SAVATAGE

Fight For The Rock

1986 - Atlantic Records

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
22/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
4

Recensione

Giunti al terzo appuntamento discografico dopo Sirens e Power Of The Night, cui va ad aggiungersi l’EP The Dungeons Are Calling, gli statunitensi Savatage pubblicano nel 1986 Fight For The Rock, il primo disco in cui il ruolo di bassista lasciato vacante da Keith Collins è ricoperto da Johnny Lee Middleton. Middleton sarà un membro stabile dei Savatage (l’unico, a dir la verità) da questo momento in avanti, non uscendo mai dalla line-up del gruppo. Il resto della band rimane immutato, con il duo di famiglia Jon (voce e tastiere) e Criss Oliva (chitarra), sorretti nella sezione ritmica dal già citato Middleton e da Steve Wacholz (batteria).

La spinta verso la produzione dell’album è data fondamentalmente dalla casa discografica, ansiosa di continuare il successo mediatico del gruppo. Jon Oliva è spesso impegnato a comporre canzoni per artisti fuori dal panorama metal, principalmente nel pop un po’ più mainstream, e la Atlantic fiuta probabilmente una possibile breccia nei cuori del grande pubblico. Più fan, più soldi. Semplice. Invita quindi Oliva a scrivere per i Savatage lo stesso tipo di musica destinata inizialmente ad altri musicisti, ovviamente adattandola opportunamente alla formula della band a stelle e strisce. Inoltre, per fini promozionali, lancia l’idea di una session fotografica in modo che chi compra l’album conosca i volti dei propri beniamini direttamente guardando la copertina. Finora i Savatage non si sono mai mostrati nel materiale visivo all’interno dei dischi, ma vengono convinti a realizzare un servizio in cui finiscono addirittura per inscenare la celeberrima foto di Joe Rosenthal Raising the Flag on Iwo Jima (Eng. Alzando la Bandiera su Iwo Jima), che naturalmente rimanda all’episodio della conquista dell’isola di Iwo Jima da parte dei marines USA durante la fase finale della II Guerra Mondiale, in un momento in cui le sorti della guerra nel Pacifico contro il Giappone volsero definitivamente in favore degli Stati Uniti, capaci con la conquista di Iwo Jima di consolidare una posizione strategica da cui lanciare attacchi aerei contro le metropoli nipponiche. Sulle prime, l’idea dell’omaggio patriottico (ricorre appunto il quarantennio dalla battaglia di Iwo Jima) sembra buona, e la band si lascia indurre a realizzarla, ma già dopo la pubblicazione dell’album gli animi non sono più così fiduciosi e sicuri. Al contempo, Oliva storce il naso sin dalle prime battute quando gli viene chiesto di virare su coordinate più pop e meno intransigenti: sente che lo spirito dei Savatage non è nelle canzoni che possano scalare le classifiche. Al momento di imbarcarsi nel tour promozionale, solo una manciata di brani compare nelle scalette dei concerti, e già dai primi Anni Novanta anche quella sparisce definitivamente. L’album raggiunge ugualmente un discreto successo commerciale, ma gli hardcore fan lo identificano generalmente come un passo falso piuttosto madornale nella carriera di Oliva e co., ‘colpevoli’ di aver deviato dal proprio sound originale e – presumibilmente – più artisticamente genuino in virtù di motivazioni monetarie. Vae victis. Si aggiunga la mossa da faina della label discografica, che nonostante i toni piuttosto morigerati del disco si affretta ad apporvi l’etichetta ‘Parental Advisory’ destinata agli album oggetto di censura della neonata PMRC. Avere lo stick che marchia il prodotto come adatto al solo pubblico adulto è, naturalmente, un plus commerciale non indifferente negli USA dell’era Reaganiana, segnati come non mai da un’ipocrisia bigotta che influisce su praticamente ogni aspetto della vita sociale e politica. La sindrome della mela nel giardino dell’Eden viene sfruttata ovviamente non solo dalla Atlantic, beninteso, quanto piuttosto diventa un fenomeno di costume che anche oggi non nasconde alcuni strascichi piuttosto esilaranti. Il tour promozionale di Fight For The Rock vede i Savatage di spalla a mostri sacri come Motörhead, Kiss, Megadeth, al momento tra le stelle più luminose del firmamento metal. Questo però, se da una parte offre ulteriore visibilità alla band, dall’altra ne scredita parzialmente la serietà in quanto ‘irriducibile’, visto che l’album più recente è appunto un compromesso verso sonorità che il gruppo non sente essere proprie. Addirittura Oliva e soci arrivano a ribattezzare scherzosamente l’album ‘Fight for the Nightmare’! La critica calca particolarmente la mano nel valutare il prodotto, e il responso estremamente negativo della stampa è una delle cause che provoca la caduta di Jon Oliva nel baratro della droga e dell’alcolismo depressivo. Jon si allontanerà sempre più dal fronte palco, fino a lasciarlo completamente all’inizio degli Anni Novanta. Paradossalmente, la sterzata commerciale intrapresa dai Savatage sarà l’atto introduttivo della loro età dorata, caratterizzata da album oggi famosi alla maggior parte degli appassionati di metal come Hall Of The Mountain King, Gutter Ballet, Streets e Edge Of Thorns, tutti altamente influenzati dal nuovo produttore Paul O’Neill, che contribuirà a plasmare il sound dei Savatage verso una durata maggiore delle canzoni, strutture più complesse ed evoluzioni virtuosistiche più audaci, nonché ad un’elaborazione dei testi più attenta alla moda del concept.



L’opener e title track “Fight For The Rock” è uno dei tantissimi inni che il rock ha dedicato a se stesso durante la propria lunga storia. Se non fosse un disco dei Savatage, il testo potrebbe essere a tutti gli effetti scritto dai Manowar, soprattutto in merito all’adunata degli appassionati di rock, che si stringono gli uni agli altri alzando i pugni e giurando fedeltà alla propria musica preferita. Contestualizzata nell’atmosfera di condanna e fraintendimento creata dalla PMRC, l’intenzione di ‘combattere per il rock’ è uno dei temi preferiti dalle band metal a metà degli Anni Ottanta: Tipper Gore e la sua risma tentano in tutti i modi di colpevolizzare un mondo ed una sottocultura che probabilmente non sono neanche interessati ad approfondire ed esaminare imparzialmente, ma nonostante colpi durissimi - come l’imposizione delle commissioni di controllo per il rating di età – ed anzi forse proprio in virtù dell’aura di ‘musica maledetta’ aleggiante attorno al metal, le band escono sempre vincitrici dai confronti giudiziari (famosi i casi di Ozzy Osbourne e, anni dopo, dei Judas Priest). Dal punto di vista musicale, la prima traccia è ritmicamente aggressiva e veloce, sebbene palesemente debitrice al format dei Judas Priest, e le soluzioni già tentate in Sirens e The Dungeons Are Calling si semplificano, togliendo parte del mordente sonoro dei Savatage e puntando molto sull’orecchiabilità del chorus, che appunto scandisce le parole del titolo in uno stile decisamente pop metal. “Out On The Streets” proviene direttamente dalla tradizione, solidissima in quegli anni, di band come Foreigner, Bon Jovi e compagnia. La melodia iniziale suonata su sintetizzatori che imitano strumenti a fiato, accompagnata da un arpeggio pulito di chitarra, rimanda alle pop power ballad che spadroneggiano in molte classifiche mondiali, trasformandosi con un breve bridge – piuttosto banale a dirla tutta – in un chorus in cui la voce di Oliva suona a dir poco svogliata, come se fosse registrata pensando “ma io cosa ci sto a fare qui?!”. Anche il testo, basato sul vagare ramingo di un innamorato alle prese con la più nera disperazione, è veramente un coacervo di ovvietà, fatto che in sé non desta per nulla ribrezzo (quante canzoni d’amore ripetono allo sfinimento, eppure con risultati grandiosi, le solite tre puttanate?) ma che espresso dai Savatage fa venire un sorriso un po’ amaro. Le capacità strumentali di Criss Oliva, Middleton e Wacholz, prese in contropiede e fuori contesto, non riescono ad emergere ed esprimere la potenza spontanea vista nei dischi precedenti, limitandosi a svolgere il compitino come un grande terzino sinistro sbattuto a fare il centravanti. Il solo chitarristico di Criss ne è la dimostrazione, pieno di spunti ed arzigogoli virtuosi pregevoli ma poco funzionale e poco immerso nel complesso della canzone, il cui chorus si ripete in maniera un pizzico irritante svanendo nel fade out. “Crying For Love”, almeno all’inizio, ricorda vagamente i Savatage degli esordi, ma il suono del sintetizzatore sembra più quello di uno strumento didattico per i bambini (chi si ricorda l’armonica?) piuttosto che un sintetizzatore ‘serio’, che nei magici Anni Ottanta è uno dei giocattoli più divertenti da usare per produttori e musicisti. Il testo si accoda alla fiera del melenso, in cui lo stand dei Savatage proprio fa una brutta figura, ricalcando le orme del brano precedente: protagonista disperato per esser stato piantato dall’amata, fiume di lacrime come da titolo, e via andare. Il brano è – finora – quello più aderente alla produzione antecedente del gruppo di Tampa, grazie ad un riff nella strofa non proprio col coltello fra i denti, ma ritmicamente percussivo. Purtroppo il chorus, al di là dell’orrendo rumore (sì, tocca parlare di ‘rumore’) di sintetizzatore è al limite della pesca bieca di ascoltatore radiofonico medio. “Day After Day”, cover dei pop-rocker Badfinger fortemente voluta dalla casa discografica, ha probabilmente dato qualche spunto al milione di band pop metal comparse tra il 1985 circa e la metà degli Anni Novanta. La voce di Jon Oliva è nuovamente poco convinta ed incisiva, persino parecchio stonata in certi punti e visibilmente intrappolata in uno stile à-la Bryan Adams con cui ha davvero nulla a che fare. I backing vocals melensi ed il testo, di nuovo immerso fino al collo nei clichés amorosi che coi Savatage c’entrano come i proverbiali cavoli a merenda, fanno alzare i peli sulle braccia piuttosto che il volume dello stereo. “The Edge Of Midnight” è introdotta da un organo sintetizzato dal timbro finto ed infantile, suonato male quando non peggio, condito da effetti ‘laser’ di gusto orrendo, che crea un’atmosfera adattissima a un cartone animato (chi si ricorda ‘Il Conte Dacula’?). Ma siamo sicuri che siano i Savatage!? La strofa riporta su coordinate vagamente più familiari ed evita di rinfoderare il disco nella custodia, ripresentando un sound più aderente coi Savatage conosciuti. Il chorus è, di nuovo, innaffiato di ammiccamenti al pop metal ottantiano, in particolare dovuti al pad di organo elettrico, ma tutto sommato la struttura della canzone ed il solo si mantengono su un tono ‘decentemente Savatage’! Il testo è un inno al potere della notte ed ai segreti da esso tenuti nascosti, ed invita a diffidare della luce portata dal giorno, capace di far svanire i sogni ed il mistero dell’oscurità. L’inizio di “Hyde” è caratterizzato da un’atmosfera cupa e vittoriana creata principalmente dal tappeto di tastiera, mentre una voce effettata recita alcuni brevi versi che introducono il famoso personaggio di Mr. Hyde, creato dal romanziere R.L. Stevenson. Purtroppo la dimensione narrativa della canzone è molto superficiale, e si limita a dipingere con pennellate brevi e svogliate gli aspetti più scontati dell’antieroe letterario, ovvero il suo vagare di notte ammantato di una cappa nera in seta, assetato di sangue e mortalmente pericoloso per chiunque abbia la sventura di esserne preso di mira. Ovviamente il personaggio di Hyde è molto più complesso di una macchietta da film horror, rappresenta un intero campionario di dualità, questioni morali ed idiosincrasie umane brillantemente e dolorosamente esposte dallo scrittore scozzese. Se musicalmente – in generale – il brano è un genuino prodotto di casa Oliva, finora probabilmente il più aggressivo e ‘metal’ del lotto, non si può dire che il solo sia ben congegnato, ben suonato o coinvolgente: un peccato che il talento di Criss sia così clamorosamente inespresso. “Lady In Disguise”, che nel testo descrive il sofferto incontro con una femme fatale solita a passare da un letto all’altro (ma che riesce a far cadere tutti ai propri piedi), comincia eccezionalmente con un chorus strumentale, ma la progressione armonica discendente (ascoltare la linea del basso) è dichiaratamente mutuata dalla tradizione del metal radiofonico, sebbene il brano in sé non sia affatto pessimo! La voce di Jon è nuovamente fuori fuoco nell’intonazione, nonché debole e senza il particolare mordente che di solito la caratterizza con ‘arrabbiature’ improvvise ed urla che creano una grande differenza di intensità. Beninteso, Oliva non è mai stato propriamente intonato né molto ‘sonoro’, ma le sue caratteristiche vocali funzionano alla grandissima negli album precedenti in cui lo stile musicale le integra al proprio interno. La differenza sta nel concetto base dei brani: i Savatage classici (e quelli risorti poi con O’Neill) li fondano principalmente sull’aggressività del riff, sui break ritmici e sulla voce incazzata di Oliva, mentre in un contesto – come quello pop metal – in cui la melodia ha la netta precedenza, il castello di carte si rivela molto meno solido del previsto e crolla rovinosamente. “She’s Only Rock ‘n’ Roll” comincia appunto con un riff incisivo, anche se il chorus con armonie vocali, melodia semplice e ben memorizzabile, si presenta poco dopo il mezzo minuto, proprio secondo il manuale del perfetto compositore radiofonico. Complessivamente, il suono e l’aggressività di fondo non mancano, ma è evidente lo sforzo di adattare la ricetta Savatage ad una cucina completamente diversa. L’argomento è ancora una volta una donna dal carattere esplosivo, che appunto viene paragonata al rock and roll e sembra non volersi proprio sentirsene dire mezza. La cover di “Wishing Well” dei Free non sembra aggiungere granché alla canzone originale, senza però nemmeno essere rielaborata in una nuova veste. Il testo descrive il desiderio espresso davanti ad un fiabesco pozzo che si suppone possa esaudirli, ed in ultima istanza questo desiderio si identifica come amoroso. Il sound è naturalmente adattato alla produzione più patinata e scintillante degli Anni Ottanta, un po’ sulla falsariga dei Bon Jovi, con chitarre più aggressive timbricamente ma che sostanzialmente mantengono invariati in tutto e per tutto i riff del brano di Rodgers e compagni. Chiude l’album “Red Light Paradise”, che come si evince dal titolo racconta di un ‘paradiso a luci rosse’ e punta la lente su una presunta prostituta in cerca di clienti ma anche di rapporti fini a se stessi, il tutto narrato in una cornice di condanna morale e rimprovero. Per quanto abbastanza semplice sia dal punto di vista dei riff che della struttura complessiva, questo è il brano che probabilmente più si avvicina alla precedente produzione dei Savatage, con un groove dato dal contrasto tra una sezione ritmica stabile e cadenzata e la parte di chitarra in picking alternato, che funge da propulsore del tempo. Anche le armonie vocali sono più incisive e meno pop rispetto al resto dell’album, e la voce di Oliva risulta decisamente più convincente. Magra consolazione per essere solo una canzone in fondo al disco.



Che l’equazione ‘pop/commerciale/orecchiabile = scarsa qualità’ sia una baggianata probabilmente non è nemmeno il caso di ripeterlo. Un buon ascoltatore in teoria lo sa. La lettera scarlatta impressa sulle virate o sugli esperimenti più easy-listening di molte band rock e metal è spesso fonte più di preconcetto, moda e arroganza che non di vera critica. Nel caso dei Savatage, però, Fight For The Rock sfiora davvero il disastro. Nel complesso, ovviamente, non si fa fatica a riconoscere le indubbie capacità del quartetto statunitense, soprattutto e per fortuna in virtù di quanto fatto nei primi appuntamenti discografici. C’è qualcosa di male nell’essere più pop? No, certo che no. Ma bisogna essere pop in maniera convincente, fedele, partecipata, non si può farlo a mezzo servizio. Meglio forse l’intransigenza genuina che non un’incursione timida in un territorio così pieno di predatori agguerriti e soprattutto abituati a batterlo. La band di Tampa riesce a prendere un granchio colossale, non tanto per aver provato a fare qualcosa di diverso dal ‘solito’, ma per aver provato a fare proprio quello in cui, fino a prova contraria, riesce peggio. Fight For The Rock non contiene un buono spunto testuale, un solo ispirato, un riff memorabile, un chorus veramente genuino e sentito. Insomma, deserto atomico. Glissando sulla gabbia in cui vanno volontariamente e colpevolmente a rinchiudersi tre tigri come C. Oliva, Wacholz e Middleton, lo stesso J. Oliva è l’ombra di se stesso, rasentando il minimo storico di convinzione in un album rock degli Anni Ottanta. Pazienza, gli inciampi ci stanno, anche nella carriera di grandi corridori.


1) Fight For The Rock
2) Out On The Streets
3) Crying For Love
4) Day After Day
(Badfinger cover)
5) The Edge Of Midnight
6) Hyde
7) Lady In Disguise
8) She’s Only Rock ‘n’ Roll
9) Wishing Well (Free cover)
10) Red Light Paradise

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