SAVATAGE

Poets and Madmen

2001 - SPV/Steamhammer

A CURA DI
CHRISTIAN RUBINO
26/05/2022
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

"Quello che ho notato quando eravamo in studio, è che ehm, quando abbiamo iniziato a fare questo disco abbiamo deciso che non avremmo sviluppato un concept. Ho notato che Paul O'Neil stava mettendo insieme i testi e che Jon e... Zak avrebbero dovuto cantare anche metà del disco... così, mentre Jon scriveva li ascoltavo per passare il tempo. Durante l'ascolto ho capito all'improvviso che le cose iniziavano a legarsi. Ho detto a Paul: lo stai trasformando in una storia, vero? E lui ha risposto dicendo che stava solo raggiungendo il picco". (intervista a Chris Caffery di Imaginessa per Metal-Rules.com)

Nel lontano 2001 i Savatage tornano in pista riprendendo il loro sound tipicamente heavy metal ma subendo l'ennesimo scossone interno a livello di formazione perché gli ottimi Al Pitrelli e Zackary Stevens lasciano rispettivamente il ruolo di chitarrista e vocalist della band. Il momento dello split è drammatico per Jon Oliva e il resto della ciurma in quanto i due artisti si allontanano durante la stesura del nuovo concept, quando quasi tutti i brani sono pronti per la concertistica timbrica di Zac. Lo stesso vale pure per i riff e gli assoli che necessitano di un elemento talentuoso e melodioso come Al Pitrelli per essere perfezionati. Non che Chris Caffery non sia all'altezza della situazione, ma il biondo chitarrista èpropenso a sonorità più dure e dirette rispetto al tecnicismo melodico del collega. I motivi dell'abbandono sono personali perché Al riceve e accetta una proposta economica molto allettante da parte dei Megadeth che gli permette di far fronte alle spese per mantenere figli ed ex mogli: "Andarmene è stata una scelta dolorosa, ma maturata dopo un periodo di seria meditazione iniziato dopo il tour di The Wake Of Magellan, sulle cose che sono state e su come sarebbero dovute andare: suonare con loro non poteva mettere freno ai miei problemi. La loro musica è bellissima, ma in America non si vive di sola bella musica. Penso che non sarei potuto andare avanti molto con loro. La mia situazione familiare è diventata molto pesante da qualche anno a questa parte: sono divorziato, padre di due bambini e con un figlio a carico; io mi reputo un buon genitore, ma le mie mogli non la pensano così e quindi, oltre a mantenere me e i miei figli, devo mantenere anche loro e i loro nuovi compagni, e purtroppo con i Savatage non ce la facevo" (intervista ad Al Pitrelli tratta dal libro di Dario Cattaneo: Dietro il sipario, l'epopea dei Savatage). Alla sincerità di Pitrelli, che oltretutto si ferma con gli ex compagni per registrare le parti soliste già composte, si contrappone la mezza bugia di Stevens che invece spiega di essersi allontanato dal combo per dedicare più tempo alla propria famiglia, quando in realtà, dopo poco, esce sulle scene con un nuovo progetto musicale chiamato Circle II Circle. Nonostante tutto il vocalist rimane legato alla famiglia Savatage e addirittura aiutato dallo stesso Jon a comporre le tracce per il primo album della sua nuova creatura. Poets And Madmen nasce quindi non nel migliore dei modi, rivelandosi alla fine un buon album ma non innovativo come gli statunitensi avevano quasi sempre fatto. Le undici tracce sono deficitarie di momenti magici e folli, nonostante le melodie siano interessanti ed energiche. Siamo lontani anni luce da pietre miliari quali "Streets", "Gutter Ballet", "Hall Of The Mountain King", "Dead Winter Dead" e dallo stesso raggiante: "The Wake Of Magellan", pubblicato quattro anni prima. A tutto c'è un inizio e una fine si potrebbe dire. Poche sono le cose che perdurano per sempre e purtroppo finiscono anche le storie d'amore che sembrano indistruttibili. Terminano così nel dimenticatoio o chiudono i battenti pure le band rock che ci hanno accompagnato negli anni migliori della nostra vita. Questo sfortunatamente è quello che succede ai Savatage del nuovo millennio che con l'ultimo album in studio (finora, ma la speranza di vederne un altro forse c'è ancora) lasciano sinceramente un vuoto incolmabile e un periodo di tristezza tra i tantissimi supporters degli artisti di Tampa. Jon Oliva, rimboccandosi le maniche ritorna in pianta stabile dietro al microfono evitando di far esalare, prima del tempo, l'ultimo respiro alla creatura del compianto Criss, la cui memoria sembra continuare nelle prodezze dell'amico e quasi "fratello" Chris Caffery, capace di un lavoro chitarristico di prim'ordine e di grande responsabilità. Inizialmente, la set list doveva essere divisa tra Jon e il singer principale Zachary Stevens, cantante già da primi anni '90 del gruppo americano, ma le carte in tavola cambiano inaspettatamente. Il ritorno in pianta stabile al canto di Oliva è un evento, che porta durezza e asprezza per via della sua diabolica voce, diventando così un tassello fondamentale del nuovo platter e salvando così la baracca prima dell'imminente fine: "Sono convinto che nulla avvenga per caso e penso che le nuove canzoni stiano bene così come sono. La mia voce si adatta maggiormente all'atmosfera di quest'album, che è più pesante e oscura" (intervista a Jon Oliva tratta dal libro di Dario Cattaneo: Dietro il sipario, l'epopea dei Savatage). Sulla band floridiana aleggia ormai da tempo lo spettro del principale progetto ideato dallo stesso Jon Oliva e dal produttore Paul O'Neil, ovvero la Trans-Siberian Orchestra con la quale hanno già pubblicato un album nel 1998, "Christmas Attic" e un altro "Beethoven's Last Night" nel 2000, girando tutti gli Stati Uniti e ottenendo un enorme successo di pubblico. Probabilmente nella mente dei due autori campeggia l'idea di dedicarsi a piene mani alla TSO e regalare momentaneamente un'ultima opera dei Savatage ai tantissimi e affezionati fans sparsi per il mondo. Per rendere felice e soddisfatto il suo fedelissimo pubblico il "The Mountain King" torna drasticamente einaspettatamente alle sue radici metal, senza disdegnare la teatralità e la magnificenza sonora tipica del periodo posteriore alla morte dell'affezionato fratello. Tutte le canzoni, tranne qualcuna, sono scritte con la chitarra mentre le altre al pianoforte. Qui gli elementi dell'Orchestra Transiberiana sono pochissimi, quasi inesistenti perché Jon vuole provare invano e ancora una volta a tenere viva la storia dei Savatage, cercando con tutte le sue forze di separare le due cose ed evitando che la band dello sfortunato Criss sia sovrastata dal trionfo e dai tanti soldi ottenuti dalla Trans-Siberian Orchestra. Ma la domanda sorge spontanea, Jon Oliva, che oltretutto non ha più le corde vocali di una volta, è capace in questo momento particolare della sua carriera di concentrarsi alla nascita di un altro grande album dei Savatage? La risposta è purtroppo negativa perché la TSO, i Doctor Bucher e l'imminente progetto dei suoi prossimi Pain di Jon Oliva, occupano troppo tempo e idee, togliendogli molta ispirazione compositiva. E poi parliamoci chiaro: perché continuare a produrre dischi costosi con il marchio Savatage, quando è più facile buttarsi sul commerciale e guadagnare tantissimi dollari proprio con la Trans Siberian? A questo occorre aggiungere che l'attuale conceptè poi inserito nel susseguirsi delle song in modo strano e senza una logica continuazione nei testi, come invece avvenuto in passato nei precedenti dischi degli artisti statunitensi. Nonostante tutto, il suono è eccellente, grazie all'ottima produzione di O'Neill e tutto il lavoro di composizione èaccettabile, molto in linea con la storia che si vuole raccontare. I temi sono densi, oscuri, melodrammatici e cupi. Il racconto è quindi lo spunto sviluppato in generale nelle liriche delle canzoni che sono quindi tutte legate tematicamente ma senza un ordine preciso e facilmente seguibile. La storia è concentrata all'interno di un fatiscente edificio abbandonato, per l'esattezza un ex manicomio, rappresentato sul moniker dell'album e dove tre curiosi ragazzi, in una notte di fine estate, scoprono per caso un vecchio malato di mente che non ha abbandonato l'istituto nemmeno dopo la sua chiusura. Questo misterioso uomo è per il produttore O'Neil il fotografo sudafricano, vincitore del premio Pullitzer, Kevin Carter, famoso per la foto scattata nel 1993 ad una bambina semimorta di stenti su una strada polverosa del Sudan con un avvoltoio vicino pronto a divorarla. La lotta con la morale, con la propria coscienza e soprattutto con il male che il giornalista ha documentato nel corso della sua carriera lo portano a essere schiavo della droga, dell'alcol e della depressione, morendo nella realtà suicida all'età di trentatré anni. Qui nel racconto degli autori, l'uomo arriva invece alla pazzia fino ad essere internato e dimenticato da quel mondo che lo aveva tanto esaltato e reso popolare. Distaccarsi dalla realtà raccontando la stessa realtà non è facile e questo forse è quello che lo ha assassinato veramente.
"La trama prende spunto da una foto scattata in Sudan. Era la foto di questa bambina, tutta raggomitolata, quasi morta di fame sul ciglio della strada e c'era solo un avvoltoio e questo tizio che ha scattato la foto era un fotografo sconosciuto in America. Era solo un ragazzo giovane. Ha scattato questa foto ed è tornato in America, dove tutti i telegiornali l'hanno mostrata e questo lo ha reso ricco. Ha vinto un premio Pulitzer, si chiamava Kevin Carter ed è una persona reale che ha vissuto davvero. Quindi questa è la storia e si suicidò per questa visione. Era una visione. Una volta che vedi questa foto, è inclusa nell'album, questa non lascerà mai la tua mente... è l'immagine più pesante che abbia mai visto in vita mia. Era così pesante per questo ragazzo che ha finito per farlo impazzire. Questa era l'idea originale per la storia. Quello che abbiamo fatto nella nostra versione narrativa è stata, per imbatterci in questa persona che ora è morta..., quella che l'uomo fosse rinchiuso in un'istituzione... invece di suicidarsi e nascondendosi da tutti. Tre ragazzi,una notte, scoprono questo posto ed è così che la storia si lega insieme". (intervista a Jon Oliva di Imaginessa per Metal-Rules.com)

Stay With Me Awhile

L'emozione che Oliva mette nella sua nuova scrittura è molto viva e si sente subito con l'iniziale: Stay With Me Awhile (Stai con me per un po') dove riesce a miscelare il metal classico dei suoi Savatage, al rock sinfonico e progressive degli ultimi lavori. L'apertura della canzone ha un ottimo riff di tastiera che apre la strada a un brano complesso, ricco di idee e ritmi diversi. Il soave piano di Jon è esaltante e domina la scena già dai primi secondi perché mette i sentimenti al primo posto, a differenza di quello che spesso succede nella maggior parte delle band prog metal internazionali, propense più alla tecnica esecutiva che hai emozioni vere e proprie. Proprio come "Streets" del 1991, questa traccia è semplicemente un'introduzione alla vicenda che sta per svolgersi. Il suono cresce lentamente con la spigolosa guitar di Caffery ma sempre in un clima melodioso e sinistro, esaltato dalla tagliente e sempre più pesante ugola di "The Mountain King", che quasi sussurra la lirica per poi inaspettatamente irrigidirsi, con una tonalità più alta nel ritornello. Le parti corali ci sono e si apprezzano benissimo ma quello che colpisce è la voce del vocalist non più incisiva e acuta come un decennio fa ma adesso molto frenata e a metà strada con quella dell'ex cantante Zac. È tarda sera, quando tre ragazzini annoiati leggono su un giornale locale della chiusura di alcuni manicomi nella propria città. Interessati dall'argomento e presi da uno spirito avventuristico e di spavalderia si dirigono con l'auto in uno di questi centri entrando poi all'interno da una finestra rotta. È buio pesto e fuori si sentono dei tuoni in lontananza come se da un momento all'altro debba piovere. Daryl, Tommy e Joey (i nomi dei tre ragazzi protagonisti che sembrano impersonificare la figura di tre piccoli Jon Oliva), spaventati e timorosi, cominciano a brancolare nel buio e nelle polverose stanze di questo tenebroso centro di igiene sanitario: "Le tenebre coprono tutto e scrutano con attenzione ogni cosa. Si nascondono dietro ai fulmini della tempesta attutendone così ogni caduta E ogni cosa che vedono possono ricordarla per sempre". Stay With Me Awhile è la perfetta song iniziale; decadente e scura che sfrutta la formula magica della band, ovvero accostare brillantemente il pianoforte e la chitarra elettrica come già sperimentato con successo nei primi capolavori novantiani, come il riuscitissimo "Edge Of Thorns" dai fantastici e particolari arrangiamenti. L'armonia è molto familiare grazie anche ai riff e ai prolungati assoli di Chris, sostenuti da una grande sezione ritmica capace di seguire il compitino senza sbavature, come se il gruppo si accontenti di riproporre un classico del passato rimanendo tranquillamente nella propria zona di confort. È strano da scrivere ma il singer è il musicista che si espone di più con le sue rauche e consumate corde vocali ancora utili a non far rimpiangere Stevens, così anche il modo di suonare il piano come se si trovasse in un teatro di Broadway. L'edificio, costruito all'inizio del secolo, ha un'architettura gotica tipica di molti palazzi di quel periodo, fatto di solida pietra con un tetto in ardesia nera e con delle ornate grondaie di piombo, i cui beccucci finiscono sempre con le smorfie di qualche gnomo o di qualche gargoyle. Qualcuno dall'interno del fabbricato, nonostante sia nascosto nelle tenebre, sembra volersi fare  scoprire per uscire da una forzata situazione di isolamento e ritornare a riscoprire la vita: "Stai con me, per quel poco che resta della notte. Per un momento nei ricordi che il tempo non potrà negare. Stai con me, dove ancora la notte offre amnistia permettendo di seppellire momentaneamente il tempo, cercando di dimenticare".

There In The Silence

Sebbene la band faccia ancora un uso compatto del pianoforte e della tastiera, le chitarre sono presenti in modo più elevato rispetto ai due album precedenti, dando a quest'ultima opera un suono più metal e aggressivo. Il combo a stelle e strisce accantona gli esperimenti quasi progressisti e torna a un power metal potente ma ancora sinfonico. Questo aspetto si nota nella seconda traccia in scaletta There In The Silence (Lì nel silenzio), pezzo sostenuto anche da uno sperimentale riff di synth dal suono ottantiano e industriale che guida il primo minuto della composizione ma che rimane portante in tutta la song, prima che l'ugola malvagia di Oliva e la possente sei corde elettrica di Chris prendano il sopravvento su tutti gli altri strumenti, sviluppando così uno schiacciante groove. I cambi di tempo e i tratti lenti del brano, intervallati a linee più veloci, sono caratterizzati da prolungati e ossessivi assoli di chitarra che ne fanno un vero e proprio disco dei Savatage. L'atmosfera profonda e lugubre immerge i tre giovani in un contesto horror che anziché spaventarli li esalta ad andare avanti come se stessero cercando qualcosa: "Ora qualcuno è entrato oltrepassando le mura mentre le ombre scrutano e osservano nel silenzio". L'uso della chitarra è molto compatto nel bel refrain che prende slancio con il contributo degli indovinati e intrigantissimi cori. Il ritornello è semplicemente terrificante...:"Lì nel silenzio qualcosa si nasconde, qualcosa giace e qualcosa sospira", mentre il formidabile Jon Oliva chiude il brano con una risata pulita e maliziosa. Tommy inciampa involontariamente su una vecchia statua e nel giro di pochi secondi una figura misteriosa deruba l'amico Darly della giacca, dove tiene le chiavi dell'auto. Scoppia il panico nel gruppo ma dura poco perché i boys, superato lo spavento, cominciano a inseguire questo strano tizio che riesce però agevolmente a chiudersi a chiave in una stanza. La giacca non è per fortuna all'interno della camera ma fuori, in bella mostra, su una sedia ben piegata con sopra un pacchetto di sigarette e un accendino. Guardando bene Darly nota la mancanza di una sola sigaretta dal pacchetto e come primo impulso passa l'accendino sotto la porta all'uomo misterioso, il quale dopo poco restituisce l'oggetto: "In questa strana notte la mente può immaginare e il buio può tradire ma lì nel silenzio qualcosa si nasconde. Forse una vita dimenticata". Il mistero si infittisce sempre di più. Chi è costui che vive imboscato in questo fabbricato ormai abbandonato e dimenticato da tutti?

Commissar

Un plumbeo piano, dei riff tenebrosi e una voce solenne e allo stesso tempo inquietante introducono il singolo Commissar (Commissario) che esplode dopo pochi secondi in un turbinio di voci e un giro di accordi epici di chitarra culminanti in assoli velocissimi al fulmicotone, che lasciano sinceramente di stucco e abbastanza appagati. Qui Chris Caffery esegue qualcosa di pazzesco e trascinante dedicando ai fans, nell'ultima parte della canzone, ancora un lungo e complesso assolo di chitarra che è uno dei migliori del concept per passionalità ed emozione. La tecnica e lo stile del guitar hero sono incredibili, martellanti e ricordano non poco l'irraggiungibile Criss Oliva, creando addirittura con le note robuste della sua sei corde dei riff complessi e impetuosi che infiammano dall'inizio alla fine del brano. Siamo ormai arrivati alla scoperta della verità perché i giovani, a buona ragione perplessi sul da farsi, cominciano audacemente a fare gli investigatori e a scartabellare i documenti contenuti nella buca accanto alla cella di questo abbandonato reparto di degenza: "Forse Commissario dovremmo andarcene prima che il sipario si schianti su di noi. La notte è silenziosa. Le tenebre avvolgono tutto nel loro buio e in quell'oscurità affogheremo". Jon, nonostante il suo vizio per il fumo e i chili di troppo, canta ancora bene e schizofrenicamente con i suoi strozzati grugniti, anche se le sue affascinanti corde vocali non hanno più quella estensione e quella acutezza che lo avevano contraddistinto anni prima ma è ancora su buoni livelli. Gli elementi sinfonici per infuocare la song sono eccellenti ma le due chitarre elettriche nel complesso sono predominanti e massicce, pescando ispirazione dai famosi riff degli Iron Maiden degli anni '80. L'alternanza delle voci dei quattro è poi ancora la ciliegina sulla torta di una composizione che vede l'ormai ospite Al Pitrelli suonare soavemente l'assolo principale nella prima parte mentre il biondo Chris gestisce magnificamente tutto il resto: "Ma non avere paura, io resto qui. E nelle tenebre sarò la tua spia. Il Pedone è diventato una Regina. Si è mosso inosservato sulla scacchiera ed ha fatto scacco matto"! Il finale chitarristico, con i prolungati assoli di Al e Chris, è qualcosa di devastante che ripaga il costo del disco e che fa ancora di più rimpiangere questo fantastico duo di abilissimi guitar hero.

I Seek Power

Chi nel mondo non vorrebbe avere successo e potere? Naturalmente la maggior parte degli esseri umani ha da un lato questo desiderio ma dall'altro prova un certo fastidio riguardo a questo termine a causa delle immagini assolutamente fasulle proposte dalla televisione, dai giornali, e dalla pubblicità. Si pensa, che diventando famosi e ricchi si possa avere tutto ed essere felici ma purtroppo non è così perché la realtà è ben diversa da quella che il successo e i soldi tentano di farci vedere e credere. I Seek Power (Cerco il potere) descrive nei testi, proprio questo aspetto essendo un'altra traccia profonda e seria per merito soprattutto di Jon che canta a squarciagola sembrando a tratti veramente fuori di testa e scappato da un istituto di igiene mentale. L'interpretazione è pazzesca come del resto è folle il protagonista dell'avvenimento, accompagnato nel racconto, della sua triste storia, da anomali e strani riff chitarristici di Pitrelli e Caffery. I due si cimentano in una accordatura sperimentale che rende in effetti questo pezzo molto alternativo e inusuale per l'originale pedigree della band. L'inizio leggero delle sei corde, con il canto pulito e quasi sottovoce di Oliva è solo un depistaggio sonoro perché in pochi secondi il ritmo si alza e la voce del singer si imbruttisce per poi ritornare pacata e attorniata da spazi musicali soavi e di bassa intensità. La caratteristica della traccia è proprio l'alternanza di queste due forti e opposte intensità sonore che fanno sì che le due potenti chitarre elettriche siano le protagoniste assolute, specialmente nei lunghi assoli chitarristici, dando poco spazio al robusto e cadenzato ritornello. Tra i fogli sparpagliati a terra nella stanza e con la flebile luce di una torcia elettrica i tre compagni scrutano, con difficoltà, di capire chi è questo strano tizio barricato dietro la porta: "La luce sparsa è una guida tra le ombre per scoprire tra le rovine un fantasma sopravvissuto dal passato". Dopo una serie di minuti concitati, incoraggiati da furiose chitarre si arriva all'amara verità che il gruppetto cerca insistentemente: "Cerco il potere lì dove ne è rimasto un'po' e nella mia mente". Su un foglio stropicciato e quasi impossibile da leggere scorgono il numero della cella e il nome di colui che è rinchiuso proprio lì; dietro quella insuperabile porta di ferro. Il malato è il famosissimo giornalista e fotografo Kevin Carter, di cui i tre mocciosi leggono voracemente e a bassa voce tutta la sua disgraziata storia. Proprio in questo momento, nel più bello della scoperta, quando sembra che il ritmo modulato e violento delle due sei corde sembri cessare con gli ultimi dirompenti assoli, Al e Chris ripartono in quarta, sostenuti fortemente dalle urla di Jon che grida più volte le stesse parole: "I Sick Power, I Sick Power"! La canzone ha quindi, inaspettatamente, un fenomenale cambio di tempo ripartendo con una vorticosa sequenza di riff e con un rapido e finale assolo sprigionato dalle micidiali corde di Chris, che chiude davvero in bellezza, ripescando i riff rocciosi e granitici dei passati trionfi, come quelli dei primi e celebri dischi degli americani. "Mentre le tenebre calano cerco il potere".

Drive

Sfortunatamente non tutto il disco è esattamente brillante perché le canzoni più dirette, come la quinta in scaletta: Drive (Guidare) non lasciano un grande segno, mostrando il primo scricchiolio dell'album. La scelta di inciderlo nell'album con il marchio Savatage e' un azzardo e una soluzione insensata, magari come uscita del gruppo parallelo dei Dr. Butcher avrebbe avuto un senso e soprattutto anche una scelta logica. Non è una brutta canzone ma manca un po' di personalità rispetto a quello sentito nella prima parte della set list perché riporta all'udito la pesantezza del passato che si scontra con la raffinatezza sinfonica del presente. Qui il guitar hero Caffery è libero di sbizzarrirsi senza remore partendo, già dall'inizio molto forte, con i suoi battenti e ininterrotti riff, seguiti dagli acuti e dalle rauche corde vocali di Jon, che melodicamente dirigono l'esasperato ritornello e il ritmo travolgente della song. Il testo è legato alla frastornata esistenza di Carter che cresce in Sud Africa in piena apartheid, rimanendo colpito dalla violenza e dallo schiavismo della società sudafricana. Da qui l'appoggio incondizionato per Mandela, diventando membro dell'African National Congress, che gli procura una serie di ostacoli e addirittura il rischio di un arresto. Entrato per obbligo nell'Esercito del paese sudafricano cade in depressione perché partecipa ad alcune battaglie sanguinose e agli scontri cruenti tra bianchi e neri. Dopo un tentato suicidio è congedato, e si dedica così alla fotografia, testimoniando le guerre e gli scontri nell'arcaico Stato Africano. Da lì è tutto un crescendo fino alla popolarità con la vittoria del premio Pulitzer che lo consacra come uno dei migliori giornalisti in circolazione grazie alla sua grandissima brama di successo: "I desideri ciechi e le ambizioni viscerali non si stancano mai. Ho dei piani, nessun dissenso. Ho una missione e salterò ogni blocco stradale nel mio percorso". Oliva crea vocalmente una specie di cantilena ripetitiva e caratteristica mentre la sezione ritmica picchia a più non posso alzando con la chitarra di Chris una vera e propria parete sonora molto facinorosa e invalicabile, che onestamente alla fine coinvolge positivamente ed energicamente. Paradossalmente il trionfo giornalistico di Kevin è la causa della sua fine perché la depressione e i rimorsi del fotografo sono tutti legati ad una foto che il curioso trio vede tra i fascicoli dell'uomo. Lo scatto di una donna in bikini nasconde il motivo per cui il paziente si trova lì. Passandosi tra le mani il ritratto, una parte di questo si stacca e il gruppetto osserva, pieno di ribrezzo, la figura che ha portato alla vittoria di quel maledetto premio Pulitzer...

Morphine Child

Siamo nel vivo del racconto e in piena suspence. Qui l'armonia iniziale è rilassante e molto riflessiva; basta chiudere gli occhi e alzare il volume a palla per addentrarsi in questa epica melodia di ben dieci minuti che mostra tutti i pregi e l'altissima qualità compositiva dei Savatage. Il capolavoro Morphine Child (Figlio della morfina) è una delle più belle song scritte dal combo a stelle e strisce, che mette in risalto tutto ciò per cui sono originali e amati. L'avvio progressivo con la chitarra semiacustica è così commovente da far venire la pelle d'oca e sebbene Zachary sia andato via nel più bello, Oliva canta sufficientemente bene ed è ben circondato da bellissimi cori polifonici a più voci, addirittura anche gregoriani che rendono la canzone molto forte e dinamica. Il fondatore e vocalist dei Sava, mette tutto il suo estro sia nel piano e sia vocalmente partendo lentamente per poi accelerare lievemente, fino a fare esplodere, con le sue grezze corde vocali, l'ottimo ritornello. Le sue pulite e appassionanti tonalità, sommate alla interpretazione contorta del brano e del momento cruciale del concept, sono semplicemente uniche e sbalorditive. L'amico di una vita, Chris Caffery non è da meno perché si tuffa con la sua guitar in riff classici e memorabili, continuando egregiamente gli insegnamenti dell'indimenticabile Criss ma mettendo molto di suo nelle esecuzioni degli assoli. Non ha comunque senso cercare di paragonare Chris Caffery a Criss Oliva. Semplicemente è inutile perché Criss era una leggenda ineguagliabile e insostituibile. Nessun appunto per la sezione ritmica perché Jeff Plate con i suoi tocchi prog da un 'impronta al pezzo sempre progressista, nonostante la batteria tenda a passare un po' in secondo piano in tutto l'album. Di contro il veterano Johnny Lee Middleton è costantemente ben allineato agli altri strumenti senza mai cercare di strafare o di mettersi in evidenza solo per puro narcisismo. E l'autore Paul O'Neill? Lui è sempre fondamentale per questa resiliente e poco fortunata band perché la storia vagamente reale di Kevin Carter, da lui creata, è uno spunto interessante e molto sottile sul fatto di dover sfruttare a tutti i costi le disgrazie altrui per fare scalpore e notizia, oppure, guardando il rovescio della medaglia potrebbe essere un aspetto positivo, pubblicizzarle per smuovere le coscienze degli uomini e provare così a cambiare qualcosa: "C'è un ladro in una notte estiva che dall'altre parte dell'Oceano viene a vedere una vita sfumare via. Di questa vita lui scrive senza provare emozioni, rimuovendola dalla sua vista e non facendo mai una scelta". Colmi di ripugnanza i ragazzi osservano attentamente l'istantanea di Carter che raffigura una bambina sudanese di quattro anni prossima alla morte per denutrizione, sul ciglio di una strada polverosa, fissata avidamente e a breve distanza da un enorme avvoltoio nero. "Morphine Child", soprannominata anche "Cantations" per via del ripetuto uso di questa parola nei cori finali, è una grande esplosione melodica, che si stampa nel cervello portando a canticchiarla senza sosta e lasciando estasiati dall'udire le quattro contrapposte ugole degli artisti. C'è un insieme di voci che ripetono una parola, altre che replicano una melodia diversa e altre ancorache fanno qualcos'altro fondendosi maestosamente alla perfezione. Darly, Tommy e Joey, scioccati da questa visione ammutoliscono riuscendo a stento a leggere, nelle proprie menti, l'articolo di giornale connesso alla foto. Pare, che dopo quello scatto Kevin si sia seduto esanime sotto un albero senza pronunciare nulla, fumandosi tutte le sigarette che aveva a disposizione: "Signore, c'è qualcosa di sbagliato! Nella mia vita potrei andare avanti senza più pensarci fino a che un giorno potrei dubitare del mio operato. Allora chiudo gli occhi per dimenticare ma lei non se ne va. Una sagoma nelle ombre ma le ombre non andranno mai via. Può il nostro Dio perdonare questo? Forse sì, perché io sono il figlio della morfina".

The Rumor

La chitarra acustica introduce la canzone successiva, The Rumor (La voce) che nei primi secondi sembra una cantilena ricordando poi moltissimo, nel testo, il brano "S. Patricks" estrapolato dall'album "Street". Qui Oliva utilizza lo stesso modo di parlare con Dio, facendo le domande più disperate e sapendo anche che rimarranno senza risposta. La musica è ottima e a tratti esplosiva in quanto alterna parti pesanti a momenti acustici molto originali, cambi di ritmo improvvisi e soprattutto il ritorno alle armonie di uno dei loro più riusciti concept del lontano 1991: "Gesù qual è il motivo di queste cicatrici che non guariranno mai? Gesù qual è il motivo per cui questa bambina non sopravvivrà con tutti i suoi sogni? Non significa nulla per te? L'incubazione della song non è stata delle più facili e neanche molto casuale: "Eravamo sul molo della casa di un amico, affacciati sul golfo del Messico con una pessima chitarra acustica in mano. Era tardi e il sole stava tramontando, quando il pezzo acustico cominciò a venirmi in mente. La suonai per Paul e lui entrò subito nel mood. Le parole vennero da sole e sistemammo un po' la melodia portante. Il resto del brano fu terminato recuperando un pezzo su cui Chris era rimasto bloccato e rigirandolo nella tonalità che ci serviva. Funzionò" (intervista a Jon Oliva tratta dal libro di Dario Cattaneo: Dietro il sipario, l'epopea dei Savatage). L'assolo principale è addirittura di Al Pitrelli che non abbandona il combo senza aver dato il suo ultimo e prezioso contributo. E Jon? Lui è sempre sul pezzo perché la maggior parte delle song dovevano essere interpretate dall'amico Zac e invece si ritrova forzatamente a riprendersi il microfono cantando in modo indiavolato su tappeti di note pesanti e nei momenti in cui le due chitarre elettriche entrano prepotentemente in gioco. "The Rumor" è quindi un ritorno al passato fatto di massiccio heavy metal che riporta in luce il formidabile sound ottantiano dei Savatage ma anche un tema che sta molto a cuore ad Oliva: la fede verso un Dio dal quale cerca spiegazioni e che dall'ultima sua venuta non è più sceso tra gli uomini a dare conforto e speranza all'umanità: "Gesù se tu potessi rivivere, scenderesti ancora dalla croce e ci ridaresti indietro tutti i chiodi dicendo che non c'è speranza per noi? Dopo tutto questo tempo si dice che le tue mani sanguinino ancora". I tre ragazzi scoprono leggendo la cartella clinica di Carter che il cervello del famoso giornalista non si era mai separato dall'immagine di quella povera bimba e che più che successo gli aveva portato un tormento interiore indescrivibile e mai superato. A questo punto i ragazzi si guardano negli occhi rimanendo di nuovo in silenzio, pensando come lo scopo di quella foto fosse ben diverso da ciò che avevano pensato all'inizio: "Gesù, mi sembra che in qualche modo tu ti fidi ancora di noi. Hai ancora fede in noi e forse è giusto che sia così". Qui Paul e Jon fanno bingo perché trattano un argomento ancora molto delicato nelle nostre società moderne. È giusto documentare, da parte dei giornalisti, tutte le bruttezze e le disgrazie che avvengono nel mondo, documentandole nei minimi particolari?

Man In The Mirror

Nell'ottava traccia, Man In The Mirror (Uomo allo specchio) Jon si cala egregiamente nella parte del malato mentale Kevin Carter, infermo mentale chiuso a chiave nella sua cella che si guarda allo specchio non riconoscendosi più, incominciando a farsi domande su sé stesso e come sia finito in questa maledetta prigione, patendo una punizione che non merita. Kevin interrompendo la silenziosità che fino ad ora lo aveva contraddistinto, incomincia a urlare e strillare come un forsennato facendo terrorizzare i tre sbarbatelli assiepati dietro alla porta: "Chi sei in realtà! Chi sei in realtà", si chiede l'ex fotografo. La melodia di fondoè buona ma non eccezionale; la veloce chitarra semi acustica e le accelerazioni elettriche condite da una tastiera di sottofondo rievocano i suoni tradizionali della band, abbelliti dagli onnipresenti e cadenzati cambi di tempo. Colpiscono positivamente le calme e feroci linee vocali, in generale molto orecchiabili, del frontman americano, accompagnati da micidiali e originali riff di basso, che impegnano fortemente Lee Middleton per l'intera durata della traccia. Il testo e il ritornello sono poi azzeccati per raccontare e descrivere il dramma interiore di quest'uomo passato dalle stelle alle stalle: "Dammi un'ultima possibilità, dammi un ultimo ballo, dammi una battuta magica, cancella un minuto del mio passato". Carter ha vissuto una giovinezza difficile difendendo i neri del suo razzista paese, per poi documentare le atrocità delle rivolte, delle repressioni e le continue guerre africane delle quali ha testimoniato le disumane atrocità, cadendo così nell'alcool, nella droga e nella depressione: "C'è un uomo che conoscevo e ogni tanto viene ancora a trovarmi quando è tardi e l'alcol fa effetto. Guarda e ride quando mi vede e mi chiede cosa mi è successo. E io dico che è tutta colpa della luce ma lui sorride e dice che mi sbaglio. I suoi occhi vedono così chiaramente che è tutta la vita che nego la verità perché l'uomo allo specchio sono io". "Man In The Mirror" sorprende poi per alcuni arrangiamenti e alcune atmosfere intimidatorie e ossessive che in seguito saranno il cavallo di battaglia degli ottimi ultimi lavori degli Jon Oliva's Pain. Questo interessante aspetto si evidenzia soprattutto verso la conclusione della song che diventa più veloce, sonoramente orchestrale e angosciante con riff magnetici e assoli chitarristici ripetitivi 

Surrender

I Savatage non sarebbero loro se non ci fosse al timone l'insostituibile Jon Oliva nei testi, nella produzione, alla tastiera o al pianoforte e ora di nuovo alla voce. I suoi tocchi creano un vero e proprio stile artistico, che saggiamente il "The Mountain King" riporta in questa ultima fatica discografica e soprattutto nel brano Surrender (Arrenditi). Qui la tastiera dona un'atmosfera quasi industriale che assomiglia molto all'inizio di "There In The Silence", sfruttando di più l'armonia del suo pianoforte e aggiungendo un'ambientazione molto tenebrosa in tutta la composizione ma comunque mai forzata o troppo ridondante. L'inquietante riff di piano e la spettacolarità delle corde vocali del singer danno il via lentamente alla canzone prima che Chris, Johnny e Jeff si tuffino in un sound pesantemente metal. Continuando a curiosare la cartella del paziente Carter, i tre compagni leggono che Kevin, anni prima, aveva tentato di suicidarsi ed era stato salvato da un amico, il quale lo aveva affidato alle cure di questo ormai abbandonato istituto: "Quando nella tua vita ti sei arreso, te lo ricordi? Hai tradito dei sogni e torneresti indietro se potessi salvarli adesso. Sentivi la pressione crescere dentro il tuo cervello. Inizi a chiederti se stai impazzendo e non è un destino che sicuramente desideravi". "Surrender" per certi versi ricorda, per il riff principale, "Turns To Me" dell'album precedente ma ahimè meno ispirato. La musica non è uguale ma i due pezzi hanno in comune una lenta introduzione e una struttura molto resistente, simile ai suoni passati di "Streets", anche se nel complesso la song non è straordinaria. La lirica, in generale, a parte collegarsi con la disgrazia mentale e al tentato suicidio del giornalista sudafricano, riprende ancora uno dei temi caldi della band statunitense, ovvero la fede in Dio. Oliva e O'Neill se lo sono sempre chiesto. Ma esiste Dio? E se sì perché fa tanto soffrire l'umanità su questa Terra? Jon e Kevin sono quindi due ribelli che hanno perso qualcosa di importante strada facendo. Il primo il fratello, il secondo la ragione e poi la vita stessa: "Momenti di ragione attraversano a sprazzi la tua mente. Siamo forse un'opera incompiuta e un pensiero da qualche parte nella mente di Dio. Cerchi nella mente una corrispondenza con Giuseppe, Maria e il loro figliolo ma senti solo silenzio per qualcosa che hai fatto. Alla fine, sei crocifisso senza speranza"! La malinconia e la tristezza imperniano il brano con cenni di ribellione rappresentati dalla graffiante e ritmata guitar di Caffery ma anche dalla gola rauca e teatrale di Oliva che non si risparmia e a modo suo trasporta lo spettatore nell'esistenza maledetta di Kevin. In chiusura colpisce l'interruzione della canzone, preceduta da superbi cambi di tempo intervallati da raffiche di riff chitarristici e ossessive note di pianoforte. Il tutto è associato poi all'ugola dannata di Jon che urla di vedere morire il famoso corrispondente sudafricano come se fosse uno spettacolo unico per l'audience mondiale. È un peccato come i Savatage abbiano trascorso la maggior parte della loro carriera nella categoria dei gruppi rock sottovalutati e non presi veramente in considerazione da un pubblico metal più vasto. L'heavy metal sinfonico che propongono è molto sentimentale, robusto e con un'aria sinistra tremendamente attraente che riassume benissimo il loro caratteristico suono.  

Awaken

Una schioccante e possente linea di basso introduce la noiosa e breve Awaken (Risvegliarsi), purtroppo non all'altezza delle precedenti tracce. Nonostante tutto dopo qualche istante la canzone scoppia in energici riff chitarristici, spigolosi e taglienti provocati dalle violente sei corde del biondo Cafery, che è aiutato anche dalle malvage tonalità cavernicole di Oliva. Jon però canta male, come se non riuscisse ad estendere bene i suoi acuti. In certi punti sembra non arrivare con la voce facendo sentire vistosamente come questa song non sia adatta alla sua timbrica ma bensì a quella dello sleale Stevens per il quale il pezzo è stato originariamente costruito. Johnny Lee Middleton non sta a guardare e diventa il protagonista assoluto con la sua quattro corde, ritornando un minuto dopo alla carica e ritagliandosi ancora un suo piccolo spazio strumentale insieme alla battente batteria di Plate, un po' in secondo piano anche in questa song. Il pezzo sembra dapprima una specie di semi ballata ma poi pian pianino si trasforma, aumentando di velocità, con un solido sound metal ma senza mai coinvolgere in pieno l'uditore. Ormai siamo arrivati al clou dell'opera perché Tommy, Joey e Daryl intuiscono che questo malato di mente è stato dimenticato al momento della chiusura dell'istituto e pensano se non sia il caso di avvisare la polizia, e di farlo uscire da questo derelitto manicomio. Tra i tre, prevale il buonsenso perché forse la decisione migliore è che Kevin sia lasciato libero e protetto da queste fatiscenti quattro mura perché fuori non è cambiato nulla dai tempi di quella sua scioccante fotografia: "Risvegliarsi, risvegliarsi! Hai paura del futuro. Hai paura della notte. Hai paura della luce spietata fuori da qui. Agonia ed estasi non danno certezze per trovare una via d'uscita anche questa notte". Il freddo e ritmato basso duella con onore e coraggio contro una gigantesca chitarra elettrica e una voce molto aggressiva ma questa volta mediocre e non all'altezza. L'ugola di Jon mette in evidenza il dramma di Carter, sotto i colpi di una distorta sei corde che sentenzia il decesso per suicidio dell'uomo, avvenuto qualche anno dopo l'incursione notturna di questi tre strani adolescenti. Proprio questa notizia affligge e colpisce l'adulto Daryl che ritorna da solo nella vecchia struttura per rendergli omaggio e lasciargli simbolicamente un pacchetto di sigarette fuori dalla sua stanza vuota: "Riesci a vedere nel futuro anche se è ben nascosto. È così certa la fine che hai deciso di chiudere gli occhi. Il nero delle tenebre invita all'eternità". "Awaken" è un altro solco del disco che riporta alla mente il vecchio suono dei Savatage di metà carriera per una canzone molto cruda e senza freni ma alla lunga senza mordente.

Back To A Reason

L'ultima canzone dell'opera, Back To A Reason (Tornare alla ragione) è una vera e propria ballata orchestrale con il solito piano sdolcinato di Oliva, anche se nella parte centrale si irrobustisce per il sostegno degli inconfondibili cori polifonici a quattro voci e per il turbinio elettrico e vivace degli accordi di Chris. I primi due minuti sono un incanto di suoni country rock che poi mutano con diversi cambi di tempo in pieno stile metal, ricalcando in parte lo stesso stato d'animo sentito nei brani precedenti del concept. Qui si ode leggermente il progetto, ormai non più parallelo dei Savatage e precisamente dell'Orchestra Transiberiana che oscura l'ispirazione di Jon e Paul per la famosa band rock di Tampa, portandoli da questo momento a concentrarsi solo ed esclusivamente sulla gallina dalle uova d'oro chiamata: Trans-Siberian Orchestra. Colpisce la stimolante progressione di accordi, il soave ritornello e la voce più delicata di Jon che questa volta va dritta al cuore, ferendo nel profondo l'anima e commovendo per la sua tenerezza finale. Dei tre ormai uomini, solo Daryl, il più sensibile, rimane preso dalla triste vicenda di Carter. L'anno seguente torna di nuovo nel fatiscente reparto psichiatrico trovando al suo posto il pacchetto di Marlboro, così come lo aveva lasciato ma inverosimilmente con una sigaretta mancante, presa sicuramente dal fantasma del tormentato reporter: "Tempo, sono qui da solo ed ho sanguinato per te. Le mie gocce di sangue sono tutte cadute invano come la pioggia nel deserto. Voglio tornare alla ragione che prima di ammalarmi conoscevo". La lirica e la musica sono molto intense e l'interpretazione di Jon è davvero impressionante, forse perché il fondatore dei Savatage, in un certo senso si rivede in Kevin nei periodi più brutti della sua esistenza. Basti pensare alla tragica e imprevedibile morte del fratello minore nel momento migliore delle loro carriere artistiche o quando era diventato schiavo dell'alcool e della droga che stavano compromettendo la sua professione: "Voglio tornare alla ragione che una volta conoscevo. Devo far smettere il dolore, abbracciando il figlio della morfina e pomparlo nelle vene. I fantasmi piangono? Sentono il passare degli anni? Il tempo va avanti, avanti, avanti?". "Back To A Reason", non lascia indifferenti, rispecchiando la splendida tradizione dei lenti divinamente creati dal gruppo e chiudendo l'album in modo incantevole. L'ormai maturo Daryl ritornerà ogni anno per compiere il medesimo gesto, scoprendo puntualmente il pacchetto privo di una sigaretta. Magari non si tratta di un fantasma ma di un essere umano nascosto in quel maledetto edificio che involontariamente impersonifica la tragedia del fotoreporter. Insomma, qualcuno che, come Kevin, possa provare grandi sentimenti per il prossimo in un momento non facile per il mondo a causa di continue tragedie e guerre che esasperano l'egoismo dell'essere umano: "Voltati e guarda quanti morti. Cosa è andato storto? Dammi una valida riflessione su questo oscuro tradimento. L'unica sola ragione che mi è rimasta, sei tu?". Song toccante e dalle corde giuste che chiude sconsolatamente, salvo clamorose sorprese la strada dei sottovalutati e sfortunati Savatage. Sono passati ormai ventuno anni da quest'ultima pubblicazione eil combo di Tampa manca moltissimo ai tantissimi supporters sparsi in tutto il globo.

Conclusioni

"Penso che il nuovo album sia uno spaccato davvero eccitante di tutto ciò che abbiamo fatto negli ultimi quindici anni, potrebbe non tornare esattamente allo stile di Hall Of The Mountain King, ma Poets And Madmen ha sicuramente molto in comune con lo spirito dei primi dischi che abbiamo pubblicato, a partire dal 1985". (intervista a Jon Oliva di Marta per spazioinwind.libero.it)

La dichiarazione del veterano Jon è solo in parte veritiera. La prima sensazione è quella di sentire un suono familiare, ma qualcosa non quadra perché la produzione del lavoro alla fine risulta solo discreta e un po' debole rispetto agli standard passati dei Savatage. Il sound complessivo di questa rock opera sembra forzato, stanco e in due pezzi pure fiacco; eppure, gli autori e il produttore sono sempre gli stessi. I testi non sembrano seguire una narrazione chiara, il che crea confusione e non nascondo la difficoltà di interpretare le liriche e di incastrarci dentro la storia del concept. Si potrebbe continuare scrivendo che in alcune song anche la struttura dei brani è confusa, perché spesso c'è un'idea interessante, o un ritornello o una linea vocale particolarmente orecchiabile, ma poi la band cambia direzione e lo spunto viene abbandonato e non pienamente utilizzato. Il connubio delle potenti chitarre elettriche e gli elementi sinfonici e tastieristici sembrano attenuarsi, come se i quattro membri stessero riciclando idee o pensando a qualcos'altro. La maggior parte delle canzoni non sono epiche e memorabili, tranne che la fantastica "Morphine Child", entrata di diritto tra i migliori classici del combod'oltre oceano. Jon, naturalmente ha la giusta scusante di essersi trovato all'improvviso in piena emergenza, dovendo rinunciare ad un chitarrista di valore come Al Pitrelli, che prima di andare via, in ogni caso in sala di registrazione, da un suo piccolo contributo ma la perdita più grossa è dietro al microfono. I brani sono creati e dovevano essere interpretati appositamente dall'ugola calda e determinata di Zachary Stevens. Jon, nonostante sia un buon cantante prova a fare del suo meglio adattando bene le sue tonalità al suono scuro e ponderoso di questo platter ma con sufficienti risultati. Oliva canta con grande disinvoltura, sebbene la sua estensione vocale sia considerevolmente diminuita, seguitando comunque a ringhiare e a urlare come un forsennato, catturando l'attenzione e mostrando anche un lato più dolce nelle parti acustiche di alcune tracce. In più il gruppo americano si butta la zappa sotto i piedi realizzando alcune canzoni non abbastanza heavy da attrarre una platea metal ormai diffidente dopo la svolta sonora verso il nuovo progetto della Trans-Siberian Orchestra e allo stesso tempo, sfornando alcune song troppo pesanti per attirare i supporters della TSO. A livello tecnico i musicisti non si discutono: l'eccellente Chris Caffery è una forza della natura perché suona in modo aggressivo riff e assoli moderni e con un suono pulito ma imitando troppo il compianto Criss Oliva, senza sviluppare però con coraggio un proprio stile. La sezione ritmica è precisa come un orologio svizzero ma si nota che c'è in generale un'aria di smobilitazione perché tutti sanno che questo è l'ultimo disco di una delle più originali band metal di tutti i tempi. Per fortuna l'emozione dei testi e lo stile sonoro dei Savatage, fatto di metal classico, rock sinfonico e prog è sempre vivo ed interessante perché la band vuole e riesce ad emozionare senza strafare in inutili virtuosismi. Certo, ad essere sinceri "Poets And Madmen" è un album difficile da decifrare al primo ascolto in quanto necessita di essere risentito a più riprese per essere poi goduto e stimato! È un lavoro piacevole e molto classico, difficile da catalogare ma rimane un'ottima testimonianza e un saluto finale dei ragazzi floridiani verso coloro che nonostante tutto li hanno sempre seguiti nel bene e nel male. Il boss Jon Oliva riesce a concludere con tante difficoltà questa fantastica storia musicale della band, voluta fortemente dall'ineguagliabile e sfortunato fratello Criss, con un ultimo e grande tour di supporto, ingaggiando addirittura per i concerti il bravo e poco conosciuto singer Damon Jiniya e il chitarrista dei Metalium Jack Frost. L'ultimo spettacolo del combo avviene due anni dopo, nell'ottobre 2003, al Criss Memorial Concert di Clearwater, dopodiché cala il sipario e un silenzio assordante da parte degli americani che si buttanoin propri e paralleli progetti personali, anche se la Trans-Siberian Orchestra rimane quello principale e il più riuscito di tutti, specialmente in termini economici. Una breve parentesi è data però dall'esibizione sul Black Stage del Wacken Open Air festival in Germania, nel 2015, in contemporanea alla Trans-Siberian Orchestra per un inevitabile e quasi definitivo passaggio di consegne.

"Tutti noi amiamo i Savatage ma ho dato ai Savatage la loro possibilità di raggiungere il livello a cui pensavamo di poter arrivare ma a cui non siamo mai arrivati, per molte ragioni - abbiamo avuto tragedie e molte cose simili. Ma per me i Savatage non erano i Savatage da dopo la morte di Criss. Tutte le altre formazioni del gruppo che avete sentito da Edge Of Thorns in poi, per me erano più simili alla Trans-Siberian Orchestra che ai Savatage stessi". (Jon Oliva)

1) Stay With Me Awhile
2) There In The Silence
3) Commissar
4) I Seek Power
5) Drive
6) Morphine Child
7) The Rumor
8) Man In The Mirror
9) Surrender
10) Awaken
11) Back To A Reason
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