impercettibile. Poco movimento anche sul fronte pelli. Cassa e tom esagerati mentre i piatti sono del tutto nulli. L’idea di base funziona, ma un arrangiamento più articolato avrebbe reso giustizia al pezzo. Il solo apporto di Criss alle corde non basta, se pur con i suoi soli ed i suoi riffs puntualmente convincenti. Ed anche in Stuck on You si parla di amore fisico; il dichiarare ad una donna “Sono attaccato a te” si traduce con l’essere assieme a lei in un rapporto carnale. La trova sexy, la sua sensualità manda il protagonista fuori di testa, le chiede cosa fa quella sera, le dice che portandola a casa la farà stare bene, non può passare la notte da sola. Molto da macho questo approccio, mi fa venire in mente uno spot degli anni ’80 del profumo maschile Denim, il cui messaggio finale diceva: “Denim: per l’uomo che non deve chiedere mai!”. Spot peraltro piuttosto esplicito, di una mano femminile con unghie lunghissime laccate di rosso, che dopo aver messo sul viso del “maschio” un po’ di profumo, scorre con le dita i bottoni della camicia, aprendola, con l’intento di scivolare sempre più in basso; ma la mano di lui si posa su quella della donna con veemenza, bloccandola di botto, ed a seguire quella frase che è poi diventata piuttosto di culto. Se non fosse che la pubblicità è antecedente a Power of the Night di qualche anno, sia per musica che parole, Stuck on You sarebbe stata la perfetta colonna sonora dello spot Denim di quel periodo! Si finisce in bellezza e dolcezza con “In the Dream”. Le note pulite che fuoriescono dalla chitarra, enfatizzano l’atmosfera placida del brano. Un drappo di morbida stoffa nel quale avvolgersi, quando il freddo pungente dei vocalizzi urlati di Jon, ti entra fin dentro le ossa. Un contrasto a dir poco piacevole quel timbro, che quando si inasprisce risulta ancor più acido e tagliente se supportato da una mite melodia. Per tutto il brano i riffs arpeggiati producono un effetto quasi soffuso, mentre è il suono delle pelli che si sposta in primo piano. Se pur con un tocco graduale, mai troppo concitato sebbene risulti piuttosto deciso. Criss esegue le sue parti con matrice Malmsteeniana, fino a regalarci un breve ma intenso solo, ed assieme all’interpretazione di Jon, il duo di fratelli ci regala una piccola perla a chiusura di questo secondo e ben confezionato full length. Una dichiarazione d’amore questa volta, la cui profondità esula al 100% da qualsiasi riferimento sessuale. Quello che salta subito all’occhio è il riferimento alla perdita della donna amata. Jon proferisce il suo nome, la chiama, ma lei si è allontanata. Il modo per sentirla più vicina è quello di incontrarla in sogno. La dimensione onirica, che sia involontaria o ad occhi aperti, è l’unico luogo dove ogni desiderio può essere avverato. Oltre il tempo e lo spazio, sopra tutto e tutti, sognando possiamo sentirci vicini alle persone care. “Nel sogno sei tutto ciò che vedo” dice Jon, e a chi di noi non è mai successo di pensare e provare lo stesso per qualcuno di cui siamo stati (o siamo ancora) profondamente innamorati, o qualcuno che abbiamo perso.. per sempre?! Power of the Night termina e le sue dieci tracce ci hanno portato a scoprire ancora meglio la “psicologia” dei Savatage. Tra guerrieri che non si arrendono, esploratori alla ricerca della giovinezza eterna, tra proposte indecenti e situazioni hot, fino ad arrivare ad un’intimità affettiva profonda e sofferta, le liriche contenute nei pezzi sono di certo di facile ricezione ed in molte è semplice immedesimarsi. Ci sono state varie ristampe su cd nel corso degli anni di Power of the Night; in quella del 1997 troviamo come bonus track “Sleep”, una ballad estrapolata da “Edge of Thorns” in piano version. Delicata melodia in cui il binomio voce e tasti è da brivido. Nell’edizione pubblicata nel 2002 invece, troviamo le tracce "Power of the Night" e "Sirens" in versione live. Nel 2011 invece le tracce bonus che accompagnano la nuova ristampa sono "City Beneath the Surface", track contenuta prima nel demo del 1983 e poi nell’ep “The Dungeons Are Calling” del 1984 e “Hounds" tratta da “Gutter Ballet”, capolavoro targato Savatage del 1989. Entrambi i brani sono eseguiti live.



Ristampe e tracce bonus a parte, le quali non sempre aggiungono valore ma solo qualcosa in più (in questo caso di piacevole chiaramente) da ascoltare, Power of the Night è un secondo più che buon full length firmato Savatage. Un nome una garanzia? Per quanto mi riguarda, quasi sempre si! Tenendo sempre conto di quanto pur sforzandosi di essere oggettivi, il proprio gusto ci mette sempre uno zampino, facendo pendere l’ago della bilancia verso un album, piuttosto che un altro. Lezione che vale per qualsiasi gruppo e per qualsiasi persona. Poi ci sono bands come i Savatage, i quali buona parte di ciò che costruiscono, si erge su fondamenta talmente solide, che è difficile possano crollare. C’è stata qualche crepa, si è staccato un pezzo di intonaco, ma il palazzo della loro qualità non è mai del tutto crollato.


1) Power of the Night
2) Unusual
3) Warriors
4) Necrophilia
5) Washed Out
6) Hard for Love
7) Fountain of Youth
8) Skull Session
9) Stuck on You
10) In the Dream

Bonus track presenti nelle ristampe:

1997) Sleep
(piano version)
2002) Power of the Night (live)
         Siren (live)
2011) City Beneath the Surface (live)
          Hounds (live)

correlati