Savatage

Edge of Thorns

1993 - Atlantic Records

A CURA DI
ROBERTA D'ORSI
13/12/2014
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora." Questo aforisma appartiene alla cantante ed attivista per i diritti civili Joan Baez, conosciuta anche per la sua relazione con Bob Dylan. Soprannominata la “Regina del Folk” Joan è un’artista piuttosto eclettica la cui musica tocca diversi generi quali: rock, pop, country e gospel. Ha reinterpretato brani di altri artisti, mentre uno dei suoi più famosi è “Diamonds & Rust”. La frase citata in apertura mi ha molto colpita per il modo diretto con cui è formulata. La morte spesso arriva inaspettata, e soprattutto in questi casi, non possiamo davvero scegliere né il modo né tantomeno il giorno in cui dire “addio” alla vita. Assolutamente sacrosanto, per cui bisognerebbe pensare che l’unica via da percorrere è quella di decidere come poter/dover vivere, e lo si dovrebbe fare subito senza rimuginarci sopra, per non perdere tempo prezioso. I fratelli Jon e Criss Oliva che hanno dato vita alla band Savatage, lo sapevano benissimo come avrebbero voluto vivere e cosa avrebbero voluto fare delle loro vite, volevano riempirla di musica e così hanno fatto. Jon, maggiore di quattro fratelli è sempre stato il curatore dei Savatage, oltre che tastierista e vocalist. Nella sua vita ha combattuto con la dipendenza dalle droghe, una delle cause che lo ha portato ad abbandonare la sua parte di cantante, ma che non lo ha distolto dall’esserne presente in ogni altro ruolo/sfaccettatura. Anzi, si è anche dedicato ad altri progetti quali, la Trans-Siberian Orchestra, i Dr. Butcher e i Jon Oliva’s Pain, liberando la sua grande creatività. Criss, il minore dei fratelli Oliva ancora ragazzino, inizia ad affacciarsi al rock appassionandosi alla musica ed allo studio della chitarra elettrica, regalatagli da suo fratello Jon. L’amore per lo strumento si trasforma in una vera e propria vocazione, tanto da passare pomeriggi interi a studiare brani. Qualora alcune parti musicali risultavano difficoltose, Criss le riadattava in modo tale da essergli più congeniali, questo ha contribuito alla creatività del chitarrista. Lo stile tecnico di Criss prende ispirazione da mostri sacri quali: Randy Rhoads, Brian May, Ritchie Blackmore, Michael Schenker e Alex Lifeson. Coi Savatage il più piccolo dei fratelli Oliva ha dimostrato stoffa e carisma da vendere, nonché creatività compositiva riversata in riffs taglienti e straordinari assoli. Nel 1993 i Savatage rilasciano l’album “Edge of Thorns”, il disco che segna l’abbandono dello storico frontman/cofondatore Jon Oliva alla voce. “The Mountain King”, soprannome dato a Jon dai fans, ricopre il ruolo di tastierista per le registrazioni in studio, ed assolda al suo posto Zak Stevens, il quale registra coi Savatage quattro album. Nel 2002 Zak decide di lasciare il gruppo per passare più tempo con la sua famiglia. L’anno dopo Stevens fonda il gruppo dei Circle II Circle ed appare in veste di ospite nella Trans-Siberian Orchestra. Per l’ultimo lavoro targato Savatage, Poets and Madmen del 2001, torna alla voce big Jon. Edge of Thorns è l’album che segna non solo il cambiamento nel ruolo di vocalist, ma è l’ultimo in cui sentiamo le creazioni e le esecuzioni di Criss e della sua amata chitarra. Quel maledetto 17 ottobre 1993 un uomo alla guida, con tasso alcolico ben oltre il limite consentito, invade la carreggiata opposta scontrandosi contro la macchina in cui sedevano Criss e sua moglie Dawn. Il chitarrista muore sul colpo, mentre la moglie viene portata in ospedale in condizioni gravissime, dalle quali si riprenderà (con fatica) fisicamente, ma non psicologicamente. La grave perdita del marito le lacera il cuore, e le ripercussioni dell’incidente sul suo organismo portano la donna a lasciarsi morire nel 2005. La moglie di Criss è la protagonista del bell’artwork di copertina proprio di “Edge of Thorns”. L’artista è Gary Smith già autore di altre copertine dei Savatage, come Hall of the Mountain King e Gutter Ballet, oltre che artefice delle aerografie sulle chitarre di Criss. La scena descrive una fanciulla accigliata sul bordo di un fiumiciattolo, attorniata da lugubri alberi in un ambiente dall’atmosfera spettrale. Dietro di lei i rami di due alberi intersecandosi, creano un viso dal ghigno malefico. Il simbolismo nascosto dietro tale immagine è quello della contrapposizione (eterna) tra bene e male, e tale dualismo è il fulcro delle liriche presenti nel disco. Rilasciato nel 1993 per l’Atlantic Records, “Edge of Thorns” contiene tredici tracce per una durata di 53 min. e 40 sec. L’ingresso di Stevens in formazione sin dagli inizi ha diviso in due i fans della band, e tutt’oggi c’è chi da un lato lo apprezza e chi invece sostiene una certa inadeguatezza del singer, a causa della sua timbrica “diversa” da quella di Jon. Lasciatemi subito fare una considerazione, cosa che avrei fatto in chiusura di recensione. Il fatto che Stevens abbia un timbro dissimile da quello di Oliva è un bene, e credo fermamente che sia stato scelto proprio per quello. Mettere al posto di Oliva un suo clone vocale, sarebbe stato al 100% controproducente, in quel caso si che i fans si sarebbero ribellati e a ben donde direi! Di Oliva nei Savatage ce né uno e uno solo.. Stevens tecnicamente ha doti superiori a Jon, questo è indubbio, così come più padronanza e controllo della voce, e benché per me Jon Oliva rimane tra i cantanti preferiti, uno di quelli le cui “urla” mettono i brividi, Zak Stevens è oggettivamente un ottimo cantante, le cui perfette prestazioni gli consentono di cantare qualsiasi genere, e che ha saputo dare ai Savatage, un contributo dal valore inestimabile. Ed ora cominciamo il viaggio attraverso le opere contenute in “Edge of Thorns”.



Tocca proprio alla titletrack avviare il disco, con un intro di pianoforte dall’impatto ipnotico. Alcune battute e la chitarra di Criss entra in scena con nota prolungata ad accentuare il piano, fino a quando entrambi gli strumenti accompagnati dall’ingresso della sezione ritmica, danno il via vero e proprio al brano. Arriva alle nostre orecchie la voce del nuovo singer, il cui tono profondo ma non baritonale, riempie ogni particella d’aria attorno a sé. Con il ritornello la sua carica interpretativa esplode, mettendo in risalto un colore leggermente graffiato, che si sposa divinamente con la corposità della sua voce. Dopo il secondo refrain l’assolo di Criss incendia gli animi, viene poi spezzato da un breve intervallo travolgente al basso, e poi ancora lui Criss, che con il suo strumento si fonde diventando una cosa sola. Un legame indissolubile che si respira a pieni polmoni udendo un’esecuzione tanto pregiata, ricca di passione. Stevens alla voce non solo non delude, ma dimostra anche in questo caso quanto Jon Oliva tenesse al suo progetto, andando a ricercare chi al suo posto avrebbe portato avanti con abilità, l’operato dei Savatage. Le armonie delicate iniziali del pianoforte, gli accordi decisi ed i soli della chitarra, una sezione ritmica sempre affiatata ed una nuova voce intensa, fanno della titletrack il primo capolavoro di questo disco. Del brano è stato girato un video ufficiale in cui la band (orfana di Jon nelle riprese e nel booklet del disco) si trova in un ambiente molto simile a quello dell’artwork di copertina, coccodrillo compreso. Il fogliame degli alberi ed una fauna piuttosto variegata sono la cornice che ospita l’esibizione dei Savatage, e benché vediate Steve Wacholz dietro una batteria acustica, per le registrazioni di Edge of Thorns il musicista ha deciso di avvalersi di una batteria elettronica. Estremamente criptico il testo analizzato in ogni sua parte. Sostanzialmente si tratta del protagonista che afferma di non credere più ad una persona. Traspare un senso di giustificazione trovato da chi ha mentito e tradito riconducibile ad un vivere “sull’orlo del tormento” (edge of thorns), ma la maschera viene svelata, ed il protagonista non riesce più a dare fiducia a questa persona. Tocca ad un arpeggio di chitarra non effettata aprire le danze di “He Carves His Stone” a cui segue con andamento lento la strofa, in cui il cantato di Stevens segue con altrettanta pacatezza le note su cui si adagia. Con l’arrivo del refrain le cose cambiano, il ritmo accelera con ritrovata energia, la stessa energia che traspare dal songwriting e dall’assolo di Criss. Stevens dal canto suo si arrampica su registri alti, lanciando un urlo che tanto ci ricorda quelli da brividi a fior di pelle del suo predecessore alla voce, Jon. Ma non finisce mica qua. Un altro assolo da convulsione precede un’esecuzione di Stevens da OVAZIONE!!! Sembra di riascoltare il caro vecchio Jon degli esordi, dalle quali grida esplodevano tutta la rabbia e la passione possibili ed inimmaginabili. Stevens è un cantante eccezionale, che riesce a toccare con audacia note alte stridendo la voce con raffinatezza, senza scadere nel ridicolo, ed altrettanto si muove con destrezza in tonalità più basse, la cui prerogativa è un colore potente e profondo. La peculiarità compositiva dei Savatage non è mutata, ritroviamo il binomio heavy metal nel senso più stretto del termine, con accordi e ritmiche strong che si alternano ad armonie soft cullate da arpeggi di chitarra ed esecuzioni al pianoforte. Secondo brano stilisticamente ineccepibile. Un uomo lasciato solo nel suo dolore, si ritrova a riflettere sulla sua vita. Cosciente di aver vissuto nella follia, di non aver ceduto alla brama di possessione di se stesso da parte di qualcuno (probabilmente una donna) decide di scolpire una pietra per lasciare un messaggio su ciò che ha passato. Questa pietra scolpita potrebbe essere una lettera, un diario, in cui il protagonista racchiude le sue esperienze e racconta a chi leggerà la sua storia, quanto abbia preferito la solitudine nell’espiazione dei suoi peccati, che cedere alla tentazione di sfuggirne con beceri mezzucci. La terza track “Lights Out” non lascia spazio all’immaginazione, poiché già dalle prime battute il presagio è quello di trovarsi di fronte ad una ritmica diretta, strong. Lasciati da parte gli orpelli di stampo prog/classico, ciò che si palesa alle nostre orecchie è un concentrato di riff crudi, di colpi secchi alla batteria, di un cantato solido che segue il roccioso muro sonoro. Sono davvero pochi i momenti “di respiro” in cui il ritmo esegue dei rallentamenti, che servono a bilanciare l’andamento rapido del brano. Immancabili esecuzioni soliste alla chitarra, le quali note prodotte si librano nell’atmosfera con la stessa intensità delle onde di un mare in tempesta. L’impostazione sempre enigmatica dei testi, spinge ad un’ardua lotta per identificarne il senso. In Lights Out ho la sensazione che si parli di una folle corsa in auto, poiché frasi come: “La porterò giù sì, farò correre il suo motore, oh sì. Nessun freno potrà fermarmi buttandomi verso la vetta..” riconducono il pensiero a tale supposizione. Una corsa che però finisce male a quanto pare, dato che conduce nei meandri dell’inferno. Molto probabilmente il protagonista alla guida della vettura, è spinto ad un’azione così pericolosa per assuefazione dall’uso di droghe, ed è la frase “Solo un altro tossico che cerca di correre..” a darmi conferma. Questa sorta di scommessa con la vita/morte si trasforma in una scommessa con la propria anima, correndo col demonio al protagonista toccherà rotolare giù, in quel luogo in cui farà ciò che non ha mai pensato di fare. Il dualismo tra bene e male descritto nell’artwork di copertina, trova il primo vero riscontro in questo terzo brano, in cui giocare con la propria vita in uno stato di totale alterazione della percezione, mette in luce la contrapposizione tra queste due entità. Non posso del resto rimanere indifferente al tema dell’argomento, la morte in auto.. terribile presagio, che mai e poi mai i fratelli Oliva avrebbero pensato potesse capitare così nell’imminente ad uno di loro. La morte è il perno centrale anche in “Skraggy's Tomb”. Caduto a causa dell’alcool, pare che il fantasma di Skraggy si aggiri nell’oscurità vicino la sua tomba. Il protagonista delle liriche, sostiene di vederlo, di vedere quel personaggio che ha vissuto una vita di follia, e mentre asserisce ciò, lui stesso ci va giù con un altro drink. L’effetto dell’alcool si sa, gioca strani scherzi! La traccia parte proprio col suono di una bottiglia stappata, di un bel sorso buttato giù di gusto ed un conseguenziale sospiro di soddisfazione. Mansueto arpeggio di chitarra iniziale che dopo qualche battuta si converte in un riff più acido. L’assetto è lineare sino a poco prima dell’inizio del refrain, quando è una conversione di riff a proporre un cambio registro, così anche il ritmo da sostenuto si adagia per pochi secondi, cantato compreso, e riprende poi con un assolo di chitarra che conduce ad un finale in cui anche Stevens si lascia andare maggiormente, senza esagerazioni. Una pesante porta che si chiude mette fine al brano. Segue il primo dei due strumentali del disco. “Labyrinths”, della durata di soli 1 min. e 30 sec. è una delle composizioni più struggenti che abbia mai ascoltato. Il pianoforte di Jon sprigiona un’aura di malinconia estremamente intensa, ogni volta che odo tali note mi si forma un nodo in gola, come se fossi stata io stessa a comporre quel solo al piano nella mia testa, dedicandolo alla persona più importante della mia vita. Quei trenta secondi iniziali possono essere paragonati ad una nevicata notturna, ad un marciapiede colmo di foglie rossastre sollevate dal vento, al calar del sole che si immerge nelle acque del mare, alla luce di una candela che illumina nell’oscurità il volto della persona amata. Dolcezza mista ad un’inspiegabile senso di tristezza, è quello che mi ha sempre evocato l’intro al piano di Labyrinths. L’ingresso della chitarra sublima tale concezione, arricchendo con trasporto un componimento che trascende con l’esplosione finale, sottolineata da corposi colpi alla batteria. La distorsione in fade out si aggancia al brano successivo, facendo da collante a “Follow Me”. Un altro pezzo da 90 questo brano, che parte seraficamente con un arpeggio di chitarra anticipando l’ingresso del singer, il quale a sua volta percorre mellifluamente la prima battuta cantata. La sezione ritmica irrompe apportando la giusta grinta ad un pezzo che comunque si delinea su crismi melodici. I riffs prodotti dalla chitarra non effettata si sposano perfettamente con la potenza che contrasta il suono dato dagli altri musicisti. Un connubio sapientemente bilanciato, che affonda le unghie nei memorabili assoli di Criss, la cui prestazione inesauribile non smette mai di saziarci, spingendoci con l’ascolto a volerne udire ancora di più. Così come superba è la fusione tra l’interpretazione delicata di Stevens e le note arpeggiate della chitarra. L’arrivo a poco prima di metà canzone segna il punto di maggior creatività di questo componimento. Il songwriting si dirama in svariate strade, come la salita di registro vocale che introduce il solo di una chitarra animata da un profondo spirito interiore, cavalcando prima al passo e poi galoppando veloce lungo lidi sterminati, come sterminata è la bellezza della traccia. Criss continua inesorabile la sua prestazione consentendo ad un insuperabile Stevens di mettere a servizio dei Savatage e di chi ascolta, tutta la magnificenza del suo timbro vocale. Anche Wacholz alla batteria esegue movimenti di tutto rispetto, se pur con l’utilizzo dello strumento elettronico che inevitabilmente ne compromette una resa più autentica, i fill ed i pattern eseguiti sono perfettamente in simbiosi stilistica con la chitarra, consentendo una resa ancor maggiore grazie alla sottolineatura data da colpi ben assestati. Il termine spetta ad una nota prolungata di chitarra in fade out che accompagna la quasi esecuzione a cappella di Stevens. Si parla di televisione, di star del cinema, di politici, la guida TV che diventa la nuova bibbia, lo schermo del televisore acceso ogni notte. Il bombardamento mediatico riduce la percezione di ciò che è reale, meglio chiudere gli occhi e vivere la realtà che ognuno di noi ha in testa. “Exit Music” è il secondo strumentale di Edge of Thorns; la durata è maggiore rispetto a Labyrinths, con la differenza che Jon ed il suo pianoforte sono gli unici protagonisti di questa “musica in uscita”. Ritmo adagio con accompagnamento di accordi bassi, che rievocano ricordi lontani. Il motivo base invece racchiude la dolcezza di una ninna nanna, che sfocia nel momento in cui la potenza del suono aumenta in una tempesta di emozioni. La melodia di Exit Music immaginatela come la vostra mente mentre ripercorre le proprie esperienze di vita attraverso i ricordi; ci sono quelli dolorosi, quelli di infanzia, le vittorie e le sconfitte, le amicizie e gli amori, il calore di un abbraccio e la tristezza di una mano che si stacca dalla vostra. Nel rivivere le memorie che ci appartengono tutti i sentimenti provati si legano tra loro, trasformandosi in un unico sentimento talmente grande, talmente forte, da paralizzare inizialmente, per poi esplodere con l’irruenza di un pianto liberatorio dopo il quale ci si sente inspiegabilmente straniti, ma sereni. Ecco questo è quello che io provo ascoltando la musica in uscita di Jon e del suo pianoforte. “Degrees Of Sanity” è un po’ sottotono rispetto a tutto ciò che Edge of Thorns ci ha presentato sin’ ora, sebbene non posso di certo definirla una brutta canzone. Sono quelle sensazioni che a impatto emotivo ti fanno più o meno apprezzare una composizione. Degrees Of Sanity parte con una serie di accordi dall’aura orientaleggiante che invece assumono un piglio cupo nelle strofe e si inaspriscono dopo il refrain, prima del solo di Criss. La prestazione del giovane fratello Oliva è il momento topico del brano, quello che impreziosisce un altresì songwriting piuttosto lineare e poco convincente. L’impostazione orientaleggiante che ritroviamo dopo, la varietà dei riffs e l’assolo, sono l’ancora di salvezza per questa traccia in cui, nemmeno Stevens riesce a spiccare il volo come ci ha dimostrato sino al brano precedente. Il testo si riferisce al grado di sanità menzionato nel testo. Chiaramente ognuno di noi ne ha uno più o meno “sviluppato”; quello del protagonista del brano lo porta a sentirsi abbandonato a se stesso, chiuso in un labirinto di pensieri coi quali deve fare i conti. Questo avviene mentre il protagonista rivolge le sue parole a qualcuno, probabilmente a chi è stato l’artefice della sua chiusura. Con “Conversation Piece” invece già dalle prime battute presumiamo che il tiro del pezzo può essere coinvolgente. Gli stacchi simbiotici di batteria e chitarra introducono una strofa dal ritmo meno concitato, sottolineato dal cantato di Stevens su base abbastanza melodica. Avviene una sovversione nel ritornello, in cui sia il singer che i suoi compagni, induriscono i toni e questo avviene anche per la seconda strofa ed il secondo ritornello. Nuovamente arrivano i fill iniziali del combo batteria e chitarra ad introdurre l’assolo di Criss. Esecuzione breve ma intensa. Un ritrovato Stevens in forma smagliante rispetto alla track precedente in cui sembrava spento. Sebbene Conversation Piece abbia meno variazioni rispetto a Degress Of Sanity, il muro sonoro risulta maggiormente granitico, grazie anche ad una sezione ritmica bilanciata a puntino che rende la song efficace sotto ogni punto di vista. Una fotografia conservata che ricorda tempi felici di una relazione. Una lettera mai spedita, che nel momento in cui è stata scritta ha fatto sentire bene l’autore, che pensava sarebbe guarito. Il protagonista pensa al su passato, a quei pezzi di vita che potrebbero essere lo spunto per una buona conversazione, magari davanti ad una tazza di thè. Traspare molto malinconia da queste liriche, e sembrano una sorta di collegamento implicito ed inconscio con Degress Of Sanity.. La prossima canzone “All That I Bleed” assieme a Miles Away, sono le predilette da Jon Oliva, poiché coincidono con le ultime composizioni concepite assieme al fratello Criss. Ballad dai connotati strong All That I Bleed, la cui prima parte si apre con l’intervento di Jon alla tastiera e la raffinata interpretazione di Stevens, in un duetto da pelle d’oca. Le prime due strofe proseguono armoniosamente un cammino delicato, le cui note liberate dai tasti bianchi e neri sono poesia allo stato puro. Ascoltate con attenzione la parte di Jon che sussegue il cantato e precede il refrain, brividi! Brividi che si intensificano con l’ingresso in scena degli altri strumenti e la passionale ed accorata esecuzione di Zak, un’apoteosi di splendore. Giunge il momento dell’assolo che se pur non lungo, impreziosisce con l’eccellenza dell’ attitudine di Criss, una già incantevole composizione, che termina così come è iniziata, con le delicate note eseguite da Jon. Quanto può essere complicato l’animo umano? Direi tanto. In All That I Bleed si parla di amore, di occasioni, di certezze che sfuggono di mano. Con la metafora di una lettera ricevuta, ma consumata e strappata; un uomo che ha sempre vissuto in solitudine ha l’opportunità di amare ed essere amato. La lettera rappresenta una donna pronta a stargli accanto, che però è stata maltratta e delusa, alla quale hanno spezzato il cuore. Il protagonista porta avanti la relazione e tutto fila liscio, sino a che la verità non viene a galla. Che siano state menzogne, tradimenti, o semplicemente il rendersi conto che il suo amore per quella donna, non era poi così forte, porta alla rottura tra i due, e la lettera vola via ovvero, la donna se ne va. Resosi conto dell’opportunità svanita di essere felice, il protagonista ripiomba nella solitudine, al che non gli resta che volgere lo sguardo al cielo e pregare Dio di far calare su di lui la notte. Tale è la disperazione da desiderare di morire. Proseguiamo nell’ascolto di “Damien”, traccia stilisticamente improntata sulla cattiveria del groove di base. Già dal riff iniziale e dall’impostazione vocale notiamo il tiro crudo che i Savatage hanno voluto dare al brano. Il songwriting non è particolarmente composito, ritroviamo l’innesto di alcune note al pianoforte che attenuano la crudeltà del taglio musicale, sottolineando invece un incipit a cavallo tra ironia e drammaticità a circa metà tempo. La sezione ritmica rimane in sordina ricoprendo il ruolo di puro accompagnamento al duo chitarra/voce. Questa volta l’assolo di chitarra funge da riempimento, non presentando nessuna peculiarità particolare, ma veste il ruolo di conduttore verso la parte finale della traccia. Segue il riff di base che si ripete ciclicamente così come il testo del ritornello, delineandoci in definitiva una composizione non eccellente, ma convincente e gradevole da ascoltare. Su questo testo ho da fare una considerazione; partiamo dal presupposto che pare si parli di una persona che ha smarrito la sua fede, che per anni l’ha cercata dentro di sé, ma che le avversità della vita lo hanno portato ad abbracciare l’altra faccia della medaglia, ovvero l’oscurità. La considerazione che scaturisce dalla mia testa è relativa al titolo, a quel nome in particolare: DAMIEN. Riconducendo Edge of Thorns alla contrapposizione e di conseguenza legame, tra bene e male, quel nome mi riporta ad un film horror del 1976 The Omen, tradotto in italiano come “Il presagio”. Il lungometraggio è il primo di una trilogia; del primo episodio alla regia se n’è occupato Richard Donner. Il 6 giugno 1971 alle ore 6 il diplomatico americano Robert Thorn viene avvisato della morte del figlio appena nato. Nell’ospedale gestito da monsignori, uno di questi suggerisce a Thorn di sostituire il bimbo morto con un altro nato contemporaneamente al suo, la cui madre si spegne dopo il parto. La disgrazia capitata getta nello sconforto il diplomatico, che si lascia quindi convincere allo scambio, decidendo di non rivelare nulla a sua moglie, facendole credere che quello è il loro figlio naturale. Il film si sposta qualche anno più avanti, quando il piccolo Damien compie cinque anni, quel giorno avviene il primo di una lunga serie di morti. Robert Thorn messo in guardia da uno dei prelati sulla vera “natura” del bambino, scopre che questi altri non è che l’anticristo. Alcune frasi delle liriche di Damien, la traccia del disco, mi hanno automaticamente ricondotta al film, così come la comunanza del nome; nel lungometraggio bene e male sono costantemente in lotta, è probabile quindi che i Savatage nella scrittura del testo, si siano ispirati alla storia del piccolo anticristo, o semplicemente il nome è una coincidenza che nulla ha a che vedere con il film, ed il testo si riferisce a qualcun altro. Eccoci arrivati all’altro brano del cuore di Jon, “Miles Away”. Un bell’arpeggio di Criss introduce il cantato mellifluo di Stevens in una primissima parte estremamente melodica, che coincide con la prima strofa. Prima della seconda invece il songwriting prende una rincorsa, accelerando ed irrobustendo il tiro, così come l’esecuzione del vocalist, che aggiunge grinta al suo timbro corposo. Cinque minuti che scorrono veloci senza nemmeno rendersene conto. I fill di batteria danno un tocco in più; il loro innesto all’interno della composizione si sposa perfettamente, riuscendo a scandire con nitidezza il tappeto sonoro, che risulta netto e preciso, ottimo appiglio per l’esecuzione vocale di Stevens. La mancanza di orpelli classici o prog, consente una concentrazione stilistica improntata su sonorità heavy dall’aspetto strong, con la risultante di una canzone incisiva e facile da ricordare. Ad incattivire ancor di più l’assetto compositivo, Criss ci mette il carico con uno dei suoi assoli dal taglio chirurgico, giocando su leggerissime distorsioni e concentrandosi sull’ausilio di note energizzanti e coinvolgenti. La chiusura del brano segue lo stile iniziale, chitarra e cantato ripercorrono atmosfere melliflue che mettono un delicato punto, ad un pezzo perfettamente concepito. Il testo sembra proprio essere un’allegoria sulla morte. Le frasi usate sono delle metafore che descrivono tanto la vita quanto la morte, che alludono al dolore quanto alla fine delle sofferenze. Tutto quello che appare di mattina, alla luce del sole, per quanto possa essere una bellissima visione, rivela anche i più piccoli difetti. Con la luce ogni cosa è visibile, mentre il buio della notte cela, nasconde il visibile. La notte ci culla nella tranquillità della sua ombra, solo il fioco pallore lunare accompagna il nostro sonno. Il giorno rappresenta la vita, con le sue bellezze certo, ma con la sua moltitudine di problemi, di angosce, di rabbia e delusione, di cattiveria e tristezza. La notte invece raffigura la morte, il trapasso grazie al quale ogni pensiero negativo viene eliminato, il raggiungimento della vera pace interiore. Lasciando da parte il simbolismo, la notte segna la fine di una giornata, permettendo la nascita di un nuovo giorno che può essere affrontato diversamente, o che può regalarci momenti nuovi certo, ma chi può dire se buoni o cattivi. La vita è un’incognita, viverla è sempre una sfida. Ma a volte capita di desiderare un lungo e tranquillo sonno notturno. Conoscendo i Savatage, quando ho ascoltato per la prima volta il disco che vedeva un nuovo vocalist al posto di Jon, ero sicura che la chiusura sarebbe stata assolutamente bella quanto l’apertura del disco. Infatti non mi sbagliavo. La differenza tra i due antipodi della tracklist sta solo nel ritmo; per concludere Edge of Thorns si passa all’ascolto di un’amabile ballata. La chitarra non effettata di Criss accompagna Zak attraverso arpeggi armoniosi; sulla melodia il cantante si esibisce quasi in punta di piedi, ed anche quando gli accordi si intensificano assumendo toni drammatici, la voce del singer rimane dismessa. La breve partizione in cui si assapora teatralità, dura giusto il tempo di smuovere la delicatezza di “Sleep”, riportandoci per il finale, al riascolto delle candide note su cui si erge il brano. Le parole di Sleep si riferiscono ad un rapporto di coppia ormai logoro; il protagonista si rivolge alla donna amata che si trova accanto a lui nel letto, ma lontana da lui con il cuore. Una distanza che li ha divisi per divergenze e lui si domanda (le domanda sussurrando) se mai potranno tornare ad amarsi come un tempo. Le chiede di mettersi a dormire poiché la notte come si dice, “porta consiglio”, e riflettendo a mente riposata lei potrà rispondere con giudizio. Lui vuole sapere se l’ascia di guerra può essere seppellita, in fin dei conti la sua donna lo conosce, sa chi è. Traducendo l’intenzione di tale affermazione intuiamo che la donna, dovrebbe conoscere il forte legame provato da lui nei suoi confronti. Ma del resto nessuno può obbligare qualcun altro a provare gli stessi sentimenti, per cui il protagonista fa capire alla sua compagna, che, se il loro amore non potrà più rifiorire, lui se ne farà una ragione. Edge of Thorns lo conosciamo così, con questa sequenza di brani, in realtà alla sessione di registrazione appartengono anche i brani “Forever After” e “Shotgun Innocence”. Entrambi i pezzi sono presenti sulle release giapponesi e poi inserite nella compilation del 1995, From the Gutter to the Stage.



I Savatage non sono solo un gruppo musicale, sono persone che amano la musica in maniera imprescindibile, il cui amore per quest’arte si fonde nel saldo legame artistico e sentimentale, dei fratelli Oliva. In una discografia che rasenta la perfezione, in cui ogni disco prodotto, racchiude in sé perle di immane bellezza, Edge of Thorns si classifica tra le prime posizioni, almeno per quanto mi riguarda. Le composizioni musicali, i testi, gli assoli di chitarra, gli innesti al pianoforte, l’importante contributo della sezione ritmica, sono la conferma stilistica di quanto valore artistico è contenuto nei Savatage, dal lato puramente creativo dei fratelli Oliva, a quello tecnico/esecutivo di tutti i musicisti. Volgendo l’attenzione al nuovo vocalist, c’è solo da applaudire, per la scelta ricaduta su Stevens e per la bravura che lo contraddistingue. Sicuramente un valore aggiunto ad una band che ha fatto faville, e che con questo Edge of Thorns cementifica un talento davvero esponenziale. Questo disco rappresenta uno dei capitoli migliori della band, ed assume un’importanza particolare nei nostri cuori, poiché ci ricorda l’ultima “apparizione” del nostro amato Criss. “Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere. Ora”. La vita vissuta amando il proprio strumento e dedicandosi ad una passione tanto grande come la musica, ha permesso a Criss Oliva di vivere appieno la sua vita; un esempio da seguire, un uomo da ricordare.. per sempre!


1) Edge Of Thorns
2) He Carves His Stone
3) Lights Out
4) Skraggy's Tomb
5) Labyrinths (strumentale)
6) Follow Me
7) Exit Music (strumentale)
8) Degrees Of Sanity
9) Conversation Piece
10) All That I Bleed
11) Damien
12) Miles Away
13) Sleep

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