SAVATAGE

Hall Of The Mountain King

1987 - Atlantic

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
30/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Hall Of The Mountain King, di certo, è considerabile come una delle vette della discografia dei Savatage, per una parte considerevole di fan addirittura il miglior disco mai registrato dalla band. Il clamoroso insuccesso del precedente Fight For The Rock, datato 1985 ed inviso soprattutto alla band stessa per il suono vicino al pop metal, viene recisamente lasciato alle spalle per proiettare il gruppo in un'età dorata contraddistinta da album eccellenti. Con ogni probabilità la chiave di volta risiede nell'ingresso del produttore Paul O'Neill sul campo di gioco: il nuovo Mangiafuoco riesce a tirare magistralmente i fili della band per indirizzarla verso la piena realizzazione delle sue potenzialità e per riportarla al sound oscuro e claustrofobico delle prime fatiche discografiche. Con Hall Of The Mountain King i Savatage raggiungono anche il pubblico più mainstream, grazie soprattutto al contributo mediatico di MTV, nata solo sei anni prima, su cui compaiono spesso la title track ed il videoclip di "24 Hours Ago". Parallelamente, il pacchetto musicale del gruppo comincia ad incorporare molti elementi del nascente neo-prog metal, tanto che i Savatage del periodo possono a buon diritto esser considerati tra i padri fondatori di questo stile popolarissimo negli Anni Novanta. Aumenta anche l'uso di tastiere con suoni orchestrali, che conferiscono alla musica dei Savatage un'aura di maestosità e profondità assente persino dagli ottimi album iniziali. Tali elementi si faranno ancora più presenti dal successivo Gutter Ballet, un cambio ancora più deciso verso il neo-prog, a partire dal quale O'Neill scriverà anche moltissimi dei testi delle canzoni. Hall Of The Mountain King si può considerare un prototipo, un ponte tra i vecchi Savatage tutti riff e 'minimalismo' metal, basati più sulla potenza chitarristica e sulla compattezza della sezione ritmica, ed una band di nuova concezione più appetibile al grande pubblico ma saldamente ancorata al 'metal'.



La prima traccia, di cui viene anche girato un videoclip in cui semplicemente la band inscena una performance sul palco, è "24 Hrs. Ago". La caratteristica impressionante dei Savatage ritornati allo stile pre-Fight For The Rock è la rocciosità dei riff, che si susseguono a ritmo vorticoso durante tutta la canzone. Più che all'uso di modi complicati o ai tempi dispari, è in questo che la band si è accostata di più al neo-prog: invece di basare la composizione dei pezzi su un paio di ottimi temi, Oliva e soci ne 'gettano nella mischia' una quantità industriale, quasi tutti dal tono cupo e claustrofobico che contraddistingue l'album. Il testo è piuttosto criptico nel significato, ma sicuramente canalizza un'energia isterica e negativa, che potrebbe derivare dall'uso di droga: il protagonista agisce convulsamente per liberarsi da ogni costrizione e si lancia fuori dalla porta con gli occhi rossi "iniettati di sangue". "Beyond The Doors Of The Dark" si apre con una breve sezione lenta e dal suono pulito, in cui sia le parti strumentali sia il cantato sono palesemente debitori ai due album incisi dai Black Sabbath con Ronnie James Dio, Heaven And Hell e Mob Rules, in particolare a una canzone come "Falling Off The Edge Of The World". Ben presto, però, ritorna il trademark dei Savatage, con un riff veloce ed aggressivo su cui Jon Oliva sfoggia una forma di acuto piuttosto ricorrente in tutto il disco. Il testo della canzone sembra riferirsi piuttosto chiaramente, di nuovo, all'uso di droga: il sottile richiamo "oltre la soglia dell'oscurità" è una sentenza di morte certa e di condanna ad un inferno popolato dai propri stessi incubi. La sofferenza data dalla dipendenza è 'personalizzata' dal vissuto e dalle chimere di ognuno dei suoi adepti, e dal testo della canzone non sembra ci sia modo di redimersi dall'errore una volta commesso. Rispetto al brano precedente, questo è leggermente più semplice nell'ammassare i riff, e l'uso delle tastiere aumenta per simulare un coro maschile ancora più adatto ad evocare l'umidità sporca dei sotterranei e delle fogne (argomenti già incontrati nell'EP The Dungeons Are Calling, non a caso anch'esso incentrato testualmente sulla tossicodipendenza). In questa seconda traccia si mette in mostra la versatilità eccezionale di Jon Oliva, probabilmente uno dei cantanti metal più innovativi degli Anni Ottanta, capace di passare da un suono pulito - anche negli acuti - ad uno molto sporco che si potrebbe prestare ottimamente al sound di una band thrash come i Metallica. Il riff di "Legions" arriva da un fade-in in cui il basso regge il groove, mentre la chitarra ruggisce un altro tema oscuro. Jon Oliva spesso arriva quasi a urlare il testo piuttosto che cantarlo, attestandosi su una melodia ben definita e riconoscibile solo nel chorus; il testo è l'urlo di battaglia delle legioni di guerrieri della notte, un gruppo non meglio identificato che ha però un obiettivo chiaro: uscire dal proprio nascondiglio e conquistare il mondo esterno. In segno di scherno, le legioni della notte invitano coloro che oppongono resistenza a stringersi l'uno attorno all'altro e pregare nella vana speranza di un provvidenziale e salvifico intervento divino. Il riffing chitarristico sembra prendere spunto dai grandi maestri Europei, ma anche dal genio indimenticato di Randy Rhoads, chitarrista per un biennio della band di Ozzy Osbourne e di cui Criss Oliva purtroppo condividerà un tragico destino pochi anni dopo. "Strange Wings" vede il duetto vocale tra Jon Oliva e Ray Gillen, per pochissimo frontman dei Black Sabbath intenti a registrare l'album Eternal Idol. Il tema principale della canzone è più orecchiabile rispetto a quanto sentito fino a questo momento nell'album, forse per allinearsi più facilmente allo stile meno 'tragico' e cupo di Gillen, mentre il testo è incentrato su una figura femminile estremamente seducente che cavalca una cavalla nera alata. Il personaggio narrante della canzone, ovviamente innamorato, ne riconosce l'estraneità e probabile non-umanità, ma ne è irrimediabilmente attratto e percepisce un tratto comune con la strana creatura, visto che anch'essa piange lacrime come gli umani. Il brano si divide tra due correnti solo apparentemente opposte: da un lato l'aggressività Savatage, dall'altro il gusto per gli anthem tipici degli Anni Ottanta. Segue lo strumentale "Prelude To Madness", una delle prime serie incursioni del neo-prog nello stile dei Savatage. Gli Oliva introducono nell'arrangiamento elementi orchestrali, probabilmente ispirati all'uso che ne fecero i giganti del progressive negli Anni Settanta, ma anche un guitar hero come Ritchie Blackmore. Dopo l'ingresso del tema di "Peer Gynt" del compositore Norvegese Edvard Grieg - cui si ispira l'idea del Re della Montagna - Criss Oliva si lancia in un solo forsennato, trascinato dall'accelerando di tutta la band che si risolve poi in una fermata prima della chiusura finale. Il brano successivo, pur rimandando nominalmente alla famosa composizione di Grieg, non ne condivide nulla musicalmente. Sarebbe forse stato più sensato intitolare "Prelude To Madness" con il nome di "Hall Of The Mountain King"? Può darsi, ma in fin dei conti si sarebbe trattato di dare il nome dell'album a uno strumentale che introduce una canzone veramente emblematica nella carriera dei Savatage. Il riff di "Hall Of The Mountain King", accompagnato da tuoni che ne aumentano la minacciosità, è uno dei più compatti ed efficaci del lotto Oliva&co. Nonostante l'ispirazione a Peer Gynt, il testo della canzone non ha nulla a che fare con il poema drammatico di Ibsen (anch'egli Norvegese), per la cui prima rappresentazione Grieg compose le musiche. La versione dei Savatage tratta di un antico re pazzo e potente chiuso eternamente nel proprio castello a sorvegliarne i segreti. Rispetto agli album precedenti la produzione è diventata più ricca e complessa, le sovraincisioni abbondano e le parti chitarristiche tirano esplicitamente le fila del discorso musicale, con la voce di Jon Oliva impegnata ancora una volta a raccontare la vicenda piuttosto che cantarla, mentre ancora una volta una melodia chiara è presente solo nel chorus. Un lungo intermezzo in climax con gli acuti drammatici del vocalist introduce il solo di chitarra, prima che la ripetizione della strofa e del chorus portino la title track ad una conclusione turbinante. Meno agitato è il mid-tempo "The Price You Pay", una canzone probabilmente un po' più debole nell'economia del disco rispetto alla precedente, principalmente retta sul chorus semplice ma coinvolgente, per il resto un po' troppo fiduciosa nella teatralità di Jon e nella vivacità chitarristica di Criss, che da sole non bastano a salvare una canzone con un vago sapore di filler. Una possibile interpretazione del testo è la scoperta di un fantomatica 'altra faccia della medaglia' che si nasconde dietro alle luci del successo mediatico. Il salire sul palco ogni sera di fronte ad un pubblico impersonale ed esser costretti a recitare una parte mettendo da parte le proprie emozioni personali è accettabile all'inizio, quando l'onda del successo è ancora nuova e potente, ma diventa presto una costrizione terribile. Un'altra possibile chiave di lettura è una metafora della vita stessa, passata il più delle volte (negli USA ottantiani soprattutto) a mentire spudoratamente sui propri pensieri e le proprie idee per compiacere una società che fa solo finta di conoscerci e che invece mira all'uniformazione. "White Witch" omaggia i Judas Priest e la grande ondata di NWOBHM, quella per intenderci degli Angel Witch che scrissero un brano dal titolo simile, "Burn The White Witch". La velocità e la possanza del semplice riff, che rimanda ad un sound molto più stradaiolo rispetto agli standard dei Savatage, accompagnano uno stile vocale notevolmente ispirato allo stile di Halford. E chissà che lo stesso Metal God non abbia ascoltato l'album dei Savatage e abbia tratto qualche idea da comunicare ai propri soci per realizzare, l'anno successivo, Ram It Down... L'argomento della canzone è presumibilmente una 'professionista' che - come in buona parte dei classici metal - è dipinta come una donna demoniaca in grado di stregare i maschi ed impossessarsi delle loro anime. Il breve strumentale "Last Dawn" è un brano acustico che richiama molto l'atmosfera iniziale dell'EP The Dungeons Are Calling, pubblicato dalla band nel 1983 immediatamente dopo il debut album Sirens. "Devastation" è un assalto al confine tra i primi Maiden e il thrash classico, che proprio in questi anni sta facendo furore al di là dell'Atlantico. Nonostante l'approccio piuttosto complesso nella combinazione dei riff, e l'uso di elementi stilistici tendenti al cliché, il sound dei Savatage è nettamente riconoscibile soprattutto grazie alla voce di Oliva, che nell'avanzare della carriera della band sfoggia caratteristiche sempre più personali nonostante le palesi ispirazioni venute da colonne portanti del metal. Curiosamente, il testo è proprio un omaggio al thrash tradizionale (tradizionale per noi oggi, ma all'epoca l'unico thrash esistente, spesso anche chiamato col sinonimo 'speed metal'): uno scenario apocalittico è previsto per l'anno Duemila, l'umanità ha sprecato ogni chance di pace ed ora si trova a fare i conti col proprio tragico destino. Persino i quattro Cavalieri dell'Apocalisse compaiono nel cielo con propositi tutt'altro che amichevoli. Che la citazione dei Four Horsemen sia un omaggio nemmeno troppo velato ai Metallica?



Hall Of The Mountain King è indubbiamente il disco che segna la svolta dei Savatage da band emergente del metal Statunitense a grande realtà di fine Anni Ottanta. Potenti e compatti, con un suono facilmente distinguibile, e con tonnellate di riff direttamente ispirati ai grandi maestri del genere in questi anni, Oliva e compagni scolpiscono per la prima volta una statua dalle proporzioni ammirevoli. Il canone non è certo quello dell'armonia greca, dato che la formula dei Savatage propone un suono umido, nebbioso, denso e spigoloso, circondato da atmosfere sulfuree meno legate all'occulto (quindi distanti, per esempio, dal caso dei Sabbath) e più ai disastri del quotidiano. Anche dietro al manto del Re della Montagna. Seguiranno una serie di successi impressionanti con Gutter BalletStreetsEdge Of Thorns Handful Of Rain, purtroppo segnati dalla tragica scomparsa di Criss Oliva e dalla rinuncia al ruolo di vocalist del fratello Jon, che verrà rimpiazzato dopo Streets da Zak Stevens. Hall Of The Mountain King, comunque, rimane sempre l'anello di congiunzione tra i Savatage vecchi e nuovi, grazie anche al contributo di Paul O'Neill. Un album ancora oggi ritenuto, e a buon diritto, uno dei più rappresentativi dell'enorme talento di questa band.



1) 24 Hrs. Ago
2) Beyond The Doors Of The Dark
3) Legions
4) Strange Wings
5) Prelude To Madness (instrumental)
6) Hall Of The Mountain King
7) The Price You Pay
8) White Witch
9) Last Dawn
10) Devastation

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